Alla scoperta di Quarenghi, architetto bergamasco alla corte degli zar

Spunti e divagazioni su una mostra in corso alla biblioteca civica “Angelo Mai” di Bergamo

La biblioteca Angelo Mai di Bergamo

Ha un profilo più storico che artistico la mostra sull’architetto Jacopo Quarenghi (1744-1817) in corso a Bergamo fino al prossimo 30 aprile. E non potrebbe essere diversamente visto che è dedicata a esplorare il costituirsi del fondo quarenghiano – con i suoi 761 pezzi è il più ampio esistente al mondo (disponibile anche su Dvd) – nella biblioteca civica “Angelo Mai”. La visita può essere peraltro l’occasione di scoprire altri piccoli tesori dello storico Palazzo Nuovo di Città Alta.

Strumento utile per addentrarsi nel significato della mostra è la breve guida di Giulio Orazio Bravi e Piervaleriano Angelini. Quarenghi, giunto a Roma nel 1761 per perfezionarsi nella pittura e uscitone architetto chiamato alla corte di Caterina II di Russia nel 1780, fu uno dei primi a capire l’importanza della neonata biblioteca, mandandole in dono i primi volumi di disegni delle sue realizzazioni architettoniche (Teatro dell’Ermitage e Banca di Stato) eseguite per la capitale degli zar, dove divulgò uno stile neoclassico che si rifaceva ad Andrea Palladio. Era stato pochi anni prima un altro illuminato bergamasco, il cardinale Giuseppe Alessandro Furietti (segretario di papa Clemente XIII), con un’eredità di 1.500 volumi a condizione che fossero fruibili dai cittadini, a “imporre” alla sua patria l’istituzione di una biblioteca pubblica. Il saggio di Bravi e Angelini procede a illustrare le vicende del fondo Quarenghi che cresce di consistenza tra le bufere dell’epoca napoleonica e i contraccolpi della restaurazione, in parallelo all’arricchirsi della biblioteca, che passa dalla stanza di Palazzo Nuovo alla canonica del Duomo, prima di essere trasferita negli ambienti appositamente arredati del Palazzo della Ragione, e solennemente inaugurati nel 1845. Nel frattempo Quarenghi era morto in Russia, ma l’orgoglio di mantenerne vivo il ricordo in patria viene fatto proprio dal figlio Giulio, che subito dona un’edizione aggiornata (la prima risaliva al 1821) del catalogo delle opere paterne e nel 1870, in età avanzata (era nato nel 1790), propone alla amministrazione cittadina l’acquisto (a un prezzo di favore) di un corposo gruppo di ben 535 suoi disegni allo scopo di «conservare alla patria i parti dell’artistico suo ingegno». La raccolta che entra a far parte della biblioteca civica viene poi integrata da altre donazioni: in particolare la nipote Antonietta Quarenghi, figlia di Giulio, consegna un Minutario della corrispondenza dell’architetto, che diventa «fondamentale documentazione per la conoscenza dell’artista» scrivono Bravi e Angelini. Che sottolineano anche il circolo virtuoso innescato: le successive donazioni hanno permesso nuovi studi storico-artistici sull’opera di Quarenghi, la cui divulgazione ha stimolato ulteriori lasciti.

E in effetti, dalle primissime segnalazioni a stampa circa l’attività dell’architetto neoclassico nella lontana San Pietroburgo da parte dei letterati suoi contemporanei Ippolito Pindemonte, Pier Antonio Serassi e Francesco Maria Tassi, al lavoro di catalogazione di Bartolomeo Secco Suardo a metà Ottocento sino all’opera del pittore Giuseppe Macinata che passa in rassegna la raccolta dei 535 disegni, la biblioteca di Bergamo si è mostrata adeguata al compito di mantenere vivo il ricordo del concittadino. Persino le autorità russe nel 1874 manifestarono l’interesse ad avere copia di documenti del fondo Quarenghi perché tra essi si trovavano tracce della loro illustre sovrana del secolo precedente.

Accanto a minute notazioni di biblioteconomia, con la storia della collocazione della raccolta quarenghiano nelle sedi della biblioteca (che torna nel Palazzo Nuovo nel 1927) e delle cassapanche utilizzate per esporre i suoi documenti, il saggio di Bravi e Angelini ricostruisce poi, nel corso del Novecento, i momenti della riscoperta di un autore che è stato per molto tempo trascurato. Le mostre del 1967 (150° della morte) e del 1994 (bicentenario della nascita) hanno rappresentato le ultime tappe di una rivalutazione che si è concretizzata in iniziative editoriali e culturali in senso lato, quali la nascita dell’Osservatorio Quarenghi, promotore delle iniziative di questo bicentenario, e che si protrarranno per l’intero 2017 (proprio domani apre a Milano un’altra esposizione dedicata al rapporto di Quarenghi con l’Accademia di Brera, di cui era socio onorario).

Infine due curiosità. La biblioteca civica, intitolata nel 1954 ad Angelo Mai (filologo bergamasco del primo Ottocento, eternato soprattutto dalla poesia che gli dedicò Giacomo Leopardi) merita comunque una visita: al primo piano invita allo studio l’ampio salone Furietti, e la bella sala tassiana ricorda le origini bergamasche di Bernardo e Torquato Tasso. Una sala dove – oltre al busto di un giovane Torquato e alla ricca raccolta di opere dei due poeti e di studi critici – si possono ammirare due grandi globi (terrestre e celeste) realizzati alla fine del Seicento dal geografo Vincenzo Coronelli.

L’altra è invece un interrogativo: il figlio Giulio Quarenghi nomina il padre come Giacomo e così la maggior parte dei documenti a stampa successivi. Ma l’architetto, in una lettera esposta in mostra e risalente al 1788, si firma Jacopo Quarenghi. Nella lingua italiana Giacomo e Jacopo sono varianti dello stesso nome. Resta però la curiosità di capire (a meno che non esistano molti altri documenti autografi di segno opposto) perché in questo caso si sia affermata la forma diversa da quella usata dal legittimo interessato.

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