«Il suicidio assistito non è un atto medico»

Sul tema della depenalizzazione di alcuni casi di aiuto al suicidio decisa dalla Corte costituzionale, la mia intervista al presidente dell’Ordine dei medici di Roma, Antonio Magi, con la distinzione che per il medico il Codice deontologico non va contro, ma oltre la legge, rappresenta un vincolo in più. L’articolo è comparso su Avvenire ieri, giovedì 10 ottobre nelle pagine della sezione è vita.

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Antonio Magi

«Non può essere il medico a realizzare il suicidio assistito per un semplice motivo: non è un atto medico. Si chiama il medico o si va in Pronto soccorso quando si sta male, e il medico interviene per salvare la vita: quello è l’atto medico. La nostra stella polare è il Codice deontologico, che vieta di provocare la morte del paziente». Antonio Magi, presidente dell’Ordine dei medici di Roma, il più grande d’Europa per numero di iscritti (sono circa 42mila), ribadisce la posizione che dal mondo medico è stata esposta in modo quasi unanime da quando la Corte costituzionale, con l’ordinanza 207 del 2018, aveva chiesto al Parlamento di depenalizzare certe fattispecie dell’aiuto al suicidio: «Anche nella sentenza del mese scorso, la Corte si è ben guardata dall’indicare il medico come esecutore delle volontà di suicidio. E ritengo che non sarà facile cambiare il nostro Codice deontologico».

Dopo la sentenza della Corte costituzionale, i medici dovranno partecipare alle procedure del suicidio assistito?

Parlo da presidente di un Ordine dei medici, che è organo sussidiario dello Stato, e ha le sue regole legate all’etica della professione disciplinate dal Codice deontologico. E questo – all’articolo 17 – vieta al medico di procurare la morte del paziente, anche su sua richiesta. Il che non significa non assistere il malato nel migliore dei modi, cercando di non farlo soffrire, accompagnandolo non solo fisicamente ma anche psicologicamente al passaggio finale della vita. La Corte costituzionale è intervenuta a interpretare in modo moderno l’articolo 580 del Codice penale, che risale agli anni Trenta, quando apparecchiature e conoscenze mediche non avevano le possibilità tecniche di oggi per mantenere in vita persone in fase terminale di malattia. Osservi peraltro che la Corte costituzionale ha stabilito un principio giuridico, ma non ha indicato chi deve materialmente dare avvio al suicidio assistito. Noi possiamo fare la diagnosi, certificare che la malattia ha un esito letale, che il paziente è o non è in fase terminale: ma non aiutare nel suicidio.

La Consulta ha chiesto al Parlamento di intervenire. Ma se la legge indicherà il dovere del medico nella procedura di suicidio assistito?

La Corte costituzionale ha chiesto al Parlamento di fare una legge che rispetti una serie di condizioni. E se la legge indicasse il medico non credo che non possa riconoscergli l’obiezione di coscienza. Si tratta infatti di un atto che stravolge completamente il significato stesso di atto medico: il medico interviene per salvare una vita, andiamo dal medico o in Pronto soccorso se stiamo male. Ci dovrebbero spiegare perché dovremmo compiere un atto che è il contrario della nostra professione. La legge può decidere di incaricare un funzionario, un pubblico ufficiale, un militare, al limite un parente. Ma indicare un medico creerebbe enormi problemi. E non lo sottrarrebbe all’azione disciplinare per aver violato il Codice deontologico.

Quindi anche in presenza di una legge che incaricasse il medico, l’Ordine sanzionerebbe un proprio iscritto qualora questo si prestasse a realizzare un suicidio assistito?

Oggi, se all’Ordine dei medici arriva un esposto su un collega che si è prestato a questa operazione, non si può far altro che mandare il medico alla Commissione disciplinare. Sono contrari sia la parte proemiale del Codice, il giuramento di Ippocrate, sia l’articolo 3 che dice chiaramente che il medico deve salvaguardare la vita, sia l’articolo 17 che vieta espressamente questa pratica. Se non cambiasse il Codice deontologico, anche con una legge il procedimento disciplinare rimarrebbe.

Ma il Codice deontologico può essere contrario alla legge?

Intanto vorrei che prima di approvare una tale legge il Parlamento ci desse la possibilità di spiegare l’incoerenza di obbligare il medico a un atto che è l’opposto dei suoi doveri professionali. Ma, obiezione di coscienza a parte, l’obbligo del Codice deontologico resta: un conto è la depenalizzazione che vale per ogni cittadino, un altro è il comportamento eticamente rilevante di un medico. Come Ordine professionale abbiamo un Codice che autoregolamenta la nostra professione, un po’ come succede al Csm per i magistrati. Si può certo cambiare il Codice deontologico, ma non sarà facile: ci vuole un ampio consenso tra i presidenti degli Ordini, e credo che attualmente il consenso sia sul versante opposto, di riconoscere il nostro dovere di tutelare la salute e la vita e non procurare la morte. Pensi che anche di fronte a un aspirante suicida che ha mancato il suo obiettivo io medico ho il dovere di intervenire perché posso sempre pensare che nel frattempo potrebbe aver cambiato idea.

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Anelli: l’aiuto al suicidio? Non è un compito di noi medici

All’indomani della decisione della Corte costituzionale, che ha ammesso la non punibilità dell’aiuto al suicidio in alcuni casi, la mia intervista al presidente nazionale degli Ordini dei medici, Filippo Anelli, comparsa su Avvenire lo scorso 27 settembre.

