I globi di Coronelli, una geografia fatta di arte e scienza

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La mostra alla Biblioteca Marciana di Venezia

Per studiare bene la geografia non si può fare a meno di un grande planisfero, come quelli appesi nelle aule scolastiche, o almeno di un mappamondo. Me lo confermavo pochi giorni fa visitando la mostra su Vincenzo Coronelli (1650-1718), aperta fino a domenica 15 aprile alla Biblioteca Marciana di Venezia in collaborazione con The International Coronelli Society for the Study of Globes. In occasione del terzo centenario della morte del frate cosmografo «L’immagine del mondo», curata da Marica Milanesi e Heide Wohlschläger, espone disegni, incisioni e testi che Coronelli pubblicò dopo avere realizzato nel 1681-83 i due monumentali globi, terrestre e celeste, per il Re Sole, Luigi XIV, ora conservati a Parigi alla sede François Mitterand della Biblioteca nazionale di Francia. Nei giorni scorsi – complice l’evento europeo della “notte della geografia” – sui quotidiani sono apparse rivalutazioni e approfondimenti su questa disciplina, di cui molti lamentano la penalizzazione negli ultimi programmi scolastici, accorpata com’è alla storia. E i globi di Coronelli, esempio formidabile di scienza e arte, ci testimoniano proprio quanto la osservazione del mondo può risultare affascinante ancora oggi, nonostante satelliti e strumenti informatici sembrerebbero avere dissolto ogni mistero sulla conoscenza della Terra.  

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Vincenzo Coronelli (da Epitome cosmografica, 1693)

L’esposizione veneziana ci riporta a un’epoca in cui le esplorazioni geografiche stavano rivoluzionando il patrimonio di ipotesi e certezze tramandate dagli scienziati antichi. Il francescano Vincenzo Coronelli acquistò notorietà con i primi globi realizzati per il duca di Parma Ranuccio II Farnese e fu poi “ingaggiato” per realizzarne due enormi (hanno un diametro di quasi quattro metri e pesano due tonnellate ciascuno) per il re di Francia. Tornato in patria e residente nel convento di Santa Maria Gloriosa dei Frari, fu apprezzato “cosmografo” per la Repubblica di Venezia e – oltre a realizzare numerosi altri globi di  diverse dimensioni – pubblicò opere che illustrano le sue conoscenze geografiche: in particolare l’Epitome cosmografica e l’Atlante Veneto. Sua anche l’idea di avviare un esperimento di “enciclopedia” che precedette gli illuministi francesi, mentre in una vera e propria società di appassionati geografi, l’Accademia cosmografica degli Argonauti, si discuteva delle novità che si andavano scoprendo in cielo e in terra. Per alcuni anni, tra il 1701 e il 1704, fu anche generale del suo ordine religioso.

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Il globo celeste di Coronelli da restaurare (1689)

Coronelli produsse una quantità davvero rilevante di globi e di carte terrestri e celesti e alcuni fusi esposti in questa mostra permettono di leggere la grande messe di informazioni che venivano riportate su questi capolavori: in quelli celesti notizie astronomiche, zodiacali, la rosa dei venti; in quelli terrestri nazioni, città, fiumi e montagne, popoli ed eventi storici. E spesso in più di una lingua, greco, latino e arabo compresi. Al centro dell’attenzione dell’ «Immagine del mondo» è comunque la coppia di globi (terrestre e celeste) da 106 centimetri di diametro che Coronelli donò nel 1689 alla repubblica di Venezia e che sono tuttora conservati alla Biblioteca Marciana. Il globo celeste (che ha la particolarità di essere stato completato a mano perché furono usate per l’incisione lastre ancora incomplete) è però bisognoso di restauri: il costo stimato per l’intervento, che verrà effettuato senza spostarlo dalla sala dove si trova, è di 25mila euro e la Marciana incoraggia potenziali donatori a fare uso dell’Art bonus, la misura prevista dal governo che permette di avere sgravi fiscali in caso di donazioni finalizzate al recupero di opere d’arte.

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Globo da tre oncie (8,5 cm). Collezione Rudolf Schmidt

La passione per i globi, tra XVI e XVIII secolo, prese sovrani e famiglie nobili e fece crescere la domanda. Altre opere di Coronelli sono conservate in Austria, Germania, in diverse istituzioni venete (nello stesso museo Correr di Venezia) ed emiliane. Due molto belli sono ospitati a Bergamo, nella Sala Tassiana della Biblioteca Angelo Mai, restaurati pochi anni or sono grazie al Fondo Ambiente Italiano (Fai). Per restare a Venezia, alla Fondazione Querini Stampalia sono esposti due globi dell’olandese Willem Blaeu (1571-1638), allievo dell’astronomo Tycho Brahe, e quindi precedenti a Coronelli, e due piccoli globi di Gilles Robert de Vaugondy (1688-1766), di età successiva.

Chiudo con una curiosità. Coronelli ideò anche mini-globi di tre oncie, dimensioni di poco superiori a una pallina da tennis: e li indicava per essere «accomodati per portare nella sacoccia». Di questo globo tascabile, la mostra offre un esempio raro e, grazie a un modellino su carta con le istruzioni, la possibilità di costruirsene uno uguale per sé.

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Perché il nostro mondo tecnologico non può fare a meno dei classici

