Letteratura e valori morali, l’opera critica di Paolo Paolini

Paolini

Coprono un arco vasto di secoli i saggi di Paolo Paolini (1940-2003) raccolti in Studi di letteratura italiana (volume pubblicato da Cisalpino nel 2010 a cura di Claudio Milanini e Donato Pirovano) e tutta la sua vita professionale e accademica, dal 1966 (estratto dalla tesi di laurea) al 2004. Sono studi che, proprio per l’ampiezza temporale degli autori esaminati, permettono di ricostruire con buona approssimazione – e restarne ammirati – la vastità della cultura umanistica di un docente affabile e generoso.

A differenza della scelta dei curatori, che hanno deciso di disporre i contributi nell’ordine cronologico degli autori trattati (da Machiavelli al critico tedesco Heinrich Wölfflin), ho preferito leggerli secondo l’anno di pubblicazione. Pagina dopo pagina, mi risuonava nella mente la voce di Paolini, mio professore di italiano al liceo, le inflessioni, le garbate ironie di cui erano ricche le sue spiegazioni: aveva ereditato humour britannico e toscana (senese) arguzia, e se ne serviva per rendere godibili e preziose le lezioni, sostenute da conoscenze ampie e approfondite. Quando leggo (pag. 186) che «il meglio» di Cesare Cantù narratore si riconosce e racchiude in «realismo e moralità», cioè quel «sistema di estetica e di poetica che da Manzoni si allarga nella narrativa del nostro Romanticismo, con recuperi di moralità pariniana e generalmente lombarda», credo che, opportunamente declinate, queste caratteristiche si adattino bene anche a definire la sua personalità di docente, che metteva a disposizione degli allievi tutte le sue risorse culturali e che incitava a servirsene: spremete i vostri insegnanti, era uno dei suoi consigli.

Nel saggio dedicato alle teorie critico-figurative di Heinrich Wölfflin applicate al passaggio dal Rinascimento al Barocco e a come sono state recepite (o piuttosto rifiutate) in Italia, lo stile di scrittura di Paolini risulta più faticoso degli altri testi: forse perché è un lavoro tratto dalla tesi di laurea, forse anche perché la materia stessa è piuttosto complessa. Non ricordo citazioni di questo critico a lezione, ma Paolini metteva una grande cura nel collocare le opere letterarie nel loro contesto storico (ci aveva incuriosito parlandoci del volume di Giovanni Getto, Storia delle storie letterarie). E ci presentò i chiaroscuri del Barocco senza bollarlo a priori come forma artistica di serie b.

I primi saggi sugli autori contenuti nel volume risalgono al 1983 e sono dedicati ad Arrigo Boito, un “minore” a cui Paolini aveva già prestato attenzione con il contributo Manzoni e Boito, un’ammirazione travagliata nel volume miscellaneo curato da Renzo Negri, Il Vegliardo e gli anticristi. Studi su Manzoni e la Scapigliatura, pubblicato nel 1978 da Vita e Pensiero. Nei tre saggi riuniti in questo volume, Paolini esamina le conoscenza di Boito in fatto di letterature straniere e di letteratura italiana, e dimostra – dati alla mano – che la nostra tradizione letteraria era tutt’altro che trascurata dallo scapigliato. Ne nota l’interesse per la metrica, con un tentativo di versi alla greca che precedono le odi barbare di Giosuè Carducci. Per le letterature straniere, la parte del leone spetta a quella francese, ma senza dimenticare la grande ispirazione del Faust di Goethe, trasposto nel suo Mefistofele. Nel saggio dedicato all’opera teatrale (nel 1997, per omogeneità lo anticipo qui) Paolini indica la propria preferenza per la versione originaria, quella bocciata dal pubblico nel 1868, rispetto alla «riduzione» del 1875: «La prova di un ripiegamento, di una concessione ai gusti del pubblico tradizionalista e dei critici filistei, sostanzialmente di una rinuncia dovuta a perdita di fiducia».

Al 1988 risale il saggio su Cesare Cantù narratore, un autore esaminato con la consueta acribia, che lo porta a esprimere – oltre al giudizio critico sopra riportato – una sostanziale bocciatura stilistica. Ancora un minore, Ciro di Pers, viene analizzato con precisione (sempre 1988) sia dal punto di vista contenutistico che stilistico-metrico, diventando un esempio di riabilitazione artistica – dopo la condanna dell’antologia di Benedetto Croce sui Lirici marinisti del 1910 («una crestomazia alla rovescia») – come dimostra il giudizio finale: «Uno dei poeti più interessanti del nostro Seicento».

Un piccolo salto di anni, siamo al 1995, e trovo il lavoro sul capitolo XIX dei Promessi Sposi, quello del dialogo tra il padre provinciale e il conte zio, che porta all’allontanamento da Pescarenico di fra Cristoforo. Ma devo riconoscere che le riflessioni qui espresse erano già nella mente di Paolini quindici anni prima, quando ne fece oggetto di una memorabile lezione al liceo. Il lamento sulla corruzione che la scuola provocava anche di un capolavoro come quello manzoniano (osservazione che attira l’attenzione del curatore Milanini nella prefazione) era stato occasione di ilarità generale nella classe. Di questo studio mi piace sottolineare ancora il richiamo all’etica: «Dopo la denunzia gravissima che queste pagine contengono della corruzione morale e politica della società italiana (una costante che non riguarda solo il Seicento, puntualizza Paolini) come si fa a prendere il Manzoni per un conservatore e il suo libro per reazionario?» E sottolinea la carica autenticamente rivoluzionaria di queste pagine, di quella sola rivoluzione che può decidere tutto, quella delle coscienze. E conclude l’analisi: «Il cap. XIX, con la ricognizione del male nella politica e nella società, documenta che la grandezza del Manzoni come uomo e come scrittore si colloca appunto nella convergenza di una lucida dimensione intellettuale e di una risentita coscienza etica».

