Vita e letteratura, l’impresa critica di Giancarlo Vigorelli

mostra_vigorelliUn panorama straordinario si dispiega nella mostra «Brama di Vita e di Letteratura. Giancarlo Vigorelli nel clima culturale del Novecento», in corso alla Biblioteca Sormani di Milano fino a sabato 5 maggio (aperta nei pomeriggi dei giorni feriali). Lettere originali, fotografie, riviste, libri con dediche autografe – oltre a chiari pannelli riassuntivi delle tappe della carriera di Vigorelli – offrono un quadro approfondito della poliedricità del critico letterario (nato a Milano nel 1913 e morto a Marina di Pietrasanta nel 2005) che per circa settant’anni ha spaziato tra poeti e prosatori (occupandosi anche di pittura e di cinema), con grande acutezza e indipendenza di giudizio. Curata da Giuseppe Langella, docente di Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università Cattolica, di cui dirige anche il Centro di ricerca “Letteratura e cultura dell’Italia unita”, la mostra dà conto del grande patrimonio custodito proprio dalla Biblioteca Sormani, che dal 2008 ospita l’intero archivio Vigorelli: e sullo scalone che porta alla sala del Grechetto, le bacheche espongono i loro “gioielli” in ordine cronologico, accanto alle molte fotografie che testimoniano la dimestichezza e i rapporti di amicizia intessuti con numerosissimi uomini di cultura del Novecento italiano.

Documenti rari

Impossibile – e superfluo – citare tutti i letterati presenti (sarebbe stato utile prevedere almeno un piccolo catalogo della mostra): mi sembra opportuno segnalare però alcune testimonianze particolari, o anche solo di difficile reperibilità. Parto con la lettera di Giovanni Papini, che nel 1934 ringraziandolo di un articolo pubblicato sull’Italia, mette un giovane Vigorelli tra gli «entusiasti ricercatori d’ogni pensiero e d’ogni letteratura». Una chicca filologica è la lettera di Eugenio Montale che accompagna la prima versione del sonetto elisabettiano «Gli orecchini», comparso poi a stampa in forma molto diversa: lo stesso Vigorelli lo definisce (nel 1989) un inedito. Interessante la lettera di Carlo Emilio Gadda di apprezzamento per la pubblicazione (1941) dello studio su Matteo Maria Bandello (il primo lavoro di Vigorelli in volume, di cui è esposta una copia con dedica ai genitori). Si può leggere anche l’articolo (uscito sul settimanale Il tempo nell’agosto del ’43) in cui esprimeva soddisfazione per la caduta del regime fascista – in toni molto civili, a leggerlo oggi – e per il quale fu costretto a rifugiarsi in Svizzera. Emozionanti la busta e la carta da lettera intestata della Libreria antiquaria di Trieste per la missiva di Umberto Saba (1950), così come quella del Gabinetto Viesseux per il biglietto di Montale (1938). E ancora le lettere dattiloscritte dell’amico Pier Paolo Pasolini o le diverse risposte che diedero Elio Vittorini, Alberto Moravia, Elsa Morante, Salvatore Quasimodo, Guido Piovene per l’inchiesta lanciata da Vigorelli sulla rivista Successo nel 1961, dal titolo: «È finito il fascismo in Europa?». Fino agli autografi di Leonardo Sciascia (1971), Gesualdo Bufalino (1981) e Claudio Magris (1992).

Alle recensioni di spettacoli teatrali corrispondono biglietti di ringraziamento da parte di Franco Zeffirelli, Vittorio Gassman, Carmelo Bene, Giorgio Strehler. Invece le sue frequentazioni artistiche sono testimoniate dalle dediche di volumi da parte di alcuni pittori: Renato Guttuso, Aligi Sassu, Enrico Baj, Salvatore Fiume, Dino Buzzati; oltre all’intervista, comparsa nel 1977 sul settimanale Gente, in cui Vigorelli rievoca l’amicizia con Antonio Ligabue, l’artista di cui contribuì a diffondere la conoscenza, e dal quale fu ritratto (e l’opera, ora in collezione privata, è qui esposta).

