Dio stramaledica gli inglesi

L’aeroporto di Londra Stansted

Con l’arrivo dei primi voli in Italia, sembra in via di risoluzione la situazione dei cittadini italiani bloccati nel Regno Unito dall’ordinanza di domenica scorsa del ministro della Salute, Roberto Speranza. Ai giornali oggi sembra un problema del tutto secondario, dedicano alla questione solo piccoli spazi (salvo eccezioni), tuttavia non può mancare qualche riflessione su come è stata gestita la vicenda. Che non è priva di ulteriori criticità.

Il panico si è impadronito dei governi europei quando ha avuto risalto la notizia, che peraltro circolava da giorni, che si era diffusa Oltremanica una nuova variante del Sars-CoV-2, più contagiosa anche se non più pericolosa (apparentemente). Tutti però si affannavano a rassicurare che i vaccini anti-Covid, appena approvati dalle autorità sanitarie e di prossima distribuzione, non avrebbero avuto minore efficacia. In un rapido propagarsi di isteria collettiva, più veloce ancora del Covid-19, alcuni governi europei, tra cui quello italiano, hanno deciso di bloccare i voli da e per il Regno Unito, causando seri disagi a non pochi connazionali. Anche se motivata dal ministro con la “massima prudenza”, la decisione appare abbastanza illogica e pertanto ingiustificata. Non solo si è scoperto presto che la stessa variante del virus, ribattezzata “inglese”, circola anche in Australia, Olanda e Danimarca (e ora si teme per una variante sudafricana). Ma si è finto di non sapere che tutte le persone che dovevano imbarcarsi dagli aeroporti britannici verso l’Italia dovevano avere fatto un test che dimostrasse la loro negatività al virus.

Quindi centinaia di persone, anche cittadini italiani all’estero, sono stati trattati da presunti untori e messi nel limbo. Dovrebbe essere inutile precisare le motivazioni che sotto Natale portano la gente a spostarsi: a parte i turisti, quest’anno limitati dalle restrizioni anti Covid, sono perlopiù persone che rientrano a trovare i parenti per passare le feste in famiglia. Ma sono finiti nella tagliola delle trattative sulla Brexit che hanno inasprito gli animi dei governanti europei, sino a far dimenticare le norme che prevedono la libera circolazione delle persone, tra cui la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che all’articolo 3 del protocollo 4 recita che «Nessuno può essere privato del diritto di entrare nel territorio dello Stato di cui è cittadino».

Non solo. Di fronte alle preoccupazioni e alle richieste degli nostri concittadini, ambasciata e consolato italiani a Londra da lunedì 21 rispondevano che non erano previsti voli di rimpatrio, e di seguire le notizie sui loro siti internet e profili social (!). Quindi migliaia di persone sostanzialmente abbandonate al loro destino, con il governo inglese verosimilmente più preoccupato dei problemi dei propri connazionali, e della fila di camion bloccati sulla via della Francia. Nessuna notizia anche martedì, fino alle decisioni di mercoledì 23 pomeriggio di permettere il rimpatrio, a precise condizioni. Peraltro, anche nell’aprire i confini ai voli da Londra, il nostro governo si è ben guardato dall’agevolare i propri connazionali ai quali aveva immotivatamente sconvolto la vita: «Si segnala – scrive il sito dell’ambasciata italiana a Londra – che i voli saranno di tipo commerciale, pertanto i biglietti saranno acquistabili direttamente tramite le compagnie aeree e non attraverso Ambasciata o Consolato Generale, presso i quali non sono quindi previste liste di prenotazione». Cioè: arrangiatevi a ricomprarvi i biglietti.

Un’ultima criticità riguarda le condizioni per il rimpatrio: bisogna essere residenti in Italia da prima del 23 dicembre oppure avere “un motivo di assoluta necessità” da autocertificare. Il che appare ancora una volta singolare: se un cittadino italiano ha preso la residenza nel Regno Unito perde i suoi diritti di cittadino italiano?

Altrettanto discutibile la condizione sanitaria: test anti Covid (ovviamente negativo), prima dell’imbarco, test all’arrivo in Italia. E fin qui tutto bene, all’insegna della “massima prudenza”. Ma che cosa dire dell’obbligo di isolamento per 14 giorni “a prescindere dall’esito del test”? Sono presunti colpevoli anche se hanno due test negativi a distanza di pochi giorni?

Di slogan in slogan, si è passati da febbraio con “abbraccia un cinese” a dicembre con “Dio stramaledica gli inglesi”. Peccato che siano cittadini italiani.

Buon Natale. Anche alla perfida Albione.

Post scriptum

Il giorno dopo essere tornati con due tamponi negativi (prima della partenza e all’arrivo nell’aeroporto italiano) i malcapitati cittadini italiani di serie B rientrati dal Regno Unito vengono contattati dalla Asl per eseguire un nuovo tampone. Il motivo? «Per maggiore sicurezza, controllare la diffusione della variante inglese», bla bla bla. Ma almeno un ulteriore tampone negativo (il terzo) cancella l’obbligo di quarantena? «No, quella resta». Beh, almeno a quest’ultima presa in giro i cittadini italiani di serie B hanno potuto sottrarsi (quelli di serie C, purtroppo, sono tuttora bloccati nel Regno Unito).

Fratel Elio Croce, una vita donata al Signore e al popolo dell’Uganda

Nel trigesimo della morte, fratel Elio Croce ricordato da Dominique Corti, presidente della Fondazione Corti onlus. Il mio articolo è stato pubblicato su Avvenire nelle pagine di Catholica

<p value=”<amp-fit-text layout=”fixed-height” min-font-size=”6″ max-font-size=”72″ height=”80″>Fratel Elio Croce, missionario comboniano trentino morto l’11 novembre all’ospedale governativo di Kampala (Uganda) per il Covid-19, ora riposa nell’area al centro del <a href=”http://www.lacorhospital.org/&#8221; target=”_blank” rel=”noreferrer noopener”>St. Mary’s Hospital Lacor</a> di Gulu che ospita le tombe dei fondatori dell’ospedale, i coniugi medici Piero Corti e Lucille Teasdale, e quella di Matthew Lukwyia, il medico ugandese che perì nell’epidemia di Ebola nel 2000. <br>Di fratel Elio ha un mare di ricordi Dominique Corti, figlia dei fondatori e presidente della <a href=”https://fondazionecorti.it/&#8221; target=”_blank” rel=”noreferrer noopener”>Fondazione Corti onlus</a>, che sostiene l’attività dell’ospedale: «Quando nel 1985 arrivò al Lacor dall’ospedale di Kitgum, dove si trovava dal 1971 – racconta Dominique Corti – qualcuno avanzò il dubbio che due personalità forti come la sua e quella di mio padre potessero scontrarsi. Invece fu amore a prima vista: papà pensava in grande e cercava i fondi, Elio era la mano che realizzava i progetti. Al Lacor non c’è costruzione che non sia stata realizzata o ampiamente ristrutturata da lui. Condividevano la stessa totale dedizione alla popolazione».Fratel Elio Croce, missionario comboniano trentino morto l’11 novembre all’ospedale governativo di Kampala (Uganda) per il Covid-19, ora riposa nell’area al centro del St. Mary’s Hospital Lacor di Gulu che ospita le tombe dei fondatori dell’ospedale, i coniugi medici Piero Corti e Lucille Teasdale, e quella di Matthew Lukwyia, il medico ugandese che perì nell’epidemia di Ebola nel 2000.
Di fratel Elio ha un mare di ricordi Dominique Corti, figlia dei fondatori e presidente della Fondazione Corti onlus, che sostiene l’attività dell’ospedale: «Quando nel 1985 arrivò al Lacor dall’ospedale di Kitgum, dove si trovava dal 1971 – racconta Dominique Corti – qualcuno avanzò il dubbio che due personalità forti come la sua e quella di mio padre potessero scontrarsi. Invece fu amore a prima vista: papà pensava in grande e cercava i fondi, Elio era la mano che realizzava i progetti. Al Lacor non c’è costruzione che non sia stata realizzata o ampiamente ristrutturata da lui. Condividevano la stessa totale dedizione alla popolazione».

