Latino, patrimonio dell’umanità. Che dona libertà e bellezza

Recensione del libro di Nicola Gardini: Viva il latino

Il cuore del libro è nel capitolo conclusivo, quando l’autore contraddice efficacemente l’irritante definizione di “lingua inutile” del sottotitolo. Ma scorrendo i capitoli, anche chi non ha mai letto nulla in latino viene accompagnato in un viaggio appassionante attraverso una grande varietà di testi letterari, in versi e in prosa, che fanno sorgere spontanea una domanda: perché dovremmo rinunciare a tanta ricchezza? Con Viva il latino. Storie e bellezza di una lingua inutile (Garzanti) Nicola Gardini, docente universitario di Letteratura italiana e comparata a Oxford e affermato autore di saggi, traduzioni, romanzi e poesie, si rivolge a un pubblico principalmente di giovani. Ma, aggiunge, il libro può essere letto con profitto anche dagli adulti, ex liceali o meno. Mi augurerei da coloro che sono a vario titolo coinvolti nelle attività di programmazione scolastica ai piani più alti, e che – periodicamente – mostrano preoccupanti insofferenze verso le materie umanistiche, o formative nel senso più ampio del termine.

Partiamo quindi dal fondo. Gardini invita a riflettere su come il concetto di utilità quando si parla di formazione sia triste e pericolosamente limitato. E domanda, in un’epoca di «resa alle macchine» o alla tecnologia, che cosa l’individuo umano debba sapere «dei bisogni non immediati, delle necessità non pratiche e non evidentemente materiali, ma non per questo meno urgenti» In una parola «del cosiddetto spirito» (corsivo dell’autore). In generale sottolinea l’importanza «dell’interpretazione: senza interpretazione non c’è libertà, e senza libertà non c’è felicità». Rifiuta il «fragile argomento degli “utilisti”», cioè che il latino «serve a formare la mente» (non è motivo sufficiente per studiarlo, ma non demolirei del tutto l’assunto). E liquida l’accusa di lingua morta, distinguendo opportunamente la forma scritta (e perenne) di una letteratura da quella orale, estremamente labile. E una letteratura – specifica Gardini – che ha stimolato (e continua a stimolare si può aggiungere) «la creazione di altra letteratura».

Quanto sia variabile e la produzione letteraria della latinità, Gardini mostra nel succedersi dei capitoli, dedicati a un autore – poeta o prosatore – tra i più famosi, mettendone in evidenza sia alcune caratteristiche del pensiero, sia la qualità dell’espressione linguistica, scegliendo testi che «continuano a dirci cose importanti sul senso della vita e della società». Si spazia dall’aspetto «primitivo» del latino di Catone il Censore, che ha comunque «una sua innegabile forza artistica», alla prosa «esatta» di Cesare; dalla capacità della poesia di Lucrezio di «estendere il significato delle parole latine» per esprimere concetti filosofici al turpiloquio di Catullo che «serve principalmente da strumento di protesta sociale». Ancora, dalla ricchezza della lingua poetica dell’Eneide di Virgilio a quella dell’Ovidio delle Metamorfosi, «poema della giustizia»; dalla brevità e variatio di Tacito alla linearità asciutta di Seneca e alla lingua, diversamente tra loro ma ugualmente inventiva, di Petronio e Apuleio. Fino a un cenno al latino cristiano, con le mutazioni semantiche e sintattiche funzionali al nuovo discorso sacro. Qualche parola in più dal capitolo su Cicerone, che «ha rifondato la prosa sia come prassi sia come concetto»: «La cura della forma, la precisione semantica, la corrispondenza delle parole all’argomento, la scelta di termini che non uscitino sorpresa o disapprovazione in chi legge o ascolta, la ricerca della chiarezza e dell’eleganza, il rispetto della grammatica» è l’eredità che ci lascia il latino ciceroniano.

Mi piace infine sottolineare il richiamo di Gardini alla famosa lettera in cui Niccolò Machiavelli descrive a Francesco Vettori (10 dicembre 1513) il suo dialogo con gli «antiqui huomini», perché era stata oggetto quasi delle stesse riflessioni durante i miei studi liceali da parte dei docenti sia di italiano sia di storia. Colpisce, scrive Gardini, «l’impegno a entrare nel mondo degli antichi… lo sforzo di comprendere storicamente, di uscire da sé e di avvicinarsi all’altro». Uno storicismo che mette in guardia da troppo facili assimilazioni: «Gli antichi ci parlano di sé. Noi, imparando chi sono loro, impariamo a parlare di noi stessi; diventiamo, per così dire, un pochino antichi anche noi, anziché pretendere che loro diventino moderni; immettiamo noi stessi nel flusso della storia, e questo non può che portare benefici correttivi alle nostre irresponsabili pretese di assolutezza».

La conclusione del libro ci riporta alla necessità – anche etica – di non riporre «nel solo benessere materiale la fonte di qualsivoglia felicità» (illusoria, aggiungerei), ma di prestare attenzione «all’educazione degli spiriti», compito che la letteratura assolve grazie alla capacità – tra le altre – di «ampliare i confini del vissuto attraverso nuove ipotesi di mondo», di «confezionare sentimenti ed emozioni e valori morali», e di «comunicare una speciale forma di piacere: quella del capire interpretando». Una condizione che aiuta a migliorare il mondo in cui viviamo. La letteratura latina resta un patrimonio di cui l’umanità farebbe bene a non privarsi.

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