«Accanto ai malati, curando con coscienza»

L’italiano Vincenzo Defilippis è il nuovo presidente dei medici cattolici in Europa. La sua prima intervista nel mio articolo ieri su Avvenire

feamc

Il mese scorso in Portogallo la Federazione europea delle associazioni dei medici cattolici (Feamc) ha eletto per la prima volta un presidente italiano: Vincenzo Defilippis, direttore dell’Unità operativa Rischio clinico e qualità della Asl di Bari e consigliere nazionale dell’Associazione medici cattolici italiani (Amci). Con lui affrontiamo alcuni dei problemi più scottanti che agitano il dibattito bioetico in Europa,e non solo.

Sulla maternità surrogata il recente no del Consiglio d’Europa è un baluardo sufficiente?

L’Assemblea parlamentare del Consiglio di Europa ha bocciato la risoluzione della senatrice verde Petra De Sutter, che in Belgio dirige una clinica che pratica la maternità surrogata, ma con una maggioranza «bassa» (83 no, 77 sì e 7 astenuti). È, a mio parere, una vittoria temporanea per chi si batte contro la pratica dell’utero in affitto, perché il fronte trasversale che ne vuole la legalizzazione in Europa non è affatto acchetato (analoga proposta era già stata condannata dal Parlamento europeo) e cercherà ancora di fare nuove proposte. Il Consiglio d’Europa ha ribadito che, oltre ai diritti dei bambini (tesi De Sutter), ci sono anche i diritti delle donne, e che non esiste una distinzione chiara tra maternità surrogata commerciale e «altruistica ». Le presenza di parlamentari italiani anche nel fronte del sì, e soprattutto dei gruppi parlamentari belga, cipriota, olandese, portoghese e ceco ci dice che il Consiglio d’Europa non è ancora un baluardo sufficiente e necessita di ulteriore sensibilizzazione e chiarificazione sui diritti naturali dell’uomo e, nel caso, specificatamente delle donne e dei bambini: la madre surrogata è l’esempio palese della prevalenza del desiderio di una coppia di avere un figlio sul diritto naturale della donna a non porre «in affitto» la propria capacità procreativa e sul diritto naturale del figlio ad avere genitori biologici unici. Non è una posizione confessionale, ma una riflessione razionale, scientifica, logica, giuridicamente fondata, una posizione «ecologicamente corretta».

Che problemi pone la nuova definizione di infertilità (chi non può procreare per motivi non solo clinici) cui sta lavorando l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms)?

La sterilità è l’incapacità di concepire e l’infertilità l’impossibilità di portare a termine la gravidanza. Su questo l’Oms ha avuto sinora posizioni scientificamente corrette e fondate. La risposta a condizioni patologiche è, ovviamente, in terapie adeguate. È palese che l’Oms non possa proporre una terapia per una condizione non patologica, perché introdurrebbe elementi non scientifici e medici, ma di altro contesto. È opportuno vigilare perché non si apra una deriva per cui la sterilità naturale, qual è quella di una coppia di soggetti dello stesso sesso, possa trovare sponda in definizioni «non corrette» dell’Oms e ritenersi analoga a una sterilità di una coppia eterologa. Curare una patologia è cosa ben diversa dal soddisfare a ogni costo un desiderio di genitorialità, con spregio per i diritti naturali dei concepiti.

Oltre alla Svizzera, da anni Belgio e Olanda hanno reso possibile l’intervento del medico per dare la morte. E c’è stata la prima eutanasia di un minore. Come contrastare una tendenza che capovolge il dovere della medicina di curare e assistere?

Sull’eutanasia in Europa abbiamo varie posizioni, ma di certo quella maggioritaria della classe medica è contraria alla pratica eutanasica e favorevole al «non accanimento terapeutico» e all’accompagnamento del sofferente e del morente. In un’epoca di efficientismo e di tecnologia avanzata, l’aspetto umano della malattia e della morte è stato come rimosso: parecchi medici e infermieri non sanno più stare accanto «umanamente » al malato terminale e alla sua famiglia. È tempo oramai di inserire insegnamenti universitari specifici di formazione alla gestione dell’evento morte, alle cure palliative, al rispetto della dignità della vita umana, alla capacità di dialogare. L’eutanasia è superabile con una «riumanizzazione formativa» degli operatori sanitari: il malato non chiederà di morire se non sarà solo ad affrontare una malattia terminale e la morte. Per noi medici cattolici è esperienza consolidata, ma riscoprire la bellezza e la potenza dell’essere medico capace di dialogo e di accompagnamento non è un fatto confessionale, ma culturale: la sfida epocale per i medici è promuovere un’autentica medicina che cura, non che uccide.

L’obiezione di coscienza viene sempre più spesso attaccata. Come difendere il diritto al dissenso del medico di fronte a leggi inique?

L’obiezione di coscienza è una delle più grandi conquiste di civiltà dell’umanità. Nessuna argomentazione normativa può violare la libertà del medico rispetto al proprio convincimento scientifico e culturale, oltre che religioso. Su questa posizione siamo intransigenti: nessuna norma potrà mai privarci del diritto di obiezione di coscienza e obbligarci a far azioni contro la nostra convinzione etica. In Italia l’Ordine dei medici è su tale posizione, ma in Europa non c’è uniformità: per esempio in Croazia il Parlamento non ha ancora adottato l’istituto dell’obiezione di coscienza, con grande difficoltà per i medici. La tutela di questo istituto giuridico passa da un rinnovato impegno formativo a ogni livello sia scolastico sia professionale che possa resistere ai costanti tentativi di ridurre medici e operatori sanitari a cittadini senza etica e coscienza.

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