Il suo incarico al Lacor era quello di direttore tecnico: «Fratel Elio aveva capacità incredibili, affinate dalla lunghissima esperienza in Africa: non solo progettava, ma dirigeva i lavori in cantiere e sapeva fare manutenzione. Era difficile stargli dietro, ma ha allevato squadre di operai locali a eseguire lavori a regola d’arte: perché soprattutto dove le risorse sono scarse, la buona volontà non basta, ci vogliono competenza e capacità. Ha costruito padiglioni ospedalieri, scavato pozzi, impiantato attività tecniche e agricole. Persino la grande chiesa poco lontana dall’ospedale, dedicata a san Daniele Comboni, è opera sua, eretta quando apparve chiaro che la piccola cappella del Lacor era insufficiente. Adesso avevamo intenzione di ristrutturare le casette del personale e saremo in difficoltà, perché ci vorranno tre persone per coprire le sue competenze».

Fratel Elio Croce ha vissuto tutte le vicende, anche le più tragiche, degli acholi, la popolazione che abita questa regione dell’Uganda: dalle crudeli lotte tribali all’Ebola, come testimoniano i suoi Diari di guerra e di pace (1996-2004), pubblicati nel 2016. «È stato non solo un costruttore di edifici, ma anche di pace – sottolinea Dominique Corti –. Un eroe non con le spade, uno di quelli che fanno il bene per aiutare il prossimo, a 360 gradi: quando vedeva un bisogno, partiva per portare il suo aiuto, senza mai tirarsi indietro, nonostante rischi e pericoli. In questo modo aveva “ereditato” da Bernardetta la gestione del St. Jude Children’s Home, casa e scuola per bambini orfani e/o con disabilità, e lo sosteneva grazie alla sua capacità di raccogliere fondi».

In tutte le opere, a maggior ragione in quelle di carità, fratel Elio era sostenuto da una fede profonda: «Anche in questo era una roccia, e sosteneva che la Provvidenza porta avanti le sue opere attraverso le persone che trova, e questo valeva anche per il St. Jude Children’s Home: “Se ci fidiamo e manteniamo questo spirito – diceva – penso che la Provvidenza non ci abbandonerà”». Tanta generosità gli è valsa infinita riconoscenza: «Nell’ultimo suo messaggio whatsapp che ho ricevuto il 22 ottobre – conclude Dominique Corti – quando era già da diversi giorni ricoverato in terapia intensiva, Elio mi ha scritto che si sentiva meglio (confesso di aver sperato che ce la facesse) e aveva mangiato verdura e burro di arachidi, una ricetta locale preparata da due donne acholi che aveva incontrato in ospedale. E una di queste lo aveva ringraziato perché fratel Elio le aveva pagato le scuole per sette anni e così aveva potuto diventare maestra. Una tra le migliaia di bambini ai quali aveva contribuito a dare un futuro».

Diagnosi di Sla e angina refrattaria: ricerche d’eccellenza negli Irccs milanesi

Scoperte e studi sulle malattie neurodegenerative all’Irccs Santa Maria Nascente della Fondazione Don Gnocchi e sulle patologie cardiache all’Irccs Centro cardiologico Monzino, entrambi impegnati anche contro il Covid-19. Ripubblico, in forma estesa, due articoli usciti su Avvenire la scorsa settimana

fioriUn metodo innovativo e semplice per porre diagnosi di sclerosi laterale amiotrofica (Sla) da un campione di saliva, che potrebbe rivelarsi utile anche per altre malattie neurodegenerative come Alzheimer e Parkinson. E che viene testato per individuare pazienti affetti da Covid-19. Tutto questo è nel progetto attuato da due Irccs milanesi della Rete delle neuroscienze e neuroriabilitazione, il “Santa Maria Nascente” della Fondazione Don Gnocchi e l’Istituto Auxologico Italiano, e pubblicato sulla rivista open access Scientific Reports, del gruppo Nature. Coordinatrice del progetto è Marzia Bedoni, responsabile di Labion, Laboratorio di Nanomedicina e Biofotonica Clinica, della Fondazione Don Gnocchi: «Ora stiamo lavorando con l’Università di Milano-Bicocca per automatizzare l’analisi, grazie a tecniche di machine learning, e renderla quindi facilmente fruibile nell’uso clinico». 

Per la Sla non solo non esistono cure risolutive, ma anche la diagnosi viene fatta con fatica: «La malattia ha spesso un decorso rapido – ricorda Marzia Bedoni – e avere una diagnosi al primo mese può aiutare a iniziare presto i pochi trattamenti farmacologici e riabilitativi che oggi esistono, per ritardare la comparsa di alcuni sintomi». Lo studio è stato finanziato dal ministero della Salute (primo autore Cristiano Carlomagno) ed è stato svolto in collaborazione con l’Unità di riabilitazione intensiva polmonare dell’Irccs “Santa Maria Nascente”, diretta da Paolo Banfi, e con l’Unità operativa di neurologia e laboratorio di neuroscienze dell’Irccs Auxologico, diretta da Vincenzo Silani. 

«Già da alcuni anni abbiamo introdotto nel nostro laboratorio – racconta Marzia Bedoni – la spettroscopia Raman, un metodo inventato dal fisico indiano Venkata Raman (insignito del premio Nobel nel 1930) che utilizza luce laser e restituisce uno spettro che identifica i legami molecolari che ci sono all’interno di una sostanza e quindi i suoi componenti. Solitamente viene usato nell’ambito della fisica e della scienza dei materiali, noi l’abbiamo testato su campioni biologici: cellule, tessuti, organi. Un uso piuttosto raro negli ospedali. Al Labion lo affianchiamo a una piattaforma di altri strumenti sulla base di biofotonica, piattaforma avanzata che utilizza metodo insoliti e nuovi in ambito biologico». 

