Sindrome di Down, come si informano i genitori

Il tema della comunicazione della presenza della sindrome di Down ai genitori di un neonato è sempre stato cruciale. Ho ritrovato (e pubblico qui) un mio articolo relativo a questo tema, pubblicato su Avvenire il 15 ottobre 1998: si trattava di un seguito di una vicenda di cronaca, per approfondire il caso di un neonato abbandonato alla nascita proprio perché Down. Interpellavo in quella circostanza Anna Contardi, coordinatrice delle attività dell’Associazione italiana persone Down (Aipd).

Un nuovo tassello si aggiunge alla storia della bimba di Gaeta, non riconosciuta dai genitori perché Down, ma della quale ora pare che il padre voglia bloccare la procedura di adozione. A sconvolgere i genitori sarebbero stati anche i toni sbrigativi ciò cui è stata comunicata la diagnosi da parte dei medici dell’ospedale. A denunciarlo è la nonna materna della bimba, che ha raccontato in un’intervista a Repubblica lo stato di disorientamento in cui si era trovata sua figlia. Una ricostruzione dei fatti smentita però dal primario del reparto, Loretta Conca, che ha ribadito la discrezione del personale.

Resta in ogni caso sullo sfondo la delicata questione di come vada gestita la comunicazione di una diagnosi di sindrome di Down ai genitori. Abbiamo girato la domanda ad Anna Contardi, assistente sociale e coordinatrice nazionale delle attività dell’Associazione italiana persone Down (Aipd). «È un problema rilevante, anche dal punto di vista numerico – esordisce – visto che ogni giorno in Italia nascono due bambini con tale sindrome». «Innanzi tutto occorre precisare – spiega Anna Contardi – che ormai la diagnosi è pressoché immediata dopo la nascita del bambino. Sia per segni, quali i tratti somatici, sia per altre caratteristiche come la conicità e i riflessi, i pediatri neonatologi presenti in sala parto sono in grado di capire subito la presenza della sindrome di Down. Anche se per la convalida si deve attendere la mappa cromosomica, che arriva in quindici giorni».

Il primo consiglio è dare la comunicazione ai genitori il più presto possibile. «In genere si suggerisce – precisa – entro tre giorni, come tempo massimo, vale a dire entro le dimissioni della puerpera dal reparto maternità. Comunque al più presto, compatibilmente con lo stato di salute della mamma». Fondamentale però è il “come” la diagnosi viene comunicata. «A questo proposito – continua Anna Contardi – noi facciamo riferimento a tre aspetti: il luogo, il tempo e i contenuti. Innanzi tutto il colloquio con i genitori da parte del pediatra non può avvenire, come talora ci viene riferito, in un corridoio, o in corsia dove la neomamma è circondata da altre puerpere. Deve svolgersi, possibilmente con entrambi i genitori, in una saletta appartata, dove essi abbiano il modo di sentirsi liberi di piangere, arrabbiarsi, fare domande senza alcun condizionamento».

Un’altra condizione essenziale è il tempo: «Ricerche sul vissuto delle famiglie con bambini Down hanno dimostrato – chiarisce l’assistente sociale – che lascia il segno anche una comunicazione corretta ma effettuata in tempi rapidi. Viceversa è necessario saper accogliere il dolore di chi sta di fronte e concedere ai genitori tutto il tempo di cui hanno bisogno per fare domande, magari offrendo la possibilità di un secondo colloquio il giorno successivo».

Infine, i contenuti del messaggio da comunicare: «Spesso i genitori di bambini Down lamentano –racconta Contardi – di essere stati informati di che cosa il loro figlio “non era”, anziché di quali fossero le sue caratteristiche. “Mi dissero che non era sano”. Ma la necessità delle mamme è capire che cos’è il figlio che hanno partorito, che è diverso da quello che hanno aspettato per nove mesi. È importante conoscere la situazione attuale dei bambini Down: vanno a scuola con tutti, imparano a leggere e scrivere, fanno sport. Certamente hanno un ritardo mentale, che non è uguale per tutti, ma fondamentale resta l’intervento educativo: permettere al bambino di valorizzare le sue risorse in termini di inserimento scolastico e sociale è fondamentale per il suo sviluppo».

I medici sanno comunicare la diagnosi? «Molti pensano di attenuare il colpo dando inizialmente la diagnosi come dubbia (“c’è il sospetto che…”) rimandando la notizia a dopo la mappatura cromosomica, che verrà comunicata da un altro. Si offrono due settimane di illusioni, e si ottiene la difficoltà, da parte dei genitori, di attaccarsi a un bambino che non si sa bene cosa sia. Spesso però il medico appare frettoloso o brutale perché a disagio, incapace di accogliere il dolore e il pianto di un altro».

