In memoria di Adriano Ossicini, medico, partigiano e parlamentare. E bioeticista

In occasione della scomparsa di Adriano Ossicini, è stata ampiamente rievocata la sua coraggiosa militanza partigiana, con lo stratagemma che gli permise di salvare molti ebrei nascondendoli all’ospedale Fatebenefratelli di Roma. Poi la sua competenza di psichiatra e psicologo e la sua carriera politica, senatore per molte legislature e ministro per la Famiglia e la solidarietà sociale nel governo di Lamberto Dini. A parte Avvenire, con un articolo di Francesco D’Agostino, poco si è ricordato il suo impegno nel Comitato nazionale per la bioetica, di cui fu presidente tra il 1992 e il 1994. Mi sembra quindi doveroso ripubblicare la mia intervista, comparsa su Avvenire il 14 febbraio 2004 all’indomani dell’approvazione della legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita, di cui difendeva l’impostazione con argomentazioni scientifiche e giuridiche perennemente valide, specialmente per respingere la fecondazione eterologa. 

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Adriano Ossicini

«Non si può assolutamente parlare di legge cattolica, quanto di provvedimento che prende posizione su problemi giuridici, scientifici ed etici molto seri». Il professor  Adriano Ossicini si è già occupato, da presidente del Comitato nazionale per la bioetica (Cnb), dei temi della fecondazione artificiale: sotto la sua guida nel 1994 il Cnb diede il primo parere sulle tecniche di fecondazione assistita. E oggi, di fronte alle  polemiche suscitate da una parte del mondo politico e scientifico nei confronti della «mancanza di laicità» della legge, solleva obiezioni di carattere scientifico e giuridico.

La legge sulla fecondazione assistita è stata accusata, lungo tutto il suo iter parlamentare,  di essere un provvedimento «cattolico». Condivide questa definizione? 

Direi di no. Anzi, vorrei sottolineare che non c’è proprio bisogno di una polemica pretestuosa che non permette di capire i problemi di fondo. Sembra invece che si stabilisca «a priori» che è una legge fatta in obbedienza alla Chiesa. Così che poi ci si divide in questo modo: io non sono cattolico dunque la respingo, io sono cattolico  dunque l’approvo. Ma non è questo il punto. Certo la legge non poteva non avere un fondamento etico, ma esistono dati scientifici e giuridici inoppugnabili.

Per esempio?

La fecondazione eterologa non è accettabile per motivi giuridici e scientifici. Come è possibile che si arrivi «per legge» a stabilire che un figlio possa nascere senza conoscere il padre? Vorrei ricordare che la Costituzione prevede la «ricerca della paternità» (articolo 30). E, vista l’importanza che hanno assunto gli studi sul Dna, è possibile che il figlio non conosca il proprio patrimonio genetico, ne sia espropriato per legge? In più esistono studi ormai consolidati, di cui anch’io mi sono occupato personalmente, che hanno messo in evidenza lo stretto e profondo legame psicologico – non solo fisico – che si crea tra madre e figlio sin dall’epoca della gravidanza.

Una forte protesta ha riguardato la presunta mancanza di «laicità» dello Stato. È d’accordo?

Assolutamente no. Io vorrei esaminare articolo per articolo la legge e vedere quali sono quelli che non rispettano la laicità dello Stato. In realtà su ogni punto si troverà chi è d’accordo o meno, scienziati favorevoli e altri contrari. Ma vorrei che qualcuno mi dimostrasse che è una posizione «laica» far nascere un bambino senza padre.
Inoltre osservo che si è rispettata la libertà di voto dei parlamentari.

È vero che non viene rispettata la libertà delle donne?

Ci sono da considerare i desideri delle donne, ma anche i diritti dei bambini. Con tutto il rispetto per i desideri di maternità, dobbiamo tenere conto del fatto che il bambino non può assolutamente difendersi. E quando si parla della possibilità per le donne singole di avere un figlio, vorrei che si ricordasse – oltre al tema giuridico – quello che insegna la psicologia: il concetto di identificazione, la scelta del proprio ruolo, nascono dal rapporto
con due genitori. Può accadere di perderne uno, ma diverso è stabilire per legge che debba averne uno solo.

Ritiene che abbia pesato nell’opposizione alla legge il fatto che incideva su una situazione già consolidata?

È una legge che non era possibile evitare, era ormai fondamentale affrontare temi che apparivano urgenti già nel ’94. È importante però non darne una lettura con l’artificiosa divisione laici-cattolici. Tanto più che il Parlamento dovrà sempre più occuparsi di temi scientifici ed etici: penso alla clonazione, ai problemi della fine della vita e dell’accanimento terapeutico.

 

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Trieste, 1938: le leggi contro gli ebrei preludio della persecuzione

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Il discorso di Mussolini a Trieste il 18 settembre 1938

Quest’anno la Giornata della memoria cade a poca distanza dall’ottantesimo anniversario della promulgazione delle leggi anti ebraiche in Italia. L’evento che più di ogni altro marchia negativamente il ventennio fascista è all’origine di quell’atteggiamento discriminatorio che diventò persecuzione vera e propria pochi anni dopo. Sull’argomento offre un’interessante documentazione la mostra allestita a Trieste al secondo piano del museo della Comunità ebraica “Carlo e Vera Wagner” (via del Monte 7) e aperta fino al 29 marzo prossimo. Il titolo «Basta, qui siamo finiti!» esprime in maniera chiara la consapevolezza (che non fu di tutti), che la promulgazione delle leggi razziali nel 1938 rappresentava un punto di non ritorno, e che la tradizione di produttiva presenza degli ebrei in una città multiculturale come Trieste non era più sufficiente a garantire loro una vita pacifica. A conferma, se mai ce ne fosse bisogno, dell’integrazione degli ebrei nella prima città italiana di respiro mitteleuropeo è possibile visitare anche il primo piano del museo, dove sono esposti foto e documenti relativi ai triestini ebrei che, a partire dalla metà del Settecento, si sono distinti in molti campi della cultura (non solo i ben noti Italo Svevo e Umberto Saba). E “Porta di Sion” era chiamata la città per tutti i perseguitati ebrei che, dalla seconda metà dell’Ottocento, dall’Europa orientale confluivano su Trieste per imbarcarsi verso la terra d’Israele, meta e speranza del nascente movimento sionista, o verso le Americhe. 