Analizzare piccoli campioni di saliva con la spettroscopia Raman si è rivelata un’idea vincente da molti punti di vista: «Innanzi tutto – prosegue Bedoni – non è un metodo invasivo, il campione è semplice da ottenere. Inoltre la saliva è una sostanza cristallina, non viscosa, e condivide con il sangue circa 2.500 proteine. In più è rapido: dal prelievo del campione alla centrifuga del tampone e analisi della saliva con lo spettroscopio Raman passano poco più di dieci minuti». Dal confronto dei campioni di pazienti con Sla e persone sane «è emersa una differenza netta e abbiamo utilizzato tutto lo spettro come biomarcatore. Il metodo è altamente sensibile, quasi confrontabile con i metodi sino a oggi utilizzati della biologia molecolare, come la Pcr. Ora lo stiamo testando per altre patologie invalidanti, come Alzheimer e Parkinson: nella saliva di questi pazienti abbiamo rilevato indicazioni molecolari ben precise, simili tra loro per alcuni biomarcatori, e molto diverse entrambe da quelli della Sla». 

Il passo successivo passa per l’intelligenza artificiale: «Stiamo lavorando per automatizzare l’analisi, cioè per semplificarla attraverso tecniche di machine learning e di deep learning. Con il gruppo di informatici di Vincenzina Messina dell’Università di Milano-Bicocca sottoponiamo i nostri risultati con la spettroscopia Raman all’analisi con modelli matematici su grandi numeri di campioni (big data), in modo tale da semplificare il processo e poter realizzare strumenti che siano in grado di fornire al medico clinico un risultato chiaro». 

Lo sguardo si è allargato al Covid-19: «Abbiamo analizzato campioni di saliva di pazienti positivi al Sars-Cov-2 e stiamo costruendo un modello. I primi dati sono confortanti: in maniera statisticamente significativa riusciamo a distinguere i pazienti dai sani. Potrebbe diventare – conclude Bedoni – uno strumento miniaturizzato per eseguire analisi veloci in Pronto soccorso o in altri ambienti (aeroporti, stazioni) perché il risultato arriva in pochi minuti».

 

Questa l’intervista a Giulio Pompilio, neo direttore scientifico dell’Irccs Monzino

«Si cura meglio dove si fa ricerca non è per noi uno slogan, ma il modello a cui ci ispiriamo per realizzare il nostro compito di Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico. E lo stiamo dimostrando anche con il Covid-19». Dal 1° luglio il cardiochirurgo Giulio Pompilio è il nuovo direttore scientifico dell’Irccs Centro cardiologico Monzino di Milano, dove si è formato e ha svolto la sua carriera: docente di Chirurgia cardiaca all’Università di Milano, Pompilio era già vice direttore scientifico e responsabile dell’Unità di ricerca di Biologia vascolare e Medicina rigenerativa al Monzino. 

Come avete affrontato l’emergenza Covid-19? 

È una sfida sia clinica, sia di ricerca. Il Monzino è stato un hub per cardiologia e cardiochirurgia, come richiesto da Regione Lombardia: ci siamo fatti carico delle urgenze di ospedali dove questi reparti erano chiusi. Abbiamo rilevato che il Covid-19 è stato un deterrente per le urgenze: abbiamo curato pazienti più gravi per il ritardo con cui si presentavano, anche in casi di infarti e dissezioni aortiche. 

Sul piano della ricerca, abbiamo scoperto dati interessanti sulle alterazioni che il virus provoca sulle piastrine e quindi a livello di coagulazione e di trombosi. Infine stanno emergendo dati (da uno studio condotto con i colleghi dell’ospedale San Paolo di Milano) sulla permanenza del virus nel muscolo cardiaco, anche in pazienti che non sviluppano segni clinici di infiammazione. 

Medicina rigenerativa in cardiologia: a che punto siamo? 

Abbiamo al Monzino l’unica sperimentazione clinica in Italia di terapia cellulare su una patologia senza cura: l’angina refrattaria, una forma di cardiopatia ischemica che dopo l’iter terapeutico (stent, bypass) non ha più alcuna cura e lascia il paziente in preda a pesanti dolori, anche dopo piccoli sforzi, non controllabili per via medica. Oltre ad accorciare la vita, la rende veramente poco vivibile. Usiamo cellule progenitrici del midollo osseo del paziente, purificate al Laboratorio Verri dell’ospedale San Gerardo di Monza, e le iniettiamo nelle zone sofferenti del cuore, dove creano un microcircolo che supplisce alla carenza di ossigeno dovuta all’occlusione delle arterie coronarie. Il nostro studio di fase 1 (pubblicato l’anno scorso) ha mostrato non solo che la terapia è sicura, ma anche che 7 pazienti su 10 migliorano in maniera importante. Ora siamo in attesa dell’autorizzazione allo studio di fase 2 per misurarne l’efficacia. Stiamo anche sviluppando prodotti cellulari più efficaci, che abbiamo scoperto e brevettato, che vengono non più dal midollo osseo ma dalle cellule mesenchimali stromali, presenti nel cuore, selezionando le cellule con maggiori capacità angiogeniche (cioè di formare piccoli vasi). 

Lei è stato direttore scientifico di Arisla: c’è interazione tra la ricerca sul cuore e quella sul cervello? 

L’asse cuore-cervello è uno degli campi di ricerca più interessanti in cardiologia. Abbiamo scoperto che la depressione, associata anche a geni predisponenti, è fattore di rischio importante per la mortalità cardiaca. E poi che sembrano esservi cause neuro-ormonali per la malattia di tako-tsubo, il cosiddetto “crepacuore“: uno stress emotivo molto forte (soprattutto nelle donne) è in grado di fermare il cuore come in un infarto. Sono patologie che stiamo studiando sia in clinica sia in laboratorio. Infatti il modello Monzino è caratterizzato dalla stretta interazione – anche fisica – tra i due ambiti: i laboratori sono nel piano sotto i reparti di degenza, permettendo un rapido e proficuo scambio tra medici e ricercatori. L’interazione intorno al paziente risulta così molto forte. 

Disabili, la battaglia per i diritti è ancora lunga

220px-Handicapped_Accessible_sign.svgUn catalogo, una serie nutrita di esempi di come le persone con disabilità – congenita, acquisita o provocata – siano state nel corso dei secoli il più delle volte maltrattate, quando non perseguitate o addirittura uccise, sotto i diversi cieli e nelle differenti epoche. Con l’aggiunta di luminosi esempi di individui che le hanno invece considerate per quello che sono: persone umane con la stessa dignità di tutti. Mi pare questo, in estrema sintesi, il contenuto di Diversi, il volume di Gian Antonio Stella, pubblicato da Solferino (la proposta editoriale del Corriere della Sera). Poco? Tanto? Non saprei. Certamente l’autore mostra un evidente disgusto per le discriminazioni e talvolta le violenze a cui i disabili sono stati e sono spesso sottoposti. Ma il sottotitolo del volume è del tutto fuorviante: La lunga battaglia dei disabili per cambiare la storia. Questa fine virtuosa non si riscontra né nel libro, né – ahimè – nella realtà. 

