Disabili, la battaglia per i diritti è ancora lunga

220px-Handicapped_Accessible_sign.svgUn catalogo, una serie nutrita di esempi di come le persone con disabilità – congenita, acquisita o provocata – siano state nel corso dei secoli il più delle volte maltrattate, quando non perseguitate o addirittura uccise, sotto i diversi cieli e nelle differenti epoche. Con l’aggiunta di luminosi esempi di individui che le hanno invece considerate per quello che sono: persone umane con la stessa dignità di tutti. Mi pare questo, in estrema sintesi, il contenuto di Diversi, il volume di Gian Antonio Stella, pubblicato da Solferino (la proposta editoriale del Corriere della Sera). Poco? Tanto? Non saprei. Certamente l’autore mostra un evidente disgusto per le discriminazioni e talvolta le violenze a cui i disabili sono stati e sono spesso sottoposti. Ma il sottotitolo del volume è del tutto fuorviante: La lunga battaglia dei disabili per cambiare la storia. Questa fine virtuosa non si riscontra né nel libro, né – ahimè – nella realtà. 

Una carrellata, dunque, di persone con disabilità di tutti i tipi, fisiche o mentali, e un panorama piuttosto variegato di atteggiamenti che loro riserva le società. Perché se è vero che «dall’antichità a oggi è cambiato il mondo», lo stesso Stella subito dopo aggiunge «meno però di quanto ci raccontiamo». Si avvicendano quindi storie di nani, di persone colpite dalle più varie malformazioni congenite o da disabilità psichiche, ma anche la storia di mutilati per chiedere elemosina o dei castrati per cantare con la voce bianca: con testimonianze a volte affidabili o contemporanee, altre volte aneddotiche o leggendarie. E un inevitabile ampio spazio dedicato all’eliminazione programmatica dei disabili portato avanti con Aktion T4 durante il nazismo.  

Stella si sofferma anche sugli aspetti numerici della disabilità: secondo stime dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) le persone disabili sarebbero oltre un miliardo. In Italia circa 4 milioni e mezzo, cui sono stati destinati – nel 2016 – circa 28 miliardi di euro, il 5,8 per cento del totale della spesa per la protezione sociale, l’1,7 per cento del pil. Ma il problema non è solo economico, anche se le risorse sono una necessità. Il problema è la «cultura dello scarto», come la definisce papa Francesco (di cui Stella cita l’Evangelii gaudium): «Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo, che si può usare e poi gettare». 

«Sarebbero migliaia, le storie da raccontare, per capire come la disabilità sia stata vissuta per secoli e secoli. Come sia stato difficile il percorso dei disabili per cambiare la storia». Questo assunto dell’autore, che dà il via alle decine di mini racconti, è però quanto mai discutibile. Non solo Stella stesso documenta come esistano tuttora molti pregiudizi, spesso coperti dall’ipocrisia del linguaggio politicamente corretto. Non basta infatti inorridire di fronte agli esempi di sevizie di cui sono stati vittime nel corso dei secoli le persone con malformazioni, che non solo rendevano loro impossibile il lavoro, ma che richiedevano moltissime cure. O stupirsi delle condizioni di isolamento cui venivano destinati i lebbrosi, vittime di una malattia contagiosa e per millenni senza cura: come ha dimostrato la recente pandemia, di fronte a una patologia trasmissibile, la società cerca di preservarsi più che badare al singolo individuo. Né risulta particolarmente utile sorridere delle spiegazioni più strane che nei secoli si sono offerte per giustificare le nascite “imperfette”, dalle colpe dei genitori alle implicazioni teologiche della presenza del male nel mondo.

Manca del tutto una riflessione storica, che segni come il progresso nel considerare di pari dignità e diritti tutti gli esseri umani resta ancora troppo spesso sulla carta. Ma è difficile dire che questo processo sia frutto di una battaglia combattuta dai disabili, quanto dalla riflessione dell’umanità nel corso degli ultimi decenni soprattutto. E con molte eccezioni. Si poteva richiamare la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (1948) che, dopo gli orrori dell’ultima guerra, stabilisce che «ogni individuo ha diritto alla vita». O la classificazione internazionale della funzionalità (Icf), il paradigma adottato dall’Oms per stabilire gli interventi da attuare nell’ambiente per ridurre la condizione di disabilità, un testo non a caso osteggiato da alcuni Paesi che non intendono essere impegnati a ridurre barriere (non solo architettoniche) e adottare facilitatori. O ancora la Convenzione dei diritti delle persone con disabilità (2006), peraltro contraddetta platealmente dalla piaga dell’aborto, che in molti Stati permette di eliminare i nascituri nel grembo materno. E anzi, quando se ne scopre qualche disabilità, spesso la legislazione è ancora più spietata, come in Gran Bretagna, dove la soppressione del bambino – se disabile – è permessa fino alla nascita. Così come le manipolazioni rese possibili dalla fecondazione assistita hanno favorito il diffondersi di pratiche eugenetiche, sfacciatamente difese da Peter Singer, ma tacitamente accettate e adottate da molti Stati, compreso il nostro. Discorsi eugenetici “liberali”, frutto della più o meno libera convinzione dei cittadini, si sono sentiti in Italia nel 2005 in occasione dei referendum sulla legge 40, ma tuttora emergono quando viene rivendicato il “diritto” al figlio sano. E proprio alcune categorie di disabili, per esempio le persone con sindrome di Down, aldilà degli esempi anche edificanti ricordati da Stella (tra cui l’amore di Charles De Gaulle per la figlia Anne), sono bersaglio privilegiato di questa esclusione dal diritto alla vita, il primo e fondamentale diritto che una società dovrebbe garantire a tutti i suoi cittadini, specie ai più deboli.

Citare – come fa Stella – alcuni esempi di persone straordinarie, come Henry Toulouse-Lautrec, Giacomo Leopardi, Michel Petrucciani o Stephen Hawking, che si sono distinte nel mondo nonostante disabilità fisiche molto gravi, non basta alla causa dei disabili, non dimostra che hanno vinto la battaglia «per cambiare la storia». Il libro resta un catalogo variopinto: il progresso della società nell’accoglienza di ogni essere umano, che pure in parte c’è stato, è però ben lontano dall’essere consolidato ed essere diventato patrimonio comune. E avrebbe richiesto altri approfondimenti.

Ricerca italiana: i raggi solari inattivano il Sars-CoV-2

In questo mio articolo, pubblicato domenica 28 giugno su Avvenire, parla Mario Clerici, immunologo dell’Università di Milano e direttore scientifico dell’Irccs Santa Maria Nascente di Milano della Fondazione Don Gnocchi

DSCN5067La possibilità che la stagione calda riduca il contagio o indebolisca il Sars-CoV-2 è già stata discussa e confermata da alcune ricerche. Ma lo studio condotto a Milano in collaborazione tra immunologi e astrofisici ha permesso di dimostrare che è il fattore specifico dell’irraggiamento solare ad avere la capacità di neutralizzare il coronavirus nelle goccioline di saliva, i famosi “droplet” che diffondono il contagio. Pubblicati in preprint sull’archivio internazionale medrxiv, nella sezione dedicata al Covid-19, i due articoli (cui sta per aggiungersene un terzo) sono frutto del lavoro di ricercatori dell’Irccs Fondazione Don Gnocchi di Milano, dell’Università degli Studi di Milano, dell’Istituto nazionale di astrofisica e dell’Istituto nazionale dei tumori. 

Il testo completo – con i link agli articoli scientifici – è disponibile sul sito di Avvenire

Covid-19, le tre strade per il vaccino

Sul tema del vaccino contro il Sars-CoV-2, questa è la mia intervista a Rino Rappuoli, direttore scientifico di Gsk Vaccini, pubblicata sabato 10 maggio su Avvenire

Siena, il Palazzo comunale con la Torre del Mangia

«La cooperazione per produrre un vaccino contro la pandemia è fondamentale. E credo che sia importante anche la raccolta fondi promossa dalla Ue sia per l’acquisto delle dosi, sia per lo sviluppo industriale connesso. Ci auguriamo di avviare la produzione su larga scala nella seconda metà del 2021». Rino Rappuoli, direttore scientifico di Gsk Vaccini e docente di Ricerca vaccini all’Imperial College di Londra, da oltre trent’anni è l’anima del polo di ricerca di Siena che – con diversi passaggi di proprietà – ha mantenuto nei vaccini un ruolo leader a livello mondiale. A lui si devono sia il primo vaccino acellulare contro la pertosse negli anni Novanta, sia più di recente – con l’invenzione della reverse vaccinology – il primo vaccino contro il meningococco B. A Siena ha dato vita al Gsk Vaccines Institute for Global Health per lo studio di vaccini contro malattie dei Paesi poveri: già sviluppati quelli per il tifo e per la Shigella, batterio che causa una grave dissenteria.