L’accuratissima analisi metrica e stilistica dei madrigali di Torquato Tasso e di Giambattista Marino (saggio del 1998), permette al critico di dimostrare che – a parte l’ovvio riferimento al magistero di Francesco Petrarca – i poeti barocchi filtravano la tradizione poetica attraverso l’esperienza tardorinascimentale del Tasso. Di questo testo mi pare importante segnalare una nota, segno dell’apertura culturale e delle capacità interpretative di Paolini: «A me pare che la figuratività manieristica e barocca costituisca spesso un’anticipazione della moderna tecnica cinematografica; elemento comune è la spettacolarità, come tendenza dell’immagine ad accamparsi in primo piano, facendo a meno della mediazione intellettualistica o del giudizio etico, a farsi insomma essa stessa messaggio, non veicolo di un messaggio».

Più complesso lo studio sugli animali nelle opere di Giacomo Leopardi, pubblicato nel 2000 ma tra gli atti di un convegno del 1998. È lo studio più corposo di tutto il libro: Paolini – esaminando un’amplissimo numero di scritti, dalle riflessioni del contino dodicenne allo Zibaldone e alle ultime poesie – analizza la compresenza di tre componenti: osservazione diretta della realtà, valore simbolico-allegorico e tradizione letteraria, che Leopardi padroneggiava fin nei testi meno famosi (come il Cinegetico di Senofonte). Se la tendenza che emerge, in un’analisi cronologica dei testi, «è verso una considerazione omnicomprensiva di tutti gli esseri viventi come votati all’infelicità», lo stesso Paolini deve riconoscere che non si riesce (suo obiettivo dichiarato) a «ricostruire in dimensione cronologica il tracciato delle opinioni leopardiane». L’analisi peraltro rivela anche alcune aporie nel pessimismo del poeta-filosofo: nell’attribuzione di pensiero alla materia (p. 111) o nella polemica antiplatonica sull’innatismo (p. 124). Il che mi conferma che è preferibile leggere Leopardi come grande poeta piuttosto che apprezzarne il pensiero di filosofo.

Nel saggio sul Principe di Niccolò Machiavelli (anno 2000) Paolini esamina la scelta di comporre l’opera come trattato e non come dialogo, una forma che «recupera la fiducia antica greco-latina nella fruttuosità dell’interscambio tra domande e risposte da cui può derivare la verità» alla maniera socratica (interessante l’osservazione machiavelliana sull’importanza di porre le domande giuste, un consiglio che vale anche per le interviste dei giornalisti). Qui nella smania di istruire il principe e spingerlo all’azione per liberare l’Italia dai barbari, osserva Paolini, Machiavelli «tende a mostrarsi convinto di essere arrivato a possedere la verità» anche se nell’argomentazione appare «un dialogo latente ma serrato», che «nonostante il carattere fortemente assertivo degli enunciati machiavelliani» rivela ancora «perplessità e incertezze». Al contrario nelle opere successive, come l’Arte della guerra, «la struttura del dialogo finisce per essere poco più che un espediente retorico e letterario, in quanto in esse l’autore è così convinto delle proprie idee da non ammettere vero contraddittorio». Paolini spiega come «cominci a entrare in crisi l’antica fiducia di molti scrittori di dialoghi, soprattutto del Quattrocento, convinti che la verità possa (debba) essere cercata insieme, tra uomini di cultura, e giunga alla fine di una insostituibile ricerca comune, che è anch’essa un valore, come la verità raggiunta».

L’evidente simpatia con cui Paolini guarda a Benvenuto Cellini (studio pubblicato nel 2000) non gli impedisce però di notare le debolezze formali delle sue Rime, e di una in particolare – da provetto pianista – non sa capacitarsi: «Non posso fare a meno di chiedermi come sia stato possibile che uno come lui, che da giovanotto aveva studiato musica, da adulto, scrivendo versi, incorra in vistose ipermetrie e sia incapace di sentire a orecchio se un endecasillabo suona bene o è irregolare».

