Riabilitazione: costi diversi, stessi rimborsi

La terza puntata dell’inchiesta sanitaria, uscita su Avvenire il 21 febbraio scorso

riabiliLa domanda di riabilitazione è in continua crescita, sia per la nota tendenza all’invecchiamento della popolazione, che porta con sé maggiori rischi di malattie croniche e inabilitanti, sia per la richiesta di sempre maggiore in­clusione sociale. E questa richiesta si sposa con la progressiva riduzione – prevista anche dalle norme della spending review – del numero di posti letto per patologie acute, in favore di quelli per riabilitazione e lungodegenza. Ma una riforma la chiede anche – sottolinea la Società italiana me­dicina fisica e riabilitativa (Simfer) – il tipo di remunerazione delle prestazioni, attualmente centrate sulla patologia di base e non sulla complessità derivante da pazienti tra loro molto diversi. Tuttavia un Piano di indirizzo per la riabilitazione è stato adottato due anni fa, anche se permangono situazioni differenziate tra le Regioni.
A dare una mano verso un’organizzazione più adeguata c’è anche la necessità, insieme sanitaria ed economica, di riconvertire i piccoli ospedali generalisti, che per il loro limitato volume di prestazioni non garantiscono sufficienti standard di qualità. Il caso più noto è quello dei punti nascita, dove gli organismi sanitari internazionali riconoscono la necessità di avere un volume di attività pari almeno a 500 parti l’anno: «Questo è sicuro e i dati ci sono: questo tipo di ottimizzazione dev’essere dato per scontato» osserva Ameri­co Cicchetti (direttore dell’Alta scuola di economia e management dei sistemi sanitari dell’Università Cattolica). «Ma le riconversioni di piccoli ospedali – aggiunge Silvio Brusaferro, docente di Igiene all’Università di Udine e componente del Consiglio superiore di sanità – non devono essere viste dai cittadini come perdita di servizi, ma come offerta di altri servizi di migliore qualità, più adatti». Ecco che quindi il taglio dei posti letto da 4 a 3,7 per mille abitanti previsto dalla spending review non tocca però i lungodegenti e i pazienti in riabilitazione, che mantengono la quota di 0,7 posti letto per mille abitanti: «Tuttavia – puntualizza Vincenzo Saraceni, presidente della Simfer – non è stata precisata da parte del ministero la divisione tre le due: e noi crediamo che il dato relativo alla riabilitazione non possa scendere sotto gli 0,5 posti letto per mille abitanti». Il Piano di indirizzo per la riabilitazione, osserva Saraceni, «è stato un fatto culturale importante, perché ne ha precisato la specificità, oltre a indicare alcuni strumenti, quali il governo della rete riabilitativa attraverso il dipartimento. Ora occorre che queste linee guida siano recepite da tutte le regioni».
Problemi giungono però dal sistema della remunerazione, che mette in crisi alcune realtà virtuose. «Il sistema attuale è classificato secondo un codice – spiega Saraceni – che dipende dalla patologia principale di provenienza, indipendentemente dalla situazione complessiva persona. Ma se devo fare riabilitazione dopo una protesi d’anca, l’intervento non è lo stesso se il paziente è un giovane o un anziano con il Parkinson: tuttavia la remunerazione è la stessa. E questo penalizza ovviamente le strutture capaci di fare riabilitazione di alta complessità. La Simfer ha proposto che la scheda di dimissione ospedaliera sia modificata per quanto riguarda la riabilitazione, segnalando questi aspetti specifici di un paziente e quanto ha guadagnato in salute. E a questo potrebbe essere legato anche il sistema della remunerazione. È un percorso lungo, ma il ministero ha aperto un tavolo di confronto in proposito». Infatti la riabilitazione è un campo quanto mai complesso, dall’intervento ortopedico alla insufficienza respiratoria alle problematiche cognitive o di coscienza: «La nostra “disciplina” non si caratterizza per le patologie che cura, ma per le metodologie di recupero. Tenendo in considerazione, secondo il modello biopsicosociale della classificazione internazionale del funzionamento (Icf, fatta propria dall’Oms), quello che riguarda la struttura corporea, le funzioni e il grado di partecipazione sociale ». Un motivo di criticità, ammette Saraceni, è la mancata omogeneità di appropriatezza: talora può variare dai 20 ai 40 giorni la degenza riabilitativa per la stessa patologia. Tuttavia non mancano anche altri timori: «Non vorrei che le preoccupazioni delle politiche di bilancio mettano in dubbio, o attenuino, le garanzie sociali. Che sono una scelta di civiltà fatta dal nostro sistema sanitario, che è un modello di welfare universalistico, di garanzie rivolte a tutti. E che va tenuto in piedi anche con qualche sforzo».

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