Cosa serve per un vaccino contro il Covid-19?

Fino a 10 anni fa, bisognava isolare il virus, farlo crescere, attenuarlo, ucciderlo e iniettarlo. Era un processo lunghissimo. Grazie alla reverse vaccinology, tecnica innovativa basata sul sequenziamento del genoma, può bastare una settimana per il disegno del vaccino in laboratorio. Sars-CoV-2, virus a Rna, ha sulla superficie un antigene che è un buon target: la proteina spike, responsabile della tipica corona.

Trovato l’antigene, che strade ci sono?

Ci sono circa 170 sperimentazioni al mondo, ma produrre il gene rappresenta solo il 10% del lavoro. Si provano tre modalità: un gene sintetico per ottenere un vaccino a Rna; oppure mettere il gene in un vettore virale; la terza soluzione è mettere il gene in una cellula di mammifero, esprimerlo e realizzare il vaccino basato sulla proteina.

Quali le differenze fra le tre soluzioni?

La prima è una tecnologia nuova (usata da Moderna negli Stati Uniti), veloce, che ha permesso di arrivare alla fase clinica in tempi molto rapidi. Sono fiducioso che funzionerà, ma finora non esistono vaccini sviluppati con questa tecnologia, né è stata ancora verificata la possibilità di produzione in grandi quantità. Poi ci sono i vaccini a vettori virali: nel virus viene inserito un gene che fa sintetizzare la proteina da cui ci si vuole difendere. La proteina verrà “esposta” sulla superficie della cellula, il sistema immunitario imparerà a riconoscerla e si preparerà a costruire anticorpi. Il più noto è quello di Oxford (Regno Unito); in Italia c’è quello di Reitera, a Pomezia (Roma), presto in prove cliniche. Sono vaccini un po’ più maturi di quelli a Rna (a dicembre è stato registrato quello contro Ebola), però è difficile dire se con questa tecnologia produrranno centinaia di milioni di dosi. Il terzo tipo sono vaccini fatti di proteine, di cui abbiamo la maggiore esperienza e hanno immunizzato centinaia di milioni di persone: proteine ricombinanti iniettate assieme a un adiuvante (che serve a potenziare l’effetto del vaccino). Di questi vaccini possiamo produrre centinaia di milioni di dosi.

Che vaccino state studiando a Siena?

Di fronte alla pandemia, in Gsk abbiamo valutato che fosse meglio unire le forze. Siamo una delle due aziende al mondo con un adiuvante già registrato per i vaccini pandemici (ci sono voluti 15 anni per realizzarlo), e la scelta è stata di metterlo a disposizione per chi avesse un candidato vaccino affidabile e promettente. Abbiamo fatto alleanze con tre aziende cinesi, una australiana, altre in Europa e negli Stati Uniti, così da aumentare le possibilità di avere un vaccino. L’ultima è quella con Sanofi: due aziende che di solito competono si sono messe insieme per trovare una soluzione. Sanofi può produrre centinaia di milioni di dosi della proteina, Gsk dell’adiuvante.

Che tempi prevede per la messa sul mercato del vaccino?

C’è la disponibilità delle agenzie regolatorie di accelerare al massimo le procedure, ma il vaccino deve essere sicuro. Con Sanofi contiamo di registrarlo a metà del 2021 e produrlo su grande scala subito dopo.

Quanto è utile la raccolta fondi Ue?

Molto, perché finora sembra prevalere il protezionismo. Gli Stati Uniti premono per finanziare il vaccino e averlo per primi, inclusa la produzione. Altri Paesi sono sulla stessa linea. Sarebbe importante se l’Europa riuscisse a raccogliere i fondi necessari per acquistare il vaccino e aiutarne lo sviluppo. Oltre all’aspetto sanitario, avere impianti per produrre il vaccino potrebbe dare occupazione ed è un volano di crescita.

 

Sanità, il modello lombardo si merita un processo equo

La Lombardia è tra le regioni trainanti del Paese dal punto di vista economico. E la sua sanità è considerata un fiore all’occhiello, in particolare per gli ospedali di alta specializzazione. Eppure l’epidemia di Covid-19 ha messo in crisi molte certezze, fino a portare il ‘modello lombardo’ sul banco degli imputati. È un processo giusto?

«Se guardiamo ai risultati in termini di salute, quelli della sanità in Lombardia sono tra i migliori in Italia – commentaAlessandro Solipaca, direttore scientifico dell’Osservatorio sulla salute delle Regioni italiane –. Partire dai morti di Covid-19 per contestare la validità della sanità lombarda è pretestuoso: indicatori come la speranza di vita, la percentuale di malati cronici, la mortalità precoce e la mortalità evitabile, sono tra i migliori del Paese». Il modello sanitario lombardo riceve critiche soprattutto per la novità macroscopica, avviata dalla riforma Formigoni del 1997 (poi ritoccata nel 2009), di stabilire una sostanziale parità nel-l’offerta ai cittadini da parte degli ospedali pubblici e di quelli privati, rimborsati allo stesso modo dalla Regione. Nel 2015 la legge Maroni ha poi cercato una maggiore integrazione tra settore sanitario e sociale.

Conosce bene l’ambiente ospedaliero Alberto Scanni, oncologo, una lunga esperienza in posizioni di vertice in diversi ospedali, dall’Istituto dei tumori con Veronesi al Sacco di Milano: «In Lombardia c’è una grande presenza di ospedali di eccellenza, ottima ricerca, anche per patologie difficili, ma meno attenzione alla medicina territoriale – spiega –. La criticità maggiore è aver parificato la sanità pubblica a quella privata, ma è stata una sussidiarietà zoppa. Mentre il pubblico stringe la cinghia, il privato ha la possibilità di fare utili scegliendo le prestazioni più remunerative, e grazie a un’agilità gestionale sconosciuta al settore pubblico, può rispondere con maggior velocità alle richieste. Ci sono stati sia un’esagerazione nel dare accreditamenti sia insufficienti controlli, che dovrebbero essere eseguiti da comitati di esperti indipendenti, svincolati dal potere politico». Inoltre nel pubblico la contrazione delle risorse ha portato alla riduzione di organici e posti letto, e alcuni dei migliori primari sono ‘scappati’. Invece una vera sussidiarietà, sostiene ancora Scanni, si dovrebbe basare sull’integrazione, e non sulla concorrenza delle due offerte. «La sanità lombarda non è esente da difetti – ammette Giancarlo Cesana, storico leader di Cl, già docente di Igiene all’Università di Milano Bicocca ed ex presidente della Fondazione Irccs Policlinico di Milano-Cà Granda – ma non risolve nulla l’attacco ideologico e politico alla riforma di Formigoni, che ha stabilito un principio di sussidiarietà in base al quale pubblico non è solo statale, ma chi fa servizio pubblico, come nel sistema dell’istruzione con le scuole paritarie». Il risultato è che in Lombardia «c’è il 30% di sanità privata a servizio del pubblico grazie a grandi ospedali, che sono un fenomeno principalmente lombardo. Questi istituti hanno migliorato l’assistenza ospedaliera, e lo conferma il fatto che da molte regioni, e persino dall’estero, vengono a farsi curare qui. E se il privato è in sospetto di rubare, si può controbattere che il pubblico spesso spreca».

Una questione potrebbe dunque riguardare il miglioramento dei controlli sul livello delle prestazioni fornite da chi è accreditato. Ma accanto ai grandi ospedali c’è il privato sociale, come le strutture sanitarie e sociosanitarie gestite dalle suore cappuccine di madre Rubatto (tre in Lombardia) di cui suor Anna Maria Villa, medico, è la rappresentante legale. «Il nostro impegno – spiega – riguarda il sostegno a fragilità, cronicità, riabilitazione, assistendo pazienti che liberano posti letto nell’ospedale: l’oncologia che segue la tossicità indotta dalla chemio, l’ortopedia che cura le patologie ‘minori’ della spalla o del piede». Al centro c’è solo il paziente: «Si tratta di prestazioni con una tariffa di rimborso spesso bassa, ma verso fine anno, quando si raggiunge il tetto del budget riconosciuto dalla Regione, continuiamo a fare le prestazioni, che se omesse metterebbero a grave rischio la salute, a carico nostro».