20180403_184317Di classici si parla spesso, a intervalli ricorrenti, ripetendo interrogativi antichi di secoli sull’opportunità di continuare a dedicare loro spazio, rispetto alla possibilità di privilegiare – soprattutto a scuola – argomenti e materie più vicine all’attualità, ritenute più utili per il mercato del lavoro. Nel dibattito si mescolano due aspetti: conoscenza delle lingue classiche (sostanzialmente latino e greco) e conoscenza dei testi classici, anche se è evidente che, abolendo o limitando la conoscenza della lingua, si restringerebbe anche la possibilità di apprezzare testi e messaggi delle letterature classiche. Sul fronte della lingua non sono mancati i difensori: per citare solo i più recenti, Andrea Marcolongo per il greco e Nicola Gardini per il latino. Invece ai contenuti, alla conoscenza dei classici in quanto patrimonio di cultura è prevalentemente dedicato  l’agile volume Ritorno ai classici. Dieci saggi, edito lo scorso anno da Vita & Pensiero, che riunisce articoli di autori diversi, pubblicati tra il 2005 e il 2017 sulla rivista Vita&Pensiero (con prefazione di Alessandro Zaccuri) talora allargando lo sguardo fino agli autori delle letterature moderne. Storici. filosofi, letterati, poeti, insegnanti, ma anche un biblista e due scienziati: tutti sostanzialmente concordi nel ritenere un bene per la nostra società conoscere opere scritte da alcuni degli ingegni più alti che l’umanità abbia avuto e tenere in considerazione i valori che hanno espresso. Che ci sia sempre stato chi vuole fare tabula rasa del passato è dimostrato da Cicerone, che sosteneva (Orator 34, 120) che non conoscere ciò che è accaduto prima di noi significa rimanere eterni bambini. In tempi molto più recenti, Italo Calvino nel suo famoso articolo «Perché leggere i classici» (1981) proponeva ben 14 definizioni e concludeva che «la sola ragione che si può addurre è che leggere i classici è meglio che non leggere i classici». Mi piace però aggiungere la definizione di testo classico che proponeva già nel 1980 l’italianista Paolo Paolini, che fu anche mio professore al liceo: «Un libro che a ogni lettura rivela nuovi significati, nuovi aspetti e nuove sfumature, dà nuove risposte, in definitiva regala nuova bellezza». Parole che prefiguravano la definizione numero sei di Calvino: «Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire».

Nel volume di Vita&Pensiero si parte con il saggio del cardinale Gianfranco Ravasi, che esamina l’incontro tra classici (greci e latini) e Nuovo Testamento. Lungi dal volerli contrapporre, Ravasi segnala – sintetizzando osservazioni di Giovanni Paolo II – che «la Bibbia si presenta modello di inculturazione o acculturazione sia a livello linguistico, sia in ambito letterario (si pensi ai generi letterari), sia nell’orizzonte ideale. E su questa via s’incamminò la tradizione cristiana».

L’italianista Claudio Scarpati osserva che «i classici contengono figure, meditazioni, vicende attraverso cui le generazioni che ci hanno preceduto sono passate, hanno tentato di decifrare il mondo e di penetrare nel groviglio degli interrogativi che l’uomo si pone quando è lucido e libero». Ed esorta ogni insegnante a non demordere nel proporre i testi classici: «Se concede agli studenti la stima che meritano, può ritenerli degni di andare con il suo aiuto incontro a testi che hanno sollecitato l’attenzione di chi li ha letti in passato e ha trovato in essi qualcosa di rilevante per la propria esistenza. Sono i testi che parlano, più di colui che li propone».

La storica Cinzia Bearzot ritiene che del patrimonio della cività occidentale (fatto di concetti, valori e discipline) «è necessario alimentare la memoria per mantenere viva, attraverso di essa, un’identità consapevole». Riprendendo concetti già di Antonio Gramsci la studiosa spiega che «senza la memoria del passato, il presente diviene incomprensibile», e «non c’è identità senza conoscenza del proprio passato e senza un confronto critico con esso». La conoscenza del greco e del latino «è uno strumento imprescindibile di confronto interculturale, che permette di accedere a un patrimonio immenso di testi e di penetrare criticamente nel pensiero e nella cultura degli antichi, individuando le continuità e riconoscendo le alterità, senza accontentarci di una conoscenza superficiale degli elementi costitutivi della nostra tradizione culturale».

Il poeta Valerio Magrelli propone di ritornare ai classici in modo più libero, per scelta e non per dovere scolastico. Ma aggiunge che bisognerebbe ritradurre i classici. Traduzioni che datano a quaranta, cinquant’anni fa non sono più percepibili: il salto linguistico è troppo ampio: «Sarebbe straordinario se la scuola riattivasse tutta l’ampiezza dello spettro espressivo della letteratura greca e latina. Sono convinto che si otterrebbe, da parte dei ragazzi, una risposta entusiastica».

Il filosofo Dario Antiseri, richiamando la teoria ermeneutica di Hans-Georg Gadamer, sottolinea che «tutta la ricerca scientifica avanza sul sentiero delle congetture e delle confutazioni, procede per trial and error». E poiché si impara dall’errore «si comprende l’urgente necessità di una didattica che punti sui problemi più che sugli esercizi, che insista sullo sfruttamento pedagogico dell’errore e che sempre in vista della costruzione di menti critiche, investa su pratiche didattiche come: il tema argomentativo, versioni di greco e di latino, il riassunto, esperienze di storiografia locale». Tutte «preziose pratiche ermeneutiche e, dunque autentiche pratiche di tipo scientifico».

L’umanista Carlo Carena, che alla sua veneranda età mostra di apprezzare i benefici dello strumento Internet, non manca però di ammonire che in un tempo che sembra freneticamente lanciato in avanti «il classico ha bisogno per eccellenza di ascolto e di riflessione, è fermo nella sua costituzione, tanto profonda è la sedimentazione della tradizione e del mestiere presenti nelle sue pagine; tanto complesso e vasto è il suo modello antropologico».

Da scienziato, Alberto Oliverio ammonisce che «l’entusiasmo nei confronti della tecnologia […] non può comportare un’ignoranza dei valori insiti in una cultura classica. La lettura dei classici greci e latini consente infatti un’approfondita comprensione dei rapporti umani, della politica, dei valori». La cultura classica è importante anche per scienziati e tecnologi – avverte – «il cui pensiero non può essere monodirezionale». Allo stesso tempo suggerisce di superare la separazione tra le «due culture» trascinando il lettore «nei campi della scienza attraverso il cavallo di Troia della scrittura creativa, coinvolgendolo emotivamente in trame e vicende che derivano da un ambito indubbiamente poco noto ai profani qual è il mondo della scienze e delle tecnologie».

Paola Mastrocola, insegnante e scrittrice, difende l’importanza della conoscenza delle parole, con la loro «ricchezza polisemica e simbolica»: «Vorrei che i ragazzi non perdessero la capacità di capire e usare le parole. Ecco perché vorrei che studiassero latino e greco, in tanti, il maggior numero possibile» e che «al centro ci fosse sempre la traduzione, la sfida più difficile». Nello specifico, «il latino e il greco mi sembrano lo strumento ideale per acquisire quell’attenzione alle sfumature lessicali, all’etimologia, ai legami logici, all’architettura delle frasi, alle sottigliezze infinite del senso, insomma tutto ciò che ci consente di “capire” davvero», non solo un testo greco, ma qualsiasi libro.