A inaugurare la mostra è un filmato tratto dal documentario che realizzò l’Istituto Luce in occasione della visita di Benito Mussolini a Trieste il 18 settembre 1938 . Non fu forse un caso se il duce scelse Trieste, città con la terza comunità ebraica in Italia (5mila iscritti), per annunciare – da un balcone dell’allora palazzo prefettizio in piazza Unità (ora sede del Comune) – l’arrivo di misure anti ebraiche: «L’ebraismo mondiale è stato durante 16 anni, malgrado la nostra politica, un nemico irreconciliabile del fascismo». La frase, pretestuosa fino al ridicolo, ricevette il solito scroscio di applausi dalla piazza gremita. Ecco come rievocava quei momenti – in un’intervista del 1996 – un giovane universitario ebreo, Italo Dino Levi: «Ero sotto il palco, dove c’è guardia del corpo, tutti neri e subito davanti c’era la milizia universitaria. In quel momento uno dietro dice: “Butè fora Levi!”. E questo qui chi era? Un carissimo amico! Quando ho inteso, ho detto: Basta, qui siamo finiti!”». L’oscura minaccia di Mussolini suonò in parte inattesa, e colse di sorpresa molti ebrei, tra i quali non mancava chi fino a quel momento aveva sostenuto il regime. Tuttavia, a un osservatore attento, i preparativi per la svolta razzista, coeva a quanto andavano realizzando i nazisti in Germania, non potevano sfuggire. Anche se le leggi italiane furono approvate nel novembre 1938, erano sicuramente allo studio da tempo. Lo dimostra proprio la realtà triestina, dove una prima lista su base razziale fu promossa sin dal giugno 1937 e un altro censimento fu condotto nell’agosto 1938 per individuare gli appartenenti «alla razza ebraica». Dalla collaborazione tra Provincia e Comune fu compilata una lista di 6.787 ebrei domiciliati a Trieste, e una nuova “autodenuncia” fu richiesta agli ebrei nel 1939, e ancora nel 1942 un nuovo elenco distingueva gli ebrei puri e gli ebrei misti. Delle persone si registrava tutto: indirizzo, data di nascita, genitori, stato civile e data del matrimonio, professione e datore di lavoro. E note a matita («trasferitosi a Zurigo») testimoniano lo scrupolo con cui veniva tenuto aggiornato l’elenco. A indicare la natura nettamente razzistica dei provvedimenti adottati dal governo fascista è l’assoluta indifferenza verso le convinzioni personali o la credenza religiosa: per il solo fatto di essere ebreo fu perseguitato anche chi si era allontanato dalla religione dei padri, o chi aveva contratto matrimonio con cittadini cattolici, e persino ferventi patrioti (talora anche fascisti); la legge faceva eccezione solo per chi aveva in famiglia un parente che fosse stato eroe della prima guerra mondiale o morto per la “causa fascista”. 

Nelle scuole, dove i provvedimenti razzisti precedettero il discorso di Mussolini, non solo oltre 500 studenti furono espulsi, ma anche a 80 insegnanti ebrei fu impedito di continuare a lavorare: all’università solo chi era già iscritto potè proseguire il corso di laurea, mentre i docenti furono licenziati e sostituiti. Persino dei testi di autori ebrei fu vietata l’adozione (mentre nelle biblioteche scolastiche si acquistavano libri che illustravano le teorie razzistiche), e il rettore stesso, inaugurando l’anno accademico 1938-39 disse che era stata scongiurata «la minaccia dell’inquinamento della nostra razza». 

Particolarmente pesanti furono le conseguenze delle misure discriminatorie sugli ebrei stranieri (numerosi a Trieste proprio perché luogo di raccolta e transito di perseguitati in fuga) ai quali venne revocata la cittadinanza italiana se conseguita dopo il 1919: nei registri di classe della scuola elementare ebraica I. S. Morpurgo – che fu ampliata con la sezione delle medie e delle superiori per permettere di continuare a studiare ai ragazzi che furono espulsi dagli istituti statali, e che diede lavoro ai docenti licenziati – compaiono appunto le indicazioni di alunni “apolidi”. Mentre nella sede della Comunità, in via del Monte, continuarono a essere ospitati coloro che cercavano di emigrare. 

Le attività commerciali ebraiche – di proprietà o in compartecipazione –  andarono incontro a difficoltà crescenti e molti furono costretti a svendere: tra il 1938 e il 1940 passarono da 350 a 110. Il caso forse più noto è quello della libreria antiquaria Umberto Saba, che il poeta cedette al fido commesso Carlo Cerne (padre di Mario, l’attuale titolare). Ma anche in grandi imprese, borsa e assicurazioni le leggi razziste esclusero gli ebrei, mettendo in difficoltà il mondo economico e finanziario, in particolare compagnie di assicurazione, di navigazione e i cantieri navali attivi a Trieste. Cancellata inoltre la partecipazione degli ebrei alle società sportive e alle manifestazioni artistiche, con la grottesca decisione di togliere dal Museo Revoltella anche i quadri di pittori ebrei. 

Se le persecuzioni civili ed economiche appaiono odiose, tanto più risultano toccanti le testimonianze – esposte in mostra – dei tanti ebrei perseguitati che dopo il 1943 furono deportati nei campi di concentramento in Germania o alla risiera di San Sabba. Lettere, fotografie, documenti accompagnano le storie di persone che hanno visto la loro vita sconvolta, le loro famiglie spezzate, che hanno patito sofferenze inenarrabili tanto che molte testimonianze sono emerse tardi, talvolta a distanza di decenni dagli orrori visti e subiti. Conclude la mostra un video con alcune interviste a ebrei sopravvissuti, all’epoca bambini e ragazzi che non solo furono espulsi da scuola senza un motivo valido ma sperimentarono anche presto l’isolamento sociale: di solito, i loro coetanei, i loro compagni di studi e di giochi, li trascurarono del tutto. 