P er la sanità territoriale il problema maggiore sono le patologie croniche, che la Regione ha dapprima affrontato con i Creg (Chronic related groups) poi con la legge regionale 23/2015, che ha diviso il territorio in otto Agenzie di tutela della salute (Ats), abolendo le vecchie Asl provinciali e ha trasformato l’ospedale in Asst (Azienda socio sanitaria territoriale). «I Creg hanno anticipato il piano nazionale della cronicità – spie- ga Gianluigi Spata, medico di famiglia e presidente della Federazione regionale dei 12 Ordini provinciali dei medici e degli odontoiatri (Fromceo) –. Nei Creg la programmazione delle cure del paziente cronico veniva attribuita ai medici di famiglia tramite piani di assistenza individuali e sperimentazioni di telemonitoraggio, con una tariffa definita a seconda dei raggruppamenti di patologia». I risultati della sperimentazione apparvero incoraggianti, e la riforma del 2015 ha riproposto questo strumento come Presa in carico (Pic) affidata, all’inizio, alla Asst. Qui un clinical manager ospedaliero doveva proporre al paziente un Piano assistenziale individuale (Pai), rinnovato annualmente, con la prescrizione di visite specialistiche ed esami, ma di fatto fu un ruolo che le Asst non svolsero quasi mai. «Quindi fu concesso di proporsi come ‘gestori’ – puntualizza Spata – anche alle cooperative dei medici di famiglia che avevano gestito la sperimentazione Creg, confermando che la gestione della cronicità doveva avvenire a livello territoriale». La riforma Maroni ha delegato la governance alle Ats e l’erogazione pubblica alle Asst, mantenendo la programmazione a livello regionale. «Ma nelle Asl – osserva Spata – c’era un Dipartimento della prevenzione che poteva contare sui distretti e su un maggiore organico dedicato e su un miglior collegamento con i medici. Ora la prevenzione è stata demandata all’Ats, ma le prestazioni alle Asst, indebolendo di fatto il territorio».

Problematico anche il coinvolgimento dei medici di famiglia, che rispondono al dipartimento di cure primarie dell’Ats e non alla Asst. «I medici di famiglia lamentano anche un eccessivo carico burocratico – aggiunge Spata – che riduce il tempo di cura; in più sono sempre meno per un gravissimo errore di programmazione nazionale, che non ha previsto un adeguato numero di borse di studio, nonostante le continue sollecitazioni degli Ordini».

A detta di molti uno dei problemi è che la riforma del 2015 non è stata veramente attuata. «Le Ats sono state spostate molto su controllo e programmazione, manifestando un’insufficiente capacità di coordinamento – sostiene ancora Cesana –. Inoltre i Piani di assistenza individuale per i pazienti cronici sono partiti in termini non omogenei, soprattutto per iniziativa di medici e operatori sanitari in associazione sul territorio. E gli ospedali non sono in grado di seguire anche il territorio con i loro medici: sono già pieni del loro lavoro». Le correzioni necessarie ora saranno un problema, an- che perché si è cercato di fare una riforma senza ulteriori oneri, mentre servirebbero investimenti. E questo rischia di essere il problema numero uno: «I soldi non ci sono per la sanità perché non ci sono per il Paese», sintetizza Cesana.

R estando al modello proposto dalla riforma Maroni del 2015, il punto potrebbe essere proprio il suo mancato completamento. «La componente ‘ospedaliera’ della riforma si è radicata su un sistema di committenza che già funzionava, tra profit e non profit che hanno investito con risorse e competenze, anche se va migliorata la parte dei controlli – sostiene Americo Cicchetti, direttore dell’Alta scuola di economia e management dei sistemi sanitari (Altems) dell’Università Cattolica –. La componente di prevenzione e dell’assistenza primaria soprattutto, prevedevano invece un modello di presa in carico dei pazienti cronici delegata a ‘gestori’, che non è giunto a compimento a causa di diverse componenti: la programmazione regionale, la capacità di integrazione dei servizi da parte delle Asst (più pronte sul fronte ospedaliero), la mancata adesione al nuovo modello da parte dei medici di famiglia e specialisti convenzionati». A d assistere sul territorio la popolazione più fragile intervengono anche realtà religiose, come l’Opera San Francesco, di cui è medico responsabile ancora suor Anna Maria Villa. L’ambulatorio di Milano offre visite ed esami specialistici gratuiti ai più deboli: nel 2019 una media di 150 visite al giorno. Se Opera San Francesco non ci fosse quale sarebbe la ricaduta sul territorio, in termini di patologia e di impegno del servizio sanitario? «Dialoghiamo con l’Ats di Milano perché venga riconosciuto il nostro lavoro nel sistema – spiega suor Anna Maria –. Se chiedo un ricovero, il paziente non deve aspettare perché gli rifanno i controlli che abbiamo già svolto. Questo è stato il motivo per cui, anche con il Covid-19, l’ambulatorio non ha chiuso: ha protetto persone che sarebbero state fonte di infezione. Anche un piccolo puntello è indispensabile al funzionamento dell’intero sistema».

Colta di sprovvista da un pericolo a cui pochi credevano a fine febbraio, la Lombardia ha messo in campo le sue energie nel settore in cui è già leader: l’assistenza ospedaliera. Su questo fronte in futuro la Regione dovrà mostrare una miglior capacità di controllo, specie verso i privati. In un Paese poco incline alla prevenzione, anche la Lombardia dovrà poi riflettere su quanto sia importante una rete di servizi sanitari che coprano in modo adeguato il territorio.

Covid-19, in Italia poca prevenzione

Una disamina delle difficoltà riscontrate in Italia nell’affrontare l’impatto della pandemia di coronavirus. Il mancato aggiornamento di un Piano pandemico efficace e la generale sottovalutazione del pericolo incombente tra le maggiori criticità. Al mio articolo, pubblicato su Avvenire domenica 19 aprile, aggiungo un’intervista comparsa due settimane prima.

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Quali lezioni trarre dall’emergenza Covid 19 per la tutela della salute pubblica? Come hanno risposto le Regioni alle necessità di gestione del sistema sanitario? Quali priorità in un Paese come l’Italia, alle prese con difficoltà di bilancio?Innanzitutto i dati non sono sempre chiari. «Nessuno sa se il paziente uno di Codogno fosse in realtà il paziente dieci, cento o mille – osserva Giovanni Corrao, docente di Statistica medica all’Università di Milano Bicocca –. Nella maggior parte delle ma-lattie infettive vediamo solo la parte emersa dell’iceberg, cioè le persone che si riversano sul servizio sanitario per una cura perché hanno sintomi gravi». Ma nel caso del Sars-CoV-2 c’è stata una complicazione: «Abbiamo scoperto che il virus è trasmissibile prima della comparsa dei sintomi, e questo era del tutto imprevedibile – aggiunge Giovanni Capelli, docente di Igiene generale applicata all’Università di Cassino e del Lazio Meridionale –. Anche l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) si è mossa in ritardo, forse erano convinti che fosse qualcosa di simile alla Sars, ma un indice di diffusione così alto non si vedeva forse dalla Spagnola del 1918». Di fronte a un contagio che avanza, serve un Piano pandemico, che era stato avviato in Italia dopo la Sars del 2003-04 e rivisto in occasione della pandemia di H1N1 del 2009: «Il nostro però (aggiornato nel 2013 e nel 2016) è troppo generico – puntualizza Americo Cicchetti, direttore dell’Alta scuola di economia e management dei sistemi sanitari dell’Università Cattolica (Altems) –. Un Piano pandemico dovrebbe essere elaborato con livelli di dettaglio tali che possano rappresentare linee di indirizzo immediatamente operative per le regioni, dovrebbe chiarire in maniera molto puntuale quali sono le strutture organizzative da mettere in campo e che cosa deve essere rafforzato rispetto alla normale dotazione, altrimenti è poco utile». 

Il Paese ha una generale disattenzione alla prevenzione: «Innanzi tutto eravamo disabituati alle malattie infettive. Poi è più facile che si ringrazi il chirurgo che toglie il tumore – osserva Capelli – che il medico che fa vaccinazioni. Del resto abbiamo uno dei tassi più bassi in Europa di personale sanitario vaccinato contro l’influenza». «Inoltre nel nostro Paese, e specie in Lombardia, sono stati trascurati da decenni i laboratori di sanità pubblica, che tutelano alla salute della popolazione – aggiunge Corrao – in favore di una medicina di precisione, che guarda all’individuo ed è costosissima». 