La grecista Antonietta Porro osserva che la tradizione non è «un motore immobile» e «la nostra tradizione classica ha generato opere d’arte, letteratura, forme di pensiero diverse nel tempo, perché essa è stata modificata dalla sua ricezione, cioè dalla relazione con il tempo, con la storia». Quanto al liceo classico, accostare le civiltà antiche senza la conoscenza della lingua, nasconde l’insidia di abolirne di fatto lo studio: «La lingua è, nel caso delle scienze dell’antichità, lo strumento ineludibile per introdursi alla civiltà ed è testimonianza essa stessa della mentalità che la esprime».

Infine il fisico Guido Tonelli ribadisce che «una formazione basata sulle traduzioni dal greco e dal latino addestri meglio la mente duttile dei giovani all’uso implacabile della logica; che è lo strumento principe con cui si sviluppano discipline che solo apparentemente sembrano così diverse fra loro, come la filosofia e la fisica». E aggiunge: «Di cultura umanistica c’è bisogno per far progredire la società, per definirne gli scopi, e per dare un senso e umanizzare lo stesso processo scientifico». Concludendo: «Oggi la scienza progredisce a ritmo incalzante. Chi allora, se non i filosofi, gli umanisti, gli artisti, potrà dare senso all’esistenza umana nell’epoca del dominio della scienza e della tecnologia?».

Parole che mi sembrano da sottoscrivere pienamente, anche se probabilmente il dibattito è destinato a non terminare mai.

Il mondo greco di Lanza e Vegetti

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Università di Pavia, Cortile delle statue

Per un caso davvero singolare, il filosofo Mario Vegetti e il grecista Diego Lanza sono morti a pochi giorni di distanza. Non so bene da dove cominciare per rievocare il sodalizio umano e professionale che ha unito i due studiosi. Coetanei (erano nati nel 1937), compagni di studi all’università di Pavia, hanno condiviso poi per un trentennio anche l’insegnamento alla facoltà di Lettere e Filosofia dello stesso ateneo: il primo sulla cattedra di Storia della filosofia antica, il secondo su quella di Letteratura greca (e di Storia del teatro e della drammaturgia antica). I giornali (a parte la Provincia Pavese) hanno dato maggior rilievo al filosofo (che peraltro si era laureato in Lettere con una tesi su Tucidide), forse per una certa maggiore notorietà a livello del pubblico, ma tra gli addetti ai lavori l’opera del grecista è altrettanto ben nota e apprezzata.

Il Corriere della Sera lunedì 12 aveva dato la notizia della scomparsa di Vegetti, affidando a un lungo articolo di Antonio Carioti («Riportò Platone in mezzo a noi») il compito di tracciare un ritratto complessivo dello studioso, sottolineandone una disposizione di fondo: «Convinzione profondamente radicata di Vegetti era che lo studio del mondo classico fosse fondamentale per aprire le menti». Della sintesi della carriera accademica, degli interessi scientifici e delle pubblicazioni, fino alla direzione (con Franco Trabattoni) della corposa Storia della filosofia antica in 4 volumi (Carocci, 2016), mi piace evidenziare l’interesse – ma anche la contestazione – delle tesi sulle «dottrine non scritte», cui sarebbe stato affidato il «vero» pensiero di Platone, che aveva elaborato Hans Krämer della Scuola di Tubinga e che il filosofo dell’Università Cattolica, Giovanni Reale, aveva diffuso in Italia con il testo Per una nuova interpretazione di Platone, pubblicato la prima volta dalla Cusl nel 1984. Nello stesso anno, Vegetti ne fece oggetto nel suo corso universitario, il primo – credo – ad avviare il dibattito sul nuovo paradigma rilanciato da Reale.

Avvenire affida a un ex allievo, Michele Abbate, la rievocazione del filosofo: «Devo all’insegnamento di Mario Vegetti un’assoluta e intransigente attenzione al rigore metodologico e filologico, che, come egli stesso mi ha mostrato, è l’imprescindibile presupposto di ogni autentica riflessione filosofica, sia essa di carattere etico, politico o anche teoretico» (posso aggiungere che – agli esami – apprezzava la precisione terminologica e osservava con un po’ di rammarico che mediamente gli studenti di lettere classiche erano più attenti su questo fronte rispetto a quelli di filosofia). Mentre sulla Stampa, Maurizio Assalto sottolinea l’interesse per la scienza antica (del resto Vegetti aveva cominciato nel 1965 con il Corpus Ippocraticum, Utet), per l’etica e la politica, fino alla monumentale edizione commentata della Repubblica di Platone (Bibliopolis, 1998-2007) e al volume Un paradigma in cielo (Carocci, 2016), che illustra le interpretazioni del filosofo ateniese fino al Novecento.

Nella sua ultima fatica, Chi comanda nella città (Carocci, 2017), Vegetti affronta il tema del potere nell’antichità, con illuminanti aperture sul mondo moderno e contemporaneo. Così su Avvenire, l’11 giugno scorso, lo recensiva Riccardo De Benedetti: «Si legge nel libro un’indicazione preziosa per l’attuale discussione pubblica. Ed è quella che ci chiarisce, una volta per tutte, che le “teorie politiche antiche si sono sempre fondate, direttamente o indirettamente, sui presupposti di un’antropologia influente”, il che presuppone una qualche risposta alla domanda: qual è la natura umana». De Benedetti concludeva: «Condurre la discussione politologica verso quella domanda, mantenerla aperta contro tutti i tentativi di chiuderla e, in qualche caso, gettarla nell’irrilevanza, è il contributo più serio e meritevole di questo piccolo libro».

