Tre Centri di aiuto alla vita per accogliere le domande di Milano

 Quarta puntata del viaggio tra i Centri di aiuto alla vita lombardi, con uno sguardo ai tre Cav del capoluogo (più alcuni sportelli), e a quelli di Como e di Castiglione delle Stiviere. Gli articoli sono comparsi sulle pagine milanesi di Avvenire lo scorso 5 luglio.

duomomiMilano ospita più di un Centro di aiuto alla vita, ma le necessità della metropoli – che risponde anche alla domanda che viene dall’hinterland – sono numerose e crescenti. C’è il Cav Ambrosiano, nato nel 1980 (e diventato associazione nel 1986), che a partire dalla sua sede storica in via Tonezza, ha ampliato una rete di sportelli sul territorio, e ha messo piede anche all’ospedale San Carlo. C’è il Cav Mangiagalli, che dal 1984 presidia il reparto di maternità della maggiore clinica ostetrica del Nord, e forse dell’Italia intera. Ma c’è anche il Cav dell’Ospedale dei bambini “Vittore Buzzi”, nato ufficialmente pochi mesi fa, coordinato da Paola Persico. «Ciò che contraddistingue la nostra azione – spiega Giulio Boati, presidente del Cav Ambrosiano – è il tentativo di identificare bisogni del territorio e, grazie a un lavoro di rete portato avanti da trent’anni con consultori, servizi sociali, centri di ascolto delle parrocchie, assegnarli a chi competono. Noi seguiamo un pezzo della vita delle persone, poi facciamo da collegamento». In quest’ottica da alcuni anni è cresciuta la presenza sul territorio cittadino, e dei Comuni del sudovest milanese, grazie a una serie di sportelli aperti ogni qual volta ve ne fosse l’opportunità o la necessità. «Oltre alla sede, abbiamo presenze presso consultori (Kolbe, Mancinelli, Camen) o centri voluti dal Comune (è il caso dello Spazio Agorà a Quarto Oggiaro), ma anche alla parrocchia S. Maria Incoronata, o fuori città come Trezzano, Rosate, Assago, Bresso». In più da un anno e mezzo c’è la presenza al San Carlo, dove si attende la nomina del nuovo primario dopo la morte scomparsa di Mauro Buscaglia, promotore della convenzione tra il Cav e l’ospedale. Una collaborazione che è servita a far conoscere lo “stile” rispettoso del Cav anche a chi lo ignorava e che, come con i progetti Nasko, ha incrementato un’utile collaborazione con i servizi pubblici dei consultori e delle Asl. «Negli ultimi quattro anni – aggiunge Boati – abbiamo avviato un progetto sulle mamme adolescenti incinte, di fatto due minori a rischio, in collegamento con ospedale San Paolo e Università Milano-Bicocca (finanziato da Fondazione Cariplo)». Tra le quasi 400 donne gravide incontrate dal Cav nel 2012, le italiane sono solo circa il 15% (ma spesso più problematiche, alle prese con dipendenze e disagio psichico); tra le straniere – in questo periodo – prevalgono le sudamericane (seguite da nordafricane ed europee dell’Est). «In collaborazione con il Pio Istituto di Maternità – aggiunge la coordinatrice delle assistenti Maura Bartolo – seguiamo un gruppo di adolescenti sudamericane (Progetto Albaserena). Spesso sono di seconda generazione, portano dentro spesso tanto vuoto e solitudine, ma si cerca di porre un “semino” che non di rado riesce ad attecchire». In totale vengono seguite da una cinquantina di operatori (più sei assistenti sociali forniti dalla cooperativa Tutti Insieme) tra le 500 e le 600 donne l’anno (non solo gravide), cercando di andare incontro ai loro bisogni e attivare reti sociali di supporto sul territorio. Sono disponibili anche alcune soluzioni di accoglienza, perlopiù dedicate a mamme con più figli. Un’altra storica in città è il Cav presso la clinica Mangiagalli che vanta un numero enorme di accessi. Quasi duemila infatti sono le donne che nel 2012 si sono rivolte al Cav fondato e diretto da Paola Marozzi Bonzi e presieduto da Matteo Castelli. «Dall’impegno del Centro di aiuto alla vita – sottolinea Paola Bonzi – è sorta la constatazione che era necessario diventare punto di riferimento per l’intero nucleo familiare. Per questo nel 2000 è nato il consuiltorio familiare accreditato “Genitori oggi”, che può contare su una cinquantina di volontari e otto dipendenti». L’attività del consultorio accreditato (utile anche per i progetti Nasko) è cruciale: «Riteniamo importante occuparci anche di prevenire il disagio dei figli: seguire lo sviluppo della famiglia significa che il bambino cresce in modo più sereno. Per questo facciamo anche corsi di preparazione al parto, incontri con le ostetriche per l’allattamento, incontri con le neomamme per verificare la crescita neuromotoria dei bimbi, corsi di massaggio neonatale».