Quando il contagio si è diffuso, ciascuna regione ha reagito come ha saputo, spiega Cicchetti: «In Altems abbiamo predisposto report settimanali per analizzare come hanno risposto i modelli organizzativi regionali (con focus su Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Piemonte, Lazio e Marche) e come si stanno adattando, cercando di fornire la soluzione migliore alle medesime indicazioni, fornite dal ministero della Salute e dall’Istituto superiore di sanità. Ogni regione si è basata su ciò che aveva: la Lombardia un modello molto ospedalocentrico, di alta specializzazione; il Veneto con le Unità complesse di cure primarie (Uccp) puntano sull’assistenza domiciliare e la ricerca proattiva; l’Emilia-Romagna un po’ a metà tra ospedale e territorio, utilizzando le Case della salute». Le risposte, e la loro efficacia, cambiano anche in relazione all’incidenza dei contagi, spiega Cicchetti: «In Lombardia si è arrivati a 0,61% dei casi sulla popolazione regionale, nel Lazio siamo allo 0,09%. È incomparabile il modo in cui è stato sotto pressione il sistema lombardo rispetto a quello laziale: la Lombardia ha risposto secondo quello che sapeva fare in una situazione che comunque era molto più grave a quella di tutte le altre regioni». «Stime dell’Istituto superiore di sanità su cartelle a campione – precisa Capelli – ipotizzano che è venuto a contatto con il virus il 10% della popolazione. Ma il sovraccarico ospedaliero ha funzionato da moltiplicatore. Il confinamento a Codogno si è dimostrato uno strumento efficace, ma si riusciva a chiudere subito la Lombardia?». Un altro strumento sono le Unità speciali di continuità assistenziale (Usca) previste dal decreto del 9 marzo nella misura di una ogni 50mila abitanti: «Sono gruppi di medici, presi da servizi meno impegnati, che vanno a domicilio – chiarisce Cicchetti –, per governare le cure intermedie, la transizione tra ospedale e casa e fare in modo che persone con sintomi o convalescenti possano essere gestite a domicilio. Restano monitorate, anche con tamponi, senza andare in ospedale». In Lombardia ne sono state attivate 44, ma ne serviranno 200. 

Le misure di sanità pubblica, negli ultimi 20 anni, si sono spesso scontrate con il nodo risorse: «Spinti dalle necessità di maggiore efficienza dettate dal ministero dell’Economia – spiega Cicchetti – abbiamo cercato di far girare il motore del Servizio sanitario a un numero di giri altissimo senza aumentare la cilindrata, anzi riducendola un po’. Però se si spinge al limite, c’è il rischio che in un’emergenza (una salita, un sorpasso) il motore non ce la faccia più. Invece bisogna lasciare un piccolo margine: per paura di riempirli male o non riempirli, abbiamo ridotto i posti letto fino ad averne 3,7 per milione di abitanti e 5mila posti in terapia intensiva; la Germania, che ha 20 milioni di abitanti più di noi, ha il doppio dei posti letto e 28mila in terapia intensiva. I posti letto possono essere gestiti in modo appropriato anziché cancellarli, e tornano utili proprio nelle emergenze (epidemie, terremoti, alluvioni)». «Spero che questa pandemia – aggiunge Corrao – dimostri che di una sanità pubblica, universalistica, non si può fare a meno». «Ora non serve – conclude Capelli – la caccia all’untore, ma capire che gli errori costano e non vanno ripetuti. Avere fretta di riaprire attività inutili significa rischiare un’altra ondata». 

Di seguito l’intervista ad Americo Cicchetti, direttore di Altems, pubblicata su Avvenire il 2 aprile, con il titolo: «Ora un nuovo volto al Ssn»

«Al netto della grande dedizione e professionalità che il personale sanitario ha mostrato e continua a mostrare nella cura dei malati di Covid-19, da questa pandemia dobbiamo trarre molte lezioni. E per uscirne dobbiamo già oggi prevedere una serie di interventi che invertano una rotta che ci ha portato ad affrontare l’emergenza senza la necessaria preparazione». Americo Cicchetti, direttore dell’Alta scuola di economia e management dei sistemi sanitari (Altems) dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, teme che i rischi per la salute non saranno finiti dopo l’emergenza, e pensa che si debba cominciare a predisporre già ora un piano per la ripresa. 

Che lezioni si possono trarre dall’epidemia di Covid-19? 

La crisi si è innestata in un momento di debolezza del Ssn già provato da anni di decrescita della spesa e lo tsunami è arrivato anche nelle Regioni in cui il sistema era migliore perché aveva già raggiunto livelli di efficienza che lo avevano portato al limite. La conseguenza è che la risposta è stata scoordinata e la reazione lenta anche perché non avevamo un piano pronto e credibile. In Italia il piano per la pandemia influenzale, da utilizzare in casi come questo, è del 2007 ed è stato solo aggiornato marginalmente nel 2016. Il Gruppo tecnico consultivo nazionale sulle vaccinazioni (di cui faccio parte), con la responsabilità della strategia per le malattie infettive, si è riunito una volta sola dopo che è stato ricostituito nel 2018 e non ha mai trattato questo tema. 

Hanno pesato il blocco del turn over e i piani di rientro? 

La spesa sanitaria è cresciuta tra il 2000 e il 2005 di circa il 6% l’anno, e di circa il 3% fino al 2011, perché erano partiti i piani di rientro del debito nelle Regioni. Dal 2011 è cresciuta – in media – meno dell’1% l’anno. Negli ultimi 5 anni è cresciuta di circa un miliardo l’anno, cioè meno dell’inflazione: quindi è come se si fosse ridotta. Questo ha pesato soprattutto nelle regioni sottoposte ai piani di rientro, quasi tutto il Centro-Sud, ma ha avuto effetti anche al Nord. In questi stessi anni, la spesa sanitaria è cresciuta intorno al 4% l’anno in Paesi quali Francia, Germania e Regno Unito. Dal 2021 entreranno in vigore nuovi indicatori per i Livelli essenziali di assistenza (Lea), perché sono cambiati i bisogni: il numero di over 65 da seguire in assistenza domiciliare, i posti letto in lungodegenza per anziani disabili, o il tasso di copertura degli screening per i tumori. Questi nuovi Lea, oggi, non li rispetterebbero 9 Regioni su 20. 

Quali problemi per la sanità dopo la crisi del Covid-19? 

Una grande quantità di interventi e ricoveri programmati e ora rinviati. Ho esaminato i dati del ministero della Salute sulle schede di dimissione: i ricoveri in ospedali per acuti nel 2018 sono stati 7,9 milioni, da marzo a giugno ne perderemo un milione, con 520mila interventi chirurgici. Da luglio si dovranno recuperare: si allungheranno le liste d’attesa e ci sarà pressione sul Sistema sanitario. Ricordiamo che non tutti i malati oncologici continuano i trattamenti, perché i pazienti più fragili è bene che non vadano in ospedale. L’Associazione italiana di oncologia medica segnala che vengono sospese le immunoterapie oncologiche ai malati di Covid-19, perché si teme che possano mettere a rischio il sistema immunitario di tali pazienti. 

Come evitare danni ulteriori alla salute della popolazione? 

Alcuni provvedimenti sono già stati emanati e sono opportuni. Riguardano il personale del Ssn che potrà essere rinforzato, si spera non solo per l’emergenza ma in modo strutturale. Anche le Unità speciali di continuità assistenziale (Usca) previste dal Decreto legge 14/2020 sono strutture purtroppo non attive ancora in tutte le Regioni, ma sono un presidio che potrebbe essere utile anche per il futuro. È necessario mettere in conto un’accelerazione dei ritmi di funzionamento delle sale operatorie con sedute non più di 8 ore ma di 14, aumentare le équipe, compresi gli infermieri. Stesso ragionamento per le radiologie o i laboratori di analisi. Per un certo periodo alcune strutture e tecnologie (l’alta diagnostica) dovranno funzionare h24 per recuperare il tempo perduto. Tutto ciò è possibile con le adeguate risorse, ma anche con adeguata programmazione e preparazione. È il momento di programmare il futuro.