Sindrome di Down, la sfida è vincere i pregiudizi

La mia recensione del libro Din don down! di Autilia Avagliano, pubblicata su Avvenire lo scorso 23 febbraio

Sguardo lucido, combattivo anche se disilluso, come capita spesso ai genitori di figli con la sindrome di Down. Stile rapido, a volte aggressivo all’eccesso, ma se si sono subiti gli schiaffi di una società che non smette di discriminare, si comprende perché la pazienza talora possa finire. Nell’ampia letteratura relativa alla disabilità, e in particolare a una disabilità perlopiù intellettiva come la sindrome di Down, il libro autobiografico di Autilia Avagliano Din don Down! La storia di Alberto e della sua famiglia, che imparò a volare con lui (Marlin Editore, Cava de’ Tirreni) non evita per buonismo di raccontare le asprezze e le difficoltà vissute, ma ha imparato a valorizzare il positivo: «Non arrivo a benedire il giorno in cui nella nostra vita è entrata la sindrome di Down, ma sicuramente benedico questo figlio che ogni giorno aggiunge un pezzo di conoscenza, dandoci il senso della vita e tutta la bellezza in essa racchiusa». 

Il libro affronta tutti gli snodi cruciali dell’esperienza genitoriale: dalla comunicazione della diagnosi, quasi sempre disastrosa, al percorso scolastico, la cui riuscita è affidata all’incontro casuale con qualche insegnante più responsabile, fino alle amicizie tra coetanei, difficili da coltivare oltre l’adolescenza, ma che Alberto ha la fortuna di vivere. Fino alla constatazione che la parte più difficile è l’età adulta: «È lì che si deve giocare la partita».

Il genitore viene «shakerato dalla disabilità di un figlio imperfetto» da quando il medico gli chiede di “appoggiarsi al muro” prima informarlo sulle condizioni del figlio. E si sente domandare “perché non avete fatto ’sta benedetta amniocentesi?”. Mamma e papà, pur terrorizzati dal futuro di «un bimbo che, suo malgrado, tradiva le aspettative», mantengono la lucidità: «I giorni passavano e, davanti a noi, vedevamo sempre meno la sindrome e sempre più il bambino».  

È un viaggio sull’ottovolante: tra la fortuna di una pediatra illuminata e il “processo” al bimbo che, dopo lo schiaffo a un coetaneo, viene giudicato senza essere mai interpellato a fornire la sua spiegazione; così come viene ignorato dalla catechista nella distribuzione delle fotocopie. I genitori capiscono che a farla da padrone è il pregiudizio, diffusissimo, che tende a non dare alcuna fiducia alle persone con sindrome di Down. 

L’esperienza porta conseguenze anche al lavoro: il padre, avvocato, constata che il figlio «ha cambiato il mio senso di giustizia»; la madre deve ingoiare il «boccone amaro» di «ritornare con l’etichetta di collega in 104» e affronta «un periodo duro» per reinserirsi nella posizione che le competeva. Ma rinuncia a fare appello alla legge «per avere una legittima collocazione geografica vicino a casa. Era lo scotto da pagare a voler fare carriera come dirigente d’azienda. Bisogna mettersi a disposizione». 

Non viene meno la buona volontà: «Se questo figlio “alternativo” ci ha tolto qualcosa, tante altre cose ha messo dentro, spronandoci a costruire ponti più che ad alzare muri». Fino a concludere che «la chiave è solo un autentico e vero inserimento sociale e lavorativo nella vita reale di tutti i giorni: è solo accogliendo e mettendoli in condizione di esprimere al meglio e al massimo quelle famose capacità residuali, potremmo dire che c’è un posto nel mondo per tutti». Le occasioni di riflessione non mancano. Per chi ha voglia di coglierle.

Disabili, la battaglia per i diritti è ancora lunga

220px-Handicapped_Accessible_sign.svgUn catalogo, una serie nutrita di esempi di come le persone con disabilità – congenita, acquisita o provocata – siano state nel corso dei secoli il più delle volte maltrattate, quando non perseguitate o addirittura uccise, sotto i diversi cieli e nelle differenti epoche. Con l’aggiunta di luminosi esempi di individui che le hanno invece considerate per quello che sono: persone umane con la stessa dignità di tutti. Mi pare questo, in estrema sintesi, il contenuto di Diversi, il volume di Gian Antonio Stella, pubblicato da Solferino (la proposta editoriale del Corriere della Sera). Poco? Tanto? Non saprei. Certamente l’autore mostra un evidente disgusto per le discriminazioni e talvolta le violenze a cui i disabili sono stati e sono spesso sottoposti. Ma il sottotitolo del volume è del tutto fuorviante: La lunga battaglia dei disabili per cambiare la storia. Questa fine virtuosa non si riscontra né nel libro, né – ahimè – nella realtà. 

