Tempo di Libri, bilancio in chiaroscuro

Qual è il bilancio di Tempo di Libri, la nuova rassegna voluta dall’Associazione italiana editori (Aie) che si è svolta nei padiglioni della Fiera di Milano a Rho? È stato un flop o era inevitabile che si pagasse un pegno per il disorientamento suscitato negli addetti ai lavori per una fiera che è nata in contrapposizione al Salone del libro di Torino? Ma come si valutano eventi del genere: dal numero di visitatori, dal numero di editori presenti, dal numero di libri venduti? O dalla qualità delle proposte di incontri e dibattiti? Sui giornali negli ultimi giorni le valutazioni si sono moltiplicate, puntando soprattutto sul più evidente dei dati: il numero di quanti hanno varcato gli ingressi dei padiglioni della Fiera.

I primi bilanci erano già negli articoli pubblicati domenica 23, giorno di chiusura della manifestazione. Sul Corriere della Sera, Alessia Rastelli mentre osservava che era stata penalizzante la scelta di date “scomode”, strette tra Pasqua e il ponte del 25 aprile, dava conto dell’arrivo in fiera di Chiara Appendino, sindaco di Torino in visita con la famiglia, accompagnata dal presidente del Salone del Libro, Massimo Bray: «Milano e Torino si parlano. Ma resta il nodo delle date». I due torinesi si sono incontrati con Federico Motta, presidente dell’Aie, e con Renata Gorgani, presidente di Fiera del Libro, e l’articolo dava conto delle dichiarazioni “dialoganti” tra Bray e Motta, il quale parlava di edizione numero zero, più che numero uno; mentre Gorgani ammetteva che non c’era stato il tempo di organizzare il rapporto con le scuole, mentre la presenza degli studenti – ricordava Appendino – è uno dei punti di forza del Salone di Torino. Aggiungeva, sempre domenica 23, Alessandro Zaccuri su Avvenire che a Rho si potevano trovare chicche per bibliofili (per esempio all’Aldus club), ma che i maggiori risultati in termini commerciali li stava registrando il punto vendita del Libraccio, dove «i visitatori non soltanto entrano, ma pure comprano». Sulla Stampa, un ottimista Enrico Selva Coddè, amministratore delegato di Mondadori Libri ribadiva da un lato l’errore delle date, ma rispetto al dialogo con Torino sosteneva che «le condizioni a cui si era giunti rendevano problematica la realizzazione di un progetto per un ulteriore sviluppo e promozione dell’intera filiera del libro» e che a Rho «le decisioni sono in mano agli editori, là come sappiamo erano di competenza della fondazione».

Le prime cifre, pubblicate sui giornali di lunedì 24, parlavano di circa 70mila presenze, ben al di sotto delle 126mila dell’ultimo Salone di Torino. E il paragone con l’appuntamento piemontese che giunge quest’anno al trentesimo compleanno ha catalizzato ogni valutazione. Intervenendo alla conferenza stampa di chiusura, riferisce sul Giorno Simona Ballatore, il sindaco Giuseppe Sala si è detto soddisfatto: «La partecipazione è stata buona, la città risponde. Mi assumo la colpa del fatto che non diciamo oggi quando sarà l’edizione dell’anno prossimo. Rimarrà nel palinsesto primaverile di Milano, non ci saranno sorprese». Sullo stesso giornale, sono stati interpellati i piccoli editori: Denis Arcangeli (Gruppo Macro) promuove e frequenta entrambe le manifestazioni, Vera Minazzi (Jaca Book) teme che in prospettiva uno cannibalizzi l’altro, e Milano ha dalla sua la logistica, una storia per i saloni e «continua a essere la capitale del libro». Era ormai evidente che erano mancate le visite degli studenti: «La scuola è mancata anche a me», osservava Gorgani su Repubblica. «La scuola è stata quella – osserva Simonetta Fiori – che per anni ha salvato i primi giorni del Salone del libro a Torino. È mancata la scuola ma l’impressione è che sia mancata la città con le reti associative, le biblioteche, quella comunità ampia del libro che è tessuto civile di Milano». Restando su Repubblica, nelle pagine milanesi Franco Bolelli proponeva di valorizzare la formula Bookcity («dinamica, diffusa, multiforme») «molto più in sintonia con un mondo dove è un madornale errore trattare le persone come visitatori e numero di biglietti staccati. Tempo di libri e Bookcity insieme: non sarebbe la migliore soluzione?». Una proposta cui risponde negativamente, sullo stesso giornale, Solly Cohen, amministratore delegato della Fabbrica del Libro. E se Il Fatto quotidiano parla di «megaflop» in relazione ai visitatori, Il Giornale ritiene che la fiera milanese «decolli» ma voli «a bassa quota». Il Corriere della Sera dedica spazio anche agli appuntamenti in città, il cosiddetto Fuorisalone, che ha ottenuto presenze altalenanti: spazi culturali semivuoti, un discreto successo per i ristoranti. E qualcuno ancora si appella al modello Bookcity.