Alla coppia di «intellettuali» dedica un articolo anche il manifesto, a firma di Massimo Stella, evidenziandone soprattutto l’impianto ideologico: «Della tradizione marxista hanno rappresentato la declinazione politico-scientifica, non quella storicistico-umanistica». Peraltro dire che «forse anche per una forma di nostalgia politica, Lanza e Vegetti erano studiosi legati al collettivo di studi», o che i seminari di letteratura greca diretti da Lanza «erano straordinari laboratorio di pensiero in cui laureandi, dottorandi, ricercatori e professori dialogavano democraticamente», non mi pare il modo migliore per evidenziare i loro meriti. Il seminario per laureandi come luogo di confronto, nella facoltà di Lettere pavese, era stato già adottato per la storia antica da Emilio Gabba; quello per gli studenti che iteravano l’esame di letteratura greca – posso testimoniare – aveva valore variabile a seconda di chi lo conduceva (non sempre Lanza). Piuttosto di Lanza mi piace ricordare la capacità di coinvolgere gli studenti durante le lezioni, che partivano da un’accurata analisi dei testi, fossero di poesia o di prosa. Sul piano delle pubblicazioni, mi sembra opportuno citare una delle sue ultime fatiche: Storia della filologia classica (Carocci, 2016), curato in collaborazione con Gherardo Ugolini. Il libro è una rassegna dell’approccio agli studi classici da parte dei filologi a partire dalla fine del Seicento ai giorni nostri e colma una lacuna che lascia spesso disorientati gli studenti universitari. Da Richard Bentley a Bruno Gentili, passando per Friedrich Wolf, Karl Lachmann, Ulrich von Wilamowiz-Moellendorff, Werner Jaeger e Giorgio Pasquali (per citare solo alcuni dei sommi), il volume permette di seguire come si è evoluto – lungo oltre tre secoli – l’approccio allo studio del mondo classico, in dipendenza certamente delle capacità e degli orientamenti personali dei filologi, ma anche del clima culturale delle varie epoche e nazioni, senza trascurare il cruciale apporto delle scoperte papirologiche.

Concludo con un’osservazione  un po’ particolare. Vegetti ha fatto in tempo a sapere che Lanza era morto: nel necrologio pubblicato l’8 marzo scorso sul Corriere della Sera, assieme alla moglie Silvia Finzi esprime il dolore per la scomparsa di un «indimenticabile amico e compagno di studi di una vita intera». E aggiunge, in greco: «Eu prattomen, Diego». Questo augurio indirizzato all’amico, ma alla prima persona plurale, è – mi pare – la testimonianza di un uomo che cercava di offrire un conforto, ma lo chiedeva anche per sé mentre si preparava ad affrontare la suprema prova terrena.

Pericle e Atene, il difficile equilibrio della democrazia greca

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Il Partenone di Atene

C’è molto più che un esame della figura di Pericle nell’articolo di Marco Beck «Statista illuminato o spregiudicato demagogo?» che L’Osservatore Romano ha pubblicato sull’edizione del 9 febbraio, in coincidenza con la giornata mondiale della lingua greca promossa dal governo ellenico. Prima di analizzare il volume Pericle. La democrazia ateniese alla prova di un grand’uomo (Einaudi 2017, pagine 306, euro 30), opera di Vincent Azoulay, docente di Storia greca all’Université de Paris-Est Marne-la-Vallée, Beck ripercorre le difficoltà dell’industria culturale italiana, tra le difficoltà del teatro bisognoso di contributi pubblici alla crisi dei cinema, dall’emorragia di copie vendute dai giornali all’andamento negativo del mercato librario. Si registra tuttavia, osserva Beck, una crescita di opere dedicate a una rivisitazione del mondo antico per presentarne contenuti e valori a un pubblico non di soli specialisti. Un’alta divulgazione cui sembrano (finalmente verrebbe da dire) meno restii gli esperti delle discipline classiche, capaci quindi di «mettere il loro sapere, in modo per così dire democratico, a disposizione di vaste platee, e non esclusivamente di ristrette élites». Quale esempio di questo lavoro di mediazione, Beck cita il libro di Mary Beard, docente a Cambridge, che ha messo a frutto la sua esperienza di curatrice del supplemento letterario del Times nel volume Fare i conti con i classici. Leggerli, studiarli, amarli (Mondadori, 2017, pagine 384, euro 25).

Nel lavoro su Pericle, scrive Beck, Azoulay cerca di separare «il grano dell’oggettività dal loglio della mitologia» su un personaggio che sempre – sin dai contemporanei – ha suscitato grande ammirazione e altrettanto grandi dubbi, quando non ostilità. Anche lo storico Christian Meier, nel suo Atene, ricorda che pochi anni dopo la morte di Pericle, il tragediografo Sofocle nell’Edipo re presenta la figura di un uomo, saggio e potente, che tuttavia precipita nell’abisso, rischiando di trascinarvi la sua città. E Meier vede in filigrana un’allusione a Pericle e ad Atene: «Impossibile non cogliere, nelle parole rispettose di Sofocle, un accento di profonda preoccupazione».

Azoulay, erede – scrive Beck – della scuola storico-antropologica francese (Georges Dumézil, Pierre Grimal, Jean-Pierre Vernant, Pierre Vidal-Naquet, Marcel Detienne) cerca di accantonare i pregiudizi e prende in considerazione le tradizioni favorevoli a Pericle (Tucidide) e quelle ostili (Plutarco, per non dire dei poeti comici) per costruire un profilo equilibrato dell’uomo politico più famoso nella Grecia del V secolo. E analizza il perpetuarsi delle due posizioni nel lavoro degli storici nel corso dei secoli, fino alle opportunistiche strumentalizzazioni che della figura di Pericle fecero tanto i nazisti quanto i britannici. E il conflitto tra studiosi europei e americani, osserva Beck, non pare ancora placato. In conclusione la novità del lavoro di Azoulay risiede nella «analisi del complesso rapporto tra i polítai, i cittadini, e il più volte rieletto strategós, il “premier”». Il tema del consenso nella democrazia è sempre stato intrigante e problematico. E non ha cessato di esserlo.

La battaglia anti romantica del siracusano Tommaso Gargallo

Recensione del libro di Gianluca Majeli “La mania della letteratura” di Tommaso Gargallo

2017-09-15 16.09.33L’ultimo frutto del mio viaggio primaverile a Siracusa è stata la scoperta del libro “La mania della letteratura” di Tommaso Gargallo, testo di Giancarlo Majeli pubblicato dalle edizioni siracusane VerbaVolant e acquistato nella storica libreria Mascoli a Ortigia. Un’opera che permette di accostare la figura del letterato siracusano Tommaso Gargallo (1760-1843) attraverso un numero relativamente piccolo delle sue lettere all’abate Giovanni Cristofano Amaduzzi e al poeta Angelo Maria Ricci e di gettare un po’ di luce su alcuni ambienti culturali nel regno borbonico prima e dopo le bufere della rivoluzione francese e dell’epoca napoleonica.

