Fecondazione, la diagnosi preimpianto è imprecisa

Uno dei massimi esperti di procreazione assistita spiega che si scartano anche embrioni sani. Con il commento del genetista Domenico Coviello, il mio articolo pubblicato oggi su Avvenire

La diagnosi genetica preimpianto è uno degli strumenti più controversi delle pratiche associate alla fecondazione assistita. Nelle sue linee più generali consiste nell’analizzare il Dna dell’embrione prima che sia trasferito nell’utero materno, in modo da garantire che sia privo di anomalie genetiche. Ma lo scopo di avere un figlio “sano” non può nascondere il fatto che vengano “scartati” tutti gli embrioni che appaiano portatori di anomalie.

Nonostante la vantata precisione di questi metodi di analisi del Dna, non sempre i risultati sono esenti da errori. La denuncia più recente viene da Norbert Gleicher, presidente della Fondazione per la medicina riproduttiva di New York, uno dei pionieri delle tecniche di fecondazione assistita sin dai primi anni Ottanta. Sul notiziario del Progress Educational Trust (reperibile online www.bionews.org.uk) segnala che dalle tecniche sviluppate negli anni Novanta ci si aspettava non solo di evitare la nascita di bambini malati, ma anche di migliorare i successi della fecondazione assistita. E proprio questo secondo obiettivo è stato fallito, osserva Gleicher: «Infatti il primo approccio era stato quello di analizzare le cellule dell’embrione appena formato – spiega Domenico Coviello, direttore del Laboratorio di genetica umana dell’ospedale Galliera di Genova – ma in una fase così precoce dello sviluppo si identificavano anche anomalie che avrebbero condotto a una naturale eliminazione dell’embrione dopo una fecondazione in utero, senza migliorare la qualità della diagnosi ». In un secondo tempo, continua Gleicher, sono state analizzate cellule dell’embrione dopo qualche giorno dello sviluppo: «In questo caso – continua Coviello – si riesce a identificare la regione di sviluppo dell’embrione e, per non danneggiarlo, si analizzano le cellule da cui si svilupperà il sacco amniotico, non quelle dell’embrione vero e proprio. Ma questo, ancora, porta ad avere falsi positivi (e falsi negativi) perché si analizzano poche cellule cellule non rappresentative dell’embrione vero e proprio. In più va osservato che talvolta, durante lo sviluppo dell’embrione, la natura riesce a evitare lo sviluppo di anomalie che possono apparire a uno stadio così precoce nell’evoluzione». Gleicher suggerisce addirittura la necessità di una moratoria alle tecniche di analisi genetica preimpianto in attesa di uno sviluppo che le renda più attendibili. Senza dimenticare, come ammette lo stesso Gleicher, che si tratta dell’unico ramo della medicina in cui si è proceduto a sperimentare direttamente sull’essere umano, saltando adeguati test di laboratorio e su animali.

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«In bioetica il dialogo via maestra»

All’indomani della prima udienza di un Papa al Comitato nazionale per la bioetica, mia intervista al presidente vicario Lorenzo d’Avack, che osserva: «Sfida impegnativa superare la cultura dello scarto». Articolo pubblicato su Avvenire il 4 febbraio

d'avack«Un importante incoraggiamento al nostro lavoro, la condivisione di un metodo e comuni preoccupazioni sulla tutela dell’ambiente e dei più deboli». Il presidente vicario Lorenzo d’Avack è soddisfatto dell’incontro del Comitato nazionale per la bioetica (Cnb) con papa Francesco: «Un’udienza che è stata apprezzata anche da coloro che sono meno vicini all’insegnamento della Chiesa. E che spero si possa ripetere».
Papa Francesco ha ribadito che «la Chiesa non rivendica alcuno spazio privilegiato», ma ha chiesto di «servire tutto l’uomo e tutti gli uomini». Sono principi condivisi nel Cnb?
Ovviamente sì. All’interno del Cnb si confrontano una pluralità di opinioni ed elaboriamo pareri etici rivolti alla società e al mondo politico che intendono stimolare il dibattito pubblico e offrire un quadro delle diverse posizioni morali. Diamo spazio tanto a concezioni etiche della maggioranza quanto della minoranza. Ci accomuna la ricerca di raccomandazioni il più possibile condivise. E posso dire che negli ultimi dieci anni il principio del dialogo è largamente condiviso.
Tre gli incoraggiamenti particolari che vi ha rivolto il Papa. Il primo è sull’analisi del degrado ambientale: è un tema trascurato nella riflessione bioetica?
L’attenzione del Papa per la cura della “casa comune” è centrale nell’enciclica Laudato si’. Anche per il Cnb in diversi documenti si manifesta la preoccupazione per il degrado che l’uomo stesso ha prodotto sull’ambiente. La difficoltà in questo campo è realizzare protocolli di tutela uniformi a livello internazionale, anche perché verso una tale soluzione non agevolano gli interessi economici presenti nei diversi Paesi del mondo.
Il secondo richiamo riguarda «i soggetti vulnerabili»: embrioni, anziani, disabili. Pochi giorni fa la Gran Bretagna ha permesso di sperimentare sugli embrioni. È possibile superare la «cultura dello scarto»?
In una società dove l’utile e il relativismo sono presenti è certamente impegnativa la sfida di contrastare la «cultura dello scarto». Sull’embrione (di cui il Cnb si è occupato più volte) c’è generale condivisione che non possa essere trattato come mero materiale biologico e in Europa è prevalente la tendenza a non consentire la produzione degli embrioni a mero scopo di ricerca. Tuttavia, manca condivisione sul grado di tutela da garantire agli embrioni residuali. Anche la recente autorizzazione in Gran Bretagna a utilizzare gene editing su embrioni umani congelati, suscita forti problematiche bioetiche. La nostra legge 40 non dice nulla sul destino degli embrioni congelati.
Infine il Papa ha auspicato maggiore armonizzazione degli standard internazionali per le attività mediche, capaci però di riconoscere «i valori e i diritti fondamentali». Come fare?
Il consenso a livelli internazionale non è facile da realizzare. Un esempio è il «contratto di gestazione», che implica la commercializzazione del corpo di una donna più povera a favore di un’altra più ricca. Questa tecnica procreativa, vietata nel nostro Paese, è legittimata in altri. Questo fa sì che il divieto diventi inefficace, data la possibilità del cosiddetto “turismo procreativo”. Il tema è ora affrontato dal Parlamento solo come conseguenza del problema delle adozioni di minori nelle unioni omosessuali. Ritengo, di contro, che sulle adozioni sarebbe opportuno un ben più articolato intervento normativo. In verità il nostro governo e il nostro Parlamento evitano di affrontare temi che abbiano una forte ricaduta bioetica. Anche la fecondazione eterologa, ammessa dalla Corte Costituzionale, richiederebbe un intervento legislativo: non può essere abbandonata a linee guida ministeriali o a interpretazioni giurisprudenziali.

