Un enigma linguistico e una ricerca del senso della vita

 

20180328_173527Una «favola», la definisce il suo autore nella Postilla, ma anche una «storia vera». Certamente Il segreto di Pietramala, primo romanzo del linguista Andrea Moro (docente all’Istituto universitario di studi superiori di Pavia, Iuss), è un giallo culturale: da una ricerca universitaria di tipo glottologico (e filologico) nasce un’avventura intrigante tra la Corsica e New York. Giunto da Parigi con il compito noioso di registrare e analizzare la lingua di un paese remoto dell’entroterra corso, il giovane studioso italiano Elia Rameau (trasparente alter ego professionale dell’autore) si imbatte in un mistero che lo attira a sé e determina una svolta dell’intera sua vita. Infatti il villaggio di Pietramala si rivela non solo deserto, ma abbandonato da secoli, e mostra altre due caratteristiche oscure: non si trova alcun documento scritto (tranne un’iscrizione che si rivelerà decisiva) né – particolare inquietante – alcuna tomba di bambini. L’animo dello studioso prevale sulla tentazione di lasciar perdere un così minuscolo tassello dell’atlante linguistico che è stato incaricato di completare da una prestigiosa società di linguistica francese e, complice l’incontro con la giovane Clara Maria che gli offre una traccia preziosa, oltre a rapirgli il cuore, Elia decide di raggiungere negli Stati Uniti un misterioso professor Ismael Shannon, che pare avere avuto lo stesso interesse per la lingua di Pietramala. Muovendosi tra i meandri della Grande Mela, il giovane scienziato delle lingue potrà contare sull’aiuto di una coppia di attori teatrali (Ariel e Calibano) e di un ascensorista cieco (Ireneo) per giungere a formulare un’ipotesi plausibile a spiegare tutti i misteri. Prima però sarà irretito dalla personalità dell’anziano (e ricco) professore, esponente di un club esclusivo (il Giardino degli Equivalenti) composto da facoltosi studiosi, che da un lato gli fornisce lezioni su arcane scoperte linguistiche e gli offre possibili indizi da analizzare, dall’altro sembra stranamente favorire la perdita di tempo e il disorientamento di Elia. Al punto che il giovane linguista finisce con il cadere in una sorta di crisi esistenziale (la «notte dei lunghi pensieri»), da cui si risolleva anche grazie agli amici attori. Deciso a venire a capo del mistero, Elia individua una pista che scioglierebbe gli enigmi, che però ha bisogno di una verifica finale “in loco”. Rientrato in Corsica potrà accertare la bontà della sua ipotesi, non senza correre qualche serio rischio personale.

Il semplice riassunto non rende ragione della complessità e del fascino del romanzo. Andrea Moro si muove ovviamente a suo agio nelle teorie linguistiche, e riesce così a trasmettere al grande pubblico concetti che solitamente sono ristretti ai lettori dei suoi libri specialistici: I confini di Babele, Breve storia del verbo essere, Le lingue impossibili, i cui temi sono in diversa misura richiamati nel romanzo. Anche la grammatica generativa di Noam Chomsky diventa parte della trama e della soluzione dell’intreccio. E c’è spazio – in un’opera di “invenzione” – per argomenti teorici piuttosto complessi quali i fondamenti neurobiologici del linguaggio e la possibilità di creare una lingua artificiale, da usare come strumento di controllo della popolazione da parte di un gruppo di potere. Ma incuriosisce altrettanto – diventa una sorta di caccia al tesoro – scoprire le molte allusioni, letterarie o meno, di cui il libro è intessuto, che fanno sì che Andrea Moro chieda venia dei “furti” commessi: non mi riferisco alle citazioni vere e proprie degli autori classici e biblici, medievali e moderni, ma di una fitta trama di richiami quasi letterali che vanno da Dante a Manzoni al fumetto di Charlie Brown, da Omero a Saffo e Catullo, per citarne solo alcuni, ma una prima lettura veloce non basta a individuarli e apprezzarli tutti. Anche di Umberto Eco si sentono richiami, soprattutto nell’idea – motore dell’azione nel Nome della rosa, meno nel romanzo di Moro – della riscoperta di un testo perduto della letteratura classica. In Eco si trattava del secondo libro della Poetica di Aristotele, qui del De analogia di Giulio Cesare, il cui manoscritto – dopo aver vagato tra i giansenisti di Port-Royal e Bologna – si immagina giunto a Pavia, città della formazione e dell’attività accademica del professor Moro: custodita sotto l’urna del filosofo Severino Boezio collocata sotto l’arca di sant’Agostino nella chiesa di San Pietro in Ciel d’Oro, l’opera viene recuperata infine in uno scantinato dell’Università. Qualche altra inquietante valutazione meriterebbe lo scioglimento della vicenda, ma occorrerebbe svelare troppi particolari e togliere gusto ai futuri lettori.