Una carrellata, dunque, di persone con disabilità di tutti i tipi, fisiche o mentali, e un panorama piuttosto variegato di atteggiamenti che loro riserva le società. Perché se è vero che «dall’antichità a oggi è cambiato il mondo», lo stesso Stella subito dopo aggiunge «meno però di quanto ci raccontiamo». Si avvicendano quindi storie di nani, di persone colpite dalle più varie malformazioni congenite o da disabilità psichiche, ma anche la storia di mutilati per chiedere elemosina o dei castrati per cantare con la voce bianca: con testimonianze a volte affidabili o contemporanee, altre volte aneddotiche o leggendarie. E un inevitabile ampio spazio dedicato all’eliminazione programmatica dei disabili portato avanti con Aktion T4 durante il nazismo.  

Stella si sofferma anche sugli aspetti numerici della disabilità: secondo stime dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) le persone disabili sarebbero oltre un miliardo. In Italia circa 4 milioni e mezzo, cui sono stati destinati – nel 2016 – circa 28 miliardi di euro, il 5,8 per cento del totale della spesa per la protezione sociale, l’1,7 per cento del pil. Ma il problema non è solo economico, anche se le risorse sono una necessità. Il problema è la «cultura dello scarto», come la definisce papa Francesco (di cui Stella cita l’Evangelii gaudium): «Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo, che si può usare e poi gettare». 

«Sarebbero migliaia, le storie da raccontare, per capire come la disabilità sia stata vissuta per secoli e secoli. Come sia stato difficile il percorso dei disabili per cambiare la storia». Questo assunto dell’autore, che dà il via alle decine di mini racconti, è però quanto mai discutibile. Non solo Stella stesso documenta come esistano tuttora molti pregiudizi, spesso coperti dall’ipocrisia del linguaggio politicamente corretto. Non basta infatti inorridire di fronte agli esempi di sevizie di cui sono stati vittime nel corso dei secoli le persone con malformazioni, che non solo rendevano loro impossibile il lavoro, ma che richiedevano moltissime cure. O stupirsi delle condizioni di isolamento cui venivano destinati i lebbrosi, vittime di una malattia contagiosa e per millenni senza cura: come ha dimostrato la recente pandemia, di fronte a una patologia trasmissibile, la società cerca di preservarsi più che badare al singolo individuo. Né risulta particolarmente utile sorridere delle spiegazioni più strane che nei secoli si sono offerte per giustificare le nascite “imperfette”, dalle colpe dei genitori alle implicazioni teologiche della presenza del male nel mondo.

Manca del tutto una riflessione storica, che segni come il progresso nel considerare di pari dignità e diritti tutti gli esseri umani resta ancora troppo spesso sulla carta. Ma è difficile dire che questo processo sia frutto di una battaglia combattuta dai disabili, quanto dalla riflessione dell’umanità nel corso degli ultimi decenni soprattutto. E con molte eccezioni. Si poteva richiamare la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (1948) che, dopo gli orrori dell’ultima guerra, stabilisce che «ogni individuo ha diritto alla vita». O la classificazione internazionale della funzionalità (Icf), il paradigma adottato dall’Oms per stabilire gli interventi da attuare nell’ambiente per ridurre la condizione di disabilità, un testo non a caso osteggiato da alcuni Paesi che non intendono essere impegnati a ridurre barriere (non solo architettoniche) e adottare facilitatori. O ancora la Convenzione dei diritti delle persone con disabilità (2006), peraltro contraddetta platealmente dalla piaga dell’aborto, che in molti Stati permette di eliminare i nascituri nel grembo materno. E anzi, quando se ne scopre qualche disabilità, spesso la legislazione è ancora più spietata, come in Gran Bretagna, dove la soppressione del bambino – se disabile – è permessa fino alla nascita. Così come le manipolazioni rese possibili dalla fecondazione assistita hanno favorito il diffondersi di pratiche eugenetiche, sfacciatamente difese da Peter Singer, ma tacitamente accettate e adottate da molti Stati, compreso il nostro. Discorsi eugenetici “liberali”, frutto della più o meno libera convinzione dei cittadini, si sono sentiti in Italia nel 2005 in occasione dei referendum sulla legge 40, ma tuttora emergono quando viene rivendicato il “diritto” al figlio sano. E proprio alcune categorie di disabili, per esempio le persone con sindrome di Down, aldilà degli esempi anche edificanti ricordati da Stella (tra cui l’amore di Charles De Gaulle per la figlia Anne), sono bersaglio privilegiato di questa esclusione dal diritto alla vita, il primo e fondamentale diritto che una società dovrebbe garantire a tutti i suoi cittadini, specie ai più deboli.

Citare – come fa Stella – alcuni esempi di persone straordinarie, come Henry Toulouse-Lautrec, Giacomo Leopardi, Michel Petrucciani o Stephen Hawking, che si sono distinte nel mondo nonostante disabilità fisiche molto gravi, non basta alla causa dei disabili, non dimostra che hanno vinto la battaglia «per cambiare la storia». Il libro resta un catalogo variopinto: il progresso della società nell’accoglienza di ogni essere umano, che pure in parte c’è stato, è però ben lontano dall’essere consolidato ed essere diventato patrimonio comune. E avrebbe richiesto altri approfondimenti.