Un ricorso doveroso

Anche se attendendo l’ultimo giorno utile, il governo italiano ha presentato ricorso contro la sentenza di agosto della Corte europea dei diritti umani, che accogliendo l’istanza di una coppia italiana aveva condannato l’Italia per la presunta incoerenza tra legge 194 (che permette l’aborto) e legge 40 (che vieta la selezione eugenetica degli embrioni). A tutto vantaggio della possibilità di eliminare embrioni con qualche anomalia genetica: calpestando il senso profondo della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (e la Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità), si continua a propalare la fola che ci sarebbe un diritto ad avere figli sani. In particolare una coppia che abbia un maggior rischio di trasmettere patologie o sindromi genetiche, dovrebbe poter evitare questa condizione. Nonostante la campagna ampia, martellante e potente in termini di visibilità mediatica, che cerca di convincerci che sarebbe giusto dare ascolto ai legittimi desideri degli aspiranti genitori, resta un piccolo tarlo, un ostacolo incontrovertibile, un dato scomodo, che i novelli eugenisti cercano di cancellare e mettere a tacere urlando sempre i soliti slogan logori contro la legge 40, “medievale”, “crudele”, “contro le donne”. Il dato scomodo è che il piccolo embrione creato nei laboratori è un essere umano, uno di noi, un futuro membro della famiglia umana – se gli si darà modo di nascere. Non occorre spaccare il capello in quattro in disquisizioni filosofiche (persona o non persona) o religiose (ha o non ha l’anima): è un essere umano, non un grumo informe di cellule. Infatti se impiantato in un grembo materno, cresce fino a vedere la luce. E questo lo sa bene qualunque donna che si trovi in attesa di un figlio. Così come lo sanno bene coloro che vogliono farlo precipitare nel buio.

È triste vedere che a quasi settanta anni dalla fine della guerra, dopo aver conosciuto e vinto la barbarie che metteva a morte non solo gli ebrei, ma anche gli individui più deboli, malati psichici e disabili – peso per la società -, nel democratico mondo moderno gli stessi principi di discriminazione si fanno strada in nome del diritto individuale  a guardare solo il proprio interesse immediato e “particolare”. E si torna a considerare (“democraticamente” questa volta!) un peso, una sofferenza insopportabile (ma da chi?) la vita e la presenza di persone bisognose di maggiori aiuti.

Il ricorso è stato presentato per i motivi formali, di mancato rispetto delle procedure che prevedono di esperire i gradi di giudizio nel proprio Paese prima di rivolgersi a Strasburgo. Tutto vero. Però nascondersi dietro la questione procedurale, dietro la difesa del nostro sistema giudiziario, non basta. In gioco c’è molto di più: anche capire se ci stiamo trasformando – democraticamente – in nipotini dei volenterosi carnefici che settant’anni fa hanno contribuito a rendere il mondo, e specialmente l’Europa, un grande cimitero.

Siamo tutti più deboli

L’odierna sentenza della Corte europea per i diritti dell’uomo (sic!), che ha permesso di effettuare la diagnosi preimpianto per selezionare gli embrioni e scartare quelli malati, costituisce l’ennesimo attacco non solo alla vita nascente, ma al concetto stesso di uomo quale si è sviluppato nell’Occidente. Infatti allontanandosi sempre più nel tempo la barbarie della seconda guerra mondiale, si sta perdendo il ricordo di quel che spinse i fondatori dell’Onu a redigere la Dichiarazione universale dei diritti umani per difendere la dignità umana in ogni condizione e circostanza, e si vuol nascondere la discriminazione dei nascituri (i più deboli) dietro il rispetto della libertà degli adulti (i più forti), autorizzati a trasformare desideri (più o meno legittimi) in diritti, anche se calpestano la vita innocente e, magari, malata.

Ora il virus dell’eugenetica (che l’Organizzazione mondiale della sanità non ritiene tale se è frutto di una libera scelta degli individui e non dell’oppressione di uno Stato totalitario) si diffonde sempre più, e sembra rendere incapaci di vedere quale baratro si apra per la famiglia umana dalla sistematica negazione del diritto alla vita dei più deboli.

C’è solo da augurarsi che in appello la decisione possa essere riformata. È evidente infatti che, tolto il diritto alla vita agli individui malati (seppure allo stato embrionale), i passi per indebolire altre tutele dei soggetti in posizione di oggettiva debolezza, per esempio le persone con disabilità (e possiamo diventarlo tutti, non esistono solo le anomalie genetiche) sembrano solo momenti di una strada ormai tracciata. Da oggi (speriamo per poco) siamo tutti più deboli.