Elia è un personaggio piuttosto singolare: ha sei dita nella mano sinistra, soffre di escatofobia (terrore che le cose finiscano), che spiega una sua singolare abitudine: invertire l’ordine delle pietanze, cominciando da caffè e dolce per finire con il primo e gli antipasti. Da bambino vive il trauma della separazione dei genitori e li perde poi abbastanza presto, venendo affidato a una misteriosa – e ricchissima – Signora, che non bada a spese per fornirgli una adeguata formazione universitaria, con tanto di specializzazione a Boston. Ha una passione per la «matematica che sta dentro nella lingua» (avrà un ruolo cruciale nello sciogliere l’enigma) e insegue la propria realizzazione: «Era venuto il momento per me di capire cosa fare della mia vita».  Nel percorso per decifrare la lingua di Pietramala, Elia approfondisce il rapporto tra scienza e fede («la scienza è l’unica porta verso la fede perché illumina quello che non so e forse non potrò mai sapere») e scopre che il fidarsi di qualcuno è la chiave di volta, «è un elemento essenziale della vita»: come gli diceva un suo vecchio professore, gli uomini del Medioevo iniziavano a costruire cattedrali di cui non avrebbero visto la fine, regali a chi non esisteva ancora.

Infine, con un andamento che si scoprirà circolare, il romanzo termina con una riflessione sull’incipit in greco del Vangelo di Giovanni e la sua struttura sintattica: seguendo un messaggio della Signora, Elia medita sulle parole Verbo e Dio. Un romanzo che indaga sulla potenza delle lingue umane («oggetti naturali e non convenzioni culturali di natura arbitraria») non evita di interrogarsi anche sulla Parola per eccellenza, il Verbo.

 

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Perché il nostro mondo tecnologico non può fare a meno dei classici

20180403_184317Di classici si parla spesso, a intervalli ricorrenti, ripetendo interrogativi antichi di secoli sull’opportunità di continuare a dedicare loro spazio, rispetto alla possibilità di privilegiare – soprattutto a scuola – argomenti e materie più vicine all’attualità, ritenute più utili per il mercato del lavoro. Nel dibattito si mescolano due aspetti: conoscenza delle lingue classiche (sostanzialmente latino e greco) e conoscenza dei testi classici, anche se è evidente che, abolendo o limitando la conoscenza della lingua, si restringerebbe anche la possibilità di apprezzare testi e messaggi delle letterature classiche. Sul fronte della lingua non sono mancati i difensori: per citare solo i più recenti, Andrea Marcolongo per il greco e Nicola Gardini per il latino. Invece ai contenuti, alla conoscenza dei classici in quanto patrimonio di cultura è prevalentemente dedicato  l’agile volume Ritorno ai classici. Dieci saggi, edito lo scorso anno da Vita & Pensiero, che riunisce articoli di autori diversi, pubblicati tra il 2005 e il 2017 sulla rivista Vita&Pensiero (con prefazione di Alessandro Zaccuri) talora allargando lo sguardo fino agli autori delle letterature moderne. Storici. filosofi, letterati, poeti, insegnanti, ma anche un biblista e due scienziati: tutti sostanzialmente concordi nel ritenere un bene per la nostra società conoscere opere scritte da alcuni degli ingegni più alti che l’umanità abbia avuto e tenere in considerazione i valori che hanno espresso. Che ci sia sempre stato chi vuole fare tabula rasa del passato è dimostrato da Cicerone, che sosteneva (Orator 34, 120) che non conoscere ciò che è accaduto prima di noi significa rimanere eterni bambini. In tempi molto più recenti, Italo Calvino nel suo famoso articolo «Perché leggere i classici» (1981) proponeva ben 14 definizioni e concludeva che «la sola ragione che si può addurre è che leggere i classici è meglio che non leggere i classici». Mi piace però aggiungere la definizione di testo classico che proponeva già nel 1980 l’italianista Paolo Paolini, che fu anche mio professore al liceo: «Un libro che a ogni lettura rivela nuovi significati, nuovi aspetti e nuove sfumature, dà nuove risposte, in definitiva regala nuova bellezza». Parole che prefiguravano la definizione numero sei di Calvino: «Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire».

Nel volume di Vita&Pensiero si parte con il saggio del cardinale Gianfranco Ravasi, che esamina l’incontro tra classici (greci e latini) e Nuovo Testamento. Lungi dal volerli contrapporre, Ravasi segnala – sintetizzando osservazioni di Giovanni Paolo II – che «la Bibbia si presenta modello di inculturazione o acculturazione sia a livello linguistico, sia in ambito letterario (si pensi ai generi letterari), sia nell’orizzonte ideale. E su questa via s’incamminò la tradizione cristiana».

L’italianista Claudio Scarpati osserva che «i classici contengono figure, meditazioni, vicende attraverso cui le generazioni che ci hanno preceduto sono passate, hanno tentato di decifrare il mondo e di penetrare nel groviglio degli interrogativi che l’uomo si pone quando è lucido e libero». Ed esorta ogni insegnante a non demordere nel proporre i testi classici: «Se concede agli studenti la stima che meritano, può ritenerli degni di andare con il suo aiuto incontro a testi che hanno sollecitato l’attenzione di chi li ha letti in passato e ha trovato in essi qualcosa di rilevante per la propria esistenza. Sono i testi che parlano, più di colui che li propone».

