In cerca di Orlando nella fantasia di Ariosto

A Ferrara è in corso la mostra “Orlando Furioso 500 anni” per celebrare l’anniversario della pubblicazione della prima edizione del poema di Ludovico Ariosto. Un’occasione per avvicinarsi a un capolavoro senza tempo. 

La charta del Cantino

Ci sono un olifante che non è il corno di Orlando, una spada che non è Durindana e un’armatura che non è appartenuta ai paladini di Carlo Magno, ma la mostra sui 500 anni della prima edizione dell’Orlando Furioso ospitata a Palazzo Diamanti di Ferrara (fino al 29 gennaio prossimo, catalogo Fondazione Ferrara Arte) è tutt’altro che un inganno del mago Atlante, pur attirando come il suo castello incantato. Fornisce molteplici suggestioni e stimola a leggere l’opera di Ludovico Ariosto. Forse non nella versione di cui si celebra l’anniversario, anche se gli studiosi – sulla scia di Carlo Dionisotti – ripetono convintamente che è un «capolavoro assoluto»: in ogni caso i versi del poema ariostesco meriterebbero di essere meglio conosciuti rispetto all’approccio scolastico – antologico e spesso frettoloso – che finisce con il concentrarsi su alcuni personaggi ed episodi più rilevanti, non offrendo spesso un quadro completo della varietà, della profondità e della modernità di intreccio e di temi dell’Orlando furioso.

La mostra ferrarese, curata da Guido Beltramini e Adolfo Tura, cerca di rispondere all’interrogativo «cosa vedeva Ariosto quando chiudeva gli occhi», che permette di trasformare l’indagine su un’opera letteraria in un tripudio di oggetti e immagini che si possono riferire ai due grandi temi del poema: «Le donne, i cavallier, l’armi, gli amori». Del mondo cavalleresco –  che già quando Ariosto scriveva era remoto di secoli – si possono ammirare una sella da parata del XV secolo appartenuta a Ercole I d’Este, il bronzetto del troiano Ettore a cavallo (le cui armi sono a lungo contese dai guerrieri del Furioso), la statua proveniente dalla Porta dei mesi della cattedrale di Ferrara e la terracotta invetriata di Andrea della Robbia, per non dire del grande elmo con cimiero per le giostre del XIV secolo. Ma anche l’arazzo con la battaglia di Roncisvalle – episodio cruciale delle storie del ciclo carolingio –, una preziosa scena di battaglia in un disegno leonardesco, il Ritratto di guerriero con scudiero del Giorgione, il San Giorgio e il drago di Paolo Uccello e il mazzo di tarocchi miniati del XV secolo con figure capaci «di ben rappresentare – segnalava Italo Calvino – il mondo visuale nel quale la fantasia ariostesca s’era formata». Altrettanto intriganti – tra le fonti che possono aver ispirato il poeta ferrarese – le illustrazioni di giganti contenute nell’edizione a stampa (1478) del romanzo Le Livre de Melusine di Jean d’Arras (XIV secolo), che sembrano «parenti» del Caligorante catturato da Astolfo (canto XV). Brilla anche la preziosa spada persa nella battaglia di Pavia (1525) dal re di Francia Francesco I, esempio di cavaliere nobile sconfitto dalla nuova tecnica della guerra basata sulle armi da fuoco. E in mostra troviamo proprio un archibugio dei primi del Cinquecento, esempio di «abominoso ordigno» che sovverte i valori dei combattenti (e che Orlando cerca invano di far sparire nel mare). Molto significativa, a valle del poema, anche la tela di Dosso Dossi, con una raffigurazione della maga Melissa che gli studiosi hanno riconosciuto come il primo dipinto ispirato al capolavoro ariostesco (1518). Per il filone amoroso oltre a una Venere pudica botticelliana, spiccano nell’ultima sala la copia da Michelangelo della Leda con cigno e la sensuale ninfa addormentata nel Baccanale degli Andri di Tiziano, che faceva parte del Camerino di Alfonso I d’Este.

Non mancano in esposizione reperti più “letterari”: accanto a una rarissima copia dell’Orlando innamorato di Matteo Boiardo – il “precursore” dell’Ariosto – sono presenti preziose copie delle tre edizioni (1516, 1521, 1532) del Furioso (compresa quella più corretta, donata da Cesare Segre alla Biblioteca Ariostea di Ferrara), un manoscritto autografo di Ariosto in preparazione della stampa del 1532 e la lettera di Niccolò Machiavelli che, pur ammirando il poema, lamenta di non essere stato compreso nel lungo elenco di letterati citati da Ariosto nell’ultimo canto. Un interesse documentario particolare riveste poi la lettera che Isabella d’Este scrisse al fratello Ippolito (1507) mostrando di aver gradito la «narrazione» che dell’opera le fece lo stesso Ariosto, prima testimonianza sicura dell’avviata composizione del Furioso. E della visita di Ariosto alla marchesa di Mantova troviamo un indiretto e ulteriore segnale nella «strana torma» di esseri semiumani che Ruggiero affronta sull’isola di Alcina: la loro descrizione nel poema (canto VI) richiama la raffigurazione dei mostri nel quadro di Andrea Mantegna Minerva che scaccia i vizi dal giardino delle virtù, che si trovava proprio nello studiolo di Isabella.

Per concludere, un cenno alle due carte geografiche esposte. La prima edizione a stampa (1475) della Cosmografia del geografo Claudio Tolomeo (II secolo d.C.), e una mappa eseguita all’inizio del Cinquecento da un anonimo cartografo portoghese. Quest’ultima charta – preparata per l’ambasciatore del duca di Ferrara a Lisbona, Alberto Cantino – comprende ciò che le recenti scoperte dei navigatori spagnoli e portoghesi stavano rivelando: l’esistenza dell’America. E Ariosto, cui piaceva viaggiare più con la fantasia che per mare («sicuro in su le carte verrò, più che su legni, volteggiando» scrive nella sua terza satira), mostra di essersene giovato: il poema si svolge su un palcoscenico ben più ampio della corte di Parigi di Carlo Magno, e spazia dalla triste e nordica Ebuda alle coste mediterranee dell’Africa e all’Etiopia, dal regno del Catai all’India e fino alla misteriosa isola di Alcina e Logistilla raggiunta a cavallo del mitico ippogrifo. Fino al viaggio verso il paradiso terrestre prima e il cielo della Luna, che brillava «come un acciar» (canto XXXIV) e che in mostra è rievocata dal globo bronzeo che sormontava l’obelisco vaticano.

La mostra lancia anche altre possibili piste di approfondimento (dalla musica alle rappresentazioni teatrali), ma già l’ampia infografica della prima sala illustra con evidenza la complessità di una trama di cui Ariosto muove le fila con sapienza, intrecciando e moltiplicando storie in cui il lettore si perde come in un labirinto ricco di piacevolezze dal quale non si ha fretta di uscire. Storie che forse allo stesso poeta spiaceva di dover far terminare.