Paola Bonzi, una vita per le mamme

La morte di Paola Marozzi Bonzi priva tante persone di un punto di riferimento. In primo luogo le centinaia di donne che ogni anno trovavano ascolto da lei nel Centro di aiuto alla vita fondato nel 1984 alla clinica Mangiagalli di Milano. Il Cav Mangiagalli ovviamente continuerà la sua attività, il personale e i volontari non mancheranno, e moltiplicheranno gli sforzi per essere vicini a tutte le donne che sono alle prese con una gravidanza che le preoccupa. Il suo slogan “Oggi è nata una mamma” (titolo anche del suo libro che riassume la storia del Cav Mangiagalli, edito da San Paolo nel 2009) ben rappresenta la sua passione incondizionata per le vite più fragili, secondo la missione del Movimento per la vita. E non serve sapere se sono stati 22mila o quanti i bambini nati da mamme che hanno superato le crisi che le attanagliavano grazie alle parole premurose e simpatetiche e all’aiuto ricevuto al Cav Mangiagalli.

Ma Paola Bonzi mancherà anche ai giornalisti. Ogni volta che si trattava di approfondire il tema delle maternità difficili e degli aiuti per evitare gli aborti, il suo era il primo nome che veniva in mente. E nonostante i mille impegni sul campo, la sua disponibilità a parlare con i giornalisti era pari alla capacità di mettersi all’ascolto delle donne lacerate e confuse (chissà quanto la sua cecità fisica le permetteva una visione più acuta dell’animo altrui), e alla tenacia con cui cercava le risorse economiche necessarie per portare avanti la sua meritoria impresa sociale. Era sorretta da una fede solida, ma non ostentata.

A parte qualche breve contatto telefonico, anch’io ebbi la possibilità di incontrarla quando, nella primavera-estate del 2013, realizzai una breve inchiesta per le pagine della Cronaca regionale di Avvenire visitando una quindicina di Cav lombardi. Mi ricevette a casa sua, con grande cordialità, e mi intrattenne per un paio d’ore, e più che snocciolare cifre (che pure non mancarono) mi fece partecipe del senso della sua missione, del suo amore per la doppia vita in pericolo: del bambino e della mamma. Non so se abbia apprezzato quanto scrissi: certamente era poco rispetto a quanto mi aveva trasmesso, alla sua passione instancabile. Ma lo spazio sui giornali è sempre tiranno, e il suo nome e il suo lavoro erano già ben noti ai lettori del nostro giornale. Mi piace però ricordare che non trascurava di essere vicina a chi aveva vissuto la drammatica esperienza di una interruzione di gravidanza. Mi disse: «È sempre dura l’elaborazione del lutto dopo un aborto: le donne hanno difficoltà col padre del bambino, con i medici, con le altre donne incinte. Penso che sia importante ricordare che per prevenire l’aborto occorre riempire la solitudine della donna ed essere solidali con lei: in questa città dove tutti vogliamo parlare, essere ascoltate è un po’ fuori del comune. Noi qui facciamo anche formazione permanente sull’arte dell’ascolto. Credo che l’ente pubblico dovrebbe porsi in quest’ottica: se si è intellettualmente onesti, non ci si può non porre domande. E guardi che poche donne che abortiscono sono spavalde, molte piangono. Per questo è importante essere presenti in ospedale, dove si fanno gli aborti: per offrire una vera possibilità di scelta».

A Paola Bonzi non si può che rivolgere un grazie incommensurabile. Pari al valore, altrettanto incommensurabile, di ogni vita che ha contribuito a salvare.

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