La storica Cinzia Bearzot ritiene che del patrimonio della cività occidentale (fatto di concetti, valori e discipline) «è necessario alimentare la memoria per mantenere viva, attraverso di essa, un’identità consapevole». Riprendendo concetti già di Antonio Gramsci la studiosa spiega che «senza la memoria del passato, il presente diviene incomprensibile», e «non c’è identità senza conoscenza del proprio passato e senza un confronto critico con esso». La conoscenza del greco e del latino «è uno strumento imprescindibile di confronto interculturale, che permette di accedere a un patrimonio immenso di testi e di penetrare criticamente nel pensiero e nella cultura degli antichi, individuando le continuità e riconoscendo le alterità, senza accontentarci di una conoscenza superficiale degli elementi costitutivi della nostra tradizione culturale».

Il poeta Valerio Magrelli propone di ritornare ai classici in modo più libero, per scelta e non per dovere scolastico. Ma aggiunge che bisognerebbe ritradurre i classici. Traduzioni che datano a quaranta, cinquant’anni fa non sono più percepibili: il salto linguistico è troppo ampio: «Sarebbe straordinario se la scuola riattivasse tutta l’ampiezza dello spettro espressivo della letteratura greca e latina. Sono convinto che si otterrebbe, da parte dei ragazzi, una risposta entusiastica».

Il filosofo Dario Antiseri, richiamando la teoria ermeneutica di Hans-Georg Gadamer, sottolinea che «tutta la ricerca scientifica avanza sul sentiero delle congetture e delle confutazioni, procede per trial and error». E poiché si impara dall’errore «si comprende l’urgente necessità di una didattica che punti sui problemi più che sugli esercizi, che insista sullo sfruttamento pedagogico dell’errore e che sempre in vista della costruzione di menti critiche, investa su pratiche didattiche come: il tema argomentativo, versioni di greco e di latino, il riassunto, esperienze di storiografia locale». Tutte «preziose pratiche ermeneutiche e, dunque autentiche pratiche di tipo scientifico».

L’umanista Carlo Carena, che alla sua veneranda età mostra di apprezzare i benefici dello strumento Internet, non manca però di ammonire che in un tempo che sembra freneticamente lanciato in avanti «il classico ha bisogno per eccellenza di ascolto e di riflessione, è fermo nella sua costituzione, tanto profonda è la sedimentazione della tradizione e del mestiere presenti nelle sue pagine; tanto complesso e vasto è il suo modello antropologico».

Da scienziato, Alberto Oliverio ammonisce che «l’entusiasmo nei confronti della tecnologia […] non può comportare un’ignoranza dei valori insiti in una cultura classica. La lettura dei classici greci e latini consente infatti un’approfondita comprensione dei rapporti umani, della politica, dei valori». La cultura classica è importante anche per scienziati e tecnologi – avverte – «il cui pensiero non può essere monodirezionale». Allo stesso tempo suggerisce di superare la separazione tra le «due culture» trascinando il lettore «nei campi della scienza attraverso il cavallo di Troia della scrittura creativa, coinvolgendolo emotivamente in trame e vicende che derivano da un ambito indubbiamente poco noto ai profani qual è il mondo della scienze e delle tecnologie».

Paola Mastrocola, insegnante e scrittrice, difende l’importanza della conoscenza delle parole, con la loro «ricchezza polisemica e simbolica»: «Vorrei che i ragazzi non perdessero la capacità di capire e usare le parole. Ecco perché vorrei che studiassero latino e greco, in tanti, il maggior numero possibile» e che «al centro ci fosse sempre la traduzione, la sfida più difficile». Nello specifico, «il latino e il greco mi sembrano lo strumento ideale per acquisire quell’attenzione alle sfumature lessicali, all’etimologia, ai legami logici, all’architettura delle frasi, alle sottigliezze infinite del senso, insomma tutto ciò che ci consente di “capire” davvero», non solo un testo greco, ma qualsiasi libro.

La grecista Antonietta Porro osserva che la tradizione non è «un motore immobile» e «la nostra tradizione classica ha generato opere d’arte, letteratura, forme di pensiero diverse nel tempo, perché essa è stata modificata dalla sua ricezione, cioè dalla relazione con il tempo, con la storia». Quanto al liceo classico, accostare le civiltà antiche senza la conoscenza della lingua, nasconde l’insidia di abolirne di fatto lo studio: «La lingua è, nel caso delle scienze dell’antichità, lo strumento ineludibile per introdursi alla civiltà ed è testimonianza essa stessa della mentalità che la esprime».

