Medea, il furore della donna tradita

medeascenaMai la Medea di Seneca era stata rappresentata a Siracusa nell’ambito degli spettacoli organizzati dall’Istituto nazionale del dramma antico (Inda): solo nel 1989 era stata messa in scena a Segesta. Basterebbe questo a indicare l’interesse per l’esperimento realizzato quest’anno, con la regia di Paolo Magelli, nella splendida cavea del colle Temenite. Il testo senecano racconta un mito ampiamente noto. L’antefatto della tragedia è costituito dalla storia degli Argonauti: Giasone ha potuto impadronirsi del vello d’oro, custodito dal re Eeta, in Colchide, sul Caucaso, solo grazie all’aiuto della figlia del re, Medea, che innamoratasi del capo della spedizione di eroi greci, lo aiuta con le sue arti magiche a sopraffare mostri e superare difficoltà di ogni genere. E non esita a commettere delitti atroci (a partire da quello del fratello) per salvare Giasone, fino a giungere sposata con lui a Corinto, accolta con i due figli e il marito dal re Creonte.
La tragedia inizia quando Giasone decide di sposare Creusa, la figlia del re, abbandonando Medea al suo destino. Non solo: Creonte ordina l’esilio per Medea, temendone le capacità di nuocere con le arti magiche, di cui la “barbara” venuta dalla Colchide ha già dato ampia prova. Ma questo duplice affronto non farà che scatenare la reazione vendicativa di Medea.
Questo mito, di cui il testo di Euripide è per noi l’archetipo (il cenno che vi fa Erodoto – I, 2-3 – trascura completamente la vendetta di Medea), era stato poi trattato molte altre volte, da tragediografi greci e – quel che più conta per Seneca – romani. In particolare la perduta tragedia di Ovidio, di pochi decenni anteriore al testo senecano, ne rappresentava un precedente importante. È quindi per noi difficile apprezzare il grado di innovazione (o conservazione) che il filosofo ha voluto adottare fra le tradizioni note al suo tempo e, quasi inevitabilmente (anche se forse non correttamente), il confronto finisce con chiamare in causa la tragedia euripidea. Ancora discussa, poi, è la destinazione dei testi tragici senecani: l’opinione prevalente è che essi fossero destinati al massimo alla recitazione, non alla messa in scena in un teatro. Il che non ne sminuisce il valore letterario, ma aumenta la difficoltà dell’allestimento teatrale, che deve operare adattamenti, in particolare per limitare i lunghissimi discorsi degli attori.
La scena allestita al teatro greco di Siracusa si fa apprezzare per il suo valore evocativo-allusivo. Innanzi tutto l’ampia superficie di sale: richiamo all’acqua marina, solcata per la prima volta dalla nave Argo, a sfida delle leggi dell’universo (tema sottolineato da Seneca come una grave colpa della spedizione). Anche i remi abbandonati sulla scena paiono un ricordo di quella navigazione temeraria. Una specie di grosso cannocchiale sembra adombrare il tunnel della follia da cui Medea uscirà con la determinazione a fare del male, a vendicarsi di chi l’ha umiliata e che potrebbe deriderla. Nella sorta di labirinto posto in fondo alla scena si può vedere una figura dei meandri in cui può perdersi la mente umana, vittima di un furore incontrollabile.
Lo spettacolo vede Medea (Valentina Banci) assoluta protagonista, in scena quasi dall’inizio alla fine. Intorno a lei un Giasone (Filippo Dini) vigliacco e prepotente, un Creonte (Daniele Griggio) autoritario e cinico, una nutrice (Francesca Benedetti) timorosa e prudente, l’unica che cerca di suggerirle un comportamento di autodifesa.
medeacoroMa la maggiore differenza del testo senecano da quello di Euripide (oltre all’assenza del re di Atene, Egeo, che offre un approdo sicuro a Medea che medita la vendetta) è l’atteggiamento del coro di donne corinzie: favorevole a Medea nella tragedia greca, a lei ostile invece nel testo latino. E se nel teatro tragico greco il coro è sempre un interlocutore dell’azione scenica (quando non un protagonista), nelle opere senecane esso appare un commentatore di contorno. Che viceversa viene ben inserito nella trama della tragedia dalla regia di Magelli: lo stile da primi decenni del Novecento adottato per i costumi, le musiche e i canti illustrano in modo immediato la fatuità dell’atteggiamento di chi (cittadini di Corinto) cerca di minimizzare un fatto, il tradimento di Giasone, che scatena viceversa l’ira e l’odio di Medea, la quale sottolinea la linearità di ogni suo comportamento, coerente con una scelta d’amore fedele, e incolpa dei suoi crimini l’eroe greco: «Il delitto lo compie chi ne trae vantaggio». Anche il rifiuto delle logiche (maschili) del potere e la solitudine e la possibile persecuzione dell’esule straniera sono temi che attraversano il testo di Seneca, ma il nucleo principale mi pare proprio quello della reazione furibonda alla violazione della fede coniugale.
Coinvolgente la recitazione di Valentina Banci, che sa ben rappresentare l’oscillare della mente di Medea tra il furore che le ispira il solo ricordo del tradimento subito, e il disperato tentativo – reiterato – di riconquistare Giasone, di poter “combattere” per continuare a vivere con l’unico uomo della sua vita. Medea giunge a chiedere a Creonte di essere esiliata sì, ma insieme a Giasone, e tenta perfino di sedurre nuovamente lo stesso Giasone. Questi però, pusillanime da un lato (curioso il recupero della battuta euripidea in cui Giasone biasima la necessità di avere a che fare con le donne per generare figli), bramoso di potere dall’altro, ha già deciso: per la sua salvezza e il suo futuro sposerà la figlia del re. L’odio e la vendetta della donna tradita si abbatteranno “logicamente” su Creusa e Creonte (bruciati vivi da abiti impregnati di veleno incendiario), ma trascineranno nel baratro anche i figli, vittime necessarie per colpire Giasone, che aveva svelato il suo punto debole proprio nell’attaccamento ai due bambini. medeafigli Anche il tormento interiore di Medea che, a differenza del testo euripideo, giunge relativamente tardi a concepire il figlicidio, è rappresentato con intensità e verosimiglianza da Valentina Banci: gli appelli lugubri agli dei inferi e alle potenze magiche non sono prevalenti rispetto alla reazione viscerale umana al torto patito, che porta al delirio in cui l’ombra del fratello assassinato torna a sconvolgere definitivamente la mente della madre che si appresta a uccidere i figli. La scelta senecana di rappresentare il duplice omicidio dei bambini e di fare assistere al secondo delitto anche il padre accresce la drammaticità del finale, in cui anche il coro ammutolisce di fronte a tanto orrore. Giasone, annichilito, può solo prostrarsi davanti ai cadaveri dei figli, ma sulla scena siracusana Medea non fugge vittoriosa (diversamente da quanto è scritto nel testo di Seneca), bensì resta annientata dal male compiuto e viene come “seppellita” da secchi di sabbia che le vengono versati addosso. Medea è l’ultima vittima del suo furore.

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