Il Partenone resta al suo posto

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Il Partenone, Denis Zagorodniuc on Pexels.com

Il dibattito suscitato dalla proposta di “cambiare nome” al Partenone di Atene lanciata sulle pagine dell’American Journal of Archeology dall’archeologo olandese Janric van Rookhuijzen si arricchisce di una voce. Sulla Domenica del Sole-24 Ore del 29 marzo compare un articolo di Emanuele Papi, direttore della Scuola archeologica di Atene, che sin dal titolo (Il Partenone c’è sempre stato) fa capire di non essere d’accordo con la proposta dello studioso olandese. Osservato che «la topografia e gli edifici» di Atene «cambiano spesso nome e posizione, questioni tormentate che riempiono menti, bocche e biblioteche di mezzo mondo», Papi esamina la «tempesta… scatenata da uno scettico ed eretico olandese», anche se può apparire una disputa per pochi esperti della materia, «per il fatto che il Partenone appartiene al “canone occidentale” delle meraviglie del mondo antico ed è diventato un luogo comune ubiquo e planetario». Confermato dal fatto che «ogni anno 2 milioni di viaggiatori ascendono all’Acropoli, una media di quasi 5mila al giorno con picchi di 20mila». 

Van Rookhuijzen, riassume Papi, sostiene che il Partenone è tale «solo a partire della metà del IV secolo a.C.,» e avrebbe indicato un posto per vergini «non meglio specificate». Gli inventari del tesoro degli Ateniesi, compilati fra il 434 e il 303 a.C. indicano «i nomi di una mezza dozzina di stanze che funzionavano da cassaforte di Stato per gli oggetti preziosi offerti dai devoti, insieme a monete, attrezzi liturgici, cimeli e spoglie dei nemici». Nell’identificare ciascuna stanza, scrive Papi, van Rookjhuizen indica la stanza chiamata Parthenon, che compare negli elenchi scritti nel 434, non dentro il Partenone, «ma preferibilmente nel vano occidentale dell’Eretto». Soltanto dopo, secondo lo studioso olandese, «il Parthenon cambiò domicilio e si trasferì a pochi metri nel Partenone, dando il nome a tutto l’edificio». 

L’obiezione di Papi parte da un dato: «Il Partenone fu costruito tra il 447 e il 432 ed era in piedi quando è nominato negli inventari del 434, mentre la fabbrica dell’Eretto fu inaugurata nel 421, terminò intorno al 406, ed era dunque un contenitore ancora inesistente» (impossibile per ora, scrive Papi, retrodatare il cantiere). La conclusione del direttore della Scuola archeologica italiana di Atene è che «anche l’Eretteo dovrebbe mantenere posizione e nome. Così lo chiama Pausania, un ben informato greco-orientale che nel II secolo scrisse in stile notarile un vademecum di tutta la Grecia». «L’edificio… era un condominio di dèi, mitici personaggi e loro parenti, e anche un raccoglitore di prodigi». Tanto rumore per nulla, conclude Papi, mentre ci informa che sull’Eretteo «van Rookhuijzen promette un’altra puntata, ma per il momento resta al solito posto insieme al Partenone». La discussione quindi è appena cominciata. 

Il vero Partenone… è l’Eretteo?

L’Eretteo sull’acropoli di Atene

Tanta Grecia antica sulle pagine culturali dei giorni scorsi, che la quarantena da coronavirus fa gustare a più riprese. L’articolo più interessante – pubblicato su La Lettura di domenica 15 marzo – mi è parso il dialogo che Mauro Bonazzi (docente di Storia della filosofia antica all’Università di Milano) intrattiene con l’archeologo olandese Janric van Rookhuijzen, sostenitore di una tesi che rivoluziona le nostre conoscenze sulla acropoli di Atene. In un articolo pubblicato a gennaio sull’American Journal of Archeology (e anticipato nelle sue linee essenziali da Antonio Carioti sul Corriere della Sera del 18 dicembre scorso) lo studioso dell’Università di Leida (Olanda) ha esposto il frutto delle sue ricerche ed è giunto alla conclusione che il grande tempio che domina l’acropoli di Atene non si chiamasse Partenone ma “Hekatompedon”, cioè tempio dei cento piedi. E che il vero Partenone, cioè il tempio in cui veniva custodito il tesoro più prezioso dedicato alla dea Atena, fosse in realtà quello che viene chiamato Eretteo.
Saremmo stati fuorviati dalla testimonianza di Pausania, che nel secondo secolo d.C. descrivendo l’acropoli parla del grande tempio – che conteneva la statua criselefantina di Atena, opera di Fidia – come di quello «che chiamano Partenone» (Paus. I, 24, 5). «Ma il suo resoconto contrasta con le testimonianze più antiche – obietta van Rookhuijzen – che risalgono al V-IV secolo a.C. Numerose iscrizioni di pietra, contenenti documenti ufficiali, distinguono chiaramente l’Hekatompedon dal Partenone». «Per esclusione, non resta che concludere – sostiene il ricercatore olandese – che il Partenone va identificato con il tempio che oggi chiamiamo Eretteo, con la sua celebre Loggia delle Cariatidi». Che troverebbe anche una migliore giustificazione nel nome, visto che parthenos in greco significa ragazza, vergine. E quel tempio, nella sua parte occidentale, avrebbe contenuto «parti del tesoro ateniese».  «Questa ricostruzione trova ulteriori conferme – conclude van Rookhuijzen – nei documenti antichi (che parlano di quel tesoro: c’erano ad esempio spade persiane o strumenti musicali) e corrisponde molto meglio a quanto osserviamo». L’ipotesi è affascinante e inquietante al tempo stesso, come ogni proposta innovativa che capovolge tradizioni consolidate, e non ho la competenza specifica né la disponibilità delle fonti antiche su cui si fonda l’archeologo olandese. Osservo solo che Pausania (I, 26, 5) dice che c’è «un edificio (oikema) chiamato Eretteo» e che la nota del commento di Domenico Mussi e Luigi Beschi (Pausania, Guida della Grecia, libro I, L’Attica, edizione Fondazione Lorenzo Valla-Mondadori) riconosce che la topografia degli ambienti dell’Eretteo è tuttora oggetto di controversie tra gli studiosi. Aggiungo che il sito del Museo dell’Acropoli di Atene indica come Hekatompedon il tempio che sarebbe sorto prima e nel luogo del Partenone, che ne avrebbe preso il posto. Ovviamente Pausania non avrebbe potuto citarlo nel II d.C. Segnalo infine che il 16 febbraio scorso (sul supplemento Domenica del Sole-24 Ore) è comparsa un’interessante recensione di Marco Carminati al libro di Giovanni Margisenu Il costo del Partenone. Appalti e affari dell’arte greca (Salerno editrice, pp. 172, 15 euro) in cui il docente di storia greca all’Università di Sassari mostra come per costruire questo tempio maestoso l’Atene di Pericle non avesse badato a spese. 

La visione greca della vita tra Platone e Aristotele

E ancora sul supplemento Domenica del Sole-24 Ore del 15 marzo si trovano due interessanti articoli relativi alla cultura greca. Piero Boitani recensisce il libro di Mauro Bonazzi (sì, l’intervistatore di van Rookhuijzen) Creature di un sol giorno. I greci e il mistero dell’esistenza (Einaudi, pp. 156, 12,50 euro): «Un vorticoso percorso, esemplare nella sua chiarissima discussione – scrive Boitani –, attraverso alcuni momenti fondamentali dell’antica sapienza greca: il Simposio e il Fedro di Platone, l’Etica nicomachea di Aristotele, gli scritti di Epicuro, il celebre discorso di Pericle in Tucidide». Ma anche «un volo attraverso la poesia, da Pindaro a Wallace Stevens, con un solido ancoraggio in Omero», passando per Lucrezio, Dante, Leopardi ed Eliot. E un’analisi del «discorso moderno sulla fragilità (greca) dell’uomo» in particolare quello affidato a intellettuali ebrei in fuga dal nazismo: Simone Weil, Rachel Bespaloff, Hannah Arendt, Erich Auerbach, Walter Benjamin. 
Sullo stesso numero della Domenica, Gaspare Polizzi si occupa ancora di etica platonica e aristotelica recensendo due volumi di Arianna Fermani (docente di Storia della filosofia greca e romana all’Università di Macerata) Vita felice umana. In dialogo con Platone e Aristotele (Edizioni Università di Macerata, pp. 353, 14 euro) e Aristotele e l’infinità del male. Patimenti, vizi e debolezze degli esseri umani (Morcelliana, pp. 357, 29 euro). Scrive Polizzi: «Se “la felicità è il fine ultimo di ogni esistenza”, il dialogo con Platone e Aristotele… diviene imprescindibile, perché nessuno meglio dei due massimi filosofi greci ha ragionato sulla radice di una domanda oggi spesso ritenuta vana, forse “pericolosa”, perché apre all’abisso del senso incognito della vita, ma “in cui ne va della vita stessa”». Quanto al secondo libro, Fermano «riconosce che “l’etica di Aristotele è forse la sola etica greca per la quale non esistono solo buoni e cattivi” e che purtuttavia mette in gioco uno spettro ampio di riflessione filosofica, ben oltre i Greci, con Tommaso d’Aquino, Spinoza, Nietzsche, Freud, Arendt, Ricoeur, per concluderne, con Pierre Aubenque, uno dei maggior studiosi di Aristotele, deceduto lo scorso 23 febbraio, che “il mondo riscopre oggi ciò che i Greci sospettavano più di duemila anni fa […] che la tentazione d’assoluto che i greci chiamavano ybris, è la fonte perenne delle sofferenze umane”». 