La lunga militanza “sul fronte primo dell’aborto” permette di osservare un cambiamento: «Negli anni Ottanta, appena approvata la legge 194 – dice Paola Bonzi – l’aborto era molto spesso un fatto ideologico, di “liberazione femminile” che viveva una rivalsa sul mondo maschile. Attualmente invece prevale preoccupazione per gli aspetti economici: le famiglie – soprattutto straniere – sono in difficoltà perché mancano il lavoro e le risorse; e le donne se hanno un impiego lo vedono messo a rischio da una gravidanza imprevista». L’aiuto è esteso anche alle donne che hanno vissuto un aborto: «È sempre dura l’elaborazione del lutto dopo un aborto: le donne hanno difficoltà col padre del bambino, con i medici, con le altre donne incinte. Penso che sia importante ricordare che per prevenire l’aborto occorre riempire la solitudine della donna ed essere solidali con lei: in questa città dove tutti vogliamo parlare, essere ascoltate è un po’ fuori del comune. Noi qui facciamo anche formazione permanente sull’arte dell’ascolto. Credo che l’ente pubblico dovrebbe porsi in quest’ottica: se si è intellettualmente onesti, non ci si può non porre domande. E guardi che poche donne che abortiscono sono spavalde, molte piangono. Per questo è importante essere presenti in ospedale, dove si fanno gli aborti: per offrire una vera possibilità di scelta».

 

Como, cresce l’emergenza per le più giovani

Un grande impegno nell’accoglienza di donne alle prese con maternità difficili o bimbi piccoli, un buon rapporto con i servizi sociali degli enti pubblici, ma poche le donne a rischio aborto, un po’ cresciute con l’avvio dei progetti Nasko. E un allarme: «Sono tante le donne giovani o giovanissime che si trovano a fare i conti con una gravidanza inattesa», osserva Daniela Matarazzo, presidente del Centro di aiuto alla vita di Como. L’associazione di volontariato, attiva dal 1979, nel tempo è molto cresciuta: «Ai nostri trenta volontari sono richieste competenze sempre più professionali – riferisce la presidente –. Ogni anno organizziamo un corso con relatori esperti: dallo psicologo al ginecologo, all’avvocato». E per gli aspiranti nuovi volontari, al termine del corso «un colloquio con la piscologa e con la coordinatrice delle volontarie verifica i possibili ambiti di impiego».

Le donne che si recano al Cav sono perlopiù straniere: tra le 208 giunte l’anno scorso venivano in prevalenza da Marocco, Ghana, Nigeria, Tunisia, Sri lanka, Turchia. Le italiane (49) sono però «molto problematiche, spesso con famiglie di origine assenti, o genitori separati, o magari con problemi di dipendenza». In generale però, osserva Daniela Matarazzo, «assistiamo a un aumento di ragazze giovani o giovanissime: se le minori sono state tre, ben 34 avevano un’età compresa tra 18 e 24 anni».

Per seguire le donne presenti nelle tre case di accoglienza e i bambini del nido-micronido è necessario il lavoro di 12 dipendenti (11 educatrici e una custode), che rappresentano un onere non indifferente: «Nelle case di accoglienza le donne vengono inviate per lo più dai Servizi sociali dei Comuni della Provincia o dal tribunale dei minori; qualche volta dal Cav». La prima, Casa Lavinia «da un anno si è trasferita a Lipomo, in uno stabile confiscato alla mafia e assegnatoci dal Comune a titolo gratuito. Tuttavia per adattare la villa alle nuove esigenze abbiamo dovuto affrontare spese piuttosto alte». La casa ha sette camere e servizi in comune e, grazie a una convenzione con amministrazione provinciale, questura e prefettura, è adatta per ospitare in prima emergenza un paio donne inviate dai Pronto soccorso perché hanno subito violenza: «Rimane al massimo 5 giorni, perché poi si attivano i servizi sociali». Gli altri 5 posti sono per donne incinte o mamme con bimbi piccoli.

Una seconda struttura è a Civello di Villa Guardia: «Si chiama Corte della Vita, la parrocchia l’ha data in comodato al Cav – spiega Daniela Matarazzo –. Sei mini appartamenti accolgono nuclei familiari in difficoltà». Infine Casa Irene è una struttura con due servizi: «C’è un nido con 12-14 bambini di “nostre” mamme, che si chiama “Il giardino incantato”. Al piano superiore ci sono quattro camere per donne in semiautonomia, sotto la guida di un’educatrice».