Il marchese Tommaso Gargallo fu infatti figura di spicco nel panorama culturale siracusano: a lui è dedicata una via nel cuore di Ortigia vicino alla storica sede (ora chiusa) del liceo classico, anch’esso intitolato al nobile letterato. Il suo rango familiare lo portò a impegnarsi nell’amministrazione borbonica: risiedette a lungo a Napoli, fu ministro di Guerra e seguì il suo re Ferdinando di Borbone quando la corte fu costretta a riparare a Palermo. Ma furono le lettere la sua vera passione e rimase noto soprattutto per la sua traduzione del corpus delle opere di Orazio (oltre ad alcune satire di Giovenale e al De officiis di Cicerone) e per alcune raccolte di poesie pubblicate sin dalla giovinezza fino alla vecchiaia. Postume invece apparvero le Memorie autobiografiche, non sempre del tutto attendibili.

Gargallo, scrive Majeli, «potè godere di un’educazione scolastica come pochi a Siracusa», ma la svolta nella sua vocazione letteraria fu rappresentata dalla conoscenza di Ippolito Pindemonte, che nel 1779 giunse a Siracusa venendo da Malta. «L’incontro con il letterato veronese – continua Majeli – rivestì un’importanza centrale nella vita di Gargallo. Insieme i due visitarono parte della Sicilia orientale e la loro frequentazione fece da rinforzo alle velleità poetiche del giovane siracusano». Gargallo intraprese il suo grand tour a 22 anni, e venne in contatto con i circoli culturali a Napoli e a Roma, dove entrò in Arcadia e conobbe Vincenzo Monti e l’abate Amaduzzi. Nel suo viaggio verso il nord incontrò anche Melchiorre Cesarotti a Padova e Giuseppe Parini a Milano e scambiò un paio di lettere con Vittorio Alfieri, a cui spedì alcune sue poesie. Aveva già iniziato a tradurre Orazio, ma le incombenze della politica attiva lo assorbirono per diversi anni. Ripresa a pieno titolo l’attività letteraria poté quindi pubblicare il suo Orazio (parzialmente nel 1809-11, in modo completo nel 1820), riprendere viaggi culturali nella penisola, frequentare il Gabinetto Viesseux a Firenze, incontrare Alessandro Manzoni a Milano, giungendo fino alla corte imperiale a Vienna. Fedele in poesia a un’impostazione classicista, nel 1837, oltre vent’anni dopo il famoso articolo di madame de Staël che innescò il dibattito tra classicisti e romantici, Gargallo tenne una conferenza a Firenze presso l’Accademia della Crusca per “stroncare” la nuova moda letteraria.

Il libro di Majeli, dottore di ricerca in Lettere, permette di conoscere da vicino formazione, gusti e atteggiamenti culturali del marchese siracusano. Occorre osservare, in primo luogo, che le due corrispondenze sono piuttosto diverse: il primo gruppo di lettere (tra il 1783 e il 1791) è rivolta da Gargallo all’abate Amaduzzi, di vent’anni maggiore di lui, e mostra un atteggiamento da discepolo a maestro. Del secondo gruppo (tra il 1818 e il 1842) è destinatario il poeta Ricci, viceversa di 16 anni più giovane di un Gargallo ormai a suo agio nel mondo delle lettere, e in grado di dispensare consigli mentre viaggia per l’Italia e l’Europa. Ad accomunare i due carteggi è la passione per gli studi letterari da cui Gargallo si dice vinto: nel 1784 confessa di consumare al tavolino «la maggior parte del giorno in compagnia delle muse» e nel 1820 si dichiara «assorbito dalla insaziabilità de’ classici, che mi tengono al loro servizio».

Dell’ampia documentazione cito solo alcune curiosità letterarie. Da Siracusa, l’8 settembre 1784, un ventiquattrenne Gargallo – fresco del suo itinerario nella penisola – mostra di soffrire l’insularità della sua patria e prega l’abate di tenerlo informato: «Non mi siate avaro dunque di qualche nuova letteraria». Interessante è anche notare la lunga gestazione della sua traduzione di Orazio: il 26 gennaio 1785 scrive ad Amaduzzi di essere «quasi impaziente di darlo presto» alle stampe, ma ne è trattenuto dalla notizie che «l’Abate Gagliano» (Ferdinando Galiani) di Napoli sta compiendo approfondite ricerche sul corpus oraziano, sia di tipo antiquario sia di tipo filologico, scoprendo errori degli antichi amanuensi. Gargallo ritiene quindi «non convenirmi di precedere colla mia versione le sue osservazioni». Ma queste tardano e non arriveranno che postume, osserva Majeli, nel 1910.