Una carrellata, dunque, di persone con disabilità di tutti i tipi, fisiche o mentali, e un panorama piuttosto variegato di atteggiamenti che loro riserva le società. Perché se è vero che «dall’antichità a oggi è cambiato il mondo», lo stesso Stella subito dopo aggiunge «meno però di quanto ci raccontiamo». Si avvicendano quindi storie di nani, di persone colpite dalle più varie malformazioni congenite o da disabilità psichiche, ma anche la storia di mutilati per chiedere elemosina o dei castrati per cantare con la voce bianca: con testimonianze a volte affidabili o contemporanee, altre volte aneddotiche o leggendarie. E un inevitabile ampio spazio dedicato all’eliminazione programmatica dei disabili portato avanti con Aktion T4 durante il nazismo.  

Stella si sofferma anche sugli aspetti numerici della disabilità: secondo stime dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) le persone disabili sarebbero oltre un miliardo. In Italia circa 4 milioni e mezzo, cui sono stati destinati – nel 2016 – circa 28 miliardi di euro, il 5,8 per cento del totale della spesa per la protezione sociale, l’1,7 per cento del pil. Ma il problema non è solo economico, anche se le risorse sono una necessità. Il problema è la «cultura dello scarto», come la definisce papa Francesco (di cui Stella cita l’Evangelii gaudium): «Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo, che si può usare e poi gettare». 

«Sarebbero migliaia, le storie da raccontare, per capire come la disabilità sia stata vissuta per secoli e secoli. Come sia stato difficile il percorso dei disabili per cambiare la storia». Questo assunto dell’autore, che dà il via alle decine di mini racconti, è però quanto mai discutibile. Non solo Stella stesso documenta come esistano tuttora molti pregiudizi, spesso coperti dall’ipocrisia del linguaggio politicamente corretto. Non basta infatti inorridire di fronte agli esempi di sevizie di cui sono stati vittime nel corso dei secoli le persone con malformazioni, che non solo rendevano loro impossibile il lavoro, ma che richiedevano moltissime cure. O stupirsi delle condizioni di isolamento cui venivano destinati i lebbrosi, vittime di una malattia contagiosa e per millenni senza cura: come ha dimostrato la recente pandemia, di fronte a una patologia trasmissibile, la società cerca di preservarsi più che badare al singolo individuo. Né risulta particolarmente utile sorridere delle spiegazioni più strane che nei secoli si sono offerte per giustificare le nascite “imperfette”, dalle colpe dei genitori alle implicazioni teologiche della presenza del male nel mondo.

Manca del tutto una riflessione storica, che segni come il progresso nel considerare di pari dignità e diritti tutti gli esseri umani resta ancora troppo spesso sulla carta. Ma è difficile dire che questo processo sia frutto di una battaglia combattuta dai disabili, quanto dalla riflessione dell’umanità nel corso degli ultimi decenni soprattutto. E con molte eccezioni. Si poteva richiamare la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (1948) che, dopo gli orrori dell’ultima guerra, stabilisce che «ogni individuo ha diritto alla vita». O la classificazione internazionale della funzionalità (Icf), il paradigma adottato dall’Oms per stabilire gli interventi da attuare nell’ambiente per ridurre la condizione di disabilità, un testo non a caso osteggiato da alcuni Paesi che non intendono essere impegnati a ridurre barriere (non solo architettoniche) e adottare facilitatori. O ancora la Convenzione dei diritti delle persone con disabilità (2006), peraltro contraddetta platealmente dalla piaga dell’aborto, che in molti Stati permette di eliminare i nascituri nel grembo materno. E anzi, quando se ne scopre qualche disabilità, spesso la legislazione è ancora più spietata, come in Gran Bretagna, dove la soppressione del bambino – se disabile – è permessa fino alla nascita. Così come le manipolazioni rese possibili dalla fecondazione assistita hanno favorito il diffondersi di pratiche eugenetiche, sfacciatamente difese da Peter Singer, ma tacitamente accettate e adottate da molti Stati, compreso il nostro. Discorsi eugenetici “liberali”, frutto della più o meno libera convinzione dei cittadini, si sono sentiti in Italia nel 2005 in occasione dei referendum sulla legge 40, ma tuttora emergono quando viene rivendicato il “diritto” al figlio sano. E proprio alcune categorie di disabili, per esempio le persone con sindrome di Down, aldilà degli esempi anche edificanti ricordati da Stella (tra cui l’amore di Charles De Gaulle per la figlia Anne), sono bersaglio privilegiato di questa esclusione dal diritto alla vita, il primo e fondamentale diritto che una società dovrebbe garantire a tutti i suoi cittadini, specie ai più deboli.

Citare – come fa Stella – alcuni esempi di persone straordinarie, come Henry Toulouse-Lautrec, Giacomo Leopardi, Michel Petrucciani o Stephen Hawking, che si sono distinte nel mondo nonostante disabilità fisiche molto gravi, non basta alla causa dei disabili, non dimostra che hanno vinto la battaglia «per cambiare la storia». Il libro resta un catalogo variopinto: il progresso della società nell’accoglienza di ogni essere umano, che pure in parte c’è stato, è però ben lontano dall’essere consolidato ed essere diventato patrimonio comune. E avrebbe richiesto altri approfondimenti.

Ricerca italiana: i raggi solari inattivano il Sars-CoV-2

In questo mio articolo, pubblicato domenica 28 giugno su Avvenire, parla Mario Clerici, immunologo dell’Università di Milano e direttore scientifico dell’Irccs Santa Maria Nascente di Milano della Fondazione Don Gnocchi

DSCN5067La possibilità che la stagione calda riduca il contagio o indebolisca il Sars-CoV-2 è già stata discussa e confermata da alcune ricerche. Ma lo studio condotto a Milano in collaborazione tra immunologi e astrofisici ha permesso di dimostrare che è il fattore specifico dell’irraggiamento solare ad avere la capacità di neutralizzare il coronavirus nelle goccioline di saliva, i famosi “droplet” che diffondono il contagio. Pubblicati in preprint sull’archivio internazionale medrxiv, nella sezione dedicata al Covid-19, i due articoli (cui sta per aggiungersene un terzo) sono frutto del lavoro di ricercatori dell’Irccs Fondazione Don Gnocchi di Milano, dell’Università degli Studi di Milano, dell’Istituto nazionale di astrofisica e dell’Istituto nazionale dei tumori. 

Il testo completo – con i link agli articoli scientifici – è disponibile sul sito di Avvenire

Covid-19, le tre strade per il vaccino

Sul tema del vaccino contro il Sars-CoV-2, questa è la mia intervista a Rino Rappuoli, direttore scientifico di Gsk Vaccini, pubblicata sabato 10 maggio su Avvenire

«La cooperazione per produrre un vaccino contro la pandemia è fondamentale. E credo che sia importante anche la raccolta fondi promossa dalla Ue sia per l’acquisto delle dosi, sia per lo sviluppo industriale connesso. Ci auguriamo di avviare la produzione su larga scala nella seconda metà del 2021». Rino Rappuoli, direttore scientifico di Gsk Vaccini e docente di Ricerca vaccini all’Imperial College di Londra, da oltre trent’anni è l’anima del polo di ricerca di Siena che – con diversi passaggi di proprietà – ha mantenuto nei vaccini un ruolo leader a livello mondiale. A lui si devono sia il primo vaccino acellulare contro la pertosse negli anni Novanta, sia più di recente – con l’invenzione della reverse vaccinology – il primo vaccino contro il meningococco B. A Siena ha dato vita al Gsk Vaccines Institute for Global Health per lo studio di vaccini contro malattie dei Paesi poveri: già sviluppati quelli per il tifo e per la Shigella, batterio che causa una grave dissenteria.

