La bioetica in cerca di radici condivise

In occasione della Giornata mondiale della bioetica indetta dall’Unesco, il mio articolo apparso il 20 ottobre su Avvenire

bioethicsUn’occasione per riflettere sull’odierno sviluppo – e sul futuro – della bioetica in un’epoca in cui il progresso tecnologico sembra spesso avanzare senza una riflessione che ne guidi il percorso e in cui i diritti individuali e il principio dell’autonomia del soggetto appaiono i nuovi cardini indiscussi del dibattito pubblico e della sua traduzione in leggi. Così si può provare a leggere la Giornata mondiale della bioetica di ieri lanciata dall’Unesco all’insegna del tema «Dignità umana e diritti umani».

«Le Giornate sono una sollecitazione utile per pensare alle questioni bioetiche, purché non diventino “commemorazioni” – osserva Adriano Pessina, direttore del Centro di Ateneo di Bioetica dell’Università Cattolica –, un segno del fatto che la bioetica non è più protagonista». «Il richiamo alla dignità umana – ricorda Lorenzo D’Avack, presidente vicario del Comitato nazionale per la bioetica – è presente in molte carte internazionali, nel preambolo della stessa Carta delle Nazioni Unite (1945) e nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (1948). Resta il fatto che è la dignità umana non è facilmente definibile perché ha significati multipli. Ed è oggetto di interpretazioni persino opposte». Anche se, sottolinea Alfredo Anzani (presidente del Comitato etico dell’ospedale San Raffaele di Milano), «occorre ricordare che la dignità non è solo questione di auto-determinazione, ma è presente dovunque ci sia un volto umano. Ed è questione di relazione». E a proposito delle dichiarazioni anticipate di trattamento – oggetto della prima parte del convegno organizzato ieri dall’Università degli Studi di Milano in occasione della Giornata mondiale della bioetica indetta dall’Unesco – «ritengo che ci si debba ricordare di dare spazio alla relazione affettiva. Bisogna evitare un approccio condizionato da visioni ideologiche contrapposte, che produce un dibattito sterile: da medico credo che quando nella cura siamo di fronte a un uomo, resta la necessità di avere un rapporto umano, che eviterà accanimento terapeutico e abbandono». Sulla dignità, continua Pessina, «la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo aveva un’idea chiara: la dignità non è qualcosa che si acquisisce o si perde, ma è inerente alla stessa condizione umana, una garanzia della tutela dell_umano». «Obiettivamente nel mondo contemporaneo – è il parere di D’Avack –, mancando un’etica condivisa, il compito del legislatore si fa sempre più complicato. L’etica laica presuppone un confronto di posizioni, sapendo già che le scelte non saranno accolte in modo unanime dalla società». Tuttavia che venga messa in agenda «la commerciabilità del corpo – aggiunge –, o che un bambino possa nascere grazie a un contratto, pone molte perplessità. Si sfrutta la povertà di donne in Paesi lontani che mettono a disposizione il proprio grembo».

«Cruciale – riprende Anzani – è anche l’educazione dei giovani: occorre evitare che si svolga solo un lavoro accademico. In più c’è necessità di continuare a dialogare tra posizioni diverse, ma occorrerebbero forse più maestri, che scarseggiano». E «le nuove generazioni – riprende Pessina – appaiono in una condizione di analfabetismo in materia, e sembrano esonerate dal contribuire per il fatto che le legislazioni sancirebbero già tutto». Se «certi principi sono fortemente in crisi – ribadisce D’Avack – c’è l’opportunità di fare scelte legislative consapevoli, tenendo presente che cosa si va a disporre e che cosa a ledere. Si tratta di scelte che hanno conseguenze sulle generazioni future». Il nodo cruciale – sottolinea Pessina – è che «la riflessione filosofica recuperi un nesso costitutivo tra l’antropologia (chi è l’uomo) e la dimensione dei diritti che gli ineriscono in quanto essere umano. Nel momento in cui non c’è legame tra antropologia e questioni della dignità e dei diritti, ma solo un aggancio tra libertà, volontà e dignità, tutto diventa aleatorio».

A dominare appare sempre più il mercato, con la bioetica ridotta ad ancilla tecnologiae, lamenta Pessina: «Grandi motori mai messi in discussione sono il “mercato” (che determina anche la possibilità di ricerche scientifiche) e il “desiderio” che viene rappresentato come se non avesse limiti, con l’incapacità di valorizzare qual è la condizione umana, in cui il limite non è semplicemente una negazione, ma una condizione. Abbiamo fatto del limite un ostacolo da superare, ma ci sono limiti che ci richiamano a valori da tutelare. Accanto a vincoli che vanno rotti perché sono catene, altri non vanno tagliati perché sono radici. L’interrogativo deve essere: stiamo rompendo catene o tagliando radici della nostra umanità? Pensiamo a bioetica ed ecologia: se non riconosci vincoli e non tuteli l’ambiente, l’idea di non avere limiti ma solo ostacoli porta all’autodistruzione».

«La bioetica ha ancora moltissimo da dire – conclude Pessina – solo se riesce a sganciarsi da una serie di luoghi comuni propri del pensiero neoliberale che funziona sotto lo slogan “che male c’è?”, e si apre alla riflessione su un’altra questione: “che bene è in gioco quando faccio queste cose?”».

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