Scarsi i rapporti con l’ospedale Sant’Anna, viceversa i progetti Nasko hanno avviato una buona collaborazione con gli assistenti sociali dei consultori «che prima non ci consideravano molto – osserva la presidente –, ma poi hanno visto che lavoriamo con serietà per il bene delle donne e dei loro bambini». E ora che l’ospedale è “emigrato” in periferia, «serve di più avere rapporti con i consultori, che gestiscono tutta la fase preparatoria dell’interruzione di gravidanza».

 

Castiglione, fiore all’occhiello la casa San Luigi Gonzaga

Grazie alla generosità di una benefattrice e alla lungimiranza dei soci, il Centro di aiuto alla vita di Castiglione delle Stiviere (Mantova) può contare su una sede che comprende quattro mini alloggi per donne incinte o con bimbi piccoli e senza un tetto sicuro. La casa di accoglienza “San Luigi Gonzaga” può essere definita il fiore all’occhiello di questo Cav, che vanta una lunga storia, essendo nato nel 1979 con una quindicina di soci: «Negli anni Ottanta – riferisce il segretario Claudio Mosca – abbiamo svolto perlopiù attività culturale, con qualche aiuto materiale rivolto soprattutto all’accoglienza in famiglia di ragazze madri».

Ma col tempo le esigenze di chi chiede aiuto aumentano e cambiano, e i soci sentono l’esigenza di allargare il sostegno alle famiglie in difficoltà. La necessità di avere una sede più funzionale trova una risposta con la generosità di una signora – Maria – che mette a disposizione del Cav l’appartamento sotto il suo. Questo permette di iniziare con maggiore efficacia l’accoglienza e la distribu- zione anche di indumenti e attrezzature alle donne indigenti con neonati. Poi la casa di accoglienza – di cui quest’anno ricorre il ventennale – in anni più recenti ha potuto essere allargata, e ora comprende quattro piccoli appartamenti: «Dalla sua apertura – ricorda la presidente del Cav, Silvia Magalini – abbiamo ospitato circa 40 donne con i loro bambini. Per lo più vengono inviate dai Servizi sociali dei Comuni del territorio». Le donne che si rivolgono al Cav, negli ultimi anni, sono al 90 per cento straniere, anche se «da due o tre anni – osserva la volontaria Sara – sono in aumento le italiane». Da Marocco, Romania, Ghana, Nigeria e India le presenze più rilevanti numericamente, ma sono circa 70 le etnie incontrate dalla decina di volontari più attivi del Cav. Due le tipologie di aiuti: «Da un lato i sostegni materiali (pannolini, latte), in prevalenza a donne extracomunitarie; dall’altro le donne nel primo trimestre di gravidanza, quindi a rischio aborto: vent’anni fa erano di più le italiane, spesso ragazze madri allontanate dalle famiglie, poi anche in questo ambito sono cresciute le extracomunitarie».

Buona è la collaborazione con Caritas del territorio e Servizi sociali dei Comuni dell’Alto Mantovano, nonché con la Croce Rossa, che a Castiglione (e nella vicina Solferino) ha la sua origine storica. «Vogliamo evitare di essere visti come un distributore automatico – osserva Silvia Magalini –. Per questo lavoriamo a progetti condivisi, come quello di Coesione sociale, finanziato dal Bando per il volontariato, in collaborazione con parrocchie, Caritas dell’Alto Mantovano, Croce Rossa e assistenti sociali, finanziato in parte dalla Fondazione Cariplo. E i consultori si sono fatti carico di avviare i progetti Nasko anche su nostre segnalazioni». «Attualmente – aggiunge la presidente – prestiamo aiuto a una novantina di famiglie con circa 100 bambini fino ai due anni di età». L’attività di assistenza prevede il sostegno di psicologa, ostetrica, educatrice: «Molte sono sole, o senza famiglia. Per questo hanno spesso problemi nella gestione quotidiana dei figli. In più spesso non conoscono l’italiano e questo le rende ancora più isolate. In autunno partirà un progetto (ancora nel bando di Coesione sociale) per mettere in rete tra loro un gruppo di mamme, in modo da fornirsi aiuto reciproco». L’aiuto talora si è concretizzato anche con colloqui a domicilio delle donne: «In alcune situazioni abbiamo toccato con mano una povertà quasi assoluta» confessa Sara.

 

 

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