La società inglese che vuole la Brexit secondo Jonathan Coe

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Nel giorno in cui i cittadini del Regno Unito vanno al voto per un’elezione politica che è quasi un secondo referendum sulla Brexit, mi capita tra le mani, prima di finire in “archivio”, un vecchio numero di Avvenire. Lo scorso 2 aprile tra le pagine di Agorà figurava un’intervista, a firma di Silvia Guzzetti, allo scrittore inglese Jonathan Coe, focalizzata sul suo ultimo romanzo Middle England. Mesi prima, leggere questo affresco sull’Inghilterra profonda (e non solo londinese) negli anni tra il 2010 e il 2018 mi aveva intrigato e mi aveva spinto a rintracciare i due precedenti libri di Coe con gli stessi protagonisti (più giovani): la Banda dei brocchi (dedicato agli anni Settanta) e Circolo chiuso (ambientato negli anni Novanta), nonché La famiglia Winshaw, che presenta personaggi diversi ma che, coprendo gli anni Ottanta, completa il quadro storico sugli ultimi 40 anni della società inglese con un romanzo innovativo, un giallo estremamente articolato.

L’intervista, titolata «La Brexit? Sragione e risentimento» pone al centro l’esito del referendum del giugno 2016, ma il libro di Coe aiuta ad analizzare un contesto sociale che esprimeva profonde insoddisfazioni di una larga parte della popolazione, ma che la politica non aveva capito. Coe è chiaramente contrario alla Brexit, ma si sforza di comprendere i punti di vista diversi, senza esprimere giudizi netti, e rappresenta fatti verosimili: «Ho voluto dimostrare l’impatto che gli avvenimenti politici hanno sulla vita privata delle persone». Interessante e coraggiosa la rappresentazione dei danni del politicamente corretto in relazione al “processo” a una docente universitaria accusate di omofobia e subito isolata dalla sua facoltà: «Ho cercato di dimostrare quanto intollerante sia diventata la nostra società» dice Coe. Ma il messaggio di speranza, dice ancora l’autore, è il “baby Brexit”, il figlio che riconcilia una coppia che si era separata: «Stephanie capisce che l’amore di Ian è l’áncora della sua vita». Questa conclusione appare tanto più sorprendente osservando che – nel complesso dei quattro romanzi – la coppia tradizionale, fedele, non è presentata come un obiettivo ma, in consonanza con quanto avviene nella realtà, i rapporti sentimentali sono quanto mai aperti (e in ciascun libro c’è almeno una scena di erotismo spinto).

A queste osservazioni aggiungo però che il tema Brexit non esaurisce la varietà dei temi del romanzo, anche in ambito politico sociale: la stessa ragazza politically correct che inguaia la professoressa con l’accusa di omofobia è di famiglia molto ricca e “gioca” però, molto seriamente, a fare la rivoluzionaria nelle manifestazioni di piazza. E il padre, dai giovanili furori, si acquieta in una parabola di giornalista di sinistra che vive nel lusso, salvo essere poi messo da parte da un nuovo direttore.

Non può essere un caso che la famiglia reale e tutto il mondo che le ruota attorno sono molto trascurati. Altrettanto ignorata la dimensione religiosa della vita: c’è un solo matrimonio in chiesa, accompagnato dai commenti di un invitato che lamenta l’ipocrisia della sposa che recita formule di una fede cristiana a cui non crede. Viceversa mi ha incuriosito la rappresentazione dell’orgoglio patriottico che manifestano praticamente tutti i personaggi per la celebrazione delle Olimpiadi di Londra 2012. Quando Coe parla della “politica delle identità” e di come “fattori come nazionalismo e razzismo generano tensioni importanti nella vita delle persone comuni” bisogna, credo, tenere conto di come gli eventi vengano percepiti: se c’è una contraddizione nell’anziana che detesta la domestica polacca, anche se le è quasi indispensabile; al figlio, che ritiene di non essere stato promosso sul lavoro perché gli è stata preferita un’asiatica, non viene offerta una spiegazione logica che smantelli la sua convinzione di essere vittima del politically correct. Il coagularsi di risentimenti, fondati o meno, in vasti strati della popolazione, più che la fantomatica contrapposizione giovani contro vecchi di cui si parlò nel 2016, aiuta a comprendere il risultati del referendum. E Coe mostra di aver saputo indagare «questa dimensione della rabbia dell’Inghilterra di oggi».

Intanto gli exit poll indicano un netto successo dei Tory. La Brexit sembra più vicina.

Negli studi di botanica di Leonardo la sua visione “ecologica” della natura

A Firenze, una mostra coinvolgente nel rinnovato museo di Santa Maria Novella illustra aspetti poco noti del genio vinciano. Il mio articolo pubblicato due giorni fa su Avvenire, nelle pagine della sezione Agorà.

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Poliedri leonardeschi nel chiostro di Santa Maria Novella

Un tassello utile per ricostruire a tutto tondo la perso­nalità di Leonardo da Vinci (1452-1519), a conclusione delle celebrazioni del 500° della morte, è rappresentato dalla mostra sui suoi studi di botanica allestita a Fi­renze, nel museo di Santa Maria Novella, a cura di Fritjof Ca­pra, Stefano Mancuso e Valentino Mercati, e prodotta da Abo­ca (aperta fino al 15 dicembre). Nella famosa “lettera di as­sunzione” che Leonardo inviò a Ludovico il Moro nel 1482, di studi scientifici di base – diremmo oggi – non c’è traccia. L’al­lievo di Andrea del Verrocchio si propone al duca milanese so­prattutto come ingegnere militare e civile, e solo secondariamente ri­corda le sue doti di artista: pittore e scultore. Oggi i suoi studi scientifici che più si ricordano riguardano l’a­natomia umana e le proporzioni del corpo, compendiate nell’immagine dell’uomo vitruviano (impressa sul­le monete da un euro coniate in Ita­lia); oppure l’ideazione di macchine di vario tipo, in particolare quelle studiate per volare. La mostra La bo­tanica di Leonardo. Per una nuova scienza tra arte e natura illustra i ri­sultati di un’osservazione del mon­do naturale attenta ai particolari e permette di approfondire il suo pen­siero interessato a una comprensio­ne “ecologica” della realtà. Sugge­stiva è la collocazione nei chiostri di Santa Maria Novella, solo da pochi anni tornati disponibili alle visite: un’area del convento domenicano, dove ebbe luogo il concilio di Firen­ze del 1439 e dove lo stesso Leonardo lavorò nel 1504-05 al cartone preparatorio per La battaglia di Anghiari.