Infine una nota sulle libere professioni: in provincia di Trieste erano ebrei – secondo i calcoli del Piccolo – il 23,6% dei medici, il 5% dei farmacisti e degli architetti, quasi il 15% dei legali e l’8,4% degli ingegneri. Per tutti una legge del giugno 1939 istituì elenchi aggiunti o speciali ai rispettivi Albi di appartenenza. Fu del tutto vietato il notariato e – tranne eccezioni – il giornalismo. Il 10 novembre 1938 sul Popolo di Trieste fu pubblicato  un trafiletto per dare notizia dell’espulsione dal Circolo della stampa di due giornalisti professionisti e di sei pubblicisti, con tanto di elenco nominativo (ne faceva parte anche una collega fedele al regime, elogiata pochi mesi prima da Mussolini). All’ignominia dell’azione in sé (con l’ipocrisia di “considerare come dimissionari” i colleghi) il giornale fascista aggiungeva un commento in corsivo: «Era logico che i giudei non dovessero più far parte di quella che noi consideriamo la nostra casa, la nostra famiglia. Il giornalismo fascista è un posto avanzato della rivoluzione, che dev’essere presidiato da uomini puri di sangue e di cuore, da militi interamente votati alla Causa» (e un certo giornalismo che, anziché cercare di informare con onestà il lettore, diventa “militante” non ha smesso di fare danni nei decenni successivi). Il titolo del trafiletto, alla luce di quanto accadrà in seguito, suona quanto mai sinistro: «I giudei eliminati dal Circolo della stampa». 

MilanoAmbiente, per una città che cresca guardando al bene comune

DpNnWa5WwAASPkZ«Bimestrale di cultura e informazione del territorio milanese». Così recita l’intestazione di MilanoAmbiente, rivista giunta al suo quarto numero della rinnovata serie, in questi giorni in edicola. Non ho conosciuto la prima serie (edita tra il 1987 e il 1992), ma sfogliando le prime tre uscite, appare chiaro che i termini ambiente e territorio milanese vanno intesi in senso molto ampio, in un’epoca in cui, scrive nell’editoriale del primo numero il direttore Riccardo Debenedetti «le istanze ambientaliste sono state assorbite e adeguatamente metabolizzate dai loro stessi nemici. Il pensiero verde è diventato pensiero dominante». Ma se «gli allarmi per lo stato di salute del pianeta hanno prodotto più carta di quanto servisse un tempo per diffondere un’idea ragionevole di mondo» continua Debenedetti «le proposte di soluzione non sono nel libro dei sogni ma si trovano nel libro paga di multinazionali, potenti e ben finanziate». Che cosa allora si propone MilanoAmbiente? «Leggere la città metropolitana di una regione fin troppo centrale di una nazione fin troppo periferica. Scriverne offrendo al lettore una sorta di diario fenomenologico con un po’ di storia a uso delle giovani generazioni morbilizzate. Pubblicare dando più possibile voce ai punti di vista di coloro che la pensano diversamente». In quest’ultimo proposito recuperando, forse, quell’ispirazione degli ambientalisti prima maniera, diciamo anni Settanta-Ottanta, che apparivano quasi sempre “all’opposizione” delle soluzioni che il progresso tecnico (fatto proprio dalla politica) proponeva.

Ecco quindi che sul primo numero Mauro Afro Borella esamina le derive dell’urbanistica, che da «disciplina che attraverso la propria ragione d’essere organizzava il nostro territorio cercando di rappresentare tutti i soggetti interessati e che attraverso prescrizioni cercava di fare i conti in tasca alla speculazione edilizia» ha trasformato la sua «logica d’approccio in una complicata teorizzazione che ha perso di vista l’oggetto della sua esistenza: la città dei cittadini». Cita la difficoltà che incontrano i progetti legati a una visione complessiva dei problemi da risolvere, dalla (finora mancante) Biblioteca europea da realizzarsi a Porta Vittoria al trasferimento dell’Accademia di Brera anziché della Pinacoteca (che ne è ospite e che, suggerisce Borella, poteva diventare un polo culturale a City Life), fino alla sistemazione dell’area delle ex Varesine, trascinatasi per 70 anni «per poi concludersi nella realizzazione di una grande speculazione edilizia che fa da precedente a quelle che si cerca di intraprendere con la richiesta di dismissione di altri tracciati ferroviari in Milano». Sullo stesso numero della rivista affrontati altri “nodi”: la destinazione della Piazza d’armi dietro la caserma di piazzale Perrucchetti o la riapertura dei Navigli. Sul primo tema viene ripubblicato un graffiante articolo di Luca Trada che mette in guardia sul rischio di privatizzare e cementificare un’enorme area verde quasi nel cuore della città, e che allarga la critica alla gestione del territorio, vedendo la trasformazione in atto di Milano in «una città sempre più esclusiva ed escludente, a misura di turista facoltoso, sempre più ostile per chi quotidianamente la vive o la attraversa per lavoro o per studio, con spazi pubblici e socialità profit sempre più sostituiti dai finti spazi pubblici all’interno dei nuovi non-luoghi, ovviamente privati (Gae Aulenti e Citylife su tutti)».

milano_navigli-coverSul secondo tema, MilanoAmbiente apre un dibattito con l’articolo di Alberto Maria Prina che parla di «una proposta poco rivoluzionaria», suggerendo di destinare la somma prevista «non al nuovo ma alla manutenzione dell’esistente». Il dibattito prosegue nel secondo numero della rivista con gli articoli di Roberto Rainoldi, che invita a riprendere in considerazione un progetto degli anni Ottanta dell’architetto Empio Malara, volto a migliorare la navigabilità dei Navigli, e a puntare sull’intero percorso tra Locarno e Venezia; e di Roberto Biscardini, che invece vede nella riapertura «la più grande opera ambientale mai realizzata a Milano dal 1946 ad oggi». Di contorno, Pietro Esposito con «Navig(li)are lungo la letteratura» commenta la proposta di riapertura utilizzando a supporto, un po’ impropriamente, la graziosa rievocazione La Milano dei Navigli. Una passeggiata letteraria di Dante Isella (edita nel 1987 e recentemente ripubblicata per i tipi di Officina Libraria, 2017). Ancora di rievocazioni, non solo letterarie, si occupano le pagine dedicate a Casa Petrarca da Massimo de Rigo che segnala il fatto che Villa Linterno, dimora agreste del poeta a Milano, pur essendo stata mantenuta di proprietà pubblica, pare dimenticata dalle istituzioni e rischia perciò di essere fagocitata in piani di privatizzazione.
Del terzo numero cito solo l’articolo «Salviamo città studi», una zona che conosco piuttosto bene, a firma di Irene Pizzocchero. Insieme con il trasferimento di Istituto neurologico Besta e Istituto nazionale dei tumori nella nuova sede a Sesto San Giovanni, si progetta trasloco delle facoltà scientifiche nell’area Expo, con la conseguenza, appunto, di svuotare Città studi: «Circa 350mila metri quadrati che tra qualche anno potrebbero mostrarsi tragicamente vuoti, bui e deserti. Un terzo di tutto il quartiere, 33 edifici della sola università più i due complessi ospedalieri. Ventimila persone e un incalcolabile indotto portati in dote a qualche multinazionale straniera specializzata in operazioni immobiliari», ipotizza l’autrice. Il sospetto è lecito visto che «nell’area ex Expo l’università pubblica pagherà un canone trentennale a un’impresa privata, liberando aree di sua proprietà in una zona milanese di pregio».