Concludendo l’ordine cronologico, ecco lo studio (uscito postumo nel 2004) sulla botanica manzoniana. Anche in questo caso, la scrupolosa analisi di Paolini parte delle poesie prima della conversione per passare agli Inni sacri e all’Adelchi e finire con alcuni passi dei Promessi Sposi. Mi limito alle osservazioni sul romanzo, già abbondanti. Innanzi tutto il critico segnala che «Manzoni confronta il destino degli uomini con quello dei vegetali cogliendo le analogie strette, quasi l’assimilabilità». Due gli esempi principali: Renzo che si perde nel bosco durante la fuga da Milano (cap. XVII) e la descrizione della vigna di Renzo (cap. XXXIII). Nel primo caso «la vegetazione abbandonata a se stessa fa paura proprio perché sottratta ad ogni controllo, divenuta estranea all’uomo, anzi ostile». Del secondo passo (anch’esso oggetto di una bella lezione in classe al liceo) Paolini non solo esamina con accuratezza le fonti: oltre ai brani scritturistici di Isaia e dei Vangeli, e ad alcuni classici come Cicerone e Virgilio, individua gli scrittori secenteschi Paolo Segneri e Daniello Bartoli per «certe minuziose e lavoratissime descrizioni» e un testo sfuggito ai commentatori come la Proposta di Vincenzo Monti. Ma, a livello di significato, Paolini concorda con Giorgio Bàrberi Squarotti per indicare il passo come «uno straordinario esempio di botanica volta al morale». Non solo le colpe degli uomini causano l’abbandono della natura in uno stato degradato, come suggeriva l’illustre critico, ma – aggiunge Paolini – «la natura vegetale così abbandonata a se stessa e degradata è anche un segno e un exemplum da meditare su che cosa può diventare l’umanità stessa se si allontana dal progetto divino: quelle piante insomma siamo noi».

A conclusione noto un singolare contrasto e un parallelismo. Paolini aveva analizzato le presenze animali in Leopardi, valutandole più significative di quelle vegetali e osservando che anche nella Ginestra, «unico titolo dedicato a una pianta sono più numerose le presenze animali che quelle vegetali». Segnala che viceversa la natura «animale soffre di una strana rimozione dal mondo dei versi manzoniani» mentre, come si è appena visto, sono numerosi i segni della passione del romanziere lombardo per la botanica, interesse che lo occupava anche concretamente, nel parco della villa di Brusuglio. Per entrambi, Paolini indica la possibilità di analizzare su tre livelli la presenza del mondo animale o vegetale: una attenta osservazione diretta, l’uso delle fonti letterarie e il significato simbolico-allegorico.

L’amato Dante

Se si può avanzare una critica alla silloge pubblicata da Cisalpino è la mancanza di uno studio dedicato a Dante Alighieri, l’autore più amato da Paolini, che conosceva a memoria la Divina Commedia. Ho voluto rimediare, andando a leggere il saggio Dante di fronte ai classici latini. Quattro schede che apre il volume miscellaneo Le varie fila. Studi di letteratura italiana in onore di Emilio Bigi (a cura di Fabio Danelon, Hermann Grosse e Cristina Zampese) pubblicato nel 1997 dalla casa editrice Principato.

La ricerca delle fonti latine nella Commedia vanta una lunga storia. Nelle quattro schede sui personaggi di Casella, Caronte, Caco e Stazio, Paolini è molto accurato nel riconoscere il riutilizzo di immagini, temi e anche aspetti fonico-metrici che Dante desume da un solo autore o da un insieme di suggestioni. Il più presente è ovviamente Virgilio, ma anche Ovidio delle Metamorfosi, Lucano e Stazio tra i poeti, e Livio e Agostino nella prosa hanno parte nelle osservazioni di queste “quattro schede”. Nel puntuale argomentare del critico mi piace segnalare un paio di suggestioni: innanzi tutto la dimostrazione – attraverso precisi richiami – che Annibal Caro, nella sua traduzione dell’Eneide (1560-66), mostra di “filtrare” il testo virgiliano attraverso l’esempio e il riutilizzo che ne aveva fatto Dante. In secondo luogo, vista l’assenza di Stazio nel Limbo e – viceversa – i molteplici richiami al poeta epico latino a partire da Inferno XIV, Paolini suppone che la sua conoscenza da parte di Dante «sia stata approfondita successivamente a quei primi canti (in particolare al IV) in modo sempre più intenso e coinvolgente, come dimostrano la fruizione ripetuta e compiaciuta già nell’Inferno di episodi della Tebaide e dell’Achilleide». E che Stazio sia da considerare un poeta grande quanto i sommi incontrati nel Limbo (Omero, Orazio, Ovidio e Lucano) lo rivela anche il gioco di rime senno:fenno:cenno di Inf. IV 98-102 esattamente invertite in Purg. XXII 23-27. Siamo all’inizio del discorso di Stazio in cui viene celebrato solennemente Virgilio, non solo come poeta, ma come ispiratore della sua conversione, che gli garantisce la salvezza eterna.

Nel saggio dantesco, che ho citato solo sommariamente ma che è ricco di approfondimenti, sento sia il profondo studio che il professor Paolini aveva dedicato al nostro sommo poeta, sia la passione che sapeva trasmettere nelle sue lezioni.

«Codice deontologico dei medici, un punto fermo»

Alla luce della dichiarazione dell’Associazione medica mondiale contro eutanasia e suicidio assistito dal medico, l’intervista con il coordinatore della Consulta deontologica della Fnomceo, Pierantonio Muzzetto, per fare un bilancio sul recente convegno di Parma. Il mio articolo è stato pubblicato ieri su Avvenire nelle pagine della sezione È vita

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Il logo della Associazione medica mondiale

«Si riafferma con chiarezza come suicidio assistito ed eutanasia siano estranei al medico». Commenta così Pierantonio Muzzetto, presidente dell’Ordine dei medici di Parma e coordinatore della Consulta deontologica nazionale della Fnomceo (Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri), la dichiarazione della Associazione medica mondiale (World medical association, Wma) sottoscritta pochi giorni fa a Tiblisi (Georgia) e che ribadisce che nessun medico dovrebbe essere obbligato a praticare l’eutanasia né ad aiutare un suicidio assistito. Parole che confermano quanto emerso al convegno sul suicidio assistito organizzato come giornata di studio e confronto dal gruppo di lavoro della Consulta deontologica e dall’Ordine dei medici di Parma, con il patrocinio della Fnomceo, in relazione all’ordinanza 207/2018 della Corte costituzionale (in attesa del testo della sentenza del 25 settembre 2019). La Wma precisa che non agisce contro la deontologia un medico che rispetta la volontà di un paziente di rifiutare le cure, anche se ciò comporta un esito fatale della malattia.