Ancora la traduzione di Orazio è ben presente tra gli argomenti del carteggio con Ricci, soprattutto negli anni in cui stava preparando l’edizione. Nel 1818, riconoscendo di avere ancora molto lavoro da fare tra note e proemio, sbotta: «Ma parvi che io possa tutta consumar la mia vita con questo diavolo di pugliese, nato 19 secoli fa per tormentarmi?». La traduzione di Orazio, finalmente pubblicata per intero nel 1820, gli diede comunque soddisfazione, a partire dalla favorevole recensione comparsa sulla Biblioteca Italiana. Il rapporto di Gargallo con i giornali (letterari) e i giornalisti è ambivalente: da un lato afferma di riporre la sua «ambizione letteraria ne’ valentuomini che leggono e giudicano dal loro tavolino senza pubblicare le loro sentenze ne’ pubblici fogli» (10 maggio 1820), da un altro si preoccupa che del suo Orazio si parli: «Se bene o male non me ne curo: piacemi soltanto che se ne parli, giacché sapete che la morte delle opere di gusto non è già la censura, ma il silenzio» (4 ottobre 1820). E ammette di avere sentito un po’ di vanagloria per il successo: «Doni di libri, lettere di letterati, giornali d’oltremonte ed oltremare, … tutto ciò congiura a farmi girare la testa» (22 agosto 1821). E i giornali li cerca: «Non so di qual giornale mi parliate, mentre mi esortate ad appagar le obbliganti premure de’ redattori del Giornale pisano. … mandatemi qualche foglio anche vecchio e dell’Antologia e del Giornale di Pisa» (25 gennaio 1822). La sicurezza ormai acquisita in campo letterario lo spinge – nelle lettere a Ricci – a giudizi piuttosto netti su Vincenzo Monti (2 maggio 1818) o sulla qualità della traduzione dal latino di Melchiorre Cesarotti: proprio per rivaleggiare con il letterato padovano decide di volgere egli stesso in italiano le sette satire di Decimo Giunio Giovenale che l’altro aveva tralasciato (26 aprile 1820). E nell’attacco alla poesia romantica coinvolge persino Dante: «Piacemi sentire che la mania trecentista vadasi dissipando, e così si sperdesse la romantica! Rispetto il poema sacro e soffrirò che i suoi sacri adoratori mi tengano per sacrilego: ma ad onta di ciò, non lascerò mai di parlare, ove mi capiti, il mio linguaggio» (17 aprile 1833). Curioso che chi fa le pulci a Dante, si fosse profuso in lodi sperticate verso l’amico poeta Ricci (cui imputava solo la fretta e uno scarso labor limae), riempiendolo altresì di consigli sui suoi poemi Italiade e San Benedetto e suggerendogli di non rispondere alle critiche, ma di ignorarle, secondo l’esempio di Vittorio Alfieri (10 maggio 1820). Suona invece un po’ schematico l’approccio di Gargallo alla composizione della tragedia Calliroe: scrive infatti che il divertimento suscitatogli dalla lettura del romanzo greco di Caritone «mi ha fatto nascere pensiero di poterne ricavare una tragedia». E indica a Ricci (1° agosto 1821) i motivi: «Comoda e miracolosa opportunità da combinar le tre diaboliche unità aristoteliche; argomento interessantissimo, argomento siracusano e nuovo affatto al teatro capacissimo di una gran marea di affetti». Tornando a chiedere all’amico pochi giorni dopo (11 agosto): «Non è vero che l’argomento è bellissimo? E poi intatto, innocuo, patrio; quasi nato-fatto per dare una solenne mentita agli spiriti forti della poesia, ed a’ Romantici».

Interessante (e importante, nota Majeli) il “cenacolo letterario classicista” che si riuniva a casa Gargallo a Napoli: «Il venerdì sera sono onorato da quattro, o cinque amici. Son essi Don Gaetano Greco, Lampredi, Scrofani, Selvaggio e Montrone. Montrone ha cominciato a leggerci le sue satire di Giovenale in terza rima. Già comprendo il concetto, che formate di questa unione dalla qualità de’ componenti: ma preferireste forse la Sebezia, e la Pontaniana?» (22 agosto 1818).  E per quanto spergiurasse: «Io non mi macchierò mai di Romanticismo» (20 novembre 1821), s’interessa (1° febbraio 1822) di sapere «che volea far madama de Staël di quella mia versione sdrucciola del IV dell’Eneide?», un poemetto in 100 ottave – spiega Majeli – che parafrasa il IV canto del capolavoro virgiliano, e che fu pubblicato nella raccolta di versi di Gargallo nel 1794: non vi sono però tracce negli epistolari di commenti della scrittrice francese. E non si può evitare anche di notare, osserva Majeli, che Corinne, il romanzo della de Staël, era conosciuto e letto nella famiglia Gargallo, e la figlia Anna ne era addirittura entusiasta.

Non va dimenticato, osserva Majeli, che «il Romanticismo è per Gargallo indisgiungibile dal Liberalismo». E il marchese era un tipico esponente della nobiltà dell’ancien régime, che frequentava non solo la corte borbonica ma era in confidenza con il cardinale Fabrizio Ruffo di Calabria (che nel 1799 contribuì ad abbattere la Repubblica partenopea) e con il principe di Metternich. Peraltro non potè non subire l’influsso dei tempi e le «novità» romantiche «contro le quali polemizzava» sono «comunque presenti in qualche misura in alcune sue raccolte di versi più tarde, come Le Veronesi e Le Malinconiche». Notevole infine, il suo ruolo – evidenziato da Majeli – di trait d’union tra intellettuali della Sicilia e del resto del paese, con una lungimirante volontà sia di diffondere le opere letterarie sia di sostenere nell’isola la costruzione di un’istruzione pubblica che raggiungesse i ceti più poveri ed emarginati, come testimoniano le sue lettere all’erudito palermitano Agostino Gallo, che egli aveva presentato come poeta alla corte borbonica di Napoli. Fedele a un’impostazione da riformista illuminato che aveva sviluppato sin dagli anni giovanili.

Carta, foto, pietre… Rane: mille motivi per visitare Siracusa

20170609_105031Oltre a poter assistere alle ultime rappresentazioni delle Rane di Aristofane al teatro greco (terminano domenica 9 luglio), una visita in questi giorni a Siracusa permette di scoprire alcune mostre interessanti, legate all’antichità classica ma non solo. Innanzi tutto la tradizionale «Inda Retrò», che l’Istituto nazionale del dramma antico dedica alle precedenti rappresentazioni delle opere in cartellone. Quest’anno la mostra è divisa in tre parti. La prima sono documenti, foto e testi, e abiti di scena appunto di Sette contro Tebe, Fenicie e Rane. L’opera di Eschilo è stata rappresentata tre volte (nel 1924, 1966, 2005), quella di Euripide solo nel 1968 e la commedia di Aristofane nel 1976 e nel 2002. Esaminando i documenti nelle vetrine si scoprono alcune curiosità, come il fatto che le stagioni negli anni Sessanta erano molto corte (19 giorni nel ’66 e nel ’68), o che nel 1976 la terza opera, la commedia plautina Rudens, fu rappresentata all’anfiteatro romano di Siracusa. E si trovano spartiti musicali, lettere, locandine e foto ancora in bianco e nero degli spettacoli. Completa la rievocazione, un filmato a cura di Franca Centaro, che permette di vedere dal vivo brani di alcune delle più recenti rappresentazioni.

In un’altra sezione («La città come scena, la città nella scena») si esamina lo sviluppo architettonico-urbanistico di Siracusa nel corso dei decenni dal particolare punto di osservazione rappresentato dal teatro greco con focus sugli anni 1970, ’84, ’96, 2000 e 2012. La ricostruzione è a cura della facoltà di Architettura dell’Università di Catania con sede a Siracusa. Infine «Il superbo spettacolo», a cura di Angela Gallaro Goracci, è un esame dell’evoluzione del pubblico nel corso del tempo con una foto per ogni decennio: dalla folla negli anni Venti (ma gli uomini erano in giacca e cravatta) ai giovani con gli smartphone degli anni Duemila.