Amico di tutti, ma critico rigoroso

La visita della mostra richiama alla mente il volume Carte d’identità. Il Novecento letterario in 21 ritratti indiscreti, opera di Vigorelli pubblicata nel 1989, cui si rifanno anche molte didascalie dei documenti esposti. La lettura di questa raccolta di saggi, in parte molto remoti, in parte scritti per l’occasione, permette di approfondire il «metodo critico» di Vigorelli, di apprezzarne la libertà di pensiero e di comprendere meglio anche il titolo della mostra. «Se un presunto metodo mi sta sotto la pelle – scrive “In apertura” del volume – è un non preordinato bisogno di rinvenire in uno scrittore quella coincidenza (…) che a mio modo tento in me di pareggiare, quanto meno di parallelizzare, tra Vita e Letteratura». E poco oltre: «Una e unica è la voce di un’autentica Letteratura, pur che riesca a conglobare il romanzo convergente della Vita e della Letteratura».

Di questa stella polare si serve per vagliare le opere degli autori, siano essi critici, da Benedetto Croce a Gianfranco Contini, passando per Giuseppe Antonio Borgese, Emilio Cecchi e Carlo Bo, poeti (Eugenio Montale e Vittorio Sereni) o narratori, da Carlo Emilio Gadda a Vitaliano Brancati, da Beppe Fenoglio a Italo Calvino e Goffredo Parise. Se il superamento – in ambito letterario – di Croce e del crocianesimo appare al giorno d’oggi abbastanza consolidato, non lo era ancora all’epoca in cui Vigorelli (e ancor prima Cecchi) si espressero. Ma anche verso Contini (ritenuto ottimo come filologo) manifesta riserve: la sua storia letteraria dell’Italia unita «non è che un passaggio da un “caso letterario“ all’altro, da una poetica all’altra, ma negligendo intenzionalmente il corso delle idee, che possa in qualche maniera determinare o no quei passaggi e quei mutamenti». Anche sui romanzieri non mancano giudizi netti: rivalutazione di Brancati (trascurato dai critici) e di Fenoglio (penalizzato da Vittorini) rispetto a Cesare Pavese, sferzato il degenerare di Alberto Moravia nel decennio 1970-80, stroncato Parise (salvo una palinodia a proposito del suo primo romanzo, Il ragazzo morto e le comete) nonostante l’apparire delle sue opere nei «Meridiani» Mondadori (anzi contesta la tendenza «a far passare per “classici“ non pochi “contemporanei”», addirittura viventi).

La «lunga fedeltà» ad Alessandro Manzoni

Ho lasciato in fondo i riferimenti al “manzoniano” Mario Pomilio, che già nel 1955 gli scriveva per complimentarsi per le «aperture impreviste», «le suggestioni inedite e feconde» che Vigorelli aveva espresso l’anno prima in Manzoni e il silenzio dell’amore. Oltre all’apprezzamento per Il quinto Evangelio («un libro di speranza, e di profezia»), Vigorelli vede nel Natale del 1833 (che scandaglia la crisi di Manzoni alla morte della moglie Enrichetta Blondel) una «splendida perlustrazione del dramma manzoniano». E manzoniano sin dalle origini può essere definito Vigorelli, che aveva pubblicato un innovativo commento alla Storia della colonna infame già nel 1942: non solo fu presidente del Centro nazionale di studi manzoniani (avviando l’Edizione nazionale ed europea delle opere), ma al romanziere lombardo dedicò a più riprese la sua attenzione. Mi piace ricordare quella singolare antologia di testi manzoniani Il “mestiere guastato” delle Lettere (1985) che documenta il “processo” che Manzoni intentò alla letteratura italiana in nome di un desiderio di aderenza al reale. Nel saggio introduttivo «Manzoni, e la rivalutazione dei valori romantici» Vigorelli sottolinea che «tutta l’intrepida polemica del Manzoni contro la nostra letteratura proveniva dalla constatazione inappellabile che il tradizionale letterato italiano si è sempre presentato e rappresentato sotto la livrea e la maschera dell’uomo della “doppia verità”: e la sua spesso presunta “poesia” copriva immoralmente e l’una e l’altra “verità”, e cioè la sottostante ma dominante falsità». Oltre a suggerire di «rileggere il Manzoni, non limitandolo ai Promessi Sposi, che oltretutto esigono riletture in tempi diversi della vita» (è diventato un libro scolastico, ma non era stato certo scritto per gli studenti), Vigorelli invita a prendere «coscienza proprio nel nome di Manzoni che la letteratura plagiata sulla letteratura è finita sul letto di morte e non avrà neppure una bella morte». E conclude che «la letteratura non può essere – Manzoni ne ha data l’unica definizione corrispondente al valore – che “un ramo delle scienze morali”». Una definizione appropriata per chi, come Vigorelli, voleva pareggiare vita e letteratura.