Oltre a questioni urbanistico-finanziario-ambientali, non disdegnando squarci di ricostruzione storica, in questi primi tre numeri MilanoAmbiente si è occupato anche di problemi sociali quali il gioco d’azzardo o la vivibilità dei condomini in zone di periferia. Mi sembra interessante segnalare anche la collaborazione avviata con la rivista trimestrale francese Limite. Revue d’écologie intégrale (d’orientamento cristiano) con la pubblicazione di un articolo tradotto di Gaultier Bès, dedicato alla faccia nascosta dell’high-tech, vale a dire lo sfruttamento intensivo dei metalli rari che le tecnologie informatiche richiedono. E che ha portato non solo a una lotta planetaria per accaparrarseli, con la Cina in netto vantaggio, ma anche un aumento di inquinamento da parte di industrie minerarie tutt’altro che ecologiche.

MilanoAmbiente appare un po’ un grillo parlante, coscienza critica che si propone di fare le pulci a un certo facile ottimismo, abituato a misurare la bontà di una scelta politico-economica solo in termini di Pil, «che è – scrive De Benedetti nel terzo numero – misura particolare, che non include alcuna valutazione della sua incidenza sulla vita degli individui. L’economia cresce ma gli ambulatori sono pieni di gente in attesa; le persone in cura crescono altrettanto, e se non usa più la cura d’anime in canonica i suoi surrogati impazzano e tutto ciò che ha “psico” come suffisso va a mille» e mettendo queste spese nel Pil «riesce a rendere positivo anche il mal di vivere perché lo contabilizza».

È tempo di sfogliare il numero 4 di MilanoAmbiente che, sin dall’editoriale su diga del Vajont e ponte Morandi, mette il dito nella piaga delle italiche furbizie che diventano tragedie. Ma anche gli articoli sulla Statale nell’area Expo e sulla piscina Ponzio (altra storica presenza a Città studi) promettono scintille.

Vita e letteratura, l’impresa critica di Giancarlo Vigorelli

mostra_vigorelliUn panorama straordinario si dispiega nella mostra «Brama di Vita e di Letteratura. Giancarlo Vigorelli nel clima culturale del Novecento», in corso alla Biblioteca Sormani di Milano fino a sabato 5 maggio (aperta nei pomeriggi dei giorni feriali). Lettere originali, fotografie, riviste, libri con dediche autografe – oltre a chiari pannelli riassuntivi delle tappe della carriera di Vigorelli – offrono un quadro approfondito della poliedricità del critico letterario (nato a Milano nel 1913 e morto a Marina di Pietrasanta nel 2005) che per circa settant’anni ha spaziato tra poeti e prosatori (occupandosi anche di pittura e di cinema), con grande acutezza e indipendenza di giudizio. Curata da Giuseppe Langella, docente di Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università Cattolica, di cui dirige anche il Centro di ricerca “Letteratura e cultura dell’Italia unita”, la mostra dà conto del grande patrimonio custodito proprio dalla Biblioteca Sormani, che dal 2008 ospita l’intero archivio Vigorelli: e sullo scalone che porta alla sala del Grechetto, le bacheche espongono i loro “gioielli” in ordine cronologico, accanto alle molte fotografie che testimoniano la dimestichezza e i rapporti di amicizia intessuti con numerosissimi uomini di cultura del Novecento italiano.

Documenti rari

Impossibile – e superfluo – citare tutti i letterati presenti (sarebbe stato utile prevedere almeno un piccolo catalogo della mostra): mi sembra opportuno segnalare però alcune testimonianze particolari, o anche solo di difficile reperibilità. Parto con la lettera di Giovanni Papini, che nel 1934 ringraziandolo di un articolo pubblicato sull’Italia, mette un giovane Vigorelli tra gli «entusiasti ricercatori d’ogni pensiero e d’ogni letteratura». Una chicca filologica è la lettera di Eugenio Montale che accompagna la prima versione del sonetto elisabettiano «Gli orecchini», comparso poi a stampa in forma molto diversa: lo stesso Vigorelli lo definisce (nel 1989) un inedito. Interessante la lettera di Carlo Emilio Gadda di apprezzamento per la pubblicazione (1941) dello studio su Matteo Maria Bandello (il primo lavoro di Vigorelli in volume, di cui è esposta una copia con dedica ai genitori). Si può leggere anche l’articolo (uscito sul settimanale Il tempo nell’agosto del ’43) in cui esprimeva soddisfazione per la caduta del regime fascista – in toni molto civili, a leggerlo oggi – e per il quale fu costretto a rifugiarsi in Svizzera. Emozionanti la busta e la carta da lettera intestata della Libreria antiquaria di Trieste per la missiva di Umberto Saba (1950), così come quella del Gabinetto Viesseux per il biglietto di Montale (1938). E ancora le lettere dattiloscritte dell’amico Pier Paolo Pasolini o le diverse risposte che diedero Elio Vittorini, Alberto Moravia, Elsa Morante, Salvatore Quasimodo, Guido Piovene per l’inchiesta lanciata da Vigorelli sulla rivista Successo nel 1961, dal titolo: «È finito il fascismo in Europa?». Fino agli autografi di Leonardo Sciascia (1971), Gesualdo Bufalino (1981) e Claudio Magris (1992).

Alle recensioni di spettacoli teatrali corrispondono biglietti di ringraziamento da parte di Franco Zeffirelli, Vittorio Gassman, Carmelo Bene, Giorgio Strehler. Invece le sue frequentazioni artistiche sono testimoniate dalle dediche di volumi da parte di alcuni pittori: Renato Guttuso, Aligi Sassu, Enrico Baj, Salvatore Fiume, Dino Buzzati; oltre all’intervista, comparsa nel 1977 sul settimanale Gente, in cui Vigorelli rievoca l’amicizia con Antonio Ligabue, l’artista di cui contribuì a diffondere la conoscenza, e dal quale fu ritratto (e l’opera, ora in collezione privata, è qui esposta).