I suoi studi di botanica hanno prodotto risultati tuttora validi scientificamente. A partire dall’osservazione delle acque nei canali infatti, Leonardo stabilì una legge sulla costanza dei flus­si, secondo cui la portata di un liquido in un condotto rimane costante: applicandolo alle piante, ne ricavò la nozione che l’a­rea della sezione del tronco è uguale alla somma delle sezioni dei rami a ogni livello di ramificazione, il cosiddetto “principio di Leonardo”. Sono illustrati, anche con piccoli esperimenti, gli studi relativi al geotropismo, cioè la risposta delle piante al­la gravità; al fototropismo, la risposta alla luce; alla fillotassi, la disposizione delle foglie su un ramo (osservando che è fun­zionale alla migliore ricezione della luce solare, alla migliore dif­fusione della linfa e alla resistenza al vento); alla dendrocro­nologia, lo studio degli anelli concentrici degli alberi per sta­bilirne l’età, con l’osservazione che l’andamento climatico in­fluenza la larghezza degli anelli stessi. Alle ricerche sulla botanica si affiancano sia riproduzioni di al­cuni suoi dipinti ricchi di particolari di foglie e fiori (dalla Ver­gine delle Rocce al Ritratto di Ginevra de’ Benci, all’Annuncia­zione conservata agli Uffizi), sia al­cune citazioni dagli scritti. Convin­to della necessità di fare “esperien­zia”, Leonardo rifiuta di proporsi o­biettivi contrari a quelli della natu­ra «perché nelle sue invenzioni nul­la manca e nulla è superfluo». Da qui l’accettazione – “stando in na­tura” – dell’alchimia, che per Leo­nardo equivale alla chimica, con­trapposta al rifiuto di negromanti e ciarlatani che cercano di sostituirsi alla natura e di mutarne le leggi. A integrare il quadro degli interessi scientifici leonardeschi viene espo­sto il Compendio de divina propor­tione, il trattato di fra Luca Pacioli che Leonardo illustrò con 60 disegni di poliedri. Quattro di questi, che davano corpo a terra, acqua, aria e fuoco (rispettivamente cubo, ico­saedro, ottaedro e tetraedro), sono collocati in grandi modelli nel chio­stro. Alla conclusione della mostra c’è un dodecaedro, simbolo della quintessenza, segno della perfezione formale e della complessità e del mistero dell’uni­verso. L’eredità oggi più rilevante di Leonardo – scrive il fisico Fritjof Capra nel catalogo – è proprio il bisogno «di recupera­re una visione della scienza che onori e rispetti l’unità della vi­ta intera» e «riconosca l’interdipendenza fondamentale di tut­ti i fenomeni naturali».

Letteratura e valori morali, l’opera critica di Paolo Paolini

Paolini

Coprono un arco vasto di secoli i saggi di Paolo Paolini (1940-2003) raccolti in Studi di letteratura italiana (volume pubblicato da Cisalpino nel 2010 a cura di Claudio Milanini e Donato Pirovano) e tutta la sua vita professionale e accademica, dal 1966 (estratto dalla tesi di laurea) al 2004. Sono studi che, proprio per l’ampiezza temporale degli autori esaminati, permettono di ricostruire con buona approssimazione – e restarne ammirati – la vastità della cultura umanistica di un docente affabile e generoso.

A differenza della scelta dei curatori, che hanno deciso di disporre i contributi nell’ordine cronologico degli autori trattati (da Machiavelli al critico tedesco Heinrich Wölfflin), ho preferito leggerli secondo l’anno di pubblicazione. Pagina dopo pagina, mi risuonava nella mente la voce di Paolini, mio professore di italiano al liceo, le inflessioni, le garbate ironie di cui erano ricche le sue spiegazioni: aveva ereditato humour britannico e toscana (senese) arguzia, e se ne serviva per rendere godibili e preziose le lezioni, sostenute da conoscenze ampie e approfondite. Quando leggo (pag. 186) che «il meglio» di Cesare Cantù narratore si riconosce e racchiude in «realismo e moralità», cioè quel «sistema di estetica e di poetica che da Manzoni si allarga nella narrativa del nostro Romanticismo, con recuperi di moralità pariniana e generalmente lombarda», credo che, opportunamente declinate, queste caratteristiche si adattino bene anche a definire la sua personalità di docente, che metteva a disposizione degli allievi tutte le sue risorse culturali e che incitava a servirsene: spremete i vostri insegnanti, era uno dei suoi consigli.

Nel saggio dedicato alle teorie critico-figurative di Heinrich Wölfflin applicate al passaggio dal Rinascimento al Barocco e a come sono state recepite (o piuttosto rifiutate) in Italia, lo stile di scrittura di Paolini risulta più faticoso degli altri testi: forse perché è un lavoro tratto dalla tesi di laurea, forse anche perché la materia stessa è piuttosto complessa. Non ricordo citazioni di questo critico a lezione, ma Paolini metteva una grande cura nel collocare le opere letterarie nel loro contesto storico (ci aveva incuriosito parlandoci del volume di Giovanni Getto, Storia delle storie letterarie). E ci presentò i chiaroscuri del Barocco senza bollarlo a priori come forma artistica di serie b.

I primi saggi sugli autori contenuti nel volume risalgono al 1983 e sono dedicati ad Arrigo Boito, un “minore” a cui Paolini aveva già prestato attenzione con il contributo Manzoni e Boito, un’ammirazione travagliata nel volume miscellaneo curato da Renzo Negri, Il Vegliardo e gli anticristi. Studi su Manzoni e la Scapigliatura, pubblicato nel 1978 da Vita e Pensiero. Nei tre saggi riuniti in questo volume, Paolini esamina le conoscenza di Boito in fatto di letterature straniere e di letteratura italiana, e dimostra – dati alla mano – che la nostra tradizione letteraria era tutt’altro che trascurata dallo scapigliato. Ne nota l’interesse per la metrica, con un tentativo di versi alla greca che precedono le odi barbare di Giosuè Carducci. Per le letterature straniere, la parte del leone spetta a quella francese, ma senza dimenticare la grande ispirazione del Faust di Goethe, trasposto nel suo Mefistofele. Nel saggio dedicato all’opera teatrale (nel 1997, per omogeneità lo anticipo qui) Paolini indica la propria preferenza per la versione originaria, quella bocciata dal pubblico nel 1868, rispetto alla «riduzione» del 1875: «La prova di un ripiegamento, di una concessione ai gusti del pubblico tradizionalista e dei critici filistei, sostanzialmente di una rinuncia dovuta a perdita di fiducia».

Al 1988 risale il saggio su Cesare Cantù narratore, un autore esaminato con la consueta acribia, che lo porta a esprimere – oltre al giudizio critico sopra riportato – una sostanziale bocciatura stilistica. Ancora un minore, Ciro di Pers, viene analizzato con precisione (sempre 1988) sia dal punto di vista contenutistico che stilistico-metrico, diventando un esempio di riabilitazione artistica – dopo la condanna dell’antologia di Benedetto Croce sui Lirici marinisti del 1910 («una crestomazia alla rovescia») – come dimostra il giudizio finale: «Uno dei poeti più interessanti del nostro Seicento».

Un piccolo salto di anni, siamo al 1995, e trovo il lavoro sul capitolo XIX dei Promessi Sposi, quello del dialogo tra il padre provinciale e il conte zio, che porta all’allontanamento da Pescarenico di fra Cristoforo. Ma devo riconoscere che le riflessioni qui espresse erano già nella mente di Paolini quindici anni prima, quando ne fece oggetto di una memorabile lezione al liceo. Il lamento sulla corruzione che la scuola provocava anche di un capolavoro come quello manzoniano (osservazione che attira l’attenzione del curatore Milanini nella prefazione) era stato occasione di ilarità generale nella classe. Di questo studio mi piace sottolineare ancora il richiamo all’etica: «Dopo la denunzia gravissima che queste pagine contengono della corruzione morale e politica della società italiana (una costante che non riguarda solo il Seicento, puntualizza Paolini) come si fa a prendere il Manzoni per un conservatore e il suo libro per reazionario?» E sottolinea la carica autenticamente rivoluzionaria di queste pagine, di quella sola rivoluzione che può decidere tutto, quella delle coscienze. E conclude l’analisi: «Il cap. XIX, con la ricognizione del male nella politica e nella società, documenta che la grandezza del Manzoni come uomo e come scrittore si colloca appunto nella convergenza di una lucida dimensione intellettuale e di una risentita coscienza etica».

L’accuratissima analisi metrica e stilistica dei madrigali di Torquato Tasso e di Giambattista Marino (saggio del 1998), permette al critico di dimostrare che – a parte l’ovvio riferimento al magistero di Francesco Petrarca – i poeti barocchi filtravano la tradizione poetica attraverso l’esperienza tardorinascimentale del Tasso. Di questo testo mi pare importante segnalare una nota, segno dell’apertura culturale e delle capacità interpretative di Paolini: «A me pare che la figuratività manieristica e barocca costituisca spesso un’anticipazione della moderna tecnica cinematografica; elemento comune è la spettacolarità, come tendenza dell’immagine ad accamparsi in primo piano, facendo a meno della mediazione intellettualistica o del giudizio etico, a farsi insomma essa stessa messaggio, non veicolo di un messaggio».