I dati definitivi delle presenze sono stati diffusi lunedì: 60.796 visitatori a Rho e 12.133 nelle cento sedi Fuori Fiera. «Numeri giù ma Tempo di Libri rilancia la sfida per il 2018» titola il Corriere: l’articolo di Alessia Rastelli ricapitola le ragioni delle presenze inferiori alle attese, segnala che è andato bene il Mirc, la struttura per lo scambio dei diritti con oltre 500 partecipanti di 34 Paesi e riporta l’auspicio di Renata Gorgoni per una fiera che nel 2018 si svolga nel mese di maggio. Anche se Simonetta Fiori, su Repubblica, va oltre: a Rho è mancata «un’anima, il profilo riconoscibile di una comunità civile, quell’identità che traspare in modo nitido al Lingotto».

Ricco è apparso il programma degli eventi (ben 720), secondo alcuni anche troppi, in sale spesso affollate perché un po’ piccole. Tuttavia un caustico ma argomentato articolo di Giuseppe Scaraffia sul Messaggero («Se la fiera del libro dimentica i lettori») punta il dito verso la «politica culturale inesorabilmente clientelare» del nostro Paese: «Colpisce, in un momento di autentica e pervicace crisi editoriale, la riottosità a proporre reali innovazioni, a parte il colore della moquette e la qualità della sala stampa e del suo catering, decisamente migliori di quelli finora offerti a Torino. Colpisce, in un nuovo salone del libro, la prevedibilità dei rituali e dei nomi prescelti. Hanno in questo il loro peso, forse, anche i premi letterari, che da un numero di anni che è meglio non calcolare premiano inesorabilmente gli esponenti della stessa troupe de théâtre. Autori che dovendo occuparsi di cose concrete come scalare le colonne dei giornali, le torri d’avorio delle case editrici e talvolta i contrafforti di incarichi privati e pubblici non hanno purtroppo il tempo di dedicarsi con calma a quella frivola impresa che è lo scrivere». Su Avvenire, il bilancio di Alessandro Zaccuri puntualizza un altro particolare: la «quota di maggioranza (51%) detenuta da Fiera Milano nella Fabbrica del Libro, la società che organizza la manifestazione e della quale l’Aie è socia al 49%. La decisione sul calendario resta sostanzialmente in mano a chi gestisce gli spazi espositivi, dunque». E ricorda un dato spicciolo ma importante: alla Fiera si arriva con un biglietto della metropolitana che costa – tra andata e ritorno – 5 euro: «Sommati ai dieci dell’ingresso, equivalgono al prezzo di copertina di un tascabile». Non può stupire allora che il boom di vendite lo abbia ottenuto il Libraccio, che offre  libri usati ma in ordine, e anche alcune edizioni rare. C’è stato perfino qualche stand – l’ho verificato di persona – che non faceva nemmeno uno zero virgola di sconto sul prezzo di copertina di libri normalmente in catalogo: perché allora andare fino a Rho, quando si possono acquistare online?

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