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Perché leggere romanzi, oggi

Recensione del libro Come non letto, di Alessandro Zaccuri

come non lettoUna originale guida ad alcuni tra i romanzi più significativi della letteratura mondiale, per mostrare che hanno ancora qualcosa da dire, che ci mostrano qualcosa di noi stessi, che vale la pena di leggerli. Il tutto accompagnato da un’iniziativa solidale verso attività caritative. Questo, in estrema sintesi, il progetto realizzato da Alessandro Zaccuri con Come non letto, un titolo modellato sulla sorte dei messaggi di posta elettronica che si preferisce accantonare per un successivo approfondimento, che può anche non giungere mai. È il destino di romanzi molto famosi, e di notevole mole, ma che non rientrano – tranne eccezioni – nei programmi scolastici e la cui conoscenza finisce spesso con il limitarsi ai luoghi comuni entrati nell’immaginario collettivo. Eppure, è la convinzione dell’autore, questi sono dieci classici (più uno) che possono ancora cambiare il mondo, come recita il sottotitolo (edizioni Ponte alle Grazie, 198 pagine, 14 euro).

Zaccuri, giornalista di Avvenire e scrittore, ci accompagna in un viaggio che partendo da Miguel de Cervantes (Don Chisciotte) giunge a Bram Stoker (Dracula) passando attraverso Daniel Defoe (Le avventure di Robinson Crusoe), Charles Dickens (Oliver Twist), Alessandro Manzoni (I promessi sposi), Alexandre Dumas (Il conte di Montecristo), Herman Melville (Moby Dick), Victor Hugo (I miserabili), Lev Tolstoj (Guerra e pace), Fëdor Dostoevskij (L’idiota). Cui aggiunge Daniel Perec, il cui La vita istruzioni per l’uso è indicato come un contemporaneo «capolavoro». La presentazione dei romanzi non è un mero riassunto, anzi: inquadrato il testo all’interno dell’intera produzione dello scrittore, la trama è accennata per quanto è necessario. Quel che conta sono alcuni snodi, alcune peculiarità – talvolta di tecnica narrativa, più spesso di significato profondo – che mostrano come nelle opere letterarie l’autore non solo ci dice sempre qualcosa di sé, ma offre il suo contributo per il progresso dell’umanità: la letteratura è una comunità che si costruisce lentamente, nei secoli, scrive Zaccuri. Ecco quindi che le opere vengono viste attraverso alcune parole chiave: nel sogno si compie il viaggio di don Chisciotte; Robinson va all’esplorazione del mondo e si trova ristretto su un’isola sperduta; Oliver è un angelo che riesce ad attraversare la nostra città piena di trabocchetti; Renzo rappresenta un’Italia che sa conservare la propria umanità, al contrario di Edmond Dantès distrutto dalla vendetta. Una vendetta che per il blasfemo capitano Achab nasce da un mistero per il quale mette in gioco la vita; la giustizia umana mostra la sua insufficienza nelle vicende intrecciate di Javert e Jean Valjean; mentre il senso della storia si rivela nella battaglia vinta grazie all’umile capitano Tušin, che combatte scalzo; la santità appare nel principe Myškin che agli uomini comuni sembra un idiota; il conte Dracula ci rende inquieti perché mostra che il male che può agire solo se ottiene il permesso dalla nostra libertà. Fino all’indagine sul destino che caratterizza la passione di Bartlebooth per i puzzle.