Infine il fisico Guido Tonelli ribadisce che «una formazione basata sulle traduzioni dal greco e dal latino addestri meglio la mente duttile dei giovani all’uso implacabile della logica; che è lo strumento principe con cui si sviluppano discipline che solo apparentemente sembrano così diverse fra loro, come la filosofia e la fisica». E aggiunge: «Di cultura umanistica c’è bisogno per far progredire la società, per definirne gli scopi, e per dare un senso e umanizzare lo stesso processo scientifico». Concludendo: «Oggi la scienza progredisce a ritmo incalzante. Chi allora, se non i filosofi, gli umanisti, gli artisti, potrà dare senso all’esistenza umana nell’epoca del dominio della scienza e della tecnologia?».

Parole che mi sembrano da sottoscrivere pienamente, anche se probabilmente il dibattito è destinato a non terminare mai.

Editoria cattolica, la sfida del cooperare

20180401_000828Ancora reazioni, analisi e proposte alle sollecitazioni di Roberto Righetto, coordinatore della rivista Vita&Pensiero, sullo stato di crisi dell’editoria cattolica in Italia. Dopo una prima serie di osservazioni, intervengono ora nel dibattito altri protagonisti del settore, i cui ruoli piuttosto differenziati consentono un ampio spettro di punti di vista, che sono riportati sul nuovo numero della newsletter di Vita&Pensiero, diffusa alla vigilia di Pasqua, a cura di Simone Biundo.

Il giornalista e scrittore Armando Torno parte da un assunto: «Il mondo cattolico ha smesso di credere in un certo modo di fare cultura». Pur mostrando di apprezzare le edizioni di testi di santi e di classici del pensiero, lamenta «emorragia di idee che ha colpito buona parte dell’editoria cattolica». A riprova invita a entrare nella libreria dietro il Duomo di Milano: «Ditemi che differenza c’è tra quello che oggi trovate e quanto era in mostra vent’anni fa». Il suo pronostico è che «andrà sempre peggio», perché i successi di Vittorio Messori, Georges Bernanos o François Mauriac sono stati resi possibili «grazie all’humus culturale che la Chiesa manteneva vivo e che ora sembra scomparso grazie ai diserbanti che sono sparsi da quei libri di intrattenimento più o meno cattolici, più o meno scritti da alcune personalità, più o meno di successo, ma sicuramente inutili. Alla fede e agli uomini».

Anche Ilario Bartoletti, direttore di Morcelliana e Scuola editrice, come già Guido Dotti, fa riferimento al «progressivo assottigliamento» della base dei lettori per l’editoria cattolica di cultura, che è alla ricerca di un compromesso «tra plusvalore simbolico dei libri e bassa redditività economica di certi titoli che non puoi non pubblicare se vuoi fare quel tipo di editoria». Un’attività che è sempre stata «un fragilissimo equilibrio di bilancio economico e catalogo di qualità». E sempre «spes contra spem. Forse, non restano che le virtù della fortezza e della speranza come abiti dell’editore».

Giuseppe Caffulli, direttore di Terra Santa, una delle editrici più giovani (nata nel 2005),  riferisce che il grosso scoglio iniziale è stato «la crisi della distribuzione libraria in ambito cattolico», che li ha costretti ad affrontare il mare magnum delle librerie laiche di catena. Convinti che in un «mercato sempre più spietato» e con «lettori sempre più esigenti», «la sfida vera sia proprio quella della qualità», grazie alla quale «la nostra presenza in libreria è aumentata». Per «scovare lettori», spazio a fiere, eventi, iniziative culturali, convegni, conferenze, serate in parrocchia e nei circoli culturali, o anche il Festival francescano che permette di “sfruttare” il carisma dell’editore, che è espressione dei Frati minori della Custodia francescana di Terra Santa.

Secondo il consigliere delegato del Consorzio editoria cattolica, Giorgio Raccis, la crisi del libro come consumo culturale ha radici lontane nel tempo, ma per l’editoria cattolica «il punto di svolta è la caduta del Muro e il trionfo dell’ideologia della Fine della storia». «Se c’è stata un’età dell’oro per l’editoria cattolica – aggiunge -, questa è stata quella del fecondo dibattito ecclesiale che ha preceduto e accompagnato il concilio Vaticano II e la sua ricezione».  Anche la recente «stagione primaverile» rappresentata da Francesco, «stenta a produrre frutti editoriali che vadano al di là dell’inflazione produttiva, ma ripetitiva ed esegetica, delle parole del Papa; si rompono gli steccati, ma nei nuovi spazi si cammina in modo incerto e prudente». Ma il difficile sono le terapie. Riconosciuto – con Righetto – che non ci salveranno solo i manager, Raccis sottolinea il ruolo delle redazioni: «Oggi non sono più il luogo dove si forma, ragiona, ricerca e progetta un intellettuale collettivo; sempre più spesso i singoli hanno l’autonomia delle decisioni solitarie a cui manca la ricchezza del confronto intellettuale/culturale con l’altro».