Sindrome di Down, la società inclusiva parte dalla scuola

IMG_0070«Vuole il cioccolato?» Mi chiede un po’ irruente un ragazzo mentre esco dal supermercato. E mi porge una tavoletta con la confezione di cartoncino sigillata dall’adesivo arancione “+1 vale uno” che da diversi anni ormai costituisce lo slogan di CoorDown onlus. L’avevo notato già entrando, ma era impegnato con una signora che generosamente stava acquistando dieci tavolette per i nipotini. Ed ero passato oltre, con la solita fretta di chi va a fare la spesa. Adesso, rallentato dal carrello pieno, non posso sfuggirgli. Mi fermo e lo guardo, quel giovane con gli occhi inconfondibili che indicano la presenza di un cromosoma in più nelle sue cellule. Accanto a lui un paio di volontari dell’associazione che gestisce il banchetto – uno verosimilmente è il padre – dove vengono presentate le attività e i progetti da finanziare con la vendita di gadget, libri e cioccolato. Giacomo, così si chiama, viene garbatamente richiamato dal padre a non essere troppo invadente, ma il suo entusiasmo è genuino e non disturba. Spiego che conosco bene la situazione e allora la conversazione si fa più sciolta. 

Post-quadratoL’occasione della Giornata nazionale delle persone con sindrome di Down è una vetrina importante per presentarsi al mondo e mostrare quanto sia possibile ottenere in termini di qualità della vita e capacità di relazione per questi giovani adulti “disabili”. Le associazioni riunite nel CoorDown onlus si prodigano per migliorare sempre più l’assistenza e le cure da dedicare ai bambini, e poi ai giovani e agli adulti, con la sindrome di Down. E i risultati – in termini di salute, capacità e longevità delle persone Down – sono in continuo miglioramento. Tuttavia, e la Giornata nazionale ha il compito di ricordarlo, per rendere più accogliente la società – nei confronti di persone che hanno il solo torto di avere alcune difficoltà più della media – non si può mai abbassare la guardia. E bisogna cominciare sin dalla scuola, come la campagna di quest’anno vuole rimarcare, proseguendo il discorso avviato in marzo con la Giornata mondiale, usando fu presentato il filmato Lea va a scuola, che sottolinea la necessità per gli alunni con sindrome di Down di frequentare le lezioni insieme con i propri coetanei e non in istituti speciali. Quel racconto filmato è ora diventato un libro «Lea va a scuola» (autori Alexandre Abrantes, Rodrigo Panucci Zanellato, Luca Lorenzini, Luca Pannese; Nord-Sud Edizioni, euro 12,90) in vendita da pochi giorni: CoorDown ne raccomanda la diffusione proprio nelle scuole «luogo per eccellenza dove piantare il seme di una società che sia davvero inclusiva».

Nonostante la legge italiana – più che quarantennale – abbia superato le scuole speciali, le carenze non mancano: un sondaggio di pochi giorni fa effettuato dalla Federazione italiana per il superamento dell’handicap (Fish) indicava che – tra le 1.600 risposte arrivate – il 41 per cento degli studenti si trovava privo di insegnante di sostegno. Una situazione che ricorda bene anche Giorgio, il papà di Giacomo, che racconta come il percorso scolastico del figlio sia stato in chiaroscuro, tra anni in cui il docente di sostegno (o i docenti) era collaborativo e volenteroso e anni in cui il ragazzo era appena sopportato e ben poco aiutato. Ma l’entusiasmo e la buona volontà a Giacomo non sono mai mancate. Terminate le superiori, ora sta effettuando periodi di stage presso bar e locali: «Sono bravo con i cocktail – sottolinea orgoglioso –. Ma lo vuole il cioccolato?» «Certamente», dico. E con dieci euro due tavolette me le porto a casa. Buona giornata nazionale a Giacomo, e alle migliaia di ragazzi semplici e volenterosi come lui. 

Bambini e ragazzi Down, il diritto a una scuola con tutti gli altri

In occasione dell’odierna Giornata mondiale sulla sindrome di Down (#WDSD18) questo è il mio articolo pubblicato su Avvenire, con le parole di Antonella Falugiani, presidente di CoorDown