Cosa serve per un vaccino contro il Covid-19?

Fino a 10 anni fa, bisognava isolare il virus, farlo crescere, attenuarlo, ucciderlo e iniettarlo. Era un processo lunghissimo. Grazie alla reverse vaccinology, tecnica innovativa basata sul sequenziamento del genoma, può bastare una settimana per il disegno del vaccino in laboratorio. Sars-CoV-2, virus a Rna, ha sulla superficie un antigene che è un buon target: la proteina spike, responsabile della tipica corona.

Trovato l’antigene, che strade ci sono?

Ci sono circa 170 sperimentazioni al mondo, ma produrre il gene rappresenta solo il 10% del lavoro. Si provano tre modalità: un gene sintetico per ottenere un vaccino a Rna; oppure mettere il gene in un vettore virale; la terza soluzione è mettere il gene in una cellula di mammifero, esprimerlo e realizzare il vaccino basato sulla proteina.

Quali le differenze fra le tre soluzioni?

La prima è una tecnologia nuova (usata da Moderna negli Stati Uniti), veloce, che ha permesso di arrivare alla fase clinica in tempi molto rapidi. Sono fiducioso che funzionerà, ma finora non esistono vaccini sviluppati con questa tecnologia, né è stata ancora verificata la possibilità di produzione in grandi quantità. Poi ci sono i vaccini a vettori virali: nel virus viene inserito un gene che fa sintetizzare la proteina da cui ci si vuole difendere. La proteina verrà “esposta” sulla superficie della cellula, il sistema immunitario imparerà a riconoscerla e si preparerà a costruire anticorpi. Il più noto è quello di Oxford (Regno Unito); in Italia c’è quello di Reitera, a Pomezia (Roma), presto in prove cliniche. Sono vaccini un po’ più maturi di quelli a Rna (a dicembre è stato registrato quello contro Ebola), però è difficile dire se con questa tecnologia produrranno centinaia di milioni di dosi. Il terzo tipo sono vaccini fatti di proteine, di cui abbiamo la maggiore esperienza e hanno immunizzato centinaia di milioni di persone: proteine ricombinanti iniettate assieme a un adiuvante (che serve a potenziare l’effetto del vaccino). Di questi vaccini possiamo produrre centinaia di milioni di dosi.

Che vaccino state studiando a Siena?

Di fronte alla pandemia, in Gsk abbiamo valutato che fosse meglio unire le forze. Siamo una delle due aziende al mondo con un adiuvante già registrato per i vaccini pandemici (ci sono voluti 15 anni per realizzarlo), e la scelta è stata di metterlo a disposizione per chi avesse un candidato vaccino affidabile e promettente. Abbiamo fatto alleanze con tre aziende cinesi, una australiana, altre in Europa e negli Stati Uniti, così da aumentare le possibilità di avere un vaccino. L’ultima è quella con Sanofi: due aziende che di solito competono si sono messe insieme per trovare una soluzione. Sanofi può produrre centinaia di milioni di dosi della proteina, Gsk dell’adiuvante.

Che tempi prevede per la messa sul mercato del vaccino?

C’è la disponibilità delle agenzie regolatorie di accelerare al massimo le procedure, ma il vaccino deve essere sicuro. Con Sanofi contiamo di registrarlo a metà del 2021 e produrlo su grande scala subito dopo.

Quanto è utile la raccolta fondi Ue?

Molto, perché finora sembra prevalere il protezionismo. Gli Stati Uniti premono per finanziare il vaccino e averlo per primi, inclusa la produzione. Altri Paesi sono sulla stessa linea. Sarebbe importante se l’Europa riuscisse a raccogliere i fondi necessari per acquistare il vaccino e aiutarne lo sviluppo. Oltre all’aspetto sanitario, avere impianti per produrre il vaccino potrebbe dare occupazione ed è un volano di crescita.

 

Sanità, il modello lombardo si merita un processo equo

La Lombardia è tra le regioni trainanti del Paese dal punto di vista economico. E la sua sanità è considerata un fiore all’occhiello, in particolare per gli ospedali di alta specializzazione. Eppure l’epidemia di Covid-19 ha messo in crisi molte certezze, fino a portare il ‘modello lombardo’ sul banco degli imputati. È un processo giusto?

«Se guardiamo ai risultati in termini di salute, quelli della sanità in Lombardia sono tra i migliori in Italia – commentaAlessandro Solipaca, direttore scientifico dell’Osservatorio sulla salute delle Regioni italiane –. Partire dai morti di Covid-19 per contestare la validità della sanità lombarda è pretestuoso: indicatori come la speranza di vita, la percentuale di malati cronici, la mortalità precoce e la mortalità evitabile, sono tra i migliori del Paese». Il modello sanitario lombardo riceve critiche soprattutto per la novità macroscopica, avviata dalla riforma Formigoni del 1997 (poi ritoccata nel 2009), di stabilire una sostanziale parità nel-l’offerta ai cittadini da parte degli ospedali pubblici e di quelli privati, rimborsati allo stesso modo dalla Regione. Nel 2015 la legge Maroni ha poi cercato una maggiore integrazione tra settore sanitario e sociale.

Conosce bene l’ambiente ospedaliero Alberto Scanni, oncologo, una lunga esperienza in posizioni di vertice in diversi ospedali, dall’Istituto dei tumori con Veronesi al Sacco di Milano: «In Lombardia c’è una grande presenza di ospedali di eccellenza, ottima ricerca, anche per patologie difficili, ma meno attenzione alla medicina territoriale – spiega –. La criticità maggiore è aver parificato la sanità pubblica a quella privata, ma è stata una sussidiarietà zoppa. Mentre il pubblico stringe la cinghia, il privato ha la possibilità di fare utili scegliendo le prestazioni più remunerative, e grazie a un’agilità gestionale sconosciuta al settore pubblico, può rispondere con maggior velocità alle richieste. Ci sono stati sia un’esagerazione nel dare accreditamenti sia insufficienti controlli, che dovrebbero essere eseguiti da comitati di esperti indipendenti, svincolati dal potere politico». Inoltre nel pubblico la contrazione delle risorse ha portato alla riduzione di organici e posti letto, e alcuni dei migliori primari sono ‘scappati’. Invece una vera sussidiarietà, sostiene ancora Scanni, si dovrebbe basare sull’integrazione, e non sulla concorrenza delle due offerte. «La sanità lombarda non è esente da difetti – ammette Giancarlo Cesana, storico leader di Cl, già docente di Igiene all’Università di Milano Bicocca ed ex presidente della Fondazione Irccs Policlinico di Milano-Cà Granda – ma non risolve nulla l’attacco ideologico e politico alla riforma di Formigoni, che ha stabilito un principio di sussidiarietà in base al quale pubblico non è solo statale, ma chi fa servizio pubblico, come nel sistema dell’istruzione con le scuole paritarie». Il risultato è che in Lombardia «c’è il 30% di sanità privata a servizio del pubblico grazie a grandi ospedali, che sono un fenomeno principalmente lombardo. Questi istituti hanno migliorato l’assistenza ospedaliera, e lo conferma il fatto che da molte regioni, e persino dall’estero, vengono a farsi curare qui. E se il privato è in sospetto di rubare, si può controbattere che il pubblico spesso spreca».