Marco Beck, scrittore e consulente editoriale, alle cause di crisi già additate ne aggiunge un’altra: «La rigida, dogmatica attribuzione di quasi ogni compito dirigenziale a esponenti del clero e, di conseguenza, l’inesistente o insufficiente delega di responsabilità  affidata a specialisti laici». Rievocando la sua esperienza alla San Paolo «come responsabile di un ristrutturato settore letterario», Beck ricorda di aver varato – con la consulenza di Giuliano Vigini e Ferruccio Parazzoli – alcune collane (“Pinnacoli”, “Vele”) che «aprivano il mondo angusto del cattolicesimo alle nuove correnti, ai nuovi venti, ai nuovi gusti di un pubblico non più soltanto di stretta osservanza ecclesiale», di aver rilanciato “Dimensioni dello spirito”, oltre ad aver proposto strenne di racconti natalizi scritti da scrittori di alto profilo. Un lavoro che ebbe un «epilogo amaro»: la chiusura del settore letterario dell’editrice per la grave crisi aziendale del 2003-2004. Un’esperienza che però, suggerisce Beck, «potrebbe essere riesumata come punto di riferimento, certo da aggiornare e ridefinire, per una ripartenza – con nuove energie e con un ricambio di risorse umane che dia spazio a giovani talenti – di quella macchina che troppi editori cattolici hanno lasciato arrugginire». Provare a riportarla alla luce «per restituire fiducia a un mondo frastornato, impaurito, regressivo».

Infine giunge l’opinione di Giuliano Vigini, esperto di editoria e in parte causa – con il suo recente Storia dell’editoria cattolica in Italia – dell’articolo di Righetto e del successivo dibattito. Oltre a indicare i problemi imprenditoriali, peraltro importanti (difficoltà finanziarie degli istituti religiosi proprietari delle case editrici, direzione delle stesse affidata in gran parte a religiosi e religiose, limitatezza del canale di vendita), Vigini tenta una risposta sui problemi ecclesiali e pastorali: non si fa quasi nulla per formare alla lettura e incentivarla con opportune iniziative nelle singole diocesi e parrocchie. E la lettura, già bassa, rimane confinata a un ambito devozionale.

Un dibattito che si è avviato – non certo concluso – e che offre riflessioni stimolanti. Di positivo mi pare di poter cogliere soprattutto una certa disponibilità ad aiutarsi, a cercare di “fare sistema”, a non cercare solo la personale sopravvivenza. Ma credo anche che, a parte le difficoltà imprenditoriali innegabili, figlie della crisi economica e della società secolarizzata, Righetto chiedesse all’editoria cattolica – con un auspicio rivolto anche alla Chiesa – soprattutto uno scatto di fantasia e di coraggio nelle scelte dei testi da pubblicare, o anche da ripubblicare: testi ormai introvabili perché fuori catalogo o autori già di successo all’estero ma di cui non si è colta l’occasione di tradurli. Anche se – ovviamente – nessuna strategia da sola può produrre i grandi libri: per quelli ci vogliono i Vittorio Messori o gli Eugenio Corti, per restare agli esempi di best seller citati da Righetto.

 

Editoria cattolica, confronto per ripartire

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Milano, Tempo di Libri 2018

Ha mosso le acque il sasso gettato nello stagno da Roberto Righetto, coordinatore della rivista Vita&Pensiero, nell’articolo in cui lamentava lo stato di difficoltà che vive l’editoria cattolica in Italia. La newsletter di Vita&Pensiero ha pubblicato – a cura di Simone Biundo – le prime risposte degli addetti ai lavori. Con toni che vanno dal conciliante al risentito, sei responsabili di case editrici cattoliche dicono la loro sulla «mancanza di coraggio» e di «uomini nuovi» indicate da Righetto tra le cause dello stallo, soprattutto per quanto riguarda la narrativa.

Due osservazioni preliminari avanza Guido Dotti, amministratore delegato delle Edizioni Qiqajon: primo, narrativa e saggistica sono «settori molto diversi»; secondo, l’invecchiamento della popolazione ha portato una drastica riduzione dei lettori «forti»: cattolici praticanti, soprattutto i giovani, e preti, religiosi e religiose. Tralasciando autori di altre generazioni, Dotti ritiene che non sia agevole la ricerca e la valorizzazione di forze giovani e preparate, e che il dibattito ecclesiale che ha accompagnaato il Vaticano II si sia spento. Infine constata con amarezza l’inefficacia del Progetto culturale della Cei (Conferenza episcopale italiana), che non è riuscito a «ricollocare il Vangelo al cuore dell’annuncio cristiano».

Il direttore dell’Editrice missionaria italiana, Lorenzo Fazzini, plaude all’articolo di Righetto e suggerisce di evitare lo scaricabarile tra editori, librai, distributori e lettori, puntando il dito sulla mancanza di dialogo e iniziative comuni tra editori e incaricati dell’azione formativa nel mondo cattolico. Come rimedio, suggerisce proprio quello di attuare sinergie tra librai, associazioni, parrocchie, gruppi culturali: «Esempi virtuosi ci sono, in tal senso. Mettiamoli a sistema». Quello che conta è la fisicità dell’incontro, a patto – ovviamente – di pubblicare buoni libri.

Don Simone Bruno, direttore di San Paolo, ringrazia per il dibattito e mette a disposizione la propria sede per un incontro che riunisca «intorno a un tavolo gli editori cattolici e chi critica il loro operato, per discutere con serenità e cognizione di causa».