20170611_204520Costituisce un ulteriore motivo di interesse il fatto che le tre mostre sono ospitate nell’atrio del Teatro Comunale di Siracusa, che è stato rimesso a disposizione solo da pochi mesi dopo un lungo lavoro di restauro. Il teatro, che risale alla fine dell’Ottocento, era infatti chiuso da più di cinquant’anni e la sua riapertura offre un nuovo motivo di interesse e un’occasione di arricchimento culturale per la città. Spiccano nell’atrio tre magnifici lampadari in vetro di Murano, dono di Dolce&Gabbana, ma tutta la struttura è stata rimessa a nuovo in modo esemplare. E nelle sere dei fine settimana è possibile usufruire di una visita guidata che illustra la storia e le particolarità dell’edificio.

20170706_121514Curiosità antiquaria e tanta passione sono invece presenti nella piccola ma interessante esposizione aperta nella Sala Caravaggio dell’ex museo archeologico in piazza Duomo. «Memorie su Carta» rievoca la figura del disegnatore Rosario Carta (1869-1962) che fu prezioso collaboratore degli archeologi che si sono succeduti dalla fine dell’Ottocento alla guida della Soprintendenza alle antichità (ora ai Beni culturali e ambientali), da Paolo Orsi a Giuseppe Cultrera a Luigi Bernabò Brea. La mostra, a cura di Rosalba Panvini e Marcella Accolla, documenta l’attività di questo figlio della terra siracusana (era nato a Melilli) affiancò le operazioni di scavo in diversi luoghi della Sicilia (oltre a Siracusa, anche Eloro, Gela, Camarina e altri), documentando con disegni accurati i reperti che venivano portati alla luce, prezioso complemento delle relazioni degli archeologi. Ed ebbe anche la capacità di mantenersi aggiornato, prendendo confidenza con la nuova arte della fotografia che stava affermandosi. Scrisse di lui Paolo Orsi nel 1919: «Le terrecotte architettoniche di via Minerva oltre che da me furono amorosamente e con le più grandi cure esaminate e scrutate dal mio valoroso collaboratore, il disegnatore Sig. R. Carta, che in questa materia è diventato un pratico di singolare perizia, nel riconoscere la ragione e la funzione di ogni singola parte, di ogni minuto particolare. Egli ha sempre diretto e vigilati i restauri abilmente eseguiti dal restauratore G. D’Amico; ed alla sua perspicacia, oltre che alla mano abilissima per i disegni e gli acquarelli, io devo una quantità di preziose osservazioni, di cui ho fatto tesoro nel presente studio».

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La stanza dell’ipogeo che fu dedicata a santa Lucia

Infine, ma non per importanza, la mostra «Siracusa. Immagine e immaginario. Verso un museo della città» (fino al 15 ottobre) ospitata nell’ipogeo di piazza Duomo, riaperto solo pochi anni fa. Realizzata in occasione dei 2750 anni di Siracusa a cura dell’Archeoclub Siracusa da un’idea di Fabio Granata e uno studio di Liliane Dufour, offre testimonianza interessanti dal Cinquecento a oggi: dalle cartografie cinquecentesche a plastici in legno settecenteschi fino alle fotografie noventesche. L’ipogeo, che si apre sotto il giardino dell’arcivescovado con il suo splendido limoneto, e finisce a livello del mare al Foro Vittorio Emanuele II, nasce in epoca arcaica come cava di pietra, che fu usata per molti edifici, compresa la cattedrale (già tempio di Atena), e tornò utile durante la seconda guerra mondiale quale rifugio antiaereo per la popolazione. Toccanti le foto esposte delle torme di bambini lì rifugiati, curioso il privilegio dei nobili di avere una stanza per sé (dove peraltro saranno stati piuttosto stretti…), emozionante la devozione che fece riservare un apposito vano – con porta serrata – al simulacro di santa Lucia, qui trasferito insieme con ex voto e tesoro, evidentemente ritenuti patrimonio spirituale importante per la popolazione e meritevoli di essere messi in salvo.

Le Fenicie, una tragedia che contiene tanti drammi

20170610_190618Stessa vicenda, stile diverso. Almeno 55 anni dopo Eschilo, l’assedio a Tebe e il dramma dei figli di Edipo viene portato sulla scena ateniese da Euripide con le Fenicie. E la distanza di tempo si sente tutta. Quanto il testo di Eschilo era asciutto, limitato alla stretta vicenda dell’assedio alla città e ai duelli degli eroi, con annessa tragedia del fratricidio; tanto quello di Euripide è lungo, ricco di personaggi e di situazioni dialogiche, e contiene più di una vicenda conflittuale con relativa catastrofe (anche se gli studiosi ritengono che siano stati tramandati non pochi versi non autenticamente euripidei). Di fatto, oltre a non essere molto apprezzate dai critici, le Fenicie furono rappresentate a Siracusa solo in un’occasione, nel 1968.

Un intreccio policentrico

Nella narrazione di Euripide non pochi sono gli aspetti innovativi rispetto alla tradizione: innanzi tutto la presenza, sin dal prologo, di Giocasta, che nella versione del mito resa classica da Sofocle si era già uccisa alla scoperta di essere madre e moglie di Edipo. La donna tenta inutilmente una conciliazione tra i suoi due figli Eteocle e Polinice, una soluzione che permette una scena e dialoghi efficaci dal punto di vista drammaturgico. Poi, dopo una rassegna dei nemici osservati da Antigone dall’alto delle mura (minima ripresa, poco utile, dell’impostazione eschilea) un Eteocle esitante, molto diverso da quello che ha scacciato il fratello Polinice, si confronta con lo zio Creonte sulla strategia più efficace per respingere il nemico.

