Tra i greci da Pompei e Bisanzio

Il poema Europa di Mosco
Manoscritto bizantino del XV secolo

Greci d’Occidente e greci d’Oriente su Avvenire di oggi nelle pagine della sezione Agorà. L’elzeviro di Roberto Mussapi («Quanto a Pompei ci si tuffava nel mito greco») è dedicato alla mostra che si apre oggi agli scavi di Pompei (Pompei e i Greci fino al 27 novembre): «Partendo da una città italica, Pompei, se ne esaminano i contatti con il Mediterraneo greco.Oltre 600 i reperti esposti tra ceramiche, ornamenti, armi, elementi architettonici, sculture provenienti da Pompei, Stabiae, Ercolano, Sorrento, Cuma, Capua, Poseidonia, Metaponto, Torre di Satriano e ancora iscrizioni nelle diverse lingue parlate – greco, etrusco, paleoitalico –, argenti e sculture greche riprodotte in età romana». In definitiva «una grande occasione per affrontare la realtà greca a Pompei» che, sebbene nota come città romana sepolta dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., è collocata in quell’area che fu colonizzata dai greci sin dall’VIII secolo avanti Cristo.

Dalla grecità in Occidente a quella in Oriente: l’articolo principale della pagina («Bisanzio. Alle radici dell’Europa») è un’intervista di Simone Paliaga a Sylvain Gouguenheim, medievista di Lione e autore già nel 2008 di un libro che “ridimensionava” il ruolo degli arabi nella trasmissione della civiltà greca a favore dell’impero bizantino. Lo studioso ora riprende le sue tesi nel saggio La gloire des Grecs e ripete che – soprattutto per arte e letteratura – è stato cruciale il ruolo svolto dalla civiltà bizantina. «Ha conservato – osserva Gouguenheim – una parte molto consistente della letteratura greca. E in ogni caso tutto quello che abbiamo oggi proviene da manoscritti copiati a Bisanzio. È grazie alle nuove copie realizzate tra il IX e il XII secolo che disponiamo dei testi originali delle opere di Omero, Platone, Aristotele, di storici come Erodoto e Tucidide, degli scrittori di teatro come Sofocle, Eschilo e Euripide. In campo letterario, è da questi manoscritti che derivano le traduzioni realizzate tra il XI secolo e il Rinascimento». Così come, aggiunge, esercitò un grande influsso nell’arte, anche romanica. Dagli arabi«è venuta la traduzione di libri di medicina, filosofia, matematica. Il mondo musulmano ha inoltre fornito alcuni commentari filosofici dei quali quelli di Averroè sono i più conosciuti».

Ancora in Agorà, una pagina sulla “post grecità”, potremmo quasi dire. «La Sicilia letteraria di Leone» è l’articolo in cui Giuseppe Matarazzo, approfittando della mostra in corso a Busto Arsizio (Varese) esamina la carriera del ragusano Giuseppe Leone, «il fotografo della civiltà iblea», e il suo rapporto di amicizia con scrittori siciliani novecenteschi. Grazie all’editore Enzo Sellerio, Leone ebbe l’opportunità di conoscere Leonardo Sciascia, la cui casa di villeggiatura vicino a Racalmuto «divenne uno straordinario luogo di conversazione» con Gesualdo Bufalino e Vincenzo Consolo. Leone racconta che Sciascia gli presentò l’italianista «Salvatore Silvano Nigro con il quale iniziai a collaborare, costruendo un’amicizia che dura saldamente fino a oggi e che mi permette di accendere nella memoria quei momenti profondi con i grandi autori siciliani». Esplorando con le sue foto «neorealiste» questa porzione della Sicilia: «Ho cercato di rappresentare un’umanità in cui anche la povertà ha una sua dignità»

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