Amico di tutti, ma critico rigoroso

La visita della mostra richiama alla mente il volume Carte d’identità. Il Novecento letterario in 21 ritratti indiscreti, opera di Vigorelli pubblicata nel 1989, cui si rifanno anche molte didascalie dei documenti esposti. La lettura di questa raccolta di saggi, in parte molto remoti, in parte scritti per l’occasione, permette di approfondire il «metodo critico» di Vigorelli, di apprezzarne la libertà di pensiero e di comprendere meglio anche il titolo della mostra. «Se un presunto metodo mi sta sotto la pelle – scrive “In apertura” del volume – è un non preordinato bisogno di rinvenire in uno scrittore quella coincidenza (…) che a mio modo tento in me di pareggiare, quanto meno di parallelizzare, tra Vita e Letteratura». E poco oltre: «Una e unica è la voce di un’autentica Letteratura, pur che riesca a conglobare il romanzo convergente della Vita e della Letteratura».

Di questa stella polare si serve per vagliare le opere degli autori, siano essi critici, da Benedetto Croce a Gianfranco Contini, passando per Giuseppe Antonio Borgese, Emilio Cecchi e Carlo Bo, poeti (Eugenio Montale e Vittorio Sereni) o narratori, da Carlo Emilio Gadda a Vitaliano Brancati, da Beppe Fenoglio a Italo Calvino e Goffredo Parise. Se il superamento – in ambito letterario – di Croce e del crocianesimo appare al giorno d’oggi abbastanza consolidato, non lo era ancora all’epoca in cui Vigorelli (e ancor prima Cecchi) si espressero. Ma anche verso Contini (ritenuto ottimo come filologo) manifesta riserve: la sua storia letteraria dell’Italia unita «non è che un passaggio da un “caso letterario“ all’altro, da una poetica all’altra, ma negligendo intenzionalmente il corso delle idee, che possa in qualche maniera determinare o no quei passaggi e quei mutamenti». Anche sui romanzieri non mancano giudizi netti: rivalutazione di Brancati (trascurato dai critici) e di Fenoglio (penalizzato da Vittorini) rispetto a Cesare Pavese, sferzato il degenerare di Alberto Moravia nel decennio 1970-80, stroncato Parise (salvo una palinodia a proposito del suo primo romanzo, Il ragazzo morto e le comete) nonostante l’apparire delle sue opere nei «Meridiani» Mondadori (anzi contesta la tendenza «a far passare per “classici“ non pochi “contemporanei”», addirittura viventi).

La «lunga fedeltà» ad Alessandro Manzoni

Ho lasciato in fondo i riferimenti al “manzoniano” Mario Pomilio, che già nel 1955 gli scriveva per complimentarsi per le «aperture impreviste», «le suggestioni inedite e feconde» che Vigorelli aveva espresso l’anno prima in Manzoni e il silenzio dell’amore. Oltre all’apprezzamento per Il quinto Evangelio («un libro di speranza, e di profezia»), Vigorelli vede nel Natale del 1833 (che scandaglia la crisi di Manzoni alla morte della moglie Enrichetta Blondel) una «splendida perlustrazione del dramma manzoniano». E manzoniano sin dalle origini può essere definito Vigorelli, che aveva pubblicato un innovativo commento alla Storia della colonna infame già nel 1942: non solo fu presidente del Centro nazionale di studi manzoniani (avviando l’Edizione nazionale ed europea delle opere), ma al romanziere lombardo dedicò a più riprese la sua attenzione. Mi piace ricordare quella singolare antologia di testi manzoniani Il “mestiere guastato” delle Lettere (1985) che documenta il “processo” che Manzoni intentò alla letteratura italiana in nome di un desiderio di aderenza al reale. Nel saggio introduttivo «Manzoni, e la rivalutazione dei valori romantici» Vigorelli sottolinea che «tutta l’intrepida polemica del Manzoni contro la nostra letteratura proveniva dalla constatazione inappellabile che il tradizionale letterato italiano si è sempre presentato e rappresentato sotto la livrea e la maschera dell’uomo della “doppia verità”: e la sua spesso presunta “poesia” copriva immoralmente e l’una e l’altra “verità”, e cioè la sottostante ma dominante falsità». Oltre a suggerire di «rileggere il Manzoni, non limitandolo ai Promessi Sposi, che oltretutto esigono riletture in tempi diversi della vita» (è diventato un libro scolastico, ma non era stato certo scritto per gli studenti), Vigorelli invita a prendere «coscienza proprio nel nome di Manzoni che la letteratura plagiata sulla letteratura è finita sul letto di morte e non avrà neppure una bella morte». E conclude che «la letteratura non può essere – Manzoni ne ha data l’unica definizione corrispondente al valore – che “un ramo delle scienze morali”». Una definizione appropriata per chi, come Vigorelli, voleva pareggiare vita e letteratura.

I globi di Coronelli, una geografia fatta di arte e scienza

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La mostra alla Biblioteca Marciana di Venezia

Per studiare bene la geografia non si può fare a meno di un grande planisfero, come quelli appesi nelle aule scolastiche, o almeno di un mappamondo. Me lo confermavo pochi giorni fa visitando la mostra su Vincenzo Coronelli (1650-1718), aperta fino a domenica 15 aprile alla Biblioteca Marciana di Venezia in collaborazione con The International Coronelli Society for the Study of Globes. In occasione del terzo centenario della morte del frate cosmografo «L’immagine del mondo», curata da Marica Milanesi e Heide Wohlschläger, espone disegni, incisioni e testi che Coronelli pubblicò dopo avere realizzato nel 1681-83 i due monumentali globi, terrestre e celeste, per il Re Sole, Luigi XIV, ora conservati a Parigi alla sede François Mitterand della Biblioteca nazionale di Francia. Nei giorni scorsi – complice l’evento europeo della “notte della geografia” – sui quotidiani sono apparse rivalutazioni e approfondimenti su questa disciplina, di cui molti lamentano la penalizzazione negli ultimi programmi scolastici, accorpata com’è alla storia. E i globi di Coronelli, esempio formidabile di scienza e arte, ci testimoniano proprio quanto la osservazione del mondo può risultare affascinante ancora oggi, nonostante satelliti e strumenti informatici sembrerebbero avere dissolto ogni mistero sulla conoscenza della Terra.  