Syringe2«Da medici vogliamo essere esentati da una pratica che contrasta con la nostra millenaria missione di alleviare le sofferenze e combattere le malattie. Del resto la Corte costituzionale non ha cancellato il reato, e i nostri pazienti devono sapere che i medici saranno sempre accanto a loro per allontanare la morte e non per procurarla». Filippo Anelli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fnomceo), ribadisce la contrarietà dei medici italiani a farsi strumento di morte e puntualizza: «Non potrà non essere prevista l’obiezione di coscienza: se si devono rispettare i convincimenti profondi di ogni cittadino, tra questi ci sono anche i medici».

Che conseguenze ha per il medico la sentenza della Consulta?

Innanzitutto la Corte costituzionale non ha cancellato il reato: credo che sia importante per tanti soggetti deboli che hanno bisogno di tutela. Resta da decidere la procedura, che non esiste in Italia. E qui entra in gioco anche il ruolo del medico: siamo chiamati ad alleviare le sofferenze, e sicuramente chi si avvia verso una richiesta di suicidio esprime una profonda sofferenza, un grido di dolore. Ma noi medici vogliamo continuare a esercitare la professione considerando la malattia come avversario e la morte il nemico da allontanare il più possibile. In una futura legge, credo che le procedure che portano al suicidio non possano essere avviate da un medico: magari da un funzionario, che prenda atto della volontà del cittadino e verifichi i requisiti prescritti dalla Corte. Nel nostro Codice deontologico (art. 17) è fermo il divieto di effettuare o favorire atti finalizzati a provocare la morte del paziente, anche su sua richiesta.

Ma se la legge obbligherà il medico a partecipare al suicidio?

Naturalmente il Codice deontologico si deve armonizzare con le leggi e la Costituzione. Se la nostra proposta non dovesse essere accolta e i medici saranno costretti a partecipare al suicidio, è chiaro che dovranno essere salvaguardati con l’obiezione di coscienza. Un istituto già previsto nell’ordinanza 207 della Corte costituzionale dello scorso anno.

Si sa che quando è stabilito un diritto, ne discende un dovere per qualcun altro. Basterà per voi l’obiezione di coscienza?

Le leggi rappresentano l’orientamento della maggioranza dei cittadini, ma anche i medici sono cittadini. Le loro convinzioni, soprattutto quelle legate a principi etici custoditi nella propria coscienza, vanno rispettate. E la Corte costituzionale ha riconosciuto più volte il diritto all’obiezione. Come va rispettata la libertà di credo religioso, va anche rispettata la libertà di credere nei principi essenziali della vita secondo le proprie convinzioni.

La scelta del suicidio può rientrare nel diritto del cittadino a non essere curato?

Oggi sembra che il diritto all’autodeterminazione sia molto forte, e l’orientamento della Corte costituzionale sembra accogliere la tendenza a dire che il cittadino può decidere su tutto della propria vita, anche la morte. D’altra parte il suicidio assistito lo vuole oggi un’esigua minoranza. La Corte aveva già accolto il principio dell’autodeterminazione, ma di fronte a un’attività che toglie la vita a una persona, mi pare scontato che chi non la pensa come lei non possa essere obbligato.

Eppure alcuni medici, pochi per la verità, rifiutano la posizione della Fnomceo. Che cosa ne pensa?

Non solo il Codice deontologico della Fnomceo, ma anche l’Associazione medica mondiale dice che «rendere legale il suicidio assistito dal medico pone gravi problemi etici, clinici e sociali». La professione è unita e la nostra Consulta deontologica, che comprende tutte le sensibilità della professione, si è espressa in maniera unanime. Credo che la posizione dei colleghi sia nata da scarsa percezione delle motivazioni della posizione Fnomceo, che non entra nel dibattito sull’eutanasia, ma si esprime sull’attività del medico. E con gli Stati generali della professione abbiamo avviato una stagione di grande discussione sul ruolo del medico. Per continuare a dibattere, abbiamo già in programma un convegno sul suicidio assistito presso l’Ordine dei medici di Parma, il prossimo 18 ottobre. Ma quel che più conta è che il medico continui a essere percepito dal malato come colui che aiuta, sta accanto, toglie la sofferenza. Il malato non deve avere mai il dubbio che il medico possa decidere di porre fine alla sua vita.

Paola Bonzi, una vita per le mamme

La morte di Paola Marozzi Bonzi priva tante persone di un punto di riferimento. In primo luogo le centinaia di donne che ogni anno trovavano ascolto da lei nel Centro di aiuto alla vita fondato nel 1984 alla clinica Mangiagalli di Milano. Il Cav Mangiagalli ovviamente continuerà la sua attività, il personale e i volontari non mancheranno, e moltiplicheranno gli sforzi per essere vicini a tutte le donne che sono alle prese con una gravidanza che le preoccupa. Il suo slogan “Oggi è nata una mamma” (titolo anche del suo libro che riassume la storia del Cav Mangiagalli, edito da San Paolo nel 2009) ben rappresenta la sua passione incondizionata per le vite più fragili, secondo la missione del Movimento per la vita. E non serve sapere se sono stati 22mila o quanti i bambini nati da mamme che hanno superato le crisi che le attanagliavano grazie alle parole premurose e simpatetiche e all’aiuto ricevuto al Cav Mangiagalli.

Ma Paola Bonzi mancherà anche ai giornalisti. Ogni volta che si trattava di approfondire il tema delle maternità difficili e degli aiuti per evitare gli aborti, il suo era il primo nome che veniva in mente. E nonostante i mille impegni sul campo, la sua disponibilità a parlare con i giornalisti era pari alla capacità di mettersi all’ascolto delle donne lacerate e confuse (chissà quanto la sua cecità fisica le permetteva una visione più acuta dell’animo altrui), e alla tenacia con cui cercava le risorse economiche necessarie per portare avanti la sua meritoria impresa sociale. Era sorretta da una fede solida, ma non ostentata.