Alberto Dal Maso, caporedattore di Queriniana, condivide la necessità di un «coraggioso ripensamento a trecentosessanta gradi» dell’editoria cattolica» e chiede di non limitarsi a biasimare alcuni fenomeni, quali globalizzazione e secolarizzazione. Inadeguata è anche una risposta alle sfide odierne «che punti esclusivamente sugli aspetti tecnico-organizzativi e strategico-commerciali dell’editoria religiosa». Chiede piuttosto di puntare sulla qualità: e visti i diversi criteri per valutarla, suggerisce di avviare una «riflessione fondante» con «una buona dose di discernimento e di autocritica», e con «il contributo di tutti».

«Insofferente alle etichette confessionali» si dichiara invece Cesare Cavalleri, direttore delle Edizioni Ares, che ironizza sul fatto che «essere cattolici non garantisce la qualità dei libri» e ricorda che gli ultimi pontefici hanno affidato le loro opere a editori laici. La vera distinzione è tra «editori professionalmente seri» ed «editori pasticcioni». «Saranno “cattolici” i libri che hanno un contenuto di verità» conclude Cavalleri, e «cattolici gli editori che li pubblicano».

Infine Roberto Cicala, editore di Interlinea, ritiene «sacrosanto e necessario» il dibattito sollevato da Righetto e riparte dal’invito della Gaudium et spes: «Scrutare i segni dei tempi e interpretarli», che giudica spesso inatteso perché il problema sta «nell’impegno della Chiesa nella cultura e nella formazione permanente». E «più che coraggio spesso si avverte una mancanza di progetto», più che di «uomini nuovi» «format nuovi … e sinergie sostenute dalla base e dai vertici». Quindi se ci vuole coraggio, deve essere accompagnato da «progetti condivisi».

È auspicabile che altre risposte e osservazioni seguano, innescando – si spera – un dibattito virtuoso e, soprattutto, fruttifero.

Il mondo greco di Lanza e Vegetti

università di pavia
Università di Pavia, Cortile delle statue

Per un caso davvero singolare, il filosofo Mario Vegetti e il grecista Diego Lanza sono morti a pochi giorni di distanza. Non so bene da dove cominciare per rievocare il sodalizio umano e professionale che ha unito i due studiosi. Coetanei (erano nati nel 1937), compagni di studi all’università di Pavia, hanno condiviso poi per un trentennio anche l’insegnamento alla facoltà di Lettere e Filosofia dello stesso ateneo: il primo sulla cattedra di Storia della filosofia antica, il secondo su quella di Letteratura greca (e di Storia del teatro e della drammaturgia antica). I giornali (a parte la Provincia Pavese) hanno dato maggior rilievo al filosofo (che peraltro si era laureato in Lettere con una tesi su Tucidide), forse per una certa maggiore notorietà a livello del pubblico, ma tra gli addetti ai lavori l’opera del grecista è altrettanto ben nota e apprezzata.

Il Corriere della Sera lunedì 12 aveva dato la notizia della scomparsa di Vegetti, affidando a un lungo articolo di Antonio Carioti («Riportò Platone in mezzo a noi») il compito di tracciare un ritratto complessivo dello studioso, sottolineandone una disposizione di fondo: «Convinzione profondamente radicata di Vegetti era che lo studio del mondo classico fosse fondamentale per aprire le menti». Della sintesi della carriera accademica, degli interessi scientifici e delle pubblicazioni, fino alla direzione (con Franco Trabattoni) della corposa Storia della filosofia antica in 4 volumi (Carocci, 2016), mi piace evidenziare l’interesse – ma anche la contestazione – delle tesi sulle «dottrine non scritte», cui sarebbe stato affidato il «vero» pensiero di Platone, che aveva elaborato Hans Krämer della Scuola di Tubinga e che il filosofo dell’Università Cattolica, Giovanni Reale, aveva diffuso in Italia con il testo Per una nuova interpretazione di Platone, pubblicato la prima volta dalla Cusl nel 1984. Nello stesso anno, Vegetti ne fece oggetto nel suo corso universitario, il primo – credo – ad avviare il dibattito sul nuovo paradigma rilanciato da Reale.

Avvenire affida a un ex allievo, Michele Abbate, la rievocazione del filosofo: «Devo all’insegnamento di Mario Vegetti un’assoluta e intransigente attenzione al rigore metodologico e filologico, che, come egli stesso mi ha mostrato, è l’imprescindibile presupposto di ogni autentica riflessione filosofica, sia essa di carattere etico, politico o anche teoretico» (posso aggiungere che – agli esami – apprezzava la precisione terminologica e osservava con un po’ di rammarico che mediamente gli studenti di lettere classiche erano più attenti su questo fronte rispetto a quelli di filosofia). Mentre sulla Stampa, Maurizio Assalto sottolinea l’interesse per la scienza antica (del resto Vegetti aveva cominciato nel 1965 con il Corpus Ippocraticum, Utet), per l’etica e la politica, fino alla monumentale edizione commentata della Repubblica di Platone (Bibliopolis, 1998-2007) e al volume Un paradigma in cielo (Carocci, 2016), che illustra le interpretazioni del filosofo ateniese fino al Novecento.