Una questione potrebbe dunque riguardare il miglioramento dei controlli sul livello delle prestazioni fornite da chi è accreditato. Ma accanto ai grandi ospedali c’è il privato sociale, come le strutture sanitarie e sociosanitarie gestite dalle suore cappuccine di madre Rubatto (tre in Lombardia) di cui suor Anna Maria Villa, medico, è la rappresentante legale. «Il nostro impegno – spiega – riguarda il sostegno a fragilità, cronicità, riabilitazione, assistendo pazienti che liberano posti letto nell’ospedale: l’oncologia che segue la tossicità indotta dalla chemio, l’ortopedia che cura le patologie ‘minori’ della spalla o del piede». Al centro c’è solo il paziente: «Si tratta di prestazioni con una tariffa di rimborso spesso bassa, ma verso fine anno, quando si raggiunge il tetto del budget riconosciuto dalla Regione, continuiamo a fare le prestazioni, che se omesse metterebbero a grave rischio la salute, a carico nostro».

P er la sanità territoriale il problema maggiore sono le patologie croniche, che la Regione ha dapprima affrontato con i Creg (Chronic related groups) poi con la legge regionale 23/2015, che ha diviso il territorio in otto Agenzie di tutela della salute (Ats), abolendo le vecchie Asl provinciali e ha trasformato l’ospedale in Asst (Azienda socio sanitaria territoriale). «I Creg hanno anticipato il piano nazionale della cronicità – spie- ga Gianluigi Spata, medico di famiglia e presidente della Federazione regionale dei 12 Ordini provinciali dei medici e degli odontoiatri (Fromceo) –. Nei Creg la programmazione delle cure del paziente cronico veniva attribuita ai medici di famiglia tramite piani di assistenza individuali e sperimentazioni di telemonitoraggio, con una tariffa definita a seconda dei raggruppamenti di patologia». I risultati della sperimentazione apparvero incoraggianti, e la riforma del 2015 ha riproposto questo strumento come Presa in carico (Pic) affidata, all’inizio, alla Asst. Qui un clinical manager ospedaliero doveva proporre al paziente un Piano assistenziale individuale (Pai), rinnovato annualmente, con la prescrizione di visite specialistiche ed esami, ma di fatto fu un ruolo che le Asst non svolsero quasi mai. «Quindi fu concesso di proporsi come ‘gestori’ – puntualizza Spata – anche alle cooperative dei medici di famiglia che avevano gestito la sperimentazione Creg, confermando che la gestione della cronicità doveva avvenire a livello territoriale». La riforma Maroni ha delegato la governance alle Ats e l’erogazione pubblica alle Asst, mantenendo la programmazione a livello regionale. «Ma nelle Asl – osserva Spata – c’era un Dipartimento della prevenzione che poteva contare sui distretti e su un maggiore organico dedicato e su un miglior collegamento con i medici. Ora la prevenzione è stata demandata all’Ats, ma le prestazioni alle Asst, indebolendo di fatto il territorio».

Problematico anche il coinvolgimento dei medici di famiglia, che rispondono al dipartimento di cure primarie dell’Ats e non alla Asst. «I medici di famiglia lamentano anche un eccessivo carico burocratico – aggiunge Spata – che riduce il tempo di cura; in più sono sempre meno per un gravissimo errore di programmazione nazionale, che non ha previsto un adeguato numero di borse di studio, nonostante le continue sollecitazioni degli Ordini».

A detta di molti uno dei problemi è che la riforma del 2015 non è stata veramente attuata. «Le Ats sono state spostate molto su controllo e programmazione, manifestando un’insufficiente capacità di coordinamento – sostiene ancora Cesana –. Inoltre i Piani di assistenza individuale per i pazienti cronici sono partiti in termini non omogenei, soprattutto per iniziativa di medici e operatori sanitari in associazione sul territorio. E gli ospedali non sono in grado di seguire anche il territorio con i loro medici: sono già pieni del loro lavoro». Le correzioni necessarie ora saranno un problema, an- che perché si è cercato di fare una riforma senza ulteriori oneri, mentre servirebbero investimenti. E questo rischia di essere il problema numero uno: «I soldi non ci sono per la sanità perché non ci sono per il Paese», sintetizza Cesana.

R estando al modello proposto dalla riforma Maroni del 2015, il punto potrebbe essere proprio il suo mancato completamento. «La componente ‘ospedaliera’ della riforma si è radicata su un sistema di committenza che già funzionava, tra profit e non profit che hanno investito con risorse e competenze, anche se va migliorata la parte dei controlli – sostiene Americo Cicchetti, direttore dell’Alta scuola di economia e management dei sistemi sanitari (Altems) dell’Università Cattolica –. La componente di prevenzione e dell’assistenza primaria soprattutto, prevedevano invece un modello di presa in carico dei pazienti cronici delegata a ‘gestori’, che non è giunto a compimento a causa di diverse componenti: la programmazione regionale, la capacità di integrazione dei servizi da parte delle Asst (più pronte sul fronte ospedaliero), la mancata adesione al nuovo modello da parte dei medici di famiglia e specialisti convenzionati». A d assistere sul territorio la popolazione più fragile intervengono anche realtà religiose, come l’Opera San Francesco, di cui è medico responsabile ancora suor Anna Maria Villa. L’ambulatorio di Milano offre visite ed esami specialistici gratuiti ai più deboli: nel 2019 una media di 150 visite al giorno. Se Opera San Francesco non ci fosse quale sarebbe la ricaduta sul territorio, in termini di patologia e di impegno del servizio sanitario? «Dialoghiamo con l’Ats di Milano perché venga riconosciuto il nostro lavoro nel sistema – spiega suor Anna Maria –. Se chiedo un ricovero, il paziente non deve aspettare perché gli rifanno i controlli che abbiamo già svolto. Questo è stato il motivo per cui, anche con il Covid-19, l’ambulatorio non ha chiuso: ha protetto persone che sarebbero state fonte di infezione. Anche un piccolo puntello è indispensabile al funzionamento dell’intero sistema».

Colta di sprovvista da un pericolo a cui pochi credevano a fine febbraio, la Lombardia ha messo in campo le sue energie nel settore in cui è già leader: l’assistenza ospedaliera. Su questo fronte in futuro la Regione dovrà mostrare una miglior capacità di controllo, specie verso i privati. In un Paese poco incline alla prevenzione, anche la Lombardia dovrà poi riflettere su quanto sia importante una rete di servizi sanitari che coprano in modo adeguato il territorio.