A parte qualche breve contatto telefonico, anch’io ebbi la possibilità di incontrarla quando, nella primavera-estate del 2013, realizzai una breve inchiesta per le pagine della Cronaca regionale di Avvenire visitando una quindicina di Cav lombardi. Mi ricevette a casa sua, con grande cordialità, e mi intrattenne per un paio d’ore, e più che snocciolare cifre (che pure non mancarono) mi fece partecipe del senso della sua missione, del suo amore per la doppia vita in pericolo: del bambino e della mamma. Non so se abbia apprezzato quanto scrissi: certamente era poco rispetto a quanto mi aveva trasmesso, alla sua passione instancabile. Ma lo spazio sui giornali è sempre tiranno, e il suo nome e il suo lavoro erano già ben noti ai lettori del nostro giornale. Mi piace però ricordare che non trascurava di essere vicina a chi aveva vissuto la drammatica esperienza di una interruzione di gravidanza. Mi disse: «È sempre dura l’elaborazione del lutto dopo un aborto: le donne hanno difficoltà col padre del bambino, con i medici, con le altre donne incinte. Penso che sia importante ricordare che per prevenire l’aborto occorre riempire la solitudine della donna ed essere solidali con lei: in questa città dove tutti vogliamo parlare, essere ascoltate è un po’ fuori del comune. Noi qui facciamo anche formazione permanente sull’arte dell’ascolto. Credo che l’ente pubblico dovrebbe porsi in quest’ottica: se si è intellettualmente onesti, non ci si può non porre domande. E guardi che poche donne che abortiscono sono spavalde, molte piangono. Per questo è importante essere presenti in ospedale, dove si fanno gli aborti: per offrire una vera possibilità di scelta».

A Paola Bonzi non si può che rivolgere un grazie incommensurabile. Pari al valore, altrettanto incommensurabile, di ogni vita che ha contribuito a salvare.

Farmaci, la concorrenza è parte della cura

Recensione del volume di Luca Arnaudo e Giovanni Pitruzzella sull’attività dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato nel campo dell’industria farmaceutica, sullo sfondo della recente sentenza del Consiglio di Stato che ha confermato la multa per due colossi del settore per attività anticoncorrenziale. L’articolo è stato pubblicato oggi su Avvenire, nelle pagine di Economia.

concorrenzaLa recente sentenza del Consiglio di Stato (n. 4990/2019, sezione sesta) che ha messo la parola fine alla vicenda Avastin-Lucentis (confermando la multa di circa 180 milioni di euro a carico di Roche e Novartis) è solo l’ esempio più recente, e forse dei più significativi, dell’azione dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato (Agcm) nel campo dell’ industria farmaceutica. Un settore poco esaminato fino a non molti anni fa, ma che tocca aspetti di notevole rilevanza per la giustizia sociale e la democrazia. Lo sottolinea il volume La cura della concorrenza. L’industria farmaceutica tra diritti e profitti (Luiss University Press, p. 167, 2019, 18 euro) opera dei giuristi e docenti universitari Giovanni Pitruzzella (dal 2011 al 2018 presidente dell’Agcm, ora avvocato generale presso la Corte di giustizia della Ue) e Luca Arnaudo, tuttora funzionario dell’Agcm.
Due i diritti in gioco: da un lato quello del cittadino di poter accedere ai migliori trattamenti che il progresso scientifico-tecnologico mette a disposizione, costituendo spesso la disponibilità dei farmaci un discrimine per esercitare la tutela della salute, principio fondamentale di molte carte costituzionali (compresa quella italiana) e di trattati internazionali. Dall’altro quello delle imprese di vedere tutelati sia i diritti di proprietà intellettuale della ricerca industriale sia gli investimenti effettuati per lo sviluppo di nuovi farmaci. Delineata brevemente l’evoluzione sia della produzione industriale dei farmaci sia del diritto antitrust, gli autori esaminano una serie di casi affrontati (e spesso sanzionati) dalle Autorità a tutela della concorrenza negli Stati Uniti, nell’Unione Europea e in Italia in relazione a tre condotte: intese tra imprese concorrenti, abusi del potere di mercato di un’ azienda, concentrazioni eccessive di potere economico perseguite attraverso fusioni e acquisizioni di imprese.
Il caso Avastin-Lucentis – illustrato nel volume – era stato sanzionato nel 2014 dall’Agcm. Entrambi i farmaci sono anticorpi monoclonali (il secondo è un frammento del primo), frutto della ricerca della statunitense Genentech. Avastin (commercializzato da Roche fuori dagli Usa) era stato registrato nel 2007 come antitumorale, ma ne era stata scoperta l’efficacia anche contro una grave malattia della vista, la degenerazione maculare senile (Dms), per la quale ne venne permesso l’ uso off-label (cioè fuori dalle indicazioni per le quali il produttore aveva chiesto l’ autorizzazione all’ immissione in commercio). Lucentis invece (commercializzato da Novartis fuori dagli Usa) nel 2008 era stato registrato per l’uso oftalmico, ma a un prezzo di gran lunga superiore a quello di Avastin (una iniezione di Avastin costava 80 euro, una di Lucentis quasi 25 volte di più). La presenza di un farmaco specifico fece decadere la possibilità di uso off-label di Avastin, che fu eliminato dalla rimborsabilità del Servizio sanitario. L’ indagine Agcm giunse alla conclusione dell’esistenza di una strategia concertata delle due aziende per mantenere indicato per uso oftalmico solo Lucentis, anche amplificando i dubbi sulla sicurezza di Avastin per uso oftalmico.
Va precisato che Roche controllava e poi acquisì Genentech, a cui Novartis pagava le royalty sulle vendite di Lucentis; in più Novartis è azionista al 30% di Roche. Ora le due aziende, pur rispettando la sentenza, hanno ribadito di avere sempre operato correttamente.
A parte i casi specifici, l’interesse del libro sta nell’aver illustrato una materia complessa ma molto più vicina alla vita dei cittadini di quanto si immagini (manca solo un capitolo che chiarisca l’attività dell’Agenzia italiana del farmaco e della European medicines agency). Tra le altre questioni affrontate, la difficoltà di calcolare il prezzo dei farmaci (che sono pagati in massima parte da enti pubblici), le controversie sulla durata della protezione brevettuale, la complessità delle istruttorie antitrust e l’aleatorietà delle sanzioni (la Ue ha multato per 60 milioni di euro nel 2005 AstraZeneca per aver ostacolato la concorrenza su un suo farmaco, che nel solo anno 2000 generò nel mondo un fatturato di 6 miliardi di dollari). L’ auspicio degli autori è che, avendo l’antitrust una funzione solo di sentinella, si giunga a un «piano normativo», a livello sovranazionale, in grado di garantire quella concorrenza che costituisce «un mezzo potente per garantire il soddisfacimento di diritti di accesso a beni essenziali», quali i farmaci.