Lea va a scuola
Un’immagine tratta dal video di CoorDown

Quando un bambino sta per affrontare la prima classe della scuola primaria, in famiglia cresce l’emozione. Ma se questo bambino ha un cromosoma in più, la situazione è molto più delicata. Hanno puntato sull’inclusione scolastica quest’anno le associazioni riunite nel CoorDown per proporre un tema di riflessione nella Giornata mondiale della sindrome di Down (hashtag #WDSD18) che si celebra ogni 21 marzo: una data scelta perché ricorda la particolarità genetica delle 3 copie del cromosoma 21, che caratterizza le persone con trisomia 21. «Vogliamo sottolineare l’importanza dell’inclusione – spiega Antonella Falugiani, presidente di CoorDown – che è un diritto umano, sancito anche dalla Convenzione Onu per le persone con disabilità, ed è un atteggiamento che fa bene alla società intera». Infatti la frequenza scolastica di alunni con sindrome di Down non è per nulla scontata nel mondo. In Italia le persone Down sono circa 38mila, di cui 25mila adulti: gli studenti di ogni ordine e grado sono migliaia. La legislazione che ha abolito l’obbligo delle scuole speciali ha più di 40 anni, eppure non tutto fila liscio. «Se torniamo a parlarne è perché molte volte i nostri figli ci raccontano episodi di esclusione – ribadisce Falugiani –, ma occorre ricordare che l’educazione inclusiva è il primo passo di una società che deve essere inclusiva, dove ogni differenza è apprezzata come ricchezza». Invece purtroppo, anche senza arrivare agli episodi di bullismo denunciati la scorsa settimana da Marco (di cui ha riferito anche Avvenire), piccole o grandi incomprensioni da parte del sistema scolastico sono all’ordine del giorno: dagli insegnanti di sostegno in numero insufficiente, alle gite in cui si tende a escludere il ragazzo Down, ai dirigenti che non tengono in considerazione un’organizzazione che favorisca i progetti di inclusione. «Dobbiamo trovare le risposte giuste per reagire – continua Falugiani –, proponendo gli esempi positivi e le buone pratiche che pure esistono. Purtroppo troppo spesso sono affidati al buon senso o alla buona volontà del singolo dirigente o insegnante, che possono variare da un anno all’altro. Fondamentale per creare inclusione sono l’informazione e la conoscenza, ed è importante cominciare con la scuola».

La campagna di comunicazione, sul tema «includeteci fin dall’inizio» è imperniata sul video “Lea va a scuola” (disponibile sul canale Youtube di CoorDown) realizzato da Luca Lorenzini e Luca Pannese, dirigenti creativi di Publicis New York. In forma di cartone animato, si racconta la storia di Lea che si appresta al suo primo giorno di scuola: un cartello sul percorso – definendola una bambina “speciale” – cerca di indirizzarla alla scuola speciale, prefigurando per lei anche solo amici speciali, un lavoro speciale, una casa speciale. Lea obietta che vuole vivere come gli altri e, di fronte alle difficoltà che le vengono prospettate, domanda: «Chi dice che facile sia meglio?». Il messaggio vuole sottolineare che le persone Down non hanno bisogni “speciali”, ma le normali necessità di crescita e coinvolgimento nella vita sociale, per sviluppare al meglio le proprie capacità e poter offrire il proprio contributo alla società. Proprio a questo tema, #WhatIBringToMyCommunity (che cosa porto alla mia comunità), è dedicata la Giornata mondiale e alla conferenza in programma oggi al Palazzo dell’Onu a New York (trasmessa in streaming sul sito delle Nazioni Unite) verranno presentate attività realizzate in tutto il mondo. L’associazione europea della sindrome di Down (Edsa) illustrerà il progetto sull’inclusione lavorativa ‘A valuAble work’, promosso dall’Associazione italiana persone Down (Aipd).

Giulia «era» Down, oggi è felice con la sua famiglia

Oggi su Avvenire è pubblicata la mia recensione del libro Da piccola ero Down di Isabella Piersanti

s-l140La storia semplice, sincera e narrata con naturalezza, di una famiglia in cui la nascita di una figlia con sindrome di Down determina – inevitabilmente – un cambiamento di prospettiva, un riordino delle priorità e la maturazione di sensibilità impreviste e inattese. Ma dimostrando con i fatti, giorno dopo giorno, che «avere una figlia con la sindrome di Down non è un dramma» e che «non significa non essere più felici».

Isabella Piersanti, docente di storia e filosofia al liceo Morgagni di Roma, racconta la vita di Giulia per «condividere l’esperienza con chi si trovasse in situazioni simili», offrendo la possibilità di un confronto che può essere utile «senza la pretesa di dire verità assolute». Tutte le tappe attraversate dalla mamma, con papà Francesco e la sorella maggiore Valentina, nella crescita di Giulia vengono esposte senza nascondere nulla: angosce, soddisfazioni, fatiche, risate. Come quelle suscitate dalla frase: «Da piccola ero Down» (il titolo del libro, edizioni il prato, 12 euro) che la bambina elabora per evitare di andare a incontri che non le interessano più, ma che rivela anche un avanzato percorso di autocoscienza.