Che cosa pensa della dichiarazione della Wma contro l’eutanasia e il suicidio assistito da un medico?

La dichiarazione della Wma rispecchia quanto già acclarato e sul piano del principio consolida il presupposto etico delle beneficialità delle cure e anche, allo stesso tempo, la rispettosa posizione verso la determinazione del paziente nell’accettarle o meno. E riconosce al malato il diritto dell’esercizio del consenso e l’autodeterminazione a disporre della propria vita e della propria salute in qualsiasi momento. Sul piano etico si rafforza ulteriormente la posizione di garanzia del medico e si riaffermacon chiarezza come suicidio assistito ed eutanasia siano estranei al medico e al suo essere, così da escluderli dalla declinazione dell’atto medico. Concetti e presupposti che trovano espressione in alcune relazioni presentate e nei presupposti finali del convegno di Parma, dove ha avuto ruolo la precedente espressione del Wma dello stesso tenore.

Tornando al convegno di Parma, quali conclusioni ne trae?

Sono state presentate le varie posizioni di una riflessione ad ampio spettro sulle problematiche sollevate dalla depenalizzazione del suicidio assistito in talune specifiche circostanze indicate dalla Corte costituzionale. Le diverse anime della Fnomceo si sono trovate d’accordo sulla prevenzione dell’atto suicidario, e sulla necessità di diffondere la palliazione e la terapia del dolore. D’altro canto è apparsa problematica la posizione della figura del medico di fronte all’ipotesi di aiutare nel suicidio; però al convegno è emerso che il suicidio può essere “socialmente” assistito, se la società così vorrà, piuttosto che medicalmente assistito. Anche perché il Codice deontologico ce lo vieta.

Manca la sentenza, ma il dibattito parlamentare è già in corso. Che cosa chiedete a una futura legge?

Nell’audizione alla Camera in rappresentanza della Fnomceo ho chiesto che non ci sia una dicotomia tra mondo parlamentare e mondo medico. Su questo tema noi medici siamo particolarmente esposti: credo che il Parlamento debba avere un’interlocuzione continua con noi, almeno a livello nazionale, con la Fnomceo, che rappresenta tutti i medici. Credo che dal confronto e dall’individuazione delle problematiche possa scaturire una legge rispettosa dei principi che regolano l’agire del medico nella società, secondo i criteri della Dichiarazione universale dei diritti umani e nella Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Che cosa comporterebbe una legge che imponesse ai medici l’aiuto nel suicidio? O lo prevedesse tra le prestazioni del Servizio sanitario?

La posizione Fnomceo oggi è ferma sui principi del Codice deontologico, ma siamo in una fase di attenta e profonda riflessione a 360 gradi, pronti a ragionare con tutti nella società, e il convegno di Parma lo ha dimostrato. Alla Camera abbiamo portato la posizione approvata a marzo dalla Consulta deontologica, che ha ribadito come la “stella polare” della nostra professione sia il Codice deontologico, che all’articolo 17 prescrive che «il medico anche su richiesta del paziente, non deve effettuare né favorire atti finalizzati a provocarne la morte». Ricordo che il valore del Codice deontologico per il medico è stato riconosciuto dalla legge 3/2018 sul riordino delle professioni sanitarie. E a chi in Parlamento ci ha chiesto di cambiarlo ho risposto che i suoi principi hanno più di 2mila anni di storia e sono tuttora validi. Di fronte a una legge in contrasto con il nostro Codice deontologico rivendicheremmo il diritto all’obiezione di coscienza.

Altrettanto un problema sarebbe prevedere il suicidio all’interno del Servizio sanitario perché la legge 833 che lo ha istituito dice tutt’altro. Penso che il vero “nodo” in Italia nel fine vita sia garantire le cure palliative, compresa la sedazione profonda, visto che i dati della Società italiana delle cure palliative (Sicp) segnalano che – nonostante la legge 38/2010 – sono disponibili, e in modo disomogeneo, per il 20% di coloro che ne avrebbero bisogno, e per poco più del 14% in pediatria.

 

«Non aiuteremo i suicidi». I medici si chiamano fuori

A Parma, un convegno patrocinato dalla Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoioatri (Fnomceo) ribadisce che la categoria dedita a combattere le malattie non vuole diventare strumento di morte. Questo il mio articolo pubblicato sabato 19 ottobre su Avvenire.

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I medici rifiutano di rimanere con il cerino in mano nelle situazioni estreme che possono portare un paziente a richiedere di essere aiutato nel suicidio. È la posizione che la Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fnomceo) ha ribadito ieri nel convegno nazionale organizzato dall’Ordine di Parma, con giuristi, medici e bioeticisti, per parlare di suicidio assistito alla luce dell’ordinanza 207 del 2018 della Corte costituzionale (e della sentenza del 25 settembre scorso di cui si aspetta il testo completo). Il convegno è stato propedeutico all’ulteriore riflessione che la Consulta deontologica nazionale (Cdn) e il Comitato centrale Fnomceo porteranno avanti nei prossimi mesi.