Giorgio Ambrosoli, un uomo onesto che non finse di non vedere

Oggi ricorrono i quarant’anni dall’assassinio di Giorgio Ambrosoli. Mi sembra doveroso ricordarlo con le parole dense di significato pronunciate dal presidente Sergio Mattarella lo scorso 25 giugno a Milano in occasione della cerimonia del premio Ambrosoli: «Ritrarsi dalle proprie responsabilità, fingere di non vedere, non è un comportamento neutrale: al contrario costituisce un obbiettivo e concreto aiuto all’illegalità e a chi la coltiva». Passano i decenni, ma in Italia la tempra morale di uomini come Giorgio Ambrosoli resta merce rara, mentre quelli che fingono di non vedere abbondano. Il mio piccolo contributo all’anniversario è la ripubblicazione della mia intervista comparsa su Avvenire il 12 luglio 2009 al figlio Umberto (che ebbi modo di conoscere trent’anni fa), quando era stato da poco edito il suo libro «Qualunque cosa succeda».

Giorgio Ambrosoli
Giorgio Ambrosoli

«Un’improvvisa sensazione di vuoto». Di quella mattina del 12 luglio di trent’anni fa, quando si seppe che poche ore prima l’avvocato Giorgio Ambrosoli era stato assassinato, Umberto, il più piccolo dei suoi tre figli, ha ricordi remoti, di un bambino di non ancora otto anni alle prese con una notizia difficile da comprendere, accompagnata però da avvenimenti insoliti che generavano ansia e dubbi (il rientro precipitoso dalle vacanze, il conforto inspiegabile del sacerdote capo scout, l’abbraccio forte della mamma ai tre figli insieme), fino all’ultimo incontro – straziante ma quasi irreale – con il volto del padre su una barella. Se la vicenda esemplare di un uomo onesto e capace che, in qualità di commissario liquidatore della Banca privata italiana di Michele Sindona, riteneva suo dovere – come al solito – operare per il bene del Paese è ormai consegnata alla storia, anche giudiziaria, dell’Italia contemporanea, le ripercussioni familiari del suo lavoro e della sua tragica fine sono state raccontate dal figlio Umberto in un libro appassionato (Qualunque cosa succeda, Sironi editore) nato per far conoscere ai suoi figli (e nipoti di Giorgio) di quale storia essi siano parte. Ma anche per riproporre un modello di rettitudine morale e di libertà e indipendenza di giudizio quanto mai necessario nella nostra società.

Il giorno dell’omicidio la sua famiglia non era a Milano. Come ricorda quel che vi è successo?

In modo sfumato. Ricordo la luce irreale dell’alba, il viaggio in macchina in autostrada, la sosta in autogrill per fare colazione e l’annuncio della radio che la mamma cercò di coprire parlando più in fretta. E poi la stranezza dell’incontro a Milano con il sacerdote nostro capo scout. Non era facile per me afferrare il significato di parole («assassinato») che erano poco evocative di una situazione che un bambino possa conoscere e nemmeno immaginare. Parecchie ore dopo, con la mamma e la nonna, ho capito che era successo qualcosa di definitivo: più che avere compreso un concetto, ho memoria di un’improvvisa sensazione di vuoto.

Già vent’anni fa, lei voleva diventare avvocato. Cosa ha significato esserci riuscito?

Molti ragazzi vogliono emulare il lavoro del padre, ma io faccio una professione diversa dalla sua, in comune abbiamo solo di appartenere allo stesso Ordine: io mi occupo di diritto penale, lui si occupava di diritto civile e fallimentare. La ragione che mi ha spinto a fare questo lavoro – una volta compresa sui 12 anni la differenza tra penalisti e civilisti – è stata cercare di capire come le persone si collocano di fronte alla responsabilità e alla colpa, quando sono chiamate a rendere conto di qualcosa che riguarda la vita di tutti. Mi piaceva una professione che avesse un rapporto umano diretto, non per rappresentare un interesse, ma per comprendere come i fatti si sono svolti. Ho impiegato un anno in più all’università, ma poi ho recuperato: ho fatto pratica in uno studio dove mi hanno insegnato molto e l’esame di Stato l’ho passato a Milano al primo tentativo.

Nella casa dei genitori sul lago Maggiore – lei scrive – suo padre Giorgio ha imparato il rispetto delle regole giocando. Che cosa significa?

