Giorgio Ambrosoli, un uomo onesto che non finse di non vedere

Oggi ricorrono i quarant’anni dall’assassinio di Giorgio Ambrosoli. Mi sembra doveroso ricordarlo con le parole dense di significato pronunciate dal presidente Sergio Mattarella lo scorso 25 giugno a Milano in occasione della cerimonia del premio Ambrosoli: «Ritrarsi dalle proprie responsabilità, fingere di non vedere, non è un comportamento neutrale: al contrario costituisce un obbiettivo e concreto aiuto all’illegalità e a chi la coltiva». Passano i decenni, ma in Italia la tempra morale di uomini come Giorgio Ambrosoli resta merce rara, mentre quelli che fingono di non vedere abbondano. Il mio piccolo contributo all’anniversario è la ripubblicazione della mia intervista comparsa su Avvenire il 12 luglio 2009 al figlio Umberto (che ebbi modo di conoscere trent’anni fa), quando era stato da poco edito il suo libro «Qualunque cosa succeda».

Giorgio Ambrosoli
Giorgio Ambrosoli

«Un’improvvisa sensazione di vuoto». Di quella mattina del 12 luglio di trent’anni fa, quando si seppe che poche ore prima l’avvocato Giorgio Ambrosoli era stato assassinato, Umberto, il più piccolo dei suoi tre figli, ha ricordi remoti, di un bambino di non ancora otto anni alle prese con una notizia difficile da comprendere, accompagnata però da avvenimenti insoliti che generavano ansia e dubbi (il rientro precipitoso dalle vacanze, il conforto inspiegabile del sacerdote capo scout, l’abbraccio forte della mamma ai tre figli insieme), fino all’ultimo incontro – straziante ma quasi irreale – con il volto del padre su una barella. Se la vicenda esemplare di un uomo onesto e capace che, in qualità di commissario liquidatore della Banca privata italiana di Michele Sindona, riteneva suo dovere – come al solito – operare per il bene del Paese è ormai consegnata alla storia, anche giudiziaria, dell’Italia contemporanea, le ripercussioni familiari del suo lavoro e della sua tragica fine sono state raccontate dal figlio Umberto in un libro appassionato (Qualunque cosa succeda, Sironi editore) nato per far conoscere ai suoi figli (e nipoti di Giorgio) di quale storia essi siano parte. Ma anche per riproporre un modello di rettitudine morale e di libertà e indipendenza di giudizio quanto mai necessario nella nostra società.

Il giorno dell’omicidio la sua famiglia non era a Milano. Come ricorda quel che vi è successo?

In modo sfumato. Ricordo la luce irreale dell’alba, il viaggio in macchina in autostrada, la sosta in autogrill per fare colazione e l’annuncio della radio che la mamma cercò di coprire parlando più in fretta. E poi la stranezza dell’incontro a Milano con il sacerdote nostro capo scout. Non era facile per me afferrare il significato di parole («assassinato») che erano poco evocative di una situazione che un bambino possa conoscere e nemmeno immaginare. Parecchie ore dopo, con la mamma e la nonna, ho capito che era successo qualcosa di definitivo: più che avere compreso un concetto, ho memoria di un’improvvisa sensazione di vuoto.

Già vent’anni fa, lei voleva diventare avvocato. Cosa ha significato esserci riuscito?

Molti ragazzi vogliono emulare il lavoro del padre, ma io faccio una professione diversa dalla sua, in comune abbiamo solo di appartenere allo stesso Ordine: io mi occupo di diritto penale, lui si occupava di diritto civile e fallimentare. La ragione che mi ha spinto a fare questo lavoro – una volta compresa sui 12 anni la differenza tra penalisti e civilisti – è stata cercare di capire come le persone si collocano di fronte alla responsabilità e alla colpa, quando sono chiamate a rendere conto di qualcosa che riguarda la vita di tutti. Mi piaceva una professione che avesse un rapporto umano diretto, non per rappresentare un interesse, ma per comprendere come i fatti si sono svolti. Ho impiegato un anno in più all’università, ma poi ho recuperato: ho fatto pratica in uno studio dove mi hanno insegnato molto e l’esame di Stato l’ho passato a Milano al primo tentativo.

Nella casa dei genitori sul lago Maggiore – lei scrive – suo padre Giorgio ha imparato il rispetto delle regole giocando. Che cosa significa?

Certi particolari li ho saputi dai suoi amici. Quando giocava con loro a nascondino nel giardino, per lui bambino non c’era divertimento senza stare ai patti. In quel giocare ha imparato il rispetto delle regole, così come nell’avvicinarsi al mondo – per lui fondamentale – dell’ordinamento giuridico, ha capito come le norme fossero il presupposto del “gioco”, e non una semplice imposizione di doveri. In altre parole il suo collocarsi nell’ordinamento era la comprensione di come le regole servissero per limitare gli eccessi e indirizzare i comportamenti, come fossero cioè utili e necessarie.

Ci sono ormai in Italia vie, targhe, aule dedicate a Giorgio Ambrosoli. Ce n’è una che più le è rimasta più in mente?

Fu la prima, l’intitolazione della biblioteca della mia scuola elementare, nemmeno un anno dopo l’omicidio. Era un momento in cui quel che sapevo mi rendeva consapevole che la vicenda di mio padre era stata qualcosa di importante, ma non vedevo ancora nessun tipo di riconoscimento del dramma individuale. Quella prima targa collocata proprio nell’atrio della mia scuola fu importante, era come se mi salutasse ancora ogni mattina, lasciandomi a scuola. Appartengo a quella generazione che cominciò a vedere i genitori separarsi e divorziare: mi aveva già colpito la sensazione che il rapporto di alcuni dei miei compagni con i loro genitori fosse meno evidente di quello che io avevo con il mio papà. Io posso dire che sentivo una presenza forte nonostante l’assenza fisica.

L’ansia di sapere la portava a origliare i discorsi degli amici che alla sera venivano a riferire a sua madre sui passi avanti delle indagini. È stato così per tutti voi fratelli?

Seppure la differenza di età con mia sorella (tre anni) e mio fratello (due anni) sia piccola, abbiamo comunque vissuto la mancanza di papà in un momento diverso della nostra vita. Tra di noi se ne è parlato poco, perché non c’era bisogno di parlarne: è comunque qualcosa che ci unisce, quel che dice uno, l’hanno vissuto anche gli altri. Ma a origliare dietro la porta del salotto c’ero solo io.

«Qualunque cosa succeda, tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo. Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto». Le parole di questa lettera, scritta ma non consegnata alla moglie, hanno dato a sua madre grande angoscia: e purtroppo quelle responsabilità si sono concretizzate. Quanto è stata importante per voi figli la sua forza di carattere?

Il ruolo di nostra madre è stato fondamentale per la crescita di noi fratelli. Non si è trattato solo della concentrazione in un’unica figura dei compiti di madre e padre, ma della sua capacità di aiutarci a prendere una strada per metabolizzare l’accaduto, senza mai incentrarsi su qualcosa di negativo, e proponendo sentimenti positivi anche quando eravamo preda di sconforto e rabbia. Faceva sempre qualcosa per concentrarci su quel che c’era stato e non su quel che non c’era più. È stata un esempio di come si possa fare conto sui valori per crescere dei figli: certamente la sua forte fede cristiana le è stata di grande aiuto.

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