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Vincenzo Coronelli (da Epitome cosmografica, 1693)

L’esposizione veneziana ci riporta a un’epoca in cui le esplorazioni geografiche stavano rivoluzionando il patrimonio di ipotesi e certezze tramandate dagli scienziati antichi. Il francescano Vincenzo Coronelli acquistò notorietà con i primi globi realizzati per il duca di Parma Ranuccio II Farnese e fu poi “ingaggiato” per realizzarne due enormi (hanno un diametro di quasi quattro metri e pesano due tonnellate ciascuno) per il re di Francia. Tornato in patria e residente nel convento di Santa Maria Gloriosa dei Frari, fu apprezzato “cosmografo” per la Repubblica di Venezia e – oltre a realizzare numerosi altri globi di  diverse dimensioni – pubblicò opere che illustrano le sue conoscenze geografiche: in particolare l’Epitome cosmografica e l’Atlante Veneto. Sua anche l’idea di avviare un esperimento di “enciclopedia” che precedette gli illuministi francesi, mentre in una vera e propria società di appassionati geografi, l’Accademia cosmografica degli Argonauti, si discuteva delle novità che si andavano scoprendo in cielo e in terra. Per alcuni anni, tra il 1701 e il 1704, fu anche generale del suo ordine religioso.

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Il globo celeste di Coronelli da restaurare (1689)

Coronelli produsse una quantità davvero rilevante di globi e di carte terrestri e celesti e alcuni fusi esposti in questa mostra permettono di leggere la grande messe di informazioni che venivano riportate su questi capolavori: in quelli celesti notizie astronomiche, zodiacali, la rosa dei venti; in quelli terrestri nazioni, città, fiumi e montagne, popoli ed eventi storici. E spesso in più di una lingua, greco, latino e arabo compresi. Al centro dell’attenzione dell’ «Immagine del mondo» è comunque la coppia di globi (terrestre e celeste) da 106 centimetri di diametro che Coronelli donò nel 1689 alla repubblica di Venezia e che sono tuttora conservati alla Biblioteca Marciana. Il globo celeste (che ha la particolarità di essere stato completato a mano perché furono usate per l’incisione lastre ancora incomplete) è però bisognoso di restauri: il costo stimato per l’intervento, che verrà effettuato senza spostarlo dalla sala dove si trova, è di 25mila euro e la Marciana incoraggia potenziali donatori a fare uso dell’Art bonus, la misura prevista dal governo che permette di avere sgravi fiscali in caso di donazioni finalizzate al recupero di opere d’arte.

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Globo da tre oncie (8,5 cm). Collezione Rudolf Schmidt

La passione per i globi, tra XVI e XVIII secolo, prese sovrani e famiglie nobili e fece crescere la domanda. Altre opere di Coronelli sono conservate in Austria, Germania, in diverse istituzioni venete (nello stesso museo Correr di Venezia) ed emiliane, a Genova e Firenze. Due molto belli sono ospitati a Bergamo, nella Sala Tassiana della Biblioteca Angelo Mai, restaurati pochi anni or sono grazie al Fondo Ambiente Italiano (Fai). Per restare a Venezia, alla Fondazione Querini Stampalia sono esposti due globi dell’olandese Willem Blaeu (1571-1638), allievo dell’astronomo Tycho Brahe, e quindi precedenti a Coronelli, e due piccoli globi di Gilles Robert de Vaugondy (1688-1766), di età successiva.

Chiudo con una curiosità. Coronelli ideò anche mini-globi di tre oncie, dimensioni di poco superiori a una pallina da tennis: e li indicava per essere «accomodati per portare nella sacoccia». Di questo globo tascabile, la mostra offre un esempio raro e, grazie a un modellino su carta con le istruzioni, la possibilità di costruirsene uno uguale per sé.

Perché il nostro mondo tecnologico non può fare a meno dei classici

20180403_184317Di classici si parla spesso, a intervalli ricorrenti, ripetendo interrogativi antichi di secoli sull’opportunità di continuare a dedicare loro spazio, rispetto alla possibilità di privilegiare – soprattutto a scuola – argomenti e materie più vicine all’attualità, ritenute più utili per il mercato del lavoro. Nel dibattito si mescolano due aspetti: conoscenza delle lingue classiche (sostanzialmente latino e greco) e conoscenza dei testi classici, anche se è evidente che, abolendo o limitando la conoscenza della lingua, si restringerebbe anche la possibilità di apprezzare testi e messaggi delle letterature classiche. Sul fronte della lingua non sono mancati i difensori: per citare solo i più recenti, Andrea Marcolongo per il greco e Nicola Gardini per il latino. Invece ai contenuti, alla conoscenza dei classici in quanto patrimonio di cultura è prevalentemente dedicato  l’agile volume Ritorno ai classici. Dieci saggi, edito lo scorso anno da Vita & Pensiero, che riunisce articoli di autori diversi, pubblicati tra il 2005 e il 2017 sulla rivista Vita&Pensiero (con prefazione di Alessandro Zaccuri) talora allargando lo sguardo fino agli autori delle letterature moderne. Storici. filosofi, letterati, poeti, insegnanti, ma anche un biblista e due scienziati: tutti sostanzialmente concordi nel ritenere un bene per la nostra società conoscere opere scritte da alcuni degli ingegni più alti che l’umanità abbia avuto e tenere in considerazione i valori che hanno espresso. Che ci sia sempre stato chi vuole fare tabula rasa del passato è dimostrato da Cicerone, che sosteneva (Orator 34, 120) che non conoscere ciò che è accaduto prima di noi significa rimanere eterni bambini. In tempi molto più recenti, Italo Calvino nel suo famoso articolo «Perché leggere i classici» (1981) proponeva ben 14 definizioni e concludeva che «la sola ragione che si può addurre è che leggere i classici è meglio che non leggere i classici». Mi piace però aggiungere la definizione di testo classico che proponeva già nel 1980 l’italianista Paolo Paolini, che fu anche mio professore al liceo: «Un libro che a ogni lettura rivela nuovi significati, nuovi aspetti e nuove sfumature, dà nuove risposte, in definitiva regala nuova bellezza». Parole che prefiguravano la definizione numero sei di Calvino: «Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire».

Nel volume di Vita&Pensiero si parte con il saggio del cardinale Gianfranco Ravasi, che esamina l’incontro tra classici (greci e latini) e Nuovo Testamento. Lungi dal volerli contrapporre, Ravasi segnala – sintetizzando osservazioni di Giovanni Paolo II – che «la Bibbia si presenta modello di inculturazione o acculturazione sia a livello linguistico, sia in ambito letterario (si pensi ai generi letterari), sia nell’orizzonte ideale. E su questa via s’incamminò la tradizione cristiana».