Certi particolari li ho saputi dai suoi amici. Quando giocava con loro a nascondino nel giardino, per lui bambino non c’era divertimento senza stare ai patti. In quel giocare ha imparato il rispetto delle regole, così come nell’avvicinarsi al mondo – per lui fondamentale – dell’ordinamento giuridico, ha capito come le norme fossero il presupposto del “gioco”, e non una semplice imposizione di doveri. In altre parole il suo collocarsi nell’ordinamento era la comprensione di come le regole servissero per limitare gli eccessi e indirizzare i comportamenti, come fossero cioè utili e necessarie.

Ci sono ormai in Italia vie, targhe, aule dedicate a Giorgio Ambrosoli. Ce n’è una che più le è rimasta più in mente?

Fu la prima, l’intitolazione della biblioteca della mia scuola elementare, nemmeno un anno dopo l’omicidio. Era un momento in cui quel che sapevo mi rendeva consapevole che la vicenda di mio padre era stata qualcosa di importante, ma non vedevo ancora nessun tipo di riconoscimento del dramma individuale. Quella prima targa collocata proprio nell’atrio della mia scuola fu importante, era come se mi salutasse ancora ogni mattina, lasciandomi a scuola. Appartengo a quella generazione che cominciò a vedere i genitori separarsi e divorziare: mi aveva già colpito la sensazione che il rapporto di alcuni dei miei compagni con i loro genitori fosse meno evidente di quello che io avevo con il mio papà. Io posso dire che sentivo una presenza forte nonostante l’assenza fisica.

L’ansia di sapere la portava a origliare i discorsi degli amici che alla sera venivano a riferire a sua madre sui passi avanti delle indagini. È stato così per tutti voi fratelli?

Seppure la differenza di età con mia sorella (tre anni) e mio fratello (due anni) sia piccola, abbiamo comunque vissuto la mancanza di papà in un momento diverso della nostra vita. Tra di noi se ne è parlato poco, perché non c’era bisogno di parlarne: è comunque qualcosa che ci unisce, quel che dice uno, l’hanno vissuto anche gli altri. Ma a origliare dietro la porta del salotto c’ero solo io.

«Qualunque cosa succeda, tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo. Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto». Le parole di questa lettera, scritta ma non consegnata alla moglie, hanno dato a sua madre grande angoscia: e purtroppo quelle responsabilità si sono concretizzate. Quanto è stata importante per voi figli la sua forza di carattere?

Il ruolo di nostra madre è stato fondamentale per la crescita di noi fratelli. Non si è trattato solo della concentrazione in un’unica figura dei compiti di madre e padre, ma della sua capacità di aiutarci a prendere una strada per metabolizzare l’accaduto, senza mai incentrarsi su qualcosa di negativo, e proponendo sentimenti positivi anche quando eravamo preda di sconforto e rabbia. Faceva sempre qualcosa per concentrarci su quel che c’era stato e non su quel che non c’era più. È stata un esempio di come si possa fare conto sui valori per crescere dei figli: certamente la sua forte fede cristiana le è stata di grande aiuto.

Le Troiane, simbolo dell’atrocità di ogni guerra, smascherano la crudeltà dei greci

La guerra di Troia è finita, i greci hanno espugnato la città. Gli uomini sono stati uccisi quasi tutti, solo pochissimi sono riusciti a scappare: le donne (con i bambini) aspettano di essere portate via come preda di guerra sulle navi dei vincitori, per un destino di schiave e concubine. Le Troiane, seconda tragedia di Euripide andata in scena al teatro greco di Siracusa con la regia di Muriel Mayette-Holtz a cura dell’Istituto nazionale del dramma antico (Inda), è un catalogo di orrori. In un’Atene che da 15 anni viveva un contesto bellico, ma che trepidava per l’imminente spedizione in Sicilia, il tragediografo ricorda ai suoi concittadini che la guerra porta solo orrori. E se si deve credere a Tucidide, che pone nel 416 la vicenda dell’assedio e distruzione di Melo, Euripide scrive all’indomani dell’attacco più crudele portato da Atene a una popolazione greca, che condusse alla strage di tutti i cittadini maschi dell’isola.

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La profezia-delirio di Cassandra

La tragedia di Euripide non ha uno svolgimento, è un susseguirsi di quadri dolorosi: dopo che Poseidone (Massimo Cimaglia) e Atena (Francesca Ciocchetti) si sono accordati per rendere infausto il ritorno dei greci in patria, a causa delle numerose empietà commesse nel saccheggio della città nemica, Ecuba (Maddalena Crippa) prostrata dalle paure rievoca tutte le sciagure subite, i figli uccisi uno dopo l’altro, il marito Priamo sgozzato sugli altari degli dei. E ora, l’incertezza per il destino da schiave che attende tutte le donne. L’araldo Taltibio (Paolo Rossi) arriva a comunicare le prime decisioni: Cassandra è destinata a essere concubina di Agamennone, che trascura il fatto che la profetessa sia consacrata ad Apollo, Andromaca sarà preda di Neottolemo, Ecuba è destinata a Odisseo. La vecchia regina, già attanagliata dall’angoscia per non avere ottenuto una risposta esaustiva sulla sorte di Polissena (in realtà già uccisa), sprofonda nella disperazione: «Mi è toccato essere schiava di uno sporco impostore, di un mostro criminale, che stravolge ogni cosa con i suoi discorsi doppi» (traduzione di Alessandro Grilli per questo spettacolo). Cassandra (Marial Bajma Riva) entra in scena, in preda a uno dei suoi deliri, e agitando una fiaccola nuziale invita a non compiangere troppo la sua sorte: i suoi discorsi sembrano (e sono ritenuti da tutti) quelli di una pazza, ma rivelano molte verità future, per esempio che Odisseo impiegherà dieci anni a tornare a casa, da solo, e che la madre Ecuba morirà sul suolo troiano (in proposito c’erano diverse versioni del mito). Infine che lei stessa (a prezzo però della sua vita) rappresenterà la rovina dell’intera casa di Agamennone: e in effetti al rientro in patria, il re verrà ucciso (come la sua concubina) dalla moglie Clitemnestra, che a sua volta sarà più tardi assassinata dal figlio Oreste con Elettra.