L’autrice, con realismo, riconosce che «la disabilità può essere una chance ma è anche una difficoltà»; tuttavia gli ostacoli che rendono il percorso di crescita – soprattutto all’inizio – più faticoso del necessario vengono spesso da numerosi «profeti di sventura». Infatti, vittime di stereotipi, tanti si premurano di prefigurare ai genitori (e spesso più alla mamma) una serie di problemi che – a loro dire – renderanno quanto mai grama l’esistenza dell’intera famiglia. Dalle infermiere che al reparto maternità chiedono perché non hai fatto ricorso all’amniocentesi, come se l’aborto fosse una cura, al preside della tua scuola che, anziché congratularsi per la nascita, ti affibbia la qualifica di sfortunata, che si porterà la «disgrazia» per tutta la vita. Parlano talvolta per ignoranza, talaltra per la pigrizia di non volersi impegnare a compiere il loro dovere. Come le Asl che assegnano alla bimba poca fisioterapia o gli uffici scolastici che obbligano i genitori a fare ricorso al Tar per avere le ore di sostegno adeguate. Poi ci sono i disagi delle piccole-grandi discriminazioni della bambina: dalle microaggressioni del bulletto alle elementari alla messa in disparte nelle prove di una recita scolastica.

Mamma e papà elaborano una personale strategia di «affidamento vigilante» nel fidarsi delle persone qualificate che incontrano, ma senza abbassare la guardia. L’associazione (l’Aipd di Roma) diventa un punto di riferimento importante, anche per un confronto costruttivo tra genitori; e la sorella Valentina «la prepara alla vita» instaurando un rapporto «come tra fratelli qualsiasi». Isabella Piersanti riconosce che la famiglia con un bambino disabile è tutta «un po’ disabile», ma rende chiaro che non viene sminuita la felicità di nessuno, Giulia compresa. E non è poco.

Le persone Down hanno bisogni umani, non speciali

Per la Giornata mondiale della sindrome di Down, il mio articolo pubblicato oggi su Avvenire. Sulla stessa pagina la bella testimonianza di Veronica Tranfaglia, autrice del libro «Maritè non morde», dedicato alla figlia con sindrome di Down 

world_down_syndrome_day_logoFavorire la piena inclusione sociale delle persone con sindrome di Down è uno dei principali obiettivi dell’odierna Giornata mondiale (#WDSD17), celebrata in particolare in due conferenze internazionali che si svolgeranno all’Onu, nelle sedi di New York e di Ginevra. In entrambi gli appuntamenti interverranno persone con sindrome di Down per esprimere e far conoscere le loro necessità e aspirazioni. In quest’ottica si inserisce anche la campagna di comunicazione lanciata da CoorDown (il coordinamento nazionale delle associazioni delle persone con sindrome di Down), che punta quest’anno a mettere in discussione il concetto di “bisogni speciali” (special needs), sotto cui sono spesso catalogate le esigenze delle persone Down. 

Il tema della campagna mondiale #MyVoiceMyCommunity (la mia voce, la mia comunità) quest’anno vuole sottolineare il diritto delle persone con sindrome di Down a essere protagoniste delle scelte e delle politiche che le riguardano. Si spiega così anche la scelta di CoorDown di farsi rappresentare oggi nella sede Onu di New York da Irene Galli, appunto una ragazza di 18 anni con sindrome di Down. Obiettivo delle conferenze è infatti mandare messaggi ed essere ascoltati per poter influenzare le decisioni governative che riguardano la disabilità.Proprio per stimolare un cambiamento nell’approccio culturale verso la sindrome di Down, e la disabilità in genere, il CoorDown ha lanciato la campagna di comunicazione #NotSpecialNeeds (non bisogni speciali). Nel filmato Lauren Potter, attrice di 27 anni con la sindrome di Down, contesta la definizione di bisogni speciali: «Non abbiamo bisogno di mangiare uova di dinosauro, indossare armature, farci massaggiare da un gatto o svegliare da una star del cinema. Ci servono – come a tutti – istruzione, lavoro, opportunità, amici e vita affettiva». In una parola, bisogni propriamente umani, di ogni essere umano. Quello che può cambiare, osserva il CoorDown «è il grado di assistenza o il modo per soddisfare quel bisogno, non il bisogno stesso». E che «l’idea di “bisogni speciali” sia fuorviante – spiega Sergio Silvestre, presidente di CoorDown onlus – lo ha indicato anche una ricerca pubblicata sulla rivista specialistica Cognitive Research, spiegando che si tratta di un eufemismo inefficace ». «L’obiettivo – continua Silvestre – è quello di contribuire a un cambiamento profondo di atteggiamento verso le persone con sindrome di Down e più in generale verso il mondo della disabilità. Vogliamo dare ai nostri ragazzi opportunità e strumenti che possano garantire loro un futuro sereno e siamo convinti che debbano essere loro stessi a rivendicarlo facendo sentire direttamente la propria voce». Il filmato (realizzato grazie all’agenzia Publicis New York, e al lavoro di Luca Lorenzini e Luca Pannese) ha ottenuto già cinque milioni di visualizzazioni sul canale YouTube del CoorDown, e sono giunte fin dall’Indonesia richieste di realizzare i sottotitoli per la propria lingua. Così come grande successo di ascolti ha ottenuto pochi giorni fa in Francia l’esordio alla presentazione del bollettino meteo della giovane Mélanie Segard, una ragazza di 21 anni con sindrome di Down che sognava da tempo di avere questa opportunità.