Più complesso lo studio sugli animali nelle opere di Giacomo Leopardi, pubblicato nel 2000 ma tra gli atti di un convegno del 1998. È lo studio più corposo di tutto il libro: Paolini – esaminando un’amplissimo numero di scritti, dalle riflessioni del contino dodicenne allo Zibaldone e alle ultime poesie – analizza la compresenza di tre componenti: osservazione diretta della realtà, valore simbolico-allegorico e tradizione letteraria, che Leopardi padroneggiava fin nei testi meno famosi (come il Cinegetico di Senofonte). Se la tendenza che emerge, in un’analisi cronologica dei testi, «è verso una considerazione omnicomprensiva di tutti gli esseri viventi come votati all’infelicità», lo stesso Paolini deve riconoscere che non si riesce (suo obiettivo dichiarato) a «ricostruire in dimensione cronologica il tracciato delle opinioni leopardiane». L’analisi peraltro rivela anche alcune aporie nel pessimismo del poeta-filosofo: nell’attribuzione di pensiero alla materia (p. 111) o nella polemica antiplatonica sull’innatismo (p. 124). Il che mi conferma che è preferibile leggere Leopardi come grande poeta piuttosto che apprezzarne il pensiero di filosofo.

Nel saggio sul Principe di Niccolò Machiavelli (anno 2000) Paolini esamina la scelta di comporre l’opera come trattato e non come dialogo, una forma che «recupera la fiducia antica greco-latina nella fruttuosità dell’interscambio tra domande e risposte da cui può derivare la verità» alla maniera socratica (interessante l’osservazione machiavelliana sull’importanza di porre le domande giuste, un consiglio che vale anche per le interviste dei giornalisti). Qui nella smania di istruire il principe e spingerlo all’azione per liberare l’Italia dai barbari, osserva Paolini, Machiavelli «tende a mostrarsi convinto di essere arrivato a possedere la verità» anche se nell’argomentazione appare «un dialogo latente ma serrato», che «nonostante il carattere fortemente assertivo degli enunciati machiavelliani» rivela ancora «perplessità e incertezze». Al contrario nelle opere successive, come l’Arte della guerra, «la struttura del dialogo finisce per essere poco più che un espediente retorico e letterario, in quanto in esse l’autore è così convinto delle proprie idee da non ammettere vero contraddittorio». Paolini spiega come «cominci a entrare in crisi l’antica fiducia di molti scrittori di dialoghi, soprattutto del Quattrocento, convinti che la verità possa (debba) essere cercata insieme, tra uomini di cultura, e giunga alla fine di una insostituibile ricerca comune, che è anch’essa un valore, come la verità raggiunta».

L’evidente simpatia con cui Paolini guarda a Benvenuto Cellini (studio pubblicato nel 2000) non gli impedisce però di notare le debolezze formali delle sue Rime, e di una in particolare – da provetto pianista – non sa capacitarsi: «Non posso fare a meno di chiedermi come sia stato possibile che uno come lui, che da giovanotto aveva studiato musica, da adulto, scrivendo versi, incorra in vistose ipermetrie e sia incapace di sentire a orecchio se un endecasillabo suona bene o è irregolare».

Concludendo l’ordine cronologico, ecco lo studio (uscito postumo nel 2004) sulla botanica manzoniana. Anche in questo caso, la scrupolosa analisi di Paolini parte delle poesie prima della conversione per passare agli Inni sacri e all’Adelchi e finire con alcuni passi dei Promessi Sposi. Mi limito alle osservazioni sul romanzo, già abbondanti. Innanzi tutto il critico segnala che «Manzoni confronta il destino degli uomini con quello dei vegetali cogliendo le analogie strette, quasi l’assimilabilità». Due gli esempi principali: Renzo che si perde nel bosco durante la fuga da Milano (cap. XVII) e la descrizione della vigna di Renzo (cap. XXXIII). Nel primo caso «la vegetazione abbandonata a se stessa fa paura proprio perché sottratta ad ogni controllo, divenuta estranea all’uomo, anzi ostile». Del secondo passo (anch’esso oggetto di una bella lezione in classe al liceo) Paolini non solo esamina con accuratezza le fonti: oltre ai brani scritturistici di Isaia e dei Vangeli, e ad alcuni classici come Cicerone e Virgilio, individua gli scrittori secenteschi Paolo Segneri e Daniello Bartoli per «certe minuziose e lavoratissime descrizioni» e un testo sfuggito ai commentatori come la Proposta di Vincenzo Monti. Ma, a livello di significato, Paolini concorda con Giorgio Bàrberi Squarotti per indicare il passo come «uno straordinario esempio di botanica volta al morale». Non solo le colpe degli uomini causano l’abbandono della natura in uno stato degradato, come suggeriva l’illustre critico, ma – aggiunge Paolini – «la natura vegetale così abbandonata a se stessa e degradata è anche un segno e un exemplum da meditare su che cosa può diventare l’umanità stessa se si allontana dal progetto divino: quelle piante insomma siamo noi».

A conclusione noto un singolare contrasto e un parallelismo. Paolini aveva analizzato le presenze animali in Leopardi, valutandole più significative di quelle vegetali e osservando che anche nella Ginestra, «unico titolo dedicato a una pianta sono più numerose le presenze animali che quelle vegetali». Segnala che viceversa la natura «animale soffre di una strana rimozione dal mondo dei versi manzoniani» mentre, come si è appena visto, sono numerosi i segni della passione del romanziere lombardo per la botanica, interesse che lo occupava anche concretamente, nel parco della villa di Brusuglio. Per entrambi, Paolini indica la possibilità di analizzare su tre livelli la presenza del mondo animale o vegetale: una attenta osservazione diretta, l’uso delle fonti letterarie e il significato simbolico-allegorico.

L’amato Dante

Se si può avanzare una critica alla silloge pubblicata da Cisalpino è la mancanza di uno studio dedicato a Dante Alighieri, l’autore più amato da Paolini, che conosceva a memoria la Divina Commedia. Ho voluto rimediare, andando a leggere il saggio Dante di fronte ai classici latini. Quattro schede che apre il volume miscellaneo Le varie fila. Studi di letteratura italiana in onore di Emilio Bigi (a cura di Fabio Danelon, Hermann Grosse e Cristina Zampese) pubblicato nel 1997 dalla casa editrice Principato.

La ricerca delle fonti latine nella Commedia vanta una lunga storia. Nelle quattro schede sui personaggi di Casella, Caronte, Caco e Stazio, Paolini è molto accurato nel riconoscere il riutilizzo di immagini, temi e anche aspetti fonico-metrici che Dante desume da un solo autore o da un insieme di suggestioni. Il più presente è ovviamente Virgilio, ma anche Ovidio delle Metamorfosi, Lucano e Stazio tra i poeti, e Livio e Agostino nella prosa hanno parte nelle osservazioni di queste “quattro schede”. Nel puntuale argomentare del critico mi piace segnalare un paio di suggestioni: innanzi tutto la dimostrazione – attraverso precisi richiami – che Annibal Caro, nella sua traduzione dell’Eneide (1560-66), mostra di “filtrare” il testo virgiliano attraverso l’esempio e il riutilizzo che ne aveva fatto Dante. In secondo luogo, vista l’assenza di Stazio nel Limbo e – viceversa – i molteplici richiami al poeta epico latino a partire da Inferno XIV, Paolini suppone che la sua conoscenza da parte di Dante «sia stata approfondita successivamente a quei primi canti (in particolare al IV) in modo sempre più intenso e coinvolgente, come dimostrano la fruizione ripetuta e compiaciuta già nell’Inferno di episodi della Tebaide e dell’Achilleide». E che Stazio sia da considerare un poeta grande quanto i sommi incontrati nel Limbo (Omero, Orazio, Ovidio e Lucano) lo rivela anche il gioco di rime senno:fenno:cenno di Inf. IV 98-102 esattamente invertite in Purg. XXII 23-27. Siamo all’inizio del discorso di Stazio in cui viene celebrato solennemente Virgilio, non solo come poeta, ma come ispiratore della sua conversione, che gli garantisce la salvezza eterna.

Nel saggio dantesco, che ho citato solo sommariamente ma che è ricco di approfondimenti, sento sia il profondo studio che il professor Paolini aveva dedicato al nostro sommo poeta, sia la passione che sapeva trasmettere nelle sue lezioni.