«Il medico ha per missione quella di combattere le malattie, tutelare la vita e alleviare le sofferenze – sottolinea Filippo Anelli, presidente Fnomceo –. Quello del suicidio assistito è quindi un processo estraneo a questo impegno». «Stella polare che guida la nostra categoria – aggiunge Pierantonio Muzzetto, presidente dell’Ordine di Parma e della Cdn Fnomceo – è infatti la deontologia, che vede al centro il rispetto dei valori della vita del paziente e della sua dignità, nel vivere come nel morire, non accettando d’essere pedine di una legislazione che non tenga conto della coscienza del medico, che segue la logica del fare il bene del paziente sia nella malattia sia nella fase della terminalità».

A conforto della sensibilità tradizionale del mondo medico sono venuti i dati forniti da Carlo Petrini, direttore dell’Unità di bioetica dell’Istituto superiore di sanità, che ha mostrato come l’Associazione medica mondiale abbia più volte rifiutato come contraria all’etica la partecipazione del medico sia all’eutanasia sia al suicidio assistito «anche se la legislazione nazionale lo consente o depenalizza la pratica a determinate condizioni». E ha ricordato che i princìpi ispiratori del Servizio sanitario nazionale, espressi dall’articolo 1 della legge 833/78, sono solo promozione, mantenimento, recupero della salute fisica e psichica.

Tra i giuristi, Andrea Nicolussi (Università Cattolica di Milano) e Stefano Canestrari (Università di Padova) hanno proposto posizioni opposte su quanto espresso dalla Corte. Nicolussi ha ricordato che si rischia di entrare in contraddizione con l’ordinamento giuridico che favorisce chi evita un suicidio o soccorre unmancato suicida; Canestrari ha invece sottolineato il maggior peso che – secondo l’articolo 32 della Costituzione – deve avere il diritto dell’individuo rispetto all’interesse della collettività. Più critico di tutti Gianfranco Iadecola, già magistrato di Cassazione, che ha osservato come la Consulta sia intervenuta prescindendo dal ruolo del medico e dai suoi doveri deontologici. E a differenza di quanto la stessa Corte aveva deciso in precedenza, tutelando libertà e autonomia terapeutica del medico, in questo caso «fa politica legislativa ». La decisione di «garantire al paziente un diritto soggettivo che legittima una pretesa di assistenza al suicidio» ha come conseguenza di stravolgere la posizione di garanzia e lede «l’autonomia tecnico-operativa del medico, che ha fondamento negli articoli 9 e 33 della Costituzione. Mai il medico è stato obbligato a eseguire un trattamento che non condivide, salvo che sia in gioco la vita».

Ha concluso Fulvio Borromei, presidente dell’Ordine di Ancona: «Sono a disagio al parlare di suicidio assistito come prestazione medica quando non c’è piena applicazione delle leggi che garantiscono la salute ». Come la legge, più volte citata, sulle cure palliative, garantite solo a macchia di leopardo, ha ricordato Luciano Orsi, vicepresidente della Società italiana cure palliative (Sicp).

«Il suicidio assistito non è un atto medico»

Sul tema della depenalizzazione di alcuni casi di aiuto al suicidio decisa dalla Corte costituzionale, la mia intervista al presidente dell’Ordine dei medici di Roma, Antonio Magi, con la distinzione che per il medico il Codice deontologico non va contro, ma oltre la legge, rappresenta un vincolo in più. L’articolo è comparso su Avvenire ieri, giovedì 10 ottobre nelle pagine della sezione è vita.

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Antonio Magi

«Non può essere il medico a realizzare il suicidio assistito per un semplice motivo: non è un atto medico. Si chiama il medico o si va in Pronto soccorso quando si sta male, e il medico interviene per salvare la vita: quello è l’atto medico. La nostra stella polare è il Codice deontologico, che vieta di provocare la morte del paziente». Antonio Magi, presidente dell’Ordine dei medici di Roma, il più grande d’Europa per numero di iscritti (sono circa 42mila), ribadisce la posizione che dal mondo medico è stata esposta in modo quasi unanime da quando la Corte costituzionale, con l’ordinanza 207 del 2018, aveva chiesto al Parlamento di depenalizzare certe fattispecie dell’aiuto al suicidio: «Anche nella sentenza del mese scorso, la Corte si è ben guardata dall’indicare il medico come esecutore delle volontà di suicidio. E ritengo che non sarà facile cambiare il nostro Codice deontologico».

Dopo la sentenza della Corte costituzionale, i medici dovranno partecipare alle procedure del suicidio assistito?

Parlo da presidente di un Ordine dei medici, che è organo sussidiario dello Stato, e ha le sue regole legate all’etica della professione disciplinate dal Codice deontologico. E questo – all’articolo 17 – vieta al medico di procurare la morte del paziente, anche su sua richiesta. Il che non significa non assistere il malato nel migliore dei modi, cercando di non farlo soffrire, accompagnandolo non solo fisicamente ma anche psicologicamente al passaggio finale della vita. La Corte costituzionale è intervenuta a interpretare in modo moderno l’articolo 580 del Codice penale, che risale agli anni Trenta, quando apparecchiature e conoscenze mediche non avevano le possibilità tecniche di oggi per mantenere in vita persone in fase terminale di malattia. Osservi peraltro che la Corte costituzionale ha stabilito un principio giuridico, ma non ha indicato chi deve materialmente dare avvio al suicidio assistito. Noi possiamo fare la diagnosi, certificare che la malattia ha un esito letale, che il paziente è o non è in fase terminale: ma non aiutare nel suicidio.