Il Partenone resta al suo posto

people exploring ruins
Il Partenone, Denis Zagorodniuc on Pexels.com

Il dibattito suscitato dalla proposta di “cambiare nome” al Partenone di Atene lanciata sulle pagine dell’American Journal of Archeology dall’archeologo olandese Janric van Rookhuijzen si arricchisce di una voce. Sulla Domenica del Sole-24 Ore del 29 marzo compare un articolo di Emanuele Papi, direttore della Scuola archeologica di Atene, che sin dal titolo (Il Partenone c’è sempre stato) fa capire di non essere d’accordo con la proposta dello studioso olandese. Osservato che «la topografia e gli edifici» di Atene «cambiano spesso nome e posizione, questioni tormentate che riempiono menti, bocche e biblioteche di mezzo mondo», Papi esamina la «tempesta… scatenata da uno scettico ed eretico olandese», anche se può apparire una disputa per pochi esperti della materia, «per il fatto che il Partenone appartiene al “canone occidentale” delle meraviglie del mondo antico ed è diventato un luogo comune ubiquo e planetario». Confermato dal fatto che «ogni anno 2 milioni di viaggiatori ascendono all’Acropoli, una media di quasi 5mila al giorno con picchi di 20mila». 

Van Rookhuijzen, riassume Papi, sostiene che il Partenone è tale «solo a partire della metà del IV secolo a.C.,» e avrebbe indicato un posto per vergini «non meglio specificate». Gli inventari del tesoro degli Ateniesi, compilati fra il 434 e il 303 a.C. indicano «i nomi di una mezza dozzina di stanze che funzionavano da cassaforte di Stato per gli oggetti preziosi offerti dai devoti, insieme a monete, attrezzi liturgici, cimeli e spoglie dei nemici». Nell’identificare ciascuna stanza, scrive Papi, van Rookjhuizen indica la stanza chiamata Parthenon, che compare negli elenchi scritti nel 434, non dentro il Partenone, «ma preferibilmente nel vano occidentale dell’Eretto». Soltanto dopo, secondo lo studioso olandese, «il Parthenon cambiò domicilio e si trasferì a pochi metri nel Partenone, dando il nome a tutto l’edificio». 

L’obiezione di Papi parte da un dato: «Il Partenone fu costruito tra il 447 e il 432 ed era in piedi quando è nominato negli inventari del 434, mentre la fabbrica dell’Eretto fu inaugurata nel 421, terminò intorno al 406, ed era dunque un contenitore ancora inesistente» (impossibile per ora, scrive Papi, retrodatare il cantiere). La conclusione del direttore della Scuola archeologica italiana di Atene è che «anche l’Eretteo dovrebbe mantenere posizione e nome. Così lo chiama Pausania, un ben informato greco-orientale che nel II secolo scrisse in stile notarile un vademecum di tutta la Grecia». «L’edificio… era un condominio di dèi, mitici personaggi e loro parenti, e anche un raccoglitore di prodigi». Tanto rumore per nulla, conclude Papi, mentre ci informa che sull’Eretteo «van Rookhuijzen promette un’altra puntata, ma per il momento resta al solito posto insieme al Partenone». La discussione quindi è appena cominciata. 

Il vero Partenone… è l’Eretteo?

L’Eretteo sull’acropoli di Atene

Tanta Grecia antica sulle pagine culturali dei giorni scorsi, che la quarantena da coronavirus fa gustare a più riprese. L’articolo più interessante – pubblicato su La Lettura di domenica 15 marzo – mi è parso il dialogo che Mauro Bonazzi (docente di Storia della filosofia antica all’Università di Milano) intrattiene con l’archeologo olandese Janric van Rookhuijzen, sostenitore di una tesi che rivoluziona le nostre conoscenze sulla acropoli di Atene. In un articolo pubblicato a gennaio sull’American Journal of Archeology (e anticipato nelle sue linee essenziali da Antonio Carioti sul Corriere della Sera del 18 dicembre scorso) lo studioso dell’Università di Leida (Olanda) ha esposto il frutto delle sue ricerche ed è giunto alla conclusione che il grande tempio che domina l’acropoli di Atene non si chiamasse Partenone ma “Hekatompedon”, cioè tempio dei cento piedi. E che il vero Partenone, cioè il tempio in cui veniva custodito il tesoro più prezioso dedicato alla dea Atena, fosse in realtà quello che viene chiamato Eretteo.
Saremmo stati fuorviati dalla testimonianza di Pausania, che nel secondo secolo d.C. descrivendo l’acropoli parla del grande tempio – che conteneva la statua criselefantina di Atena, opera di Fidia – come di quello «che chiamano Partenone» (Paus. I, 24, 5). «Ma il suo resoconto contrasta con le testimonianze più antiche – obietta van Rookhuijzen – che risalgono al V-IV secolo a.C. Numerose iscrizioni di pietra, contenenti documenti ufficiali, distinguono chiaramente l’Hekatompedon dal Partenone». «Per esclusione, non resta che concludere – sostiene il ricercatore olandese – che il Partenone va identificato con il tempio che oggi chiamiamo Eretteo, con la sua celebre Loggia delle Cariatidi». Che troverebbe anche una migliore giustificazione nel nome, visto che parthenos in greco significa ragazza, vergine. E quel tempio, nella sua parte occidentale, avrebbe contenuto «parti del tesoro ateniese».  «Questa ricostruzione trova ulteriori conferme – conclude van Rookhuijzen – nei documenti antichi (che parlano di quel tesoro: c’erano ad esempio spade persiane o strumenti musicali) e corrisponde molto meglio a quanto osserviamo». L’ipotesi è affascinante e inquietante al tempo stesso, come ogni proposta innovativa che capovolge tradizioni consolidate, e non ho la competenza specifica né la disponibilità delle fonti antiche su cui si fonda l’archeologo olandese. Osservo solo che Pausania (I, 26, 5) dice che c’è «un edificio (oikema) chiamato Eretteo» e che la nota del commento di Domenico Mussi e Luigi Beschi (Pausania, Guida della Grecia, libro I, L’Attica, edizione Fondazione Lorenzo Valla-Mondadori) riconosce che la topografia degli ambienti dell’Eretteo è tuttora oggetto di controversie tra gli studiosi. Aggiungo che il sito del Museo dell’Acropoli di Atene indica come Hekatompedon il tempio che sarebbe sorto prima e nel luogo del Partenone, che ne avrebbe preso il posto. Ovviamente Pausania non avrebbe potuto citarlo nel II d.C. Segnalo infine che il 16 febbraio scorso (sul supplemento Domenica del Sole-24 Ore) è comparsa un’interessante recensione di Marco Carminati al libro di Giovanni Margisenu Il costo del Partenone. Appalti e affari dell’arte greca (Salerno editrice, pp. 172, 15 euro) in cui il docente di storia greca all’Università di Sassari mostra come per costruire questo tempio maestoso l’Atene di Pericle non avesse badato a spese. 

