Tra la passione e la risurrezione

Deposizione
Deposizione

Due testi interessanti legati al tempo pasquale oggi su Avvenire in copertina dell’inserto «Agorà sette». Un racconto di Giuseppe Lupo («Nella tomba che avevo scelto per me») immagina che, nella sua vecchiaia, Giuseppe di Arimatea rievochi l’evento sconvolgente della risurrezione di Gesù («lo sconquasso»), che lasciò stupefatti lui e gli stessi apostoli. Parlando in prima persona ricorda che era stato il suo servo Zoroadele, che per l’emozione continuava a muovere le braccia come un uccellino, ad aver «voluto che io corressi nella casa dove stavano radunati i seguaci del Maestro» e li aveva trovati «tutti a occhi sgranati, tutti sognanti: “Il Maestro è risorto! Il Maestro ha mantenuto la promessa!”». Rientrando a casa turbato («L’ho sistemato nella tomba… Come sarebbe a dire: risorto?»),  Giuseppe si preoccupa del servo sordomuto che cammina dietro di lui: «Dopo quel che è accaduto, chi se ne importa tra noi chi è servo e chi padrone?». A molti anni di distanza, l’evento continua a interrogarlo nel profondo: «Tutti vogliono vedere il sepolcro del miracolo, lo chiamano così, sepolcro del miracolo. Tutti tranne me». Giuseppe evita di andarci: «Ci andrò quando sarò pronto, quando finalmente avrò capito cos’è accaduto». Anche se ha sognato spesso il Maestro che gli parla «della lunga notte che ha trascorso nel mio sepolcro, avvolto nel lenzuolo bianco, e di una voce che a un certo punto lo ha svegliato».

A fianco un articolo di José Tolentino Mendonça («La certezza giuridica di Gesù morto in croce») ripercorre le tappe del processo a Gesù dopo l’arresto notturno. Infatti la crocifissione è un fatto confermato da numerose fonti, non solo i Vangeli o gli scrittori cristiani: tra gli altri il romano Tacito, il greco Luciano di Samosata e l’ebreo Flavio Giuseppe. Viceversa, l’iter giuridico ha da sempre sollevato interrogativi: il coinvolgimento delle autorità ebraiche, che avevano competenze limitate, complica una procedura che comunque doveva vedere all’opera il potere romano, unico autorizzato a condannare alla crocifissione. E Pilato non si accontenterà delle accuse del sinedrio, ma deciderà di svolgere un processo. Infine la via crucis, tra gesti di scherno e di compassione, fino al patibolo.

Tra le recensioni, da segnalare quella di Alessandro Zaccuri al romanzo Nel guscio di Ian McEwan («Il nuovo Amleto non è ancora nato»): un dramma visto da un bambino nel grembo materno. Un testo che «rivendica le ragioni del non nato, che con la sua voce appena percettibile testimonia un’urgenza di vita irriducibile al caos in agguato là fuori, oltre il riparo del guscio». E quella di Fulvio Panzeri al romanzo Lazzaro di Roberto Pazzi, in cui «il presente inquieto della contemporaneità viene trasfigurato in una visione che riporta in scena, con misura e lucidità, un dialogo religioso sull’apocalisse delle anime».

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