La Consulta ha chiesto al Parlamento di intervenire. Ma se la legge indicherà il dovere del medico nella procedura di suicidio assistito?

La Corte costituzionale ha chiesto al Parlamento di fare una legge che rispetti una serie di condizioni. E se la legge indicasse il medico non credo che non possa riconoscergli l’obiezione di coscienza. Si tratta infatti di un atto che stravolge completamente il significato stesso di atto medico: il medico interviene per salvare una vita, andiamo dal medico o in Pronto soccorso se stiamo male. Ci dovrebbero spiegare perché dovremmo compiere un atto che è il contrario della nostra professione. La legge può decidere di incaricare un funzionario, un pubblico ufficiale, un militare, al limite un parente. Ma indicare un medico creerebbe enormi problemi. E non lo sottrarrebbe all’azione disciplinare per aver violato il Codice deontologico.

Quindi anche in presenza di una legge che incaricasse il medico, l’Ordine sanzionerebbe un proprio iscritto qualora questo si prestasse a realizzare un suicidio assistito?

Oggi, se all’Ordine dei medici arriva un esposto su un collega che si è prestato a questa operazione, non si può far altro che mandare il medico alla Commissione disciplinare. Sono contrari sia la parte proemiale del Codice, il giuramento di Ippocrate, sia l’articolo 3 che dice chiaramente che il medico deve salvaguardare la vita, sia l’articolo 17 che vieta espressamente questa pratica. Se non cambiasse il Codice deontologico, anche con una legge il procedimento disciplinare rimarrebbe.

Ma il Codice deontologico può essere contrario alla legge?

Intanto vorrei che prima di approvare una tale legge il Parlamento ci desse la possibilità di spiegare l’incoerenza di obbligare il medico a un atto che è l’opposto dei suoi doveri professionali. Ma, obiezione di coscienza a parte, l’obbligo del Codice deontologico resta: un conto è la depenalizzazione che vale per ogni cittadino, un altro è il comportamento eticamente rilevante di un medico. Come Ordine professionale abbiamo un Codice che autoregolamenta la nostra professione, un po’ come succede al Csm per i magistrati. Si può certo cambiare il Codice deontologico, ma non sarà facile: ci vuole un ampio consenso tra i presidenti degli Ordini, e credo che attualmente il consenso sia sul versante opposto, di riconoscere il nostro dovere di tutelare la salute e la vita e non procurare la morte. Pensi che anche di fronte a un aspirante suicida che ha mancato il suo obiettivo io medico ho il dovere di intervenire perché posso sempre pensare che nel frattempo potrebbe aver cambiato idea.

Anelli: l’aiuto al suicidio? Non è un compito di noi medici

All’indomani della decisione della Corte costituzionale, che ha ammesso la non punibilità dell’aiuto al suicidio in alcuni casi, la mia intervista al presidente nazionale degli Ordini dei medici, Filippo Anelli, comparsa su Avvenire lo scorso 27 settembre.

Syringe2«Da medici vogliamo essere esentati da una pratica che contrasta con la nostra millenaria missione di alleviare le sofferenze e combattere le malattie. Del resto la Corte costituzionale non ha cancellato il reato, e i nostri pazienti devono sapere che i medici saranno sempre accanto a loro per allontanare la morte e non per procurarla». Filippo Anelli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fnomceo), ribadisce la contrarietà dei medici italiani a farsi strumento di morte e puntualizza: «Non potrà non essere prevista l’obiezione di coscienza: se si devono rispettare i convincimenti profondi di ogni cittadino, tra questi ci sono anche i medici».

Che conseguenze ha per il medico la sentenza della Consulta?

Innanzitutto la Corte costituzionale non ha cancellato il reato: credo che sia importante per tanti soggetti deboli che hanno bisogno di tutela. Resta da decidere la procedura, che non esiste in Italia. E qui entra in gioco anche il ruolo del medico: siamo chiamati ad alleviare le sofferenze, e sicuramente chi si avvia verso una richiesta di suicidio esprime una profonda sofferenza, un grido di dolore. Ma noi medici vogliamo continuare a esercitare la professione considerando la malattia come avversario e la morte il nemico da allontanare il più possibile. In una futura legge, credo che le procedure che portano al suicidio non possano essere avviate da un medico: magari da un funzionario, che prenda atto della volontà del cittadino e verifichi i requisiti prescritti dalla Corte. Nel nostro Codice deontologico (art. 17) è fermo il divieto di effettuare o favorire atti finalizzati a provocare la morte del paziente, anche su sua richiesta.

Ma se la legge obbligherà il medico a partecipare al suicidio?

Naturalmente il Codice deontologico si deve armonizzare con le leggi e la Costituzione. Se la nostra proposta non dovesse essere accolta e i medici saranno costretti a partecipare al suicidio, è chiaro che dovranno essere salvaguardati con l’obiezione di coscienza. Un istituto già previsto nell’ordinanza 207 della Corte costituzionale dello scorso anno.

Si sa che quando è stabilito un diritto, ne discende un dovere per qualcun altro. Basterà per voi l’obiezione di coscienza?