L’italianista Claudio Scarpati osserva che «i classici contengono figure, meditazioni, vicende attraverso cui le generazioni che ci hanno preceduto sono passate, hanno tentato di decifrare il mondo e di penetrare nel groviglio degli interrogativi che l’uomo si pone quando è lucido e libero». Ed esorta ogni insegnante a non demordere nel proporre i testi classici: «Se concede agli studenti la stima che meritano, può ritenerli degni di andare con il suo aiuto incontro a testi che hanno sollecitato l’attenzione di chi li ha letti in passato e ha trovato in essi qualcosa di rilevante per la propria esistenza. Sono i testi che parlano, più di colui che li propone».

La storica Cinzia Bearzot ritiene che del patrimonio della cività occidentale (fatto di concetti, valori e discipline) «è necessario alimentare la memoria per mantenere viva, attraverso di essa, un’identità consapevole». Riprendendo concetti già di Antonio Gramsci la studiosa spiega che «senza la memoria del passato, il presente diviene incomprensibile», e «non c’è identità senza conoscenza del proprio passato e senza un confronto critico con esso». La conoscenza del greco e del latino «è uno strumento imprescindibile di confronto interculturale, che permette di accedere a un patrimonio immenso di testi e di penetrare criticamente nel pensiero e nella cultura degli antichi, individuando le continuità e riconoscendo le alterità, senza accontentarci di una conoscenza superficiale degli elementi costitutivi della nostra tradizione culturale».

Il poeta Valerio Magrelli propone di ritornare ai classici in modo più libero, per scelta e non per dovere scolastico. Ma aggiunge che bisognerebbe ritradurre i classici. Traduzioni che datano a quaranta, cinquant’anni fa non sono più percepibili: il salto linguistico è troppo ampio: «Sarebbe straordinario se la scuola riattivasse tutta l’ampiezza dello spettro espressivo della letteratura greca e latina. Sono convinto che si otterrebbe, da parte dei ragazzi, una risposta entusiastica».

Il filosofo Dario Antiseri, richiamando la teoria ermeneutica di Hans-Georg Gadamer, sottolinea che «tutta la ricerca scientifica avanza sul sentiero delle congetture e delle confutazioni, procede per trial and error». E poiché si impara dall’errore «si comprende l’urgente necessità di una didattica che punti sui problemi più che sugli esercizi, che insista sullo sfruttamento pedagogico dell’errore e che sempre in vista della costruzione di menti critiche, investa su pratiche didattiche come: il tema argomentativo, versioni di greco e di latino, il riassunto, esperienze di storiografia locale». Tutte «preziose pratiche ermeneutiche e, dunque autentiche pratiche di tipo scientifico».

L’umanista Carlo Carena, che alla sua veneranda età mostra di apprezzare i benefici dello strumento Internet, non manca però di ammonire che in un tempo che sembra freneticamente lanciato in avanti «il classico ha bisogno per eccellenza di ascolto e di riflessione, è fermo nella sua costituzione, tanto profonda è la sedimentazione della tradizione e del mestiere presenti nelle sue pagine; tanto complesso e vasto è il suo modello antropologico».

Da scienziato, Alberto Oliverio ammonisce che «l’entusiasmo nei confronti della tecnologia […] non può comportare un’ignoranza dei valori insiti in una cultura classica. La lettura dei classici greci e latini consente infatti un’approfondita comprensione dei rapporti umani, della politica, dei valori». La cultura classica è importante anche per scienziati e tecnologi – avverte – «il cui pensiero non può essere monodirezionale». Allo stesso tempo suggerisce di superare la separazione tra le «due culture» trascinando il lettore «nei campi della scienza attraverso il cavallo di Troia della scrittura creativa, coinvolgendolo emotivamente in trame e vicende che derivano da un ambito indubbiamente poco noto ai profani qual è il mondo della scienze e delle tecnologie».

Paola Mastrocola, insegnante e scrittrice, difende l’importanza della conoscenza delle parole, con la loro «ricchezza polisemica e simbolica»: «Vorrei che i ragazzi non perdessero la capacità di capire e usare le parole. Ecco perché vorrei che studiassero latino e greco, in tanti, il maggior numero possibile» e che «al centro ci fosse sempre la traduzione, la sfida più difficile». Nello specifico, «il latino e il greco mi sembrano lo strumento ideale per acquisire quell’attenzione alle sfumature lessicali, all’etimologia, ai legami logici, all’architettura delle frasi, alle sottigliezze infinite del senso, insomma tutto ciò che ci consente di “capire” davvero», non solo un testo greco, ma qualsiasi libro.

La grecista Antonietta Porro osserva che la tradizione non è «un motore immobile» e «la nostra tradizione classica ha generato opere d’arte, letteratura, forme di pensiero diverse nel tempo, perché essa è stata modificata dalla sua ricezione, cioè dalla relazione con il tempo, con la storia». Quanto al liceo classico, accostare le civiltà antiche senza la conoscenza della lingua, nasconde l’insidia di abolirne di fatto lo studio: «La lingua è, nel caso delle scienze dell’antichità, lo strumento ineludibile per introdursi alla civiltà ed è testimonianza essa stessa della mentalità che la esprime».

Infine il fisico Guido Tonelli ribadisce che «una formazione basata sulle traduzioni dal greco e dal latino addestri meglio la mente duttile dei giovani all’uso implacabile della logica; che è lo strumento principe con cui si sviluppano discipline che solo apparentemente sembrano così diverse fra loro, come la filosofia e la fisica». E aggiunge: «Di cultura umanistica c’è bisogno per far progredire la società, per definirne gli scopi, e per dare un senso e umanizzare lo stesso processo scientifico». Concludendo: «Oggi la scienza progredisce a ritmo incalzante. Chi allora, se non i filosofi, gli umanisti, gli artisti, potrà dare senso all’esistenza umana nell’epoca del dominio della scienza e della tecnologia?».

Parole che mi sembrano da sottoscrivere pienamente, anche se probabilmente il dibattito è destinato a non terminare mai.