Oltre a fare inevitabili riferimenti ai classici fondativi della tradizione letteraria (e non solo) quali Omero, Eschilo, la Bibbia, le Mille e una notte, le Confessioni di Agostino, Zaccuri offre una serie di “rimandi interni” tra le opere di Cervantes e Dostoevskij, Defoe e Tolstoj, Dickens e Manzoni, e – pur mettendo in guardia da anacronismi interpretativi – compie alcune escursioni verso altri grandi personalità (William Shakespeare, Dante Alighieri, Honoré de Balzac, Sigmund Freud, John R.R. Tolkien) o verso adattamenti cinematografici dei romanzi esaminati. Ne risulta una fitta trama di relazioni attraverso il tempo e lo spazio tra autori che indagano (e ci aiutano a riflettere) sul senso e sui valori della nostra esistenza: il marchio più sicuro di una letteratura che può servire anche all’uomo contemporaneo. In questa sorta di «esercizio di critica letteraria rivolto a chi un libro di critica letteraria non lo leggerebbe mai», Zaccuri non manca di offrire indicazioni per riconoscere la categoria del romanzesco, di spiegare la differenza di significato tra narrare in prima o in terza persona, o di chiarire le molte possibilità che offre lo stratagemma del manoscritto ritrovato, che non è un’esclusiva dei Promessi sposi.

Resta da svelare il fine solidale. Il libro nasce da una serie di serate aperte al pubblico: in ciascuna l’autore ha illustrato uno di questi dieci classici «in cambio» di offerte di beni (cibo, vestiario, non soldi) destinati a enti caritativi e iniziative in favore dei poveri nella città di Milano. Anche i diritti d’autore sono devoluti all’associazione Nocetum che, nei pressi dell’abbazia di Chiaravalle, accoglie e sostiene donne che vivono situazioni di disagio, con i loro bambini.

La battaglia anti romantica del siracusano Tommaso Gargallo

Recensione del libro di Gianluca Majeli “La mania della letteratura” di Tommaso Gargallo

2017-09-15 16.09.33L’ultimo frutto del mio viaggio primaverile a Siracusa è stata la scoperta del libro “La mania della letteratura” di Tommaso Gargallo, testo di Giancarlo Majeli pubblicato dalle edizioni siracusane VerbaVolant e acquistato nella storica libreria Mascoli a Ortigia. Un’opera che permette di accostare la figura del letterato siracusano Tommaso Gargallo (1760-1843) attraverso un numero relativamente piccolo delle sue lettere all’abate Giovanni Cristofano Amaduzzi e al poeta Angelo Maria Ricci e di gettare un po’ di luce su alcuni ambienti culturali nel regno borbonico prima e dopo le bufere della rivoluzione francese e dell’epoca napoleonica.

Il marchese Tommaso Gargallo fu infatti figura di spicco nel panorama culturale siracusano: a lui è dedicata una via nel cuore di Ortigia vicino alla storica sede (ora chiusa) del liceo classico, anch’esso intitolato al nobile letterato. Il suo rango familiare lo portò a impegnarsi nell’amministrazione borbonica: risiedette a lungo a Napoli, fu ministro di Guerra e seguì il suo re Ferdinando di Borbone quando la corte fu costretta a riparare a Palermo. Ma furono le lettere la sua vera passione e rimase noto soprattutto per la sua traduzione del corpus delle opere di Orazio (oltre ad alcune satire di Giovenale e al De officiis di Cicerone) e per alcune raccolte di poesie pubblicate sin dalla giovinezza fino alla vecchiaia. Postume invece apparvero le Memorie autobiografiche, non sempre del tutto attendibili.

Gargallo, scrive Majeli, «potè godere di un’educazione scolastica come pochi a Siracusa», ma la svolta nella sua vocazione letteraria fu rappresentata dalla conoscenza di Ippolito Pindemonte, che nel 1779 giunse a Siracusa venendo da Malta. «L’incontro con il letterato veronese – continua Majeli – rivestì un’importanza centrale nella vita di Gargallo. Insieme i due visitarono parte della Sicilia orientale e la loro frequentazione fece da rinforzo alle velleità poetiche del giovane siracusano». Gargallo intraprese il suo grand tour a 22 anni, e venne in contatto con i circoli culturali a Napoli e a Roma, dove entrò in Arcadia e conobbe Vincenzo Monti e l’abate Amaduzzi. Nel suo viaggio verso il nord incontrò anche Melchiorre Cesarotti a Padova e Giuseppe Parini a Milano e scambiò un paio di lettere con Vittorio Alfieri, a cui spedì alcune sue poesie. Aveva già iniziato a tradurre Orazio, ma le incombenze della politica attiva lo assorbirono per diversi anni. Ripresa a pieno titolo l’attività letteraria poté quindi pubblicare il suo Orazio (parzialmente nel 1809-11, in modo completo nel 1820), riprendere viaggi culturali nella penisola, frequentare il Gabinetto Viesseux a Firenze, incontrare Alessandro Manzoni a Milano, giungendo fino alla corte imperiale a Vienna. Fedele in poesia a un’impostazione classicista, nel 1837, oltre vent’anni dopo il famoso articolo di madame de Staël che innescò il dibattito tra classicisti e romantici, Gargallo tenne una conferenza a Firenze presso l’Accademia della Crusca per “stroncare” la nuova moda letteraria.