Esempi che servono a mostrare quanto sia necessario, e al tempo stesso possibile, un cambiamento di mentalità. E nella direzione di offrire alle persone con sindrome di Down l’opportunità di un concreto confronto con il mondo del lavoro si muove il progetto Wow, Wonderful Work. Lanciato un anno e mezzo fa, procede grazie al lavoro sinergico delle associazioni Agpd di Milano e Capirsi Down di Monza, e sta cominciando a raccogliere i primi successi. Grazie alla collaborazione di «cacciatori di teste» professionali, il progetto (già oggetto della tesi di laurea dell’educatore professionale Marco Belladitta all’Università degli Studi di Milano) mira a selezionare giovani persone con sindrome di Down, mettendone alla prova le capacità in vista di un concreto inserimento nel mondo del lavoro. «Sono già stati esaminati un centinaio di ragazzi, a Roma e a Milano, gli ultimi sabato scorso – spiega Chiara Laghi, coordinatrice del progetto – e poco più della metà è stata valutata pronta per un inserimento lavorativo. Grazie alla collaborazione con alcune farmacie delle province di Milano e di Monza sono già stati avviati sei tirocini, mentre alcune altre aziende si sono mostrate interessate a conoscere i candidati».

Persone Down: vietato dirsi felici

Il Consiglio di Stato francese ha confermato il no alla trasmissione televisiva di «Dear future mom». Il mio breve commento pubblicato ieri su Avvenire (http://tinyurl.com/jxl47pf)

cara futura mammaLe persone con sindrome di Down non hanno diritto di parola. Soprattutto non hanno diritto di far sapere che sono felici, che stanno bene al mondo, che vogliono bene alle loro mamme. Il Consiglio di Stato francese ha infatti confermato che è giusto vietare la trasmissione in tv di “Dear future mom”, il fortunato messaggio di promozione sociale lanciato nel 2014 in occasione della Giornata mondiale delle persone con sindrome di Down (visibile sul sito di Avvenirehttp://tinyurl.com/zgqwtp9).
Il messaggio è la risposta che alcuni ragazzi e adulti con trisomia 21 rivolgono alla lettera scritta al CoorDown da una donna incinta, spaventata per aver scoperto che suo figlio ha la sindrome di Down. Con semplicità ed efficacia, i giovani la invitano a non avere paura e mostrano come la loro vita possa svolgersi con soddisfazione, pur senza nascondere le difficoltà esistenti. I giudici, nelle motivazioni, scrivono invece che il filmato «non può essere considerato come un messaggio d’interesse generale e la sua finalità può apparire ambigua e non suscitare un’adesione spontanea e consensuale». E, ancora, che potrebbe «disturbare la coscienza delle donne che, nel rispetto della legge, hanno fatto scelte diverse di vita personale». È singolare che – nel Paese di Charlie Hebdo, dell’esaltazione della laicità e della libertà d’espressione, anche a costo di tenere in poco conto la coscienza religiosa e la sensibilità etica delle persone – solo questo messaggio meriti di essere oscurato. Ma appare significativo il fatto che se si toccano – anche indirettamente – alcuni totem della “modernità” (come la “libertà” di abortire) la censura scatti immediata.

Anche in Gran Bretagna ha suscitato aspre reazioni l’inchiesta – trasmessa dalla Bbc – in cui l’attrice Sally Phillips (madre di un ragazzo con sindrome di Down) mostra l’intrinseca matrice eugenetica dei test prenatali che individuano la trisomia 21 con un semplice esame del sangue materno. Tra le critiche spicca la rivendicazione del diritto individuale a non sopportare fatiche ritenute superiori alle proprie forze. Non succede solo aldilà delle Alpi, o della Manica: il pensiero dominante rifiuta di ammettere che i “pesi” che non si vogliono sopportare sono in realtà persone. Trattate purtroppo come scarto.