Nella sua ultima fatica, Chi comanda nella città (Carocci, 2017), Vegetti affronta il tema del potere nell’antichità, con illuminanti aperture sul mondo moderno e contemporaneo. Così su Avvenire, l’11 giugno scorso, lo recensiva Riccardo De Benedetti: «Si legge nel libro un’indicazione preziosa per l’attuale discussione pubblica. Ed è quella che ci chiarisce, una volta per tutte, che le “teorie politiche antiche si sono sempre fondate, direttamente o indirettamente, sui presupposti di un’antropologia influente”, il che presuppone una qualche risposta alla domanda: qual è la natura umana». De Benedetti concludeva: «Condurre la discussione politologica verso quella domanda, mantenerla aperta contro tutti i tentativi di chiuderla e, in qualche caso, gettarla nell’irrilevanza, è il contributo più serio e meritevole di questo piccolo libro».

Alla coppia di «intellettuali» dedica un articolo anche il manifesto, a firma di Massimo Stella, evidenziandone soprattutto l’impianto ideologico: «Della tradizione marxista hanno rappresentato la declinazione politico-scientifica, non quella storicistico-umanistica». Peraltro dire che «forse anche per una forma di nostalgia politica, Lanza e Vegetti erano studiosi legati al collettivo di studi», o che i seminari di letteratura greca diretti da Lanza «erano straordinari laboratorio di pensiero in cui laureandi, dottorandi, ricercatori e professori dialogavano democraticamente», non mi pare il modo migliore per evidenziare i loro meriti. Il seminario per laureandi come luogo di confronto, nella facoltà di Lettere pavese, era stato già adottato per la storia antica da Emilio Gabba; quello per gli studenti che iteravano l’esame di letteratura greca – posso testimoniare – aveva valore variabile a seconda di chi lo conduceva (non sempre Lanza). Piuttosto di Lanza mi piace ricordare la capacità di coinvolgere gli studenti durante le lezioni, che partivano da un’accurata analisi dei testi, fossero di poesia o di prosa. Sul piano delle pubblicazioni, mi sembra opportuno citare una delle sue ultime fatiche: Storia della filologia classica (Carocci, 2016), curato in collaborazione con Gherardo Ugolini. Il libro è una rassegna dell’approccio agli studi classici da parte dei filologi a partire dalla fine del Seicento ai giorni nostri e colma una lacuna che lascia spesso disorientati gli studenti universitari. Da Richard Bentley a Bruno Gentili, passando per Friedrich Wolf, Karl Lachmann, Ulrich von Wilamowiz-Moellendorff, Werner Jaeger e Giorgio Pasquali (per citare solo alcuni dei sommi), il volume permette di seguire come si è evoluto – lungo oltre tre secoli – l’approccio allo studio del mondo classico, in dipendenza certamente delle capacità e degli orientamenti personali dei filologi, ma anche del clima culturale delle varie epoche e nazioni, senza trascurare il cruciale apporto delle scoperte papirologiche.

Concludo con un’osservazione  un po’ particolare. Vegetti ha fatto in tempo a sapere che Lanza era morto: nel necrologio pubblicato l’8 marzo scorso sul Corriere della Sera, assieme alla moglie Silvia Finzi esprime il dolore per la scomparsa di un «indimenticabile amico e compagno di studi di una vita intera». E aggiunge, in greco: «Eu prattomen, Diego». Questo augurio indirizzato all’amico, ma alla prima persona plurale, è – mi pare – la testimonianza di un uomo che cercava di offrire un conforto, ma lo chiedeva anche per sé mentre si preparava ad affrontare la suprema prova terrena.

Tempo di Libri, «l’editoria cattolica si rinnovi con coraggio»

20180308_095901Ieri sera, con una inaugurazione dedicata agli incipit, è cominciata a Milano la seconda edizione di Tempo di Libri, la fiera organizzata dall’Associazione italiana editori. Più che le diverse presentazioni della kermesse, ho trovato interessante l’articolo sull’Osservatore Romano del 6 marzo, che pubblica una riflessione di Roberto Righetto apparsa sulla newsletter di Vita&Pensiero. Partendo dalla constatazione dello stato di sofferenza per non dire stallo dell’editoria cattolica italiana, l’autore si domanda: «Dove sono finiti progettualità, visione e coraggio?».

