Greco, una lingua che si può comprendere. Facilmente si finirà poi con l’amarla

Recensione del libro di Andrea Marcolongo: La lingua geniale.

Un’introduzione allo studio del greco antico che vuole sfatare alcuni miti negativi che ne circondano l’apprendimento, sentendo l’insopprimibile desiderio di comunicare la propria passione per una lingua troppo spesso “bollata” come ostica. E che secondo alcuni sarebbe anche “inutile”. Alle tradizionali accuse risponde Andrea Marcolongo, giovane professoressa di greco, con “La lingua geniale. 9 ragioni per amare il greco”, fortunato saggio (edito da Laterza) che trasmette tutto l’entusiasmo dell’autrice per lo studio dei testi di Omero e Platone. E non per il contenuto letterario delle opere soltanto, ma proprio per la qualità della lingua, per le modalità espressive del greco antico, valorizzandone e cercando di chiarirne alcune particolarità che allo studente alle prime armi – ma non solo – appaiono talvolta astruse e fonte di scoraggiamento. Ecco allora che Marcolongo cerca di chiarire il tipo di utilizzo dei verbi greci, fondato – a differenza dell’italiano e della maggior parte delle lingue contemporanee – non sul tempo ma sul modo, che esprime la qualità dell’azione. O ancora la particolarità dell’ottativo, il modo ormai scomparso che serviva a indicare un desiderio, una possibilità, una volontà di compiere un’azione. Mentre sul nome offre un ripasso sul sistema dei casi e motiva la presenza del genere neutro e del numero “duale” che serve a indicare (ma solo in certe condizioni) che il soggetto della frase è un’entità doppia. L’autrice non nasconde peraltro alcune difficoltà oggettive che il greco antico presenta, che non sono certo rappresentate dall’alfabeto diverso dal nostro, quanto piuttosto – per esempio – dalla distanza ormai plurisecolare con coloro che parlavano questa lingua, che rende difficile, per non dire impossibile, risalire con certezza a come veniva pronunciata. Il complesso di spiriti e accenti (e iota sottoscritti) non basta infatti a permetterci di ricostruire come dovesse suonare una lingua particolarmente musicale, in cui a prevalere era l’aspetto melodico dell’accento (come nel cinese) e non quello tonico (come in italiano). Particolarmente accattivanti sono le pagine in cui Andrea Marcolongo cerca di introdurre il lettore nella mentalità della persona che parlava greco, ricordando una ovvietà troppo spesso trascurata: le persone con questa lingua si capivano e potevano coprire tutte le necessità di una comunicazione che spaziava dalle necessità della vita quotidiana alle speculazioni filosofiche più elevate e complesse. Il libro è arricchito da alcuni “intermezzi” che affrontano alcuni problemi o curiosità: dall’uso del dizionario alla scelta della grammatica, dalla tavola cromatica usata dai greci ad alcuni cenni di storia della scrittura e persino le abitudini enologiche dei popoli ellenici. Utili e chiarificatrici le spiegazioni sull’uso delle particelle (croce e delizia di ogni studente) o sull’importanza dell’alfa privativo. Rivaluta lo sconosciuto (ai più) Isidoro di Siviglia e confessa di non capire Pindaro (anche se spezza una lancia in favore della poesia). Singolare ma interessante anche la segnalazione dell’esistenza di un metodo di apprendimento che vuole insegnare il greco attraverso le conversazioni, come si fa per le lingue moderne.

Si esce dalla lettura del saggio confortati. Anche se il titolo resta un bello slogan (non si trova un elenco di nove ragioni), il libro si raccomanda a tutti gli studenti alle prese con il greco (ma non solo): apprezzabile e utile lo sforzo di aiutare il lettore a entrare nei meccanismi – anche psicologici – che guidavano i parlanti antichi. Non è così strano, e risulta di grande aiuto, come per qualunque lingua. Con simpatia e levità l’autrice riesce a ironizzare sulle sue peggiori figuracce scolastiche e sugli equivoci che le causa il portare un nome “da maschio” (con cui peraltro ha fatto pace). Solo il capitolo finale, con la ricostruzione delle vicende dell’indoeuropeo e del greco moderno, risulta meno scorrevole e accattivante: non a caso è il meno utile dal punto di vista operativo.

Infine, trovo più che consolante – direi quasi entusiasmante – che continuino a trovarsi giovani (l’autrice è nata quando mi ero già laureato su un filologo omerico di età alessandrina) che si appassionano alla millenaria bellezza e varietà della lingua greca: «Sono certa – scrive Andrea Marcolongo – che lo studio del greco contribuisca a sviluppare il talento di vivere, di amare e di faticare, di scegliere e di assumersi la responsabilità di successi e fallimenti. E contribuisca a saper godere delle cose anche se non tutto è perfetto». Un messaggio ricco di vitalità e di carica etica. Forse la miglior risposta a chi continua a ritenere inutile lo studio delle lingue classiche.

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2 pensieri riguardo “Greco, una lingua che si può comprendere. Facilmente si finirà poi con l’amarla

  1. A mio avviso il merito del libro,che e’una sorta di autobiografia ,come quella di Annie Ernaux,sta nella qualita’della persona che mette sulla pagina i suoi pensieri piu’privati anche riguardo al greco.Un altro concetto importante e’la individuazione del collegamento stretto tra Popolo e lingua per cui l’elemento unificante lingua e’fondante.Per restare nell’attualita’e con riferimento appunto alla lingua come collante di civilta’ citerei il film Arrival.Poi ci sono altri elementi affascinanti ad esempio il capitolo sull’aspetto e’un”giallo” con un assassinato il Greco antico,e un colpevole la “koine”.Un controcommento?

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    1. Che il testo sia autobiografico è chiaro, ma sempre in relazione all’apprendimento del greco. Non conosco i libri di Annie Ernaux, ma ciò che più ho apprezzato di questo saggio – che è scritto con uno stile accattivante – è il messaggio di incoraggiamento allo studio, che può far superare le difficoltà e permette di gustare le bellezze dei testi antichi. Oltre a rappresentare un segnale di serietà di cui nel mondo odierno c’è sempre bisogno.

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