La ricetta di don Mazzolari per i “lontani”

800px-Bozzolo-Chiesa_S._PietroLa pastorale verso i “lontani” di don Primo Mazzolari, il martirio dei filosofi e il mestiere di giornalista tra le proposte di Avvenire oggi sulle pagine di Agorà. Del parroco di Bozzolo – che sarà commemorato domani con la presenza del cardinale Gualtiero Bassetti – viene presentata una lettera inedita del 1938 al suo vescovo Giovanni Cazzani; lo statunitense Costica Bradatan indaga gli esempi di filosofi che giunsero a perdere la vita per le proprie idee; l’inviato della Stampa Domenico Quirico dà materia per riflettere sui compiti del cronista.

In risposta alla richiesta del vescovo di avere chiarimenti su «come accostare o chiamare per parlarci ed acquistarci la grande massa dei lavoratori e delle lavoratrici», don Mazzolari confessa («Vi presento i lontani») di non avere la “ricetta” sempre valida, ma spiega che la strada «forse non è quella usata dai più». E aggiunge: «La “strada dei lontani” nessuno la può tracciare toponomasticamente, poiché, dopo aver visto o meglio intuito, il camminare è questione d’anima, di temperamento, di calore, di comprensione, d’audacia». «I “lontani” – aggiunge don Mazzolari – vogliono essere capiti: non importa se noi non siamo in grado di aiutarli. Non lo pretendono neanche: pretendono soltanto di vedere in chiarezza il volto di una religione, che in fondo stimano ancora e dalla quale si sono staccati per delusione d’innamorati». Compito difficile il recupero, specie se non si conosce bene il punto di partenza. Scrive infatti ancora don Mazzolari: «Chi sa di preciso dov’è “religiosamente” il nostro popolo? Da quali lontananze bisogna farlo ritornare? Chi ha misurato la devastazione di certi pregiudizi politici derivanti da una confusione che non torna a bene e a onore di nessuno? La fatica del vivere quotidiano? Le ingiustizie spudorate e acclamate?». Domande che mantengono una loro validità ancora oggi.

«Morire per le idee» è il testo di Bradatan, presentato oggi a Tempo di Libri, la fiera dell’editoria in corso a Rho (Milano). Nell’intervista in anteprima ad Alessandro Zaccuri «Filosofia da vivere (e da morire)», Bradatan spiega che ha «provato a dimostrare come per lungo tempo la filosofia occidentale abbia concepito se stessa come arte del vivere». Citando Socrate, Boezio, Montaigne, Schopenhauer e Nieztsche, Bratadan osserva che «In passato l’importanza e lo stesso significato di una teoria o di un’opera filosofica erano commisurati ai cambiamenti che ne derivavano per la vita delle persone», i filosofi stessi e i loro ascoltatori: a contare era «il metodo di vita, anzi: la pratica». Al punto che si poteva «morire per le idee»: anche se i casi di martirio di un filosofo sono poco numerosi, ammette Bradatan, ma presentano «una casistica molto affascinante. Tommaso Moro, il cui martirio fu nel contempo filosofico e cristiano, è un’eccezione pressoché unica. I filosofi che scelgono di morire, di norma, non credono in un Dio pronto ad accoglierli. E questo, dal mio punto di vista, è davvero straordinario: sono persone che affrontano la prova, perdono tutto e non nutrono acuna speranza in una ricompensa celeste. Offrono la propria vita senza ottenere nulla in cambio. Muoiono per restare coerenti con le idee che professano. Muoiono perché non possono fare altrimenti. È un gesto che ha in sé una bellezza tragica e disperata, alla quale bisognerebbe prestare maggior attenzione. Se si osservano queste scelte più da vicino, ci si accorge che i filosofi non muoiono mai “per niente”. Qualcosa lo ottengono sempre, ma si tratta di un’immortalità molto diversa da quella promessa dalla religione». Bradatan distingue infatti il caso di Gesù: «è il Figlio di Dio e considerare la sua vita e la sua morte nella sola prospettiva del martirio comporterebbe una vistosa svalutazione. Morì di una morte brutale e umiliante, non si discute, e la sua Passione ha fatto da modello per i martiri cristiani. Ma Gesù, in ogni caso, è molto più di un martire».

Infine l’interessante segnalazione – a cura di Diego Motta – del pamphlet di Domenico Quirico, Il tuffo nel pozzo (Vita e Pensiero), anche questo presentato oggi a Tempo di Libri. Il giornalista, divenuto famoso presso il grande pubblico per il sequestro che subì in Siria quattro anni fa ma con una lunga e prestigiosa carriera alle spalle, può a buon diritto domandarsi, come recita il sottotitolo: «È ancora possibile fare del buon giornalismo?». Quirico mette a nudo vizi vecchi e nuovi dei colleghi più o meno famosi, ma soprattutto contesta il «giornalismo per sentito dire». E sottolinea che non il rapporto con il lettore (pur importante) è a fondamento della professione, ma «il rapporto chiave è quello con il soggetto del racconto». Il giornalista deve «testimoniare ciò che vede», sintetizza Motta: «Uscire là fuori, per vedere cosa succede senza lenti deformanti, è un privilegio che andrebbe custodito e coltivato gelosamente: non per propria vanagloria, ma perché solo così si può salvare la dignità di un lavoro». In tempi di (cosiddetta) post-verità, rimanere a contatto con il reale per un giornalista resta indispensabile.

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