Condividendo preoccupazioni espresse da Giuliano Vigini nel suo recente volume sulla storia dell’editoria cattolica in Italia, Righetto prova a indagare le cause del fenomeno, a grande distanza ormai dagli ultimi “best seller di Dio”, Ipotesi su Gesù di Vittorio Messori e Il cavallo rosso di Eugenio Corti: il contesto culturale, il calo dei lettori, l’emorragia delle parrocchie, ma anche «una pastorale che preferisce puntare sui nuovi media illudendosi di catturare di più i giovani ma finendo per snobbare l’importanza della cultura religiosa per la formazione del credente». E suggerisce di evitare alibi legati alle trasformazioni tecnologiche e alla secolarizzazione, sottolineando piuttosto verso «un’incapacità gigantesca di far fronte al cambiamento, da parte degli editori cattolici, spesso a causa di presunzione, di autoreferenzialità». Righetto pone una lunga serie di quesiti su fatti che testimoniano una certa «inerzia» da parte della Unione editori e librai cattolici italiani (Uelci): da testi importanti non più ripubblicati, alla riduzione delle librerie cattoliche, fino alla mancata valorizzazione di autori che offrono o interpellano valori cristiani. E conclude: «A volte credo che il problema sia la mancanza di coraggio. E di uomini nuovi». Sottolineando opportunamente: «Non ci salveranno solo i manager».

Finita la pars destruens, non manca però qualche aspetto positivo: tralasciando il versante letterario infatti, «resta insostituibile il ruolo di alcune case editrici cattoliche in campo teologico e filosofico» o nella saggistica religiosa. Se «segni di vitalità permangono», Righetto conclude che «la Chiesa italiana dovrebbe porsi davanti la sfida di rianimare la cultura religiosa del nostro paese anche attraverso lo strumento del libro, senza paura e puntando su forze giovani e preparate».

Da Omero a San Francesco in laguna

iliadeOccasioni per ricreare un po’ lo spirito – tra una proiezione elettorale e l’esito di un ballottaggio – in due articoli pubblicati oggi sui quotidiani. Cesare Sinatti sul Fatto quotidiano invita i giovani a leggere Omero, fra Enzo Maggioni e Giorgio Fornoni sull’Eco di Bergamo ci illustrano la bellezza di San Francesco del Deserto, isola della laguna veneta che ospita una comunità di frati francescani.

Il giovane studioso Sinatti cerca di spiegare «Perché leggere Omero a vent’anni può essere davvero meraviglioso». Partendo dal presupposto (tutt’altro che condivisibile) secondo cui a un ragazzo oggi non dovrebbero interessare testi con più di 2.500 anni, si osserva che tali opere «sono labirinti magnifici in cui vale la pena di perdersi e che a ogni svolta d’angolo regalano rivelazioni». Che sarebbe già una buona ragione per cominciare a leggere. Tuttavia «senza cimentarsi in studi linguistici e confrontarci con esperti», a spingere nella lettura «c’è prima di tutto un rapporto personale». E spiega che si legge «alla ricerca di qualcos’altro, di qualcosa che forse non è neanche necessariamente all’interno del libro e che emerge piuttosto dalla nostra interazione con esso». «La letteratura parla con noi, di noi, attraverso il tempo»: e provoca le nostre reazioni, come accade a Odisseo, che pianse quando sentì raccontare da Demodoco la presa di Troia da parte dei Greci (Odissea, VIII, 521). Aggiunge Sinatti che non importa la lontananza nel tempo«finché l’esperienza umana conserva nelle parole la stessa vividezza che ha nella realtà». Ricordo che lo scrittore Eugenio Corti (autore del Cavallo Rosso) sosteneva di essersi «innamorato» di Omero in prima media, quando prese in mano il testo ancora prima di iniziare le lezioni. Si rese conto che Omero «trasformava in bellezza tutto quello che scriveva» e Corti decise di imitarlo e diventare scrittore. Se non può essere «indotta» l’esperienza di amare un libro, Sinatti comunque consiglia di proporre ai ragazzi la scommessa: «Mettere in gioco qualche ora di vita in cambio di un’epifania possibile». A vent’anni «vale la pena tentare: un’epifania di Omero può essere un regalo prezioso». Personalmente posso confermare che leggendo l’Iliade ad alta voce a coetanei in età giovanile, riscontrai più di una impressione positiva tra ragazzi che non avevano mai saputo nulla di Omero, ma non avevano nemmeno prevenzioni.

Un’esperienza di meditazione è quella che propone l’itinerario sull’isola di San Francesco nel Deserto. L’origine della presenza francescana viene fatta risalire al 1220 quando Francesco, di ritorno dal viaggio in Terra Santa per cercare di convertire il sultano d’Egitto, trovò riposo in questo angolo di laguna. L’isola fu poi donata dal nobile veneziano Jacopo Mechiel ai frati nel 1233 e da allora – con piccole interruzioni – è custodita dalla presenza francescana. I cinque frati ora residenti conducono la vita del loro Ordine, ma offrono anche ospitalità a chi cerca momenti di raccoglimento e preghiera: «Oltre 25 mila persone, provenienti da tutto il mondo – scrivono Maggioni e Fornoni – visitano ogni anno questo luogo di silenzio e di pace». In media ogni fine settimana una quindicina di persone si affianca alla vita dei frati e ne segue i ritmi, con i pasti in refettorio e due momenti di riflessione al giorno. Per i soggiorni sono a disposizione trenta celle. Occorre ovviamente contattare il convento: tutte le informazioni sul sito www.sanfrancesconeldeserto.it.