Diabete curato con un trapianto innovativo all’ospedale Niguarda di Milano

Sul primo trapianto riuscito in Europa che dà nuove speranze ai malati di diabete di tipo 1, il mio articolo pubblicato su Avvenire lo scorso venerdì 10 giugno.

niguardaUn passo avanti importante per curare i pa­zienti affetti da diabete di tipo 1 è stato compiuto all’ospedale Niguarda di Mila­no, grazie a un trapianto innovativo – il quarto al mondo, il primo riuscito in Europa – compiuto da un’équipe multidisciplinare (chirurgia dei tra­pianti, diabetologia, nefrologia, anestesia, tera­pia tissutale) che ha applicato il protocollo mes­so a punto a Miami dal Diabetes Research Insti­tute, diretto da Camillo Ricordi. Lo scienziato ita­liano ha identificato un sito particolare, l’omen­to (una membrana che si estende sopra l’intesti­no) quale posto ideale per trapiantare le cellule pancreatiche. «L’intervento – spiega il diabetolo­go Federico Bertuzzi (coordinatore del program­ma di questo tipo di trapianto a Niguarda) – è av­venuto un mese fa e ora si può definire riuscito: da una settimana il paziente (un uomo di 41 an­ni, diabetico dall’età di 11) ha smesso di assume­re insulina». Da Miami giungono le congratula­zioni di Ricordi: «Questa tecnica di ingegneria tis­sutale sarà fondamentale per permettere la sperimentazione clinica di nuove tecnologie per evitare l’uso di farmaci anti rigetto, che oggi limi­tano l’applicabilità dei trapianto di isole ai casi più gravi di diabete».

«Attualmente le cellule insulari vengono infuse nel fegato – aggiunge Luciano De Carlis, diretto­re della Chirurgia generale e dei trapianti a Ni­guarda – ma molte non sopravvivono a causa di una reazione infiammatoria che ne compromet­te il funzionamento». Con il trapianto nell’omento non solo «sono stati creati i presupposti per gli studi per evitare l’immunosoppressione» conti­nua Bertuzzi, ma «si preservano meglio le isole pancreatiche durante la fase di attecchimento». La nuova soluzione, realizzata con chirurgia vi­deolaparoscopica, promette ulteriori soluzioni terapeutiche: «Sarà possibile utilizzare microca­psule per rivestire le isole pancreatiche trapiantate e limitare o evitare l’immunosoppressione, che comporta sempre rischi aggiuntivi».

A procurare le cellule del trapianto è stata l’équi­pe di Mario Marazzi (direttore della Terapia Tis­sutale a Niguarda): «Abbiamo lavorato il pancreas di un donatore multiorgano, e selezionato in la­boratorio le isole pancreatiche. Poi nel corpo stes­so del paziente è stato creato lo scaffold, l’impal­catura per ospitare le cellule trapiantate». «Que­sta impalcatura biologica – continua Bertuzzi – è fatta dal siero del paziente stesso e dalla trombi­na (un componente del sangue): insieme forma­no una specie di gel che permette l’adesione di queste isole alla membrana dell’omento». «La trombina diventa solida – aggiunge Marazzi –, le isole pancreatiche restano intrappolate all’inter­no, e producono insulina. L’omento presenta il vantaggio di avere una ottima vascolarizzazione». «Trapiantando le isole pancreatiche nel fegato – continua Marazzi – abbiamo già buoni risultati: un 80 per cento di successo nell’indipendenza dall’insulina (i dati sono in via di pubblicazione). Poi avevamo individuato anche il muscolo qua­le possibile bersaglio, infine l’omento, su sugge­rimento di Camillo Ricordi. Questo paziente è sta­to scelto perché non poteva ricevere le cellule nel fegato o nel muscolo».

Oltre a Miami e Niguarda «stanno partendo con la sperimentazione – conclude Marazzi – anche altri centri nel mondo, tra cui Edmonton in Ca­nada, mentre altri ospedali stanno chiedendo no­tizie ». «Di fatto è avviato un trial multicentrico» specifica Bertuzzi, che offre uno sguardo sulle ul­teriori prospettive offerte da questo trapianto: «Lo scaffold nell’omento potrebbe ospitare anche te­rapie con cellule staminali dell’adulto; o altri tipi di beta-cellule, magari ottenute in laboratorio, per produrre insulina».

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