20170610_200538L’intervento di Tiresia, che riferisce il vaticinio che impone il sacrificio del figlio di Creonte, Meneceo (presente in scena) per salvare la città, aggiunge ulteriore drammaticità alla situazione. Il racconto che informa dell’esito della battaglia contiene una trovata geniale di Euripide: dapprima il messo rassicura Giocasta che i suoi figli sono vivi, poi deve ammettere che stanno per decidere l’esito dell’intera guerra con un duello mortale. Invano Giocasta si precipita sul campo di battaglia accompagnata da Antigone: giungerà in tempo solo per raccogliere gli ultimi respiri dei due figli. E un secondo racconto del messo riferirà anche del suicidio della donna accanto ai loro corpi. La tragedia parrebbe chiusa, eppure Euripide la prolunga ulteriormente: Creonte – che già vive il suo personale dramma – non solo ribadisce il “tradizionale” editto che ingiunge di lasciare insepolto Polinice, ma decide di scacciare Edipo da Tebe, in quanto fonte di perenne rovina per la città. Invano il vecchio cieco lamenta che si tratta di una condanna a morte: lo salva solo l’intervento di Antigone la quale, oltre a rifiutare le nozze con un altro figlio di Creonte, promette di accompagnare il padre nel suo esilio.

Alle novità della trama, Euripide aggiunge la sorpresa di un coro di donne fenicie, la cui presenza sembra solo apparentemente casuale (sono in viaggio dalla Fenicia al tempio di Apollo a Delfi), ma che evidentemente aveva un significato preciso, che non è ben chiarito (e di cui parlerò più avanti).

Recitazione intensa

L’allestimento siracusano del regista Valerio Binasco aggiunge ulteriori elementi innovativi, non tutti pienamente apprezzabili. La scena (ancora di Carlo Sala) si mantiene uno spazio sgombro, al centro solo un albero ormai secco e caduto, qualche panchina intorno e l’uscio (costituiti solo dagli stipiti) della casa in cui è confinato Edipo. Sullo sfondo lunghi teli di immaginarie porte (o accampamenti nemici?). Gli attori raramente escono di scena, ma terminato l’episodio che li chiama in causa si trattengono nella parte posteriore dell’ampio spazio circolare, ma sempre visibili allo spettatore. Il pavimento è rosso, colore che richiama il sangue che scorrerà abbondante. Bello l’accompagnamento musicale di Arturo Annecchino con il pianoforte in evidenza, affidato a Eugenia Tamburri.

20170610_194324Il prologo di Giocasta (Isa Danieli) strappa subito applausi, con l’intensa esposizione sia dei fatti precedenti sia del suo tentativo: ha chiesto un salvacondotto per far entrare in città Polinice (Gianmaria Martini) e tentare, in un confronto con il fratello Eteocle (Guido Caprino), di comporre il dissidio. La scena è molto bella, i due contendenti da un’iniziale contrapposizione feroce arrivano quasi ad abbracciarsi; ma l’egoismo prevale. Eteocle si mostra invasato dal desiderio di potere, Polinice chiuso nel risentimento per il torto subito non rinuncia alla minaccia di distruggere la città. La bella scena con Antigone (Giordana Faggiano) e il pedagogo (Simone Luglio) sembra più che altro un tributo che Euripide, poco convinto e poco convincente, rende alla memoria della versione eschilea della descrizione dei guerrieri nemici, anche se è difficile dire quanto l’illustre precedente fosse ancora nella memoria della città e degli spettatori. L’ingresso di Creonte (Michele Di Mauro) crea ulteriori diversivi: da un lato consiglia Eteocle, poi si confronta con Tiresia (Alarico Salaroli) e infine cerca invano di proteggere il figlio Meneceo (Matteo Francomano) il quale, entrato come mero sostegno al passo del vecchio e cieco veggente, diventa improvvisamente il fulcro della storia, il salvatore della patria, e affronta bravamente la morte. Inutili appaiono peraltro sia il suicidio in scena, sia l’uccisione di un prigioniero voluta da Eteocle poco prima. Il duplice racconto del messo (Massimo Cagnina) è un momento cruciale, con la realtà della tragedia incombente che viene svelata in due tempi, con un forte effetto di sorpresa: fuori luogo e banalizzante pare la scelta di un’inflessione da soldato meridionale per un momento così importante. Mentre l’abito a lutto di Giocasta è intonato alla sua vita di sofferenza, le divise “moderne” dei soldati sono un inutile anacronismo dopo che Antigone aveva descritto i guerrieri del campo nemico con le armature dell’epoca.

20170610_203314Nella scena finale, i quattro cadaveri davanti al pubblico esprimono la molteplicità di vicende tragiche che si sono compiute, e il cieco Edipo (Yamanuchi Hal) che si fa accompagnare ad accarezzare i corpi della moglie e dei figli sarebbe l’ultima vittima, se al decreto di Creonte non si contrapponesse la disponibilità di Antigone ad accompagnare il padre nell’esilio.

Il coro, richiamo alle origini di Tebe

Infine la questione, niente affatto semplice, del coro. Se la presenza di queste donne viene presentata come casuale, sorprese a Tebe dal precipitare degli eventi mentre si stanno accompagnando alcune ancelle destinate al santuario di Apollo, in realtà nelle intenzioni di Euripide doveva essere altamente significativa: innanzi tutto perché danno il titolo alla tragedia; in secondo luogo perché esse insistono sul loro legame atavico con il fondatore di Tebe, Cadmo, venuto appunto dalla Fenicia e loro lontano parente. E proprio per estinguere l’odio di Ares per i discendenti di Cadmo – che gli aveva ucciso il drago guardiano, facendo nascere uomini (Sparti) dai suoi denti gettati sulla Terra – sarà necessaria la morte dell’ultimo discendente di questi Sparti, appunto Meneceo. In effetti gli interventi del coro negli stasimi ripetono la storia di Cadmo e di Edipo, in un’apparente duplicazione di narrazioni. Nella sua Storia della letteratura greca, Albin Lesky osserva che «il destino di Tebe costituisce indubbiamente la cornice che racchiude tutti gli avvenimenti», anche perché le altre due tragedie della trilogia (Enomao e Crisippo), per quanto sia ignoto l’esatto contenuto, sembrano condividere un legame proprio con le vicende, in parte oscure, degli antenati di Laio e di Edipo. Quindi la scelta del regista Binasco di presentare queste donne, con abiti dimessi, quasi profughe dell’Est europeo (come sottolinea anche il loro accento), a sottolinearne l’estraneità alla vicende che si svolgono a Tebe, non mi pare per nulla convincente. Le molte storie che si intrecciano nel testo euripideo restano sì concatenate, ma alla lunga appaiono eccessive. La rappresentazione peraltro tiene avvinto lo spettatore sino al mesto finale.