Le leggi rappresentano l’orientamento della maggioranza dei cittadini, ma anche i medici sono cittadini. Le loro convinzioni, soprattutto quelle legate a principi etici custoditi nella propria coscienza, vanno rispettate. E la Corte costituzionale ha riconosciuto più volte il diritto all’obiezione. Come va rispettata la libertà di credo religioso, va anche rispettata la libertà di credere nei principi essenziali della vita secondo le proprie convinzioni.

La scelta del suicidio può rientrare nel diritto del cittadino a non essere curato?

Oggi sembra che il diritto all’autodeterminazione sia molto forte, e l’orientamento della Corte costituzionale sembra accogliere la tendenza a dire che il cittadino può decidere su tutto della propria vita, anche la morte. D’altra parte il suicidio assistito lo vuole oggi un’esigua minoranza. La Corte aveva già accolto il principio dell’autodeterminazione, ma di fronte a un’attività che toglie la vita a una persona, mi pare scontato che chi non la pensa come lei non possa essere obbligato.

Eppure alcuni medici, pochi per la verità, rifiutano la posizione della Fnomceo. Che cosa ne pensa?

Non solo il Codice deontologico della Fnomceo, ma anche l’Associazione medica mondiale dice che «rendere legale il suicidio assistito dal medico pone gravi problemi etici, clinici e sociali». La professione è unita e la nostra Consulta deontologica, che comprende tutte le sensibilità della professione, si è espressa in maniera unanime. Credo che la posizione dei colleghi sia nata da scarsa percezione delle motivazioni della posizione Fnomceo, che non entra nel dibattito sull’eutanasia, ma si esprime sull’attività del medico. E con gli Stati generali della professione abbiamo avviato una stagione di grande discussione sul ruolo del medico. Per continuare a dibattere, abbiamo già in programma un convegno sul suicidio assistito presso l’Ordine dei medici di Parma, il prossimo 18 ottobre. Ma quel che più conta è che il medico continui a essere percepito dal malato come colui che aiuta, sta accanto, toglie la sofferenza. Il malato non deve avere mai il dubbio che il medico possa decidere di porre fine alla sua vita.

Paola Bonzi, una vita per le mamme

La morte di Paola Marozzi Bonzi priva tante persone di un punto di riferimento. In primo luogo le centinaia di donne che ogni anno trovavano ascolto da lei nel Centro di aiuto alla vita fondato nel 1984 alla clinica Mangiagalli di Milano. Il Cav Mangiagalli ovviamente continuerà la sua attività, il personale e i volontari non mancheranno, e moltiplicheranno gli sforzi per essere vicini a tutte le donne che sono alle prese con una gravidanza che le preoccupa. Il suo slogan “Oggi è nata una mamma” (titolo anche del suo libro che riassume la storia del Cav Mangiagalli, edito da San Paolo nel 2009) ben rappresenta la sua passione incondizionata per le vite più fragili, secondo la missione del Movimento per la vita. E non serve sapere se sono stati 22mila o quanti i bambini nati da mamme che hanno superato le crisi che le attanagliavano grazie alle parole premurose e simpatetiche e all’aiuto ricevuto al Cav Mangiagalli.

Ma Paola Bonzi mancherà anche ai giornalisti. Ogni volta che si trattava di approfondire il tema delle maternità difficili e degli aiuti per evitare gli aborti, il suo era il primo nome che veniva in mente. E nonostante i mille impegni sul campo, la sua disponibilità a parlare con i giornalisti era pari alla capacità di mettersi all’ascolto delle donne lacerate e confuse (chissà quanto la sua cecità fisica le permetteva una visione più acuta dell’animo altrui), e alla tenacia con cui cercava le risorse economiche necessarie per portare avanti la sua meritoria impresa sociale. Era sorretta da una fede solida, ma non ostentata.

A parte qualche breve contatto telefonico, anch’io ebbi la possibilità di incontrarla quando, nella primavera-estate del 2013, realizzai una breve inchiesta per le pagine della Cronaca regionale di Avvenire visitando una quindicina di Cav lombardi. Mi ricevette a casa sua, con grande cordialità, e mi intrattenne per un paio d’ore, e più che snocciolare cifre (che pure non mancarono) mi fece partecipe del senso della sua missione, del suo amore per la doppia vita in pericolo: del bambino e della mamma. Non so se abbia apprezzato quanto scrissi: certamente era poco rispetto a quanto mi aveva trasmesso, alla sua passione instancabile. Ma lo spazio sui giornali è sempre tiranno, e il suo nome e il suo lavoro erano già ben noti ai lettori del nostro giornale. Mi piace però ricordare che non trascurava di essere vicina a chi aveva vissuto la drammatica esperienza di una interruzione di gravidanza. Mi disse: «È sempre dura l’elaborazione del lutto dopo un aborto: le donne hanno difficoltà col padre del bambino, con i medici, con le altre donne incinte. Penso che sia importante ricordare che per prevenire l’aborto occorre riempire la solitudine della donna ed essere solidali con lei: in questa città dove tutti vogliamo parlare, essere ascoltate è un po’ fuori del comune. Noi qui facciamo anche formazione permanente sull’arte dell’ascolto. Credo che l’ente pubblico dovrebbe porsi in quest’ottica: se si è intellettualmente onesti, non ci si può non porre domande. E guardi che poche donne che abortiscono sono spavalde, molte piangono. Per questo è importante essere presenti in ospedale, dove si fanno gli aborti: per offrire una vera possibilità di scelta».

