La sfida dell’inclusione per le persone Down

In occasione dell’odierna 11a Giornata mondiale della sindrome di Down, il mio articolo uscito ieri su Avvenire

wdsd16Un futuro di maggiore inclusione sociale per le persone con sindrome di Down (Sd). È la richiesta che viene rilanciata in occasione dell’11ª Giornata mondiale della sindrome di Down (#Wdsd16) da tutte le associazioni che nel mondo si occupano di sostenere i diritti delle persone con trisomia 21 e che troverà il massimo risalto domani nella conferenza internazionale in programma a New York, nella sede delle Nazioni Unite. Il tema della giornata «I miei amici, la mia comunità. I vantaggi di ambienti inclusivi per i bambini di oggi e gli adulti di domani» verrà messo in evidenza attraverso filmati (già visibili su Youtube) che presentano interviste a coppie di bambini e ragazzi (uno con la Sd e l’altro no) che condividono momenti di vita – a scuola, nello sport, nel tempo libero – e che mostrano con la naturalezza propria dei giovani come il rapporto di amicizia tra loro non trovi ostacoli per la presenza della Sd. Lo sguardo dell’amico, per dirla in altro modo, non risulta inquinato dai pregiudizi tipici del mondo degli adulti.

Si tratta di un aspetto sottolineato dal filmato che per la Wdsd16 ha preparato in Italia il CoorDown, coordinamento di 72 associazioni su tutto il territorio nazionale: «Come mi vedi?» (visibile anche sul sito di Avvenire, #HowDoYouSeeMe su Twitter). Le aspirazioni e le paure verso il proprio futuro di una ragazza con Sd, AnnaRose, del tutto analoghe a quelle dei suoi coetanei, vengono però interpretate dall’attrice Olivia Wilde: l’apparire finale della vera identità della protagonista vuole sottolineare come la valutazione possa cambiare secondo gli stereotipi di chi guarda. Realizzato dall’agenzia Saatchi&Saatchi, il breve film (con la regia di Reed Morano) vuole «contribuire a un cambiamento culturale: solo quando la disabilità sarà percepita come una delle sfaccettature della diversità si potrà davvero fare inclusione, riconoscendo l’unicità di ogni individuo – spiega il presidente di CoorDown, Sergio Silvestre –. L’obiettivo è far volgere lo sguardo oltre gli stereotipi, costruire un nuovo immaginario collettivo e promuovere un’alfabetizzazione alla disabilità». Come ribadirà domani all’assemblea di New York la consigliera di CoorDown, Martina Fuga: «L’inclusione deve prima essere coltivata nella testa e nei comportamenti delle persone: questa è la vera sfida ed è una sfida culturale».

«L’uomo costruisce la propria personalità e la propria comprensione di sé – ha sottolineato Adriano Pessina, docente di Filosofia all’Università Cattolica alla presentazione martedì scorso del progetto Dosage – , solo in quanto è in relazione con altri. Dobbiamo uscire dall’idea che le persone che nascono abbiamo bisogno di un “certificato di sana e robusta costituzione” per ottenere la cittadinanza». «Il vero cambiamento culturale – ha concluso – sarà quando il tema della disabilità non sarà riservato a chi ne viene a contatto per esperienza diretta, ma quando l’intera società si sentirà responsabile del benessere e della qualità della vita altrui».

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