La sfida dell’inclusione per le persone Down

In occasione dell’odierna 11a Giornata mondiale della sindrome di Down, il mio articolo uscito ieri su Avvenire

wdsd16Un futuro di maggiore inclusione sociale per le persone con sindrome di Down (Sd). È la richiesta che viene rilanciata in occasione dell’11ª Giornata mondiale della sindrome di Down (#Wdsd16) da tutte le associazioni che nel mondo si occupano di sostenere i diritti delle persone con trisomia 21 e che troverà il massimo risalto domani nella conferenza internazionale in programma a New York, nella sede delle Nazioni Unite. Il tema della giornata «I miei amici, la mia comunità. I vantaggi di ambienti inclusivi per i bambini di oggi e gli adulti di domani» verrà messo in evidenza attraverso filmati (già visibili su Youtube) che presentano interviste a coppie di bambini e ragazzi (uno con la Sd e l’altro no) che condividono momenti di vita – a scuola, nello sport, nel tempo libero – e che mostrano con la naturalezza propria dei giovani come il rapporto di amicizia tra loro non trovi ostacoli per la presenza della Sd. Lo sguardo dell’amico, per dirla in altro modo, non risulta inquinato dai pregiudizi tipici del mondo degli adulti.

Si tratta di un aspetto sottolineato dal filmato che per la Wdsd16 ha preparato in Italia il CoorDown, coordinamento di 72 associazioni su tutto il territorio nazionale: «Come mi vedi?» (visibile anche sul sito di Avvenire, #HowDoYouSeeMe su Twitter). Le aspirazioni e le paure verso il proprio futuro di una ragazza con Sd, AnnaRose, del tutto analoghe a quelle dei suoi coetanei, vengono però interpretate dall’attrice Olivia Wilde: l’apparire finale della vera identità della protagonista vuole sottolineare come la valutazione possa cambiare secondo gli stereotipi di chi guarda. Realizzato dall’agenzia Saatchi&Saatchi, il breve film (con la regia di Reed Morano) vuole «contribuire a un cambiamento culturale: solo quando la disabilità sarà percepita come una delle sfaccettature della diversità si potrà davvero fare inclusione, riconoscendo l’unicità di ogni individuo – spiega il presidente di CoorDown, Sergio Silvestre –. L’obiettivo è far volgere lo sguardo oltre gli stereotipi, costruire un nuovo immaginario collettivo e promuovere un’alfabetizzazione alla disabilità». Come ribadirà domani all’assemblea di New York la consigliera di CoorDown, Martina Fuga: «L’inclusione deve prima essere coltivata nella testa e nei comportamenti delle persone: questa è la vera sfida ed è una sfida culturale».

«L’uomo costruisce la propria personalità e la propria comprensione di sé – ha sottolineato Adriano Pessina, docente di Filosofia all’Università Cattolica alla presentazione martedì scorso del progetto Dosage – , solo in quanto è in relazione con altri. Dobbiamo uscire dall’idea che le persone che nascono abbiamo bisogno di un “certificato di sana e robusta costituzione” per ottenere la cittadinanza». «Il vero cambiamento culturale – ha concluso – sarà quando il tema della disabilità non sarà riservato a chi ne viene a contatto per esperienza diretta, ma quando l’intera società si sentirà responsabile del benessere e della qualità della vita altrui».

Il progetto Wonderful work: i «cacciatori di teste» alla prova della disabilità

Il mio articolo uscito oggi su Avvenire dedicato al progetto Wonderful Work: selezioni dei giovani con sindrome di Down in vista di un possibile inserimento nel mondo del lavoro

20160319_112056Alcuni sono tesi e impacciati, altri più sciolti e sorridenti. Per tutti si tratta di un’opportunità da non sprecare: sono i 27 giovani con sindrome di Down (Sd) che ieri a Milano sono stati «esaminati» da 12 selezionatori professionisti in vista di un possibile ingresso nel mondo del lavoro, uno dei terreni cruciali per un percorso di piena inclusione sociale. Era il secondo appuntamento di selezione del progetto Wonderful Work (www.wonderfulwork.it), nato nell’autunno scorso dalla collaborazione fra tre associazioni (le milanesi Agpd e Vividown e la monzese Capirsi Down), che punta a mettere in relazione le capacità dei ragazzi con la sindrome di Down con le esigenze delle aziende, grazie alla mediazione di consulenti selezionatori. C’è chi risulterà avere già i requisiti ed essere adatto al mondo del lavoro, e chi ancora necessita di migliorarsi. «Questi ragazzi possono creare valore all’interno del mondo del business – spiega Angela Paladino di Trevisearch (hanno collaborato anche Manpower, Adecco, St Microelectronics, Bnl-Bnp Paribas): da un lato per la responsabilità sociale d’impresa si crea un’operazione di marketing positivo sull’azienda; dall’altro inserire un ragazzo con una disabilità intellettiva obbliga le persone “normodotate” a uscire dai loro stereotipi rispetto alla disabilità e alla normalità. Ci sono molte cose che questi ragazzi possono fare, a condizione che l’inserimento risulti possibile». Anche per i selezionatori è un’esperienza costruttiva: «È un’occasione anche per me – aggiunge la collega Daniela Piccolo – di utilizzare le mie competenze in un contesto diverso». Significativo il commento di una ragazza: «È stato bello, fate sempre molto per i nostri genitori, questo invece è stato proprio per noi».