A Paola Bonzi non si può che rivolgere un grazie incommensurabile. Pari al valore, altrettanto incommensurabile, di ogni vita che ha contribuito a salvare.

Farmaci, la concorrenza è parte della cura

Recensione del volume di Luca Arnaudo e Giovanni Pitruzzella sull’attività dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato nel campo dell’industria farmaceutica, sullo sfondo della recente sentenza del Consiglio di Stato che ha confermato la multa per due colossi del settore per attività anticoncorrenziale. L’articolo è stato pubblicato oggi su Avvenire, nelle pagine di Economia.

concorrenzaLa recente sentenza del Consiglio di Stato (n. 4990/2019, sezione sesta) che ha messo la parola fine alla vicenda Avastin-Lucentis (confermando la multa di circa 180 milioni di euro a carico di Roche e Novartis) è solo l’ esempio più recente, e forse dei più significativi, dell’azione dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato (Agcm) nel campo dell’ industria farmaceutica. Un settore poco esaminato fino a non molti anni fa, ma che tocca aspetti di notevole rilevanza per la giustizia sociale e la democrazia. Lo sottolinea il volume La cura della concorrenza. L’industria farmaceutica tra diritti e profitti (Luiss University Press, p. 167, 2019, 18 euro) opera dei giuristi e docenti universitari Giovanni Pitruzzella (dal 2011 al 2018 presidente dell’Agcm, ora avvocato generale presso la Corte di giustizia della Ue) e Luca Arnaudo, tuttora funzionario dell’Agcm.
Due i diritti in gioco: da un lato quello del cittadino di poter accedere ai migliori trattamenti che il progresso scientifico-tecnologico mette a disposizione, costituendo spesso la disponibilità dei farmaci un discrimine per esercitare la tutela della salute, principio fondamentale di molte carte costituzionali (compresa quella italiana) e di trattati internazionali. Dall’altro quello delle imprese di vedere tutelati sia i diritti di proprietà intellettuale della ricerca industriale sia gli investimenti effettuati per lo sviluppo di nuovi farmaci. Delineata brevemente l’evoluzione sia della produzione industriale dei farmaci sia del diritto antitrust, gli autori esaminano una serie di casi affrontati (e spesso sanzionati) dalle Autorità a tutela della concorrenza negli Stati Uniti, nell’Unione Europea e in Italia in relazione a tre condotte: intese tra imprese concorrenti, abusi del potere di mercato di un’ azienda, concentrazioni eccessive di potere economico perseguite attraverso fusioni e acquisizioni di imprese.
Il caso Avastin-Lucentis – illustrato nel volume – era stato sanzionato nel 2014 dall’Agcm. Entrambi i farmaci sono anticorpi monoclonali (il secondo è un frammento del primo), frutto della ricerca della statunitense Genentech. Avastin (commercializzato da Roche fuori dagli Usa) era stato registrato nel 2007 come antitumorale, ma ne era stata scoperta l’efficacia anche contro una grave malattia della vista, la degenerazione maculare senile (Dms), per la quale ne venne permesso l’ uso off-label (cioè fuori dalle indicazioni per le quali il produttore aveva chiesto l’ autorizzazione all’ immissione in commercio). Lucentis invece (commercializzato da Novartis fuori dagli Usa) nel 2008 era stato registrato per l’uso oftalmico, ma a un prezzo di gran lunga superiore a quello di Avastin (una iniezione di Avastin costava 80 euro, una di Lucentis quasi 25 volte di più). La presenza di un farmaco specifico fece decadere la possibilità di uso off-label di Avastin, che fu eliminato dalla rimborsabilità del Servizio sanitario. L’ indagine Agcm giunse alla conclusione dell’esistenza di una strategia concertata delle due aziende per mantenere indicato per uso oftalmico solo Lucentis, anche amplificando i dubbi sulla sicurezza di Avastin per uso oftalmico.
Va precisato che Roche controllava e poi acquisì Genentech, a cui Novartis pagava le royalty sulle vendite di Lucentis; in più Novartis è azionista al 30% di Roche. Ora le due aziende, pur rispettando la sentenza, hanno ribadito di avere sempre operato correttamente.
A parte i casi specifici, l’interesse del libro sta nell’aver illustrato una materia complessa ma molto più vicina alla vita dei cittadini di quanto si immagini (manca solo un capitolo che chiarisca l’attività dell’Agenzia italiana del farmaco e della European medicines agency). Tra le altre questioni affrontate, la difficoltà di calcolare il prezzo dei farmaci (che sono pagati in massima parte da enti pubblici), le controversie sulla durata della protezione brevettuale, la complessità delle istruttorie antitrust e l’aleatorietà delle sanzioni (la Ue ha multato per 60 milioni di euro nel 2005 AstraZeneca per aver ostacolato la concorrenza su un suo farmaco, che nel solo anno 2000 generò nel mondo un fatturato di 6 miliardi di dollari). L’ auspicio degli autori è che, avendo l’antitrust una funzione solo di sentinella, si giunga a un «piano normativo», a livello sovranazionale, in grado di garantire quella concorrenza che costituisce «un mezzo potente per garantire il soddisfacimento di diritti di accesso a beni essenziali», quali i farmaci.