«In bioetica il dialogo via maestra»

All’indomani della prima udienza di un Papa al Comitato nazionale per la bioetica, mia intervista al presidente vicario Lorenzo d’Avack, che osserva: «Sfida impegnativa superare la cultura dello scarto». Articolo pubblicato su Avvenire il 4 febbraio

d'avack«Un importante incoraggiamento al nostro lavoro, la condivisione di un metodo e comuni preoccupazioni sulla tutela dell’ambiente e dei più deboli». Il presidente vicario Lorenzo d’Avack è soddisfatto dell’incontro del Comitato nazionale per la bioetica (Cnb) con papa Francesco: «Un’udienza che è stata apprezzata anche da coloro che sono meno vicini all’insegnamento della Chiesa. E che spero si possa ripetere».
Papa Francesco ha ribadito che «la Chiesa non rivendica alcuno spazio privilegiato», ma ha chiesto di «servire tutto l’uomo e tutti gli uomini». Sono principi condivisi nel Cnb?
Ovviamente sì. All’interno del Cnb si confrontano una pluralità di opinioni ed elaboriamo pareri etici rivolti alla società e al mondo politico che intendono stimolare il dibattito pubblico e offrire un quadro delle diverse posizioni morali. Diamo spazio tanto a concezioni etiche della maggioranza quanto della minoranza. Ci accomuna la ricerca di raccomandazioni il più possibile condivise. E posso dire che negli ultimi dieci anni il principio del dialogo è largamente condiviso.
Tre gli incoraggiamenti particolari che vi ha rivolto il Papa. Il primo è sull’analisi del degrado ambientale: è un tema trascurato nella riflessione bioetica?
L’attenzione del Papa per la cura della “casa comune” è centrale nell’enciclica Laudato si’. Anche per il Cnb in diversi documenti si manifesta la preoccupazione per il degrado che l’uomo stesso ha prodotto sull’ambiente. La difficoltà in questo campo è realizzare protocolli di tutela uniformi a livello internazionale, anche perché verso una tale soluzione non agevolano gli interessi economici presenti nei diversi Paesi del mondo.
Il secondo richiamo riguarda «i soggetti vulnerabili»: embrioni, anziani, disabili. Pochi giorni fa la Gran Bretagna ha permesso di sperimentare sugli embrioni. È possibile superare la «cultura dello scarto»?
In una società dove l’utile e il relativismo sono presenti è certamente impegnativa la sfida di contrastare la «cultura dello scarto». Sull’embrione (di cui il Cnb si è occupato più volte) c’è generale condivisione che non possa essere trattato come mero materiale biologico e in Europa è prevalente la tendenza a non consentire la produzione degli embrioni a mero scopo di ricerca. Tuttavia, manca condivisione sul grado di tutela da garantire agli embrioni residuali. Anche la recente autorizzazione in Gran Bretagna a utilizzare gene editing su embrioni umani congelati, suscita forti problematiche bioetiche. La nostra legge 40 non dice nulla sul destino degli embrioni congelati.
Infine il Papa ha auspicato maggiore armonizzazione degli standard internazionali per le attività mediche, capaci però di riconoscere «i valori e i diritti fondamentali». Come fare?
Il consenso a livelli internazionale non è facile da realizzare. Un esempio è il «contratto di gestazione», che implica la commercializzazione del corpo di una donna più povera a favore di un’altra più ricca. Questa tecnica procreativa, vietata nel nostro Paese, è legittimata in altri. Questo fa sì che il divieto diventi inefficace, data la possibilità del cosiddetto “turismo procreativo”. Il tema è ora affrontato dal Parlamento solo come conseguenza del problema delle adozioni di minori nelle unioni omosessuali. Ritengo, di contro, che sulle adozioni sarebbe opportuno un ben più articolato intervento normativo. In verità il nostro governo e il nostro Parlamento evitano di affrontare temi che abbiano una forte ricaduta bioetica. Anche la fecondazione eterologa, ammessa dalla Corte Costituzionale, richiederebbe un intervento legislativo: non può essere abbandonata a linee guida ministeriali o a interpretazioni giurisprudenziali.

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