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I soldati greci si apprestano a strappare Astianatte dalle braccia della madre Andromaca

L’entrata in scena di Andromaca (Elena Arvigo) porta lo strazio su un altro piano: la sposa fedele di Ettore, pur ripugnandole diventare concubina nella casa di Achille, ha la consolazione di avere con sé il piccolo Astianatte (Riccardo Scalia). Ma c’è appena il tempo di cullarsi con questa speranza, che Taltibio viene a riferire l’ordine più disumano: i greci, convinti da Odisseo, hanno deciso di far morire il figlio di Ettore, gettandolo dalle mura della città, non fidandosi di lasciar crescere un possibile vendicatore di Troia. Disperazione inutile e infinita della madre, cui il figlio viene strappato dalle braccia, e della nonna Ecuba. Vale la pena di osservare che vengono confermati i timori di Ecuba di essere stata assegnata al peggiore dei capi greci. Noto qui che noi siamo soliti avere un’immagine positiva di Odisseo: l’intera Odissea lo presenta come l’uomo dal multiforme ingegno, che deve sopportare infinite traversie per tornare a casa e riprendere il suo trono. Anche Dante Alighieri (Inferno XXVI) ne esalta l’insaziabile desiderio di conoscenza. Tuttavia nei testi del teatro tragico greco a noi rimasti, di Odisseo vengono privilegiate le caratteristiche negative: oltre alle Troiane, nei sofoclei Filottete e Aiace (per non parlare del perduto Palamede di Euripide), Odisseo è personaggio che usa ogni forma di raggiro per raggiungere i suoi scopi (anche nell’Ifigenia in Tauride è l’autore dell’inganno delle finte nozze della figlia di Clitemnestra e Agamennone).

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Inizia il compianto di Ecuba e delle donne troiane su Astianatte

Dopo questo delitto crudele, entra in scena Menelao (Graziano Piazza) per comunicare che intende riportare Elena (Viola Graziosi) in patria e farla morire per mano dei greci che hanno avuto parenti uccisi sotto le mura di Troia. È chiaro che qui viene seguita la versione tradizionale del mito, e la donna – che è oggetto dell’odio di tutte le troiane prigioniere – viene trascinata al centro della scena. Elena, discinta pur nella modestia degli abiti, tenta di difendersi e di sedurre nuovamente il marito. Ecuba ne rintuzza le argomentazioni, ma sa che difficilmente Menelao resisterà alla bellezza e al fascino di Elena: «Non c’è amante che non ami sempre» (del resto il mito, a partire dall’Odissea, voleva che i due tornassero a vivere in armonia in patria). L’ultima scena è il seppellimento di Astianatte sullo scudo del padre Ettore affidato a Ecuba (Andromaca ha dovuto partire con Neottolemo): il pianto inconsolabile della nonna si accompagna a quello delle donne troiane che rendono l’ultimo omaggio al bambino. Infine l’incendio di Troia (con il tentato suicidio di Ecuba) ne determina l’estrema rovina.

La scena allestita al teatro greco di Siracusa da Stefano Boeri rende bene l’idea della desolazione dopo una catastrofe: un bosco di tronchi morti, nudi, recuperati dalle foreste abbattute nell’autunno scorso dalla violentissima tempesta che ha colpito il Friuli. La regista Mayette-Holtz realizza uno spettacolo potente nel rappresentare la crudeltà della guerra: gli abiti (i costumi sono di Marcella Salvo) impolverati e laceri delle troiane testimoniano il loro stato di prigioniere, l’utilizzo dello spazio del teatro anche esterno alla scena sembra allargare lo spazio del dolore e del male. Meno riuscita – a mio modo di vedere – l’accomunare nella polvere anche gli abiti dei soldati greci: il parallelo con l’11 settembre è fuorviante perché in quel caso, come spiega la regista stessa, le vittime aiutarono le vittime, ma a Troia i greci erano vincitori. Né si capisce molto perché solo le guardie di Menelao abbiano un cappello più militaresco. Efficace infine, dopo la svestizione finale delle troiane che offrono i loro miseri abiti per il seppellimento di Astianatte, che le donne restino in un abito rosso acceso, che ricorda le recenti battaglie contro la violenza sulle donne: le troiane diventano il simbolo delle donne maltrattate e violate. Semplice ma valido l’accompagnamento musicale di Cyril Giroux. Ottimi gli attori: da una Ecuba che giganteggia in scena all’intensa Andromaca; convincente la giovane Cassandra. Una parola finale sul ruolo di Taltibio: la regista osserva che, nel portare ordini tanto disumani, il cuore del messaggero è «orribile, anestetizzato» e fa un parallelo con i nazisti (aggiungerei: tutti coloro che si fanno strumento della sopraffazione gratuita dei più deboli). Si può anche osservare che Euripide non porta in scena gli eroi greci (a parte un irresoluto Menelao), ma trasmette gli ordini più disumani appunto tramite il messaggero Taltibio: in tal modo crescono l’orrore e il terrore verso un potere che è lontano, oscuro, senza volto, ma minaccia da vicino la vita delle persone. Tanta crudeltà – tipica di ogni guerra, ma che qui l’ateniese Euripide attribuisce ai “civili” greci contro i “barbari” troiani – viene riassunta nell’epigrafe che Ecuba propone per la tomba di Astianatte: «Questo bambino lo uccisero gli Argivi, per paura».