Il mondo greco di Lanza e Vegetti

università di pavia
Università di Pavia, Cortile delle statue

Per un caso davvero singolare, il filosofo Mario Vegetti e il grecista Diego Lanza sono morti a pochi giorni di distanza. Non so bene da dove cominciare per rievocare il sodalizio umano e professionale che ha unito i due studiosi. Coetanei (erano nati nel 1937), compagni di studi all’università di Pavia, hanno condiviso poi per un trentennio anche l’insegnamento alla facoltà di Lettere e Filosofia dello stesso ateneo: il primo sulla cattedra di Storia della filosofia antica, il secondo su quella di Letteratura greca (e di Storia del teatro e della drammaturgia antica). I giornali (a parte la Provincia Pavese) hanno dato maggior rilievo al filosofo (che peraltro si era laureato in Lettere con una tesi su Tucidide), forse per una certa maggiore notorietà a livello del pubblico, ma tra gli addetti ai lavori l’opera del grecista è altrettanto ben nota e apprezzata.

Il Corriere della Sera lunedì 12 aveva dato la notizia della scomparsa di Vegetti, affidando a un lungo articolo di Antonio Carioti («Riportò Platone in mezzo a noi») il compito di tracciare un ritratto complessivo dello studioso, sottolineandone una disposizione di fondo: «Convinzione profondamente radicata di Vegetti era che lo studio del mondo classico fosse fondamentale per aprire le menti». Della sintesi della carriera accademica, degli interessi scientifici e delle pubblicazioni, fino alla direzione (con Franco Trabattoni) della corposa Storia della filosofia antica in 4 volumi (Carocci, 2016), mi piace evidenziare l’interesse – ma anche la contestazione – delle tesi sulle «dottrine non scritte», cui sarebbe stato affidato il «vero» pensiero di Platone, che aveva elaborato Hans Krämer della Scuola di Tubinga e che il filosofo dell’Università Cattolica, Giovanni Reale, aveva diffuso in Italia con il testo Per una nuova interpretazione di Platone, pubblicato la prima volta dalla Cusl nel 1984. Nello stesso anno, Vegetti ne fece oggetto nel suo corso universitario, il primo – credo – ad avviare il dibattito sul nuovo paradigma rilanciato da Reale.

Avvenire affida a un ex allievo, Michele Abbate, la rievocazione del filosofo: «Devo all’insegnamento di Mario Vegetti un’assoluta e intransigente attenzione al rigore metodologico e filologico, che, come egli stesso mi ha mostrato, è l’imprescindibile presupposto di ogni autentica riflessione filosofica, sia essa di carattere etico, politico o anche teoretico» (posso aggiungere che – agli esami – apprezzava la precisione terminologica e osservava con un po’ di rammarico che mediamente gli studenti di lettere classiche erano più attenti su questo fronte rispetto a quelli di filosofia). Mentre sulla Stampa, Maurizio Assalto sottolinea l’interesse per la scienza antica (del resto Vegetti aveva cominciato nel 1965 con il Corpus Ippocraticum, Utet), per l’etica e la politica, fino alla monumentale edizione commentata della Repubblica di Platone (Bibliopolis, 1998-2007) e al volume Un paradigma in cielo (Carocci, 2016), che illustra le interpretazioni del filosofo ateniese fino al Novecento.

Nella sua ultima fatica, Chi comanda nella città (Carocci, 2017), Vegetti affronta il tema del potere nell’antichità, con illuminanti aperture sul mondo moderno e contemporaneo. Così su Avvenire, l’11 giugno scorso, lo recensiva Riccardo De Benedetti: «Si legge nel libro un’indicazione preziosa per l’attuale discussione pubblica. Ed è quella che ci chiarisce, una volta per tutte, che le “teorie politiche antiche si sono sempre fondate, direttamente o indirettamente, sui presupposti di un’antropologia influente”, il che presuppone una qualche risposta alla domanda: qual è la natura umana». De Benedetti concludeva: «Condurre la discussione politologica verso quella domanda, mantenerla aperta contro tutti i tentativi di chiuderla e, in qualche caso, gettarla nell’irrilevanza, è il contributo più serio e meritevole di questo piccolo libro».

Alla coppia di «intellettuali» dedica un articolo anche il manifesto, a firma di Massimo Stella, evidenziandone soprattutto l’impianto ideologico: «Della tradizione marxista hanno rappresentato la declinazione politico-scientifica, non quella storicistico-umanistica». Peraltro dire che «forse anche per una forma di nostalgia politica, Lanza e Vegetti erano studiosi legati al collettivo di studi», o che i seminari di letteratura greca diretti da Lanza «erano straordinari laboratorio di pensiero in cui laureandi, dottorandi, ricercatori e professori dialogavano democraticamente», non mi pare il modo migliore per evidenziare i loro meriti. Il seminario per laureandi come luogo di confronto, nella facoltà di Lettere pavese, era stato già adottato per la storia antica da Emilio Gabba; quello per gli studenti che iteravano l’esame di letteratura greca – posso testimoniare – aveva valore variabile a seconda di chi lo conduceva (non sempre Lanza). Piuttosto di Lanza mi piace ricordare la capacità di coinvolgere gli studenti durante le lezioni, che partivano da un’accurata analisi dei testi, fossero di poesia o di prosa. Sul piano delle pubblicazioni, mi sembra opportuno citare una delle sue ultime fatiche: Storia della filologia classica (Carocci, 2016), curato in collaborazione con Gherardo Ugolini. Il libro è una rassegna dell’approccio agli studi classici da parte dei filologi a partire dalla fine del Seicento ai giorni nostri e colma una lacuna che lascia spesso disorientati gli studenti universitari. Da Richard Bentley a Bruno Gentili, passando per Friedrich Wolf, Karl Lachmann, Ulrich von Wilamowiz-Moellendorff, Werner Jaeger e Giorgio Pasquali (per citare solo alcuni dei sommi), il volume permette di seguire come si è evoluto – lungo oltre tre secoli – l’approccio allo studio del mondo classico, in dipendenza certamente delle capacità e degli orientamenti personali dei filologi, ma anche del clima culturale delle varie epoche e nazioni, senza trascurare il cruciale apporto delle scoperte papirologiche.

Concludo con un’osservazione  un po’ particolare. Vegetti ha fatto in tempo a sapere che Lanza era morto: nel necrologio pubblicato l’8 marzo scorso sul Corriere della Sera, assieme alla moglie Silvia Finzi esprime il dolore per la scomparsa di un «indimenticabile amico e compagno di studi di una vita intera». E aggiunge, in greco: «Eu prattomen, Diego». Questo augurio indirizzato all’amico, ma alla prima persona plurale, è – mi pare – la testimonianza di un uomo che cercava di offrire un conforto, ma lo chiedeva anche per sé mentre si preparava ad affrontare la suprema prova terrena.