La visione greca della vita tra Platone e Aristotele

E ancora sul supplemento Domenica del Sole-24 Ore del 15 marzo si trovano due interessanti articoli relativi alla cultura greca. Piero Boitani recensisce il libro di Mauro Bonazzi (sì, l’intervistatore di van Rookhuijzen) Creature di un sol giorno. I greci e il mistero dell’esistenza (Einaudi, pp. 156, 12,50 euro): «Un vorticoso percorso, esemplare nella sua chiarissima discussione – scrive Boitani –, attraverso alcuni momenti fondamentali dell’antica sapienza greca: il Simposio e il Fedro di Platone, l’Etica nicomachea di Aristotele, gli scritti di Epicuro, il celebre discorso di Pericle in Tucidide». Ma anche «un volo attraverso la poesia, da Pindaro a Wallace Stevens, con un solido ancoraggio in Omero», passando per Lucrezio, Dante, Leopardi ed Eliot. E un’analisi del «discorso moderno sulla fragilità (greca) dell’uomo» in particolare quello affidato a intellettuali ebrei in fuga dal nazismo: Simone Weil, Rachel Bespaloff, Hannah Arendt, Erich Auerbach, Walter Benjamin. 
Sullo stesso numero della Domenica, Gaspare Polizzi si occupa ancora di etica platonica e aristotelica recensendo due volumi di Arianna Fermani (docente di Storia della filosofia greca e romana all’Università di Macerata) Vita felice umana. In dialogo con Platone e Aristotele (Edizioni Università di Macerata, pp. 353, 14 euro) e Aristotele e l’infinità del male. Patimenti, vizi e debolezze degli esseri umani (Morcelliana, pp. 357, 29 euro). Scrive Polizzi: «Se “la felicità è il fine ultimo di ogni esistenza”, il dialogo con Platone e Aristotele… diviene imprescindibile, perché nessuno meglio dei due massimi filosofi greci ha ragionato sulla radice di una domanda oggi spesso ritenuta vana, forse “pericolosa”, perché apre all’abisso del senso incognito della vita, ma “in cui ne va della vita stessa”». Quanto al secondo libro, Fermano «riconosce che “l’etica di Aristotele è forse la sola etica greca per la quale non esistono solo buoni e cattivi” e che purtuttavia mette in gioco uno spettro ampio di riflessione filosofica, ben oltre i Greci, con Tommaso d’Aquino, Spinoza, Nietzsche, Freud, Arendt, Ricoeur, per concluderne, con Pierre Aubenque, uno dei maggior studiosi di Aristotele, deceduto lo scorso 23 febbraio, che “il mondo riscopre oggi ciò che i Greci sospettavano più di duemila anni fa […] che la tentazione d’assoluto che i greci chiamavano ybris, è la fonte perenne delle sofferenze umane”». 

La società inglese che vuole la Brexit secondo Jonathan Coe

dscn7330

Nel giorno in cui i cittadini del Regno Unito vanno al voto per un’elezione politica che è quasi un secondo referendum sulla Brexit, mi capita tra le mani, prima di finire in “archivio”, un vecchio numero di Avvenire. Lo scorso 2 aprile tra le pagine di Agorà figurava un’intervista, a firma di Silvia Guzzetti, allo scrittore inglese Jonathan Coe, focalizzata sul suo ultimo romanzo Middle England. Mesi prima, leggere questo affresco sull’Inghilterra profonda (e non solo londinese) negli anni tra il 2010 e il 2018 mi aveva intrigato e mi aveva spinto a rintracciare i due precedenti libri di Coe con gli stessi protagonisti (più giovani): la Banda dei brocchi (dedicato agli anni Settanta) e Circolo chiuso (ambientato negli anni Novanta), nonché La famiglia Winshaw, che presenta personaggi diversi ma che, coprendo gli anni Ottanta, completa il quadro storico sugli ultimi 40 anni della società inglese con un romanzo innovativo, un giallo estremamente articolato.

L’intervista, titolata «La Brexit? Sragione e risentimento» pone al centro l’esito del referendum del giugno 2016, ma il libro di Coe aiuta ad analizzare un contesto sociale che esprimeva profonde insoddisfazioni di una larga parte della popolazione, ma che la politica non aveva capito. Coe è chiaramente contrario alla Brexit, ma si sforza di comprendere i punti di vista diversi, senza esprimere giudizi netti, e rappresenta fatti verosimili: «Ho voluto dimostrare l’impatto che gli avvenimenti politici hanno sulla vita privata delle persone». Interessante e coraggiosa la rappresentazione dei danni del politicamente corretto in relazione al “processo” a una docente universitaria accusate di omofobia e subito isolata dalla sua facoltà: «Ho cercato di dimostrare quanto intollerante sia diventata la nostra società» dice Coe. Ma il messaggio di speranza, dice ancora l’autore, è il “baby Brexit”, il figlio che riconcilia una coppia che si era separata: «Stephanie capisce che l’amore di Ian è l’áncora della sua vita». Questa conclusione appare tanto più sorprendente osservando che – nel complesso dei quattro romanzi – la coppia tradizionale, fedele, non è presentata come un obiettivo ma, in consonanza con quanto avviene nella realtà, i rapporti sentimentali sono quanto mai aperti (e in ciascun libro c’è almeno una scena di erotismo spinto).

A queste osservazioni aggiungo però che il tema Brexit non esaurisce la varietà dei temi del romanzo, anche in ambito politico sociale: la stessa ragazza politically correct che inguaia la professoressa con l’accusa di omofobia è di famiglia molto ricca e “gioca” però, molto seriamente, a fare la rivoluzionaria nelle manifestazioni di piazza. E il padre, dai giovanili furori, si acquieta in una parabola di giornalista di sinistra che vive nel lusso, salvo essere poi messo da parte da un nuovo direttore.

Non può essere un caso che la famiglia reale e tutto il mondo che le ruota attorno sono molto trascurati. Altrettanto ignorata la dimensione religiosa della vita: c’è un solo matrimonio in chiesa, accompagnato dai commenti di un invitato che lamenta l’ipocrisia della sposa che recita formule di una fede cristiana a cui non crede. Viceversa mi ha incuriosito la rappresentazione dell’orgoglio patriottico che manifestano praticamente tutti i personaggi per la celebrazione delle Olimpiadi di Londra 2012. Quando Coe parla della “politica delle identità” e di come “fattori come nazionalismo e razzismo generano tensioni importanti nella vita delle persone comuni” bisogna, credo, tenere conto di come gli eventi vengano percepiti: se c’è una contraddizione nell’anziana che detesta la domestica polacca, anche se le è quasi indispensabile; al figlio, che ritiene di non essere stato promosso sul lavoro perché gli è stata preferita un’asiatica, non viene offerta una spiegazione logica che smantelli la sua convinzione di essere vittima del politically correct. Il coagularsi di risentimenti, fondati o meno, in vasti strati della popolazione, più che la fantomatica contrapposizione giovani contro vecchi di cui si parlò nel 2016, aiuta a comprendere il risultati del referendum. E Coe mostra di aver saputo indagare «questa dimensione della rabbia dell’Inghilterra di oggi».

Intanto gli exit poll indicano un netto successo dei Tory. La Brexit sembra più vicina.