Università di Pavia, le immagini di una cronaca che diventa storia

2019-03-27 12.06.54
Salone Teresiano, Biblioteca Universitaria di Pavia

Cultura, politica, goliardia: quasi un secolo di immagini e notizie erano raccolti nella mostra documentaria e fotografica «Il tempo di uno scatto. Personaggi celebri in visita all’Università di Pavia», che è stata ospitata nel Salone Teresiano della Biblioteca Universitaria a Pavia (Corso Strada Nuova, 65). Dall’inaugurazione del monumento agli universitari caduti durante la Grande Guerra (nel giugno 1922) alla presenza del duca d’Aosta Emanuele Filiberto di Savoia, sino al conferimento della laurea honoris causa all’astronauta Samantha Cristoforetti da parte del rettore Fabio Rugge (nel 2017) i visitatori illustri di cui si registra la presenza spaziano dalle più alte cariche istituzionali (re, presidenti della Repubblica, ministri e capi di governo) a esponenti del mondo della cultura, dell’arte e della scienza, sino a capi religiosi, quali i papi Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.

La prima testimonianza è anteriore all’inizio del regime fascista: nel primo dopoguerra il comandante della “invitta” Terza Armata presenziò all’inaugurazione di un monumento che era stato concepito sin dal 1917 per onorare docenti e studenti caduti in guerra e che dal 1920 lo scultore Alfonso Marabelli aveva iniziato a realizzare. Per coprire le spese si erano mobilitati anche gli studenti: fu pubblicato un numero unico della rivista “Riso e… crape” al costo di 2 lire per raccogliere i fondi necessari (lo scultore lavorò gratis). Tre anni dopo fu la volta di Vittorio Emanuele III: nel maggio 1925 il re visitò Pavia per partecipare ai festeggiamenti per l’XI centenario dell’università. Le foto d’epoca lo mostrano su un cocchio trainato da quattro cavalli sfilare per le vie del centro e il quotidiano La Provincia Pavese pubblicò un ricordo del professor Archia Poderini, che rievocava l’iniezione di fiducia che rappresentò per i soldati il passaggio dell’auto del sovrano fra le truppe in ritirata dopo Caporetto. Alla piena epoca fascista – oltre dieci anni dopo – risalgono le successive visite di esponenti politici di primo piano, tutte caratterizzate da una tappa al monumento ai caduti. Dopo il principe Umberto di Savoia nel maggio ’36, è curioso notare che la visita del capo del governo Benito Mussolini nel novembre ’36 fu seguita a breve distanza (due mesi) da quella del maresciallo Pietro Badoglio, una successione che prefigura quella alla guida dell’esecutivo, che avverrà solo sei anni e mezzo più tardi.

Più attinenti alla vita accademica due altri appuntamenti commemorativi. Nel 1939, in occasione del 140° anniversario della morte, l’università celebra Lazzaro Spallanzani con un convegno scientifico e l’inaugurazione della statua nel cortile centrale del palazzo di Strada Nuova. Per l’occasione giungono a Pavia il duca di Bergamo, Adalberto di Savoia, e il ministro della Giustizia Arrigo Solmi (già rettore dell’Università di Pavia quando ci fu la visita del re). Il convegno scientifico ricorda gli studi del pioniere della fecondazione artificiale animale del biologo (e gesuita) che insegnò a Pavia negli ultimi trent’anni della sua vita e fu anche rettore dell’ateneo. Nel giugno 1942 in onore di Contardo Ferrini – nel 40° della morte – si svolge il convegno nazionale di diritto romano, che porta a Pavia insigni giuristi da tutta Italia. Nel consueto brulicare di camicie nere e di alti papaveri del regime, che si osservano nelle foto, c’è da sperare che almeno monsignor Cesare Angelini, rettore del collegio Borromeo che nel cortile commemorò l’antico allievo, abbia ricordato la figura di fervente cristiano di Ferrini, di cui era in corso il processo canonico che cinque anni doveva portarlo agli onori degli altari.

Passata la guerra, sono documentate due visite del presidente della Repubblica Luigi Einaudi: nel 1951 e un mese prima della scadenza del suo mandato, nell’aprile 1955. Oltre alle foto e alla prima pagina della Provincia Pavese sono esposti il telegramma di ringraziamento del presidente in occasione della prima visita e il biglietto di invito alle cerimonie firmato dal rettore Plinio Fraccaro in occasione della seconda, quando a Einaudi venne conferita la laurea honoris causa in Scienze politiche. Lo stesso titolo onorifico fu conferito al presidente Giovanni Gronchi, giunto a Pavia nell’ottobre 1961 in occasione delle solenni celebrazioni per i 600 anni dell’Ateneo: è esposta anche una pergamena in latino, composta da Enrica Malcovati, che compie un excursus sulla storia dello Studium Generale citando alcune delle figure che gli diedero maggior lustro.
Per restare alle cariche istituzionali, sono documentate le visite anche dei presidenti Oscar Luigi Scalfaro, Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano (manca la documentazione sulla veloce visita di Francesco Cossiga nel maggio 1986), di un presidente del Consiglio (Amintore Fanfani) e di un ministro (Alfredo Biondi), nonché del re di Svezia, Gustavo VI Adolfo, noto appassionato di archeologia. In particolare la visita di Fanfani (nel 1962) si segnala per l’inaugurazione del collegio universitario del governo italiano “Luigi Rocchetti Bricchetti”, destinato a ospitare borsisti di Paesi stranieri, prevalentemente africani. Nonostante la lungimiranza, l’iniziativa, promossa dall’entomologo Mario Pavan, ebbe vita breve: nella primavera del 1964 fu chiuso dal ministero degli Esteri perché «i risultati non avevano risposto alle aspettative».

