La Brianza nelle radici, il Regno di Dio nel cuore

Per la morte dello scrittore besanese Eugenio Corti, questo è il mio articolo comparso sulle pagine milanesi di Avvenire giovedì 6 febbraio 2014. 

 

eugeniocortiNella casa di Besana in cui era nato 93 anni fa, si è spento martedì sera lo scrittore Eugenio Corti, l’autore del Cavallo rosso.E l’amore per la terra di Brianza è uno dei tanti fili di cui è intrecciata la trama del suo capolavoro, che percorre 34 anni di storia italiana raccontati attraverso le vicende di un gruppo di personaggi che hanno il loro centro – fisico, morale e spirituale – nella città briantea. Sin dalle pagine iniziali infatti, siamo immersi nel paesaggio collinare di Nomana, alias Besana, con l’episodio della falciatura del prato nei pressi della cascina Nomanella, circondati dallo scenario delle Prealpi. La cittadina resta il centro principale dell’azione, anche se il romanzo spinge i protagonisti in giro per il mondo, dalla Russia all’Africa, dalla Polonia alla Grecia: a Nomana si torna sempre e si fa sintesi delle esperienze vissute lontano.

La tempra dei personaggi spicca come carattere distintivo di una società che si era mantenuta sana moralmente, dedita a quella solidarietà umana (prima ancora che cristiana) che si può riassumere nel motto «siamo al mondo per aiutarci», che Giulia (personaggio che rappresenta la madre delloscrittore) soleva ripetere.E la fede cristiana – trasmessa in Brianza di generazione in generazione – emerge non solo nella partecipazione alle cerimonie religiose (come la benedizione per il mese mariano, nelle prime pagine del romanzo) ma sostanzia la speranza dei protagonisti in tutte le circostanze più dolorose, che la guerra non risparmierà. Se la patria lontana – la casa, gli affetti – è un pensiero fisso nel cuore di ogni soldato, l’immaginetta che raffigura il Crocifisso di Nomana che il bersagliere Stefano conserva nella trincea sul Don, rivela in modo singolare l’attaccamento da parte di un contadino alle proprie origini e tradizioni, simboleggiate appunto dal segno cristiano per eccellenza. E uno dei capisaldi cui Eugenio Corti più teneva era la fede cristiana della sua Nomana (Besana), mentre lo angustiava il suo affievolirsi, come emerge dalle pagine piene di rammarico dedicate, nel romanzo, agli anni successivi al Sessantotto e al loro impatto sul tessuto sociale brianteo.

Del resto se la vocazione di scrittore, come ebbe a dire più volte, gli nacque leggendoin prima media l’Iliade di Omero, ispirandogli il desiderio di trasformare in bellezza ogni racconto; la spinta definitiva fu ‘figlia’ di un voto religioso, fatto nel dicembre del ’42 (durante la ritirata di Russia) nella sacca di Arbusov, soprannominata la valle della morte: «Ho promesso alla Madonna, seguendo le indicazioni di mia madre (che sapevo che a casa pregava per me), che se fossi scampato a quella strage, mi sarei impegnato per l’attuazione del secondo versetto del Padre nostro:Venga il tuo Regno». E la missione di lavorare per il Regno non si era esaurita, per Eugenio Corti, con la scrittura dei suoi libri: continuava in un’opera di confronto e dialogo con tutti i suoi lettori (che gli hanno scritto centinaia di lettere) e con coloroche lo venivano a trovare. Innumerevoli infatti sono state nel corso degli ultimi decenni le persone che hanno sentito la voglia e il bisogno di conoscere Eugenio Corti, che ha sempre accolto con simpatia – con la moglie Vanda – nella propria casa, giovani e scolaresche, professori, uomini semplici e di cultura. E che ringraziava sempre i suoi ammiratori, come nei mesi scorsi ricevendo un giornalista: «Lei mi dà la carica, mi dà la sensazione di non avere buttato via il tempo, ma di essere stato utilea qualcuno».

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