Il papiro goliardico per Enzo Ferrari
Il papiro goliardico per Enzo Ferrari

Un’ampia sezione della mostra viene a rievocare invece una tradizione che intrecciava goliardia e fama culturale. Grazie a un gruppo di ex studenti dell’università di Pavia, era nata nel 1961 l’Associazione laureati ateneo ticinense (Alat), che tra le sue attività aveva inaugurato la tradizione di conferire il titolo di “matricola ad honorem” a una nota personalità del mondo della scienza, delle lettere o delle arti. Il primo a ricevere il premio fu nel 1963 lo scrittore Riccardo Bacchelli, seguito dal chimico Giulio Natta, dal musicista Herbert von Karajan, dal sociologo Salvador de Madariaga, dallo scienziato Albert Bruce Sabin, dall’ingegnere Pier Luigi Nervi, dall’ingegnere Enzo Ferrari, dal cineasta Federico Fellini, dallo scrittore Georges Simenon (ritirato dall’attore Gino Cervi), dal pittore Giorgio De Chirico, dal fisico Emilio Segrè, dal musicista Gianandrea Gavazzeni, dal filosofo Norberto Bobbio e dall’editore Valentino Bompiani. Il cerimoniale di queste giornate prevedeva, dopo i discorsi del rettore e del presidente dell’Alat in Aula Magna, sia l’imposizione del cappello goliardico (curiose le foto di Sabin e di von Karajan), sia il dono di una targa con la Minerva d’oro (incisione dello scultore Francesco Messina, che concesse all’Alat l’uso esclusivo della matrice) e di un papiro goliardico, opera dell’illustratore Giuseppe Novello. Tra i papiri più originali quello per Enzo Ferrari, in cui la statua di Alessandro Volta si china verso l’ingegnere che mostra una sua auto, e quello per Albert Sabin, in cui è un bambino sorretto dalle braccia del rettore dell’università a imporre il cappello goliardico allo scienziato. Inoltre veniva assegnato al più anziano laureato presente alla cerimonia il Goliardone, berretto con i nastri dei colori di tutte le facoltà. Infine un docente presentava la figura dell’illustre premiato, che veniva poi accompagnato in corteo e sulle note dell’inno goliardico fino alla piazza Leonardo da Vinci: qui a 50 metri d’altezza sulla torre dell’orologio (gli ultimi dalla torretta della Specola) veniva srotolato il gonfalone del Gran Pavese con il nome della matricola d’onore a caratteri cubitali. Infine un banchetto, accompagnato dalla goliardia.

L’ultima parte della mostra presentava una serie più varia di visitatori illustri ed eventi: il conferimento della medaglia teresiana al fisico Carlo Rubbia e all’astronauta Samantha Cristoforetti, il premio internazionale Wendell Krieg Lifetime Achievement Award alla scienziata Rita Levi Montalcini, la laurea honoris causa al musicista Riccardo Muti e all’artista Moni Ovadia, la presenza del giornalista Indro Montanelli in occasione dell’inaugurazione della nuova sede del Fondo Manoscritti avviato da Maria Corti. Infine, particolare emozione mi suscitano le testimonianze sulle visite di Giovanni Paolo II (accolto dal rettore Alessandro Castellani) e di Benedetto XVI (rettore Angiolino Stella). Il primo giunse a Pavia il 3 novembre 1984 nel corso del suo viaggio in Lombardia per il quarto centenario della morte di san Carlo Borromeo: e nel suo discorso a professori e alunni, oltre a ricordare l’arcivescovo di Milano laureatosi in utroque iure all’università di Pavia e promotore del collegio che porta il suo nome, difese l’importanza dell’incontro tra fede e cultura. Ma il ricordo personale è quello dell’attesa gioiosa di noi studenti nei cortili del Palazzo centrale dell’università per il passaggio del Pontefice che, cordiale come sempre, strinse le mani a tutti (almeno a chi riuscì ad avvicinarsi alla prima fila). Il secondo, nel corso della sua visita pastorale alle diocesi di Pavia e di Vigevano, il 22 aprile 2007 nell’incontro con il mondo della cultura rievocò la figura a lui tanto cara di sant’Agostino da Ippona, copatrono dell’Ateneo pavese (e le cui spoglie sono conservate a Pavia nella chiesa di San Pietro in Ciel d’Oro) e ribadì l’importanza dell’incontro «tra cultura ecclesiastica e laica», che nel corso della storia favorì il cammino del sapere nelle università.

La mostra è stata voluta dal direttore dell’Archivio storico di Ateneo, Fabio Zucca, e ideata e curata da Roberta Manara, con Alessandra Baretta e Maria Piera Milani. Realizzata in collaborazione con la Biblioteca Universitaria, l’Istituto per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea e il Centro interdipartimentale di ricerca e documentazione sulla storia del Novecento, era una miniera di notizie e curiosità e spiace solo che sia rimasta aperta meno di due mesi e fosse priva di catalogo. C’è da sperare che almeno parte del materiale venga utilizzato dalla meritoria e accurata storia dell’università di Pavia, Almum Studium Papiense, che gli studiosi coordinati da Dario Mantovani (docente di Diritto Romano e presidente del Centro per la storia dell’Università di Pavia) stanno preparando dal 2011, un progetto nato in occasione della celebrazione dei 650 anni dell’ateneo. Siamo infatti in attesa del terzo volume (come i precedenti articolato in due tomi) che sarà dedicato al Novecento: è una trattazione più orientata agli aspetti istituzionali e scientifico-accademici, ma che non trascura approfondimenti su singoli documenti o personaggi. E la mostra ha dato un’ampia testimonianza del vivace e duraturo rapporto dell’Università di Pavia con il tessuto sociale e culturale dell’intera nazione.