Il libro di Majeli, dottore di ricerca in Lettere, permette di conoscere da vicino formazione, gusti e atteggiamenti culturali del marchese siracusano. Occorre osservare, in primo luogo, che le due corrispondenze sono piuttosto diverse: il primo gruppo di lettere (tra il 1783 e il 1791) è rivolta da Gargallo all’abate Amaduzzi, di vent’anni maggiore di lui, e mostra un atteggiamento da discepolo a maestro. Del secondo gruppo (tra il 1818 e il 1842) è destinatario il poeta Ricci, viceversa di 16 anni più giovane di un Gargallo ormai a suo agio nel mondo delle lettere, e in grado di dispensare consigli mentre viaggia per l’Italia e l’Europa. Ad accomunare i due carteggi è la passione per gli studi letterari da cui Gargallo si dice vinto: nel 1784 confessa di consumare al tavolino «la maggior parte del giorno in compagnia delle muse» e nel 1820 si dichiara «assorbito dalla insaziabilità de’ classici, che mi tengono al loro servizio».

Dell’ampia documentazione cito solo alcune curiosità letterarie. Da Siracusa, l’8 settembre 1784, un ventiquattrenne Gargallo – fresco del suo itinerario nella penisola – mostra di soffrire l’insularità della sua patria e prega l’abate di tenerlo informato: «Non mi siate avaro dunque di qualche nuova letteraria». Interessante è anche notare la lunga gestazione della sua traduzione di Orazio: il 26 gennaio 1785 scrive ad Amaduzzi di essere «quasi impaziente di darlo presto» alle stampe, ma ne è trattenuto dalla notizie che «l’Abate Gagliano» (Ferdinando Galiani) di Napoli sta compiendo approfondite ricerche sul corpus oraziano, sia di tipo antiquario sia di tipo filologico, scoprendo errori degli antichi amanuensi. Gargallo ritiene quindi «non convenirmi di precedere colla mia versione le sue osservazioni». Ma queste tardano e non arriveranno che postume, osserva Majeli, nel 1910.

Ancora la traduzione di Orazio è ben presente tra gli argomenti del carteggio con Ricci, soprattutto negli anni in cui stava preparando l’edizione. Nel 1818, riconoscendo di avere ancora molto lavoro da fare tra note e proemio, sbotta: «Ma parvi che io possa tutta consumar la mia vita con questo diavolo di pugliese, nato 19 secoli fa per tormentarmi?». La traduzione di Orazio, finalmente pubblicata per intero nel 1820, gli diede comunque soddisfazione, a partire dalla favorevole recensione comparsa sulla Biblioteca Italiana. Il rapporto di Gargallo con i giornali (letterari) e i giornalisti è ambivalente: da un lato afferma di riporre la sua «ambizione letteraria ne’ valentuomini che leggono e giudicano dal loro tavolino senza pubblicare le loro sentenze ne’ pubblici fogli» (10 maggio 1820), da un altro si preoccupa che del suo Orazio si parli: «Se bene o male non me ne curo: piacemi soltanto che se ne parli, giacché sapete che la morte delle opere di gusto non è già la censura, ma il silenzio» (4 ottobre 1820). E ammette di avere sentito un po’ di vanagloria per il successo: «Doni di libri, lettere di letterati, giornali d’oltremonte ed oltremare, … tutto ciò congiura a farmi girare la testa» (22 agosto 1821). E i giornali li cerca: «Non so di qual giornale mi parliate, mentre mi esortate ad appagar le obbliganti premure de’ redattori del Giornale pisano. … mandatemi qualche foglio anche vecchio e dell’Antologia e del Giornale di Pisa» (25 gennaio 1822). La sicurezza ormai acquisita in campo letterario lo spinge – nelle lettere a Ricci – a giudizi piuttosto netti su Vincenzo Monti (2 maggio 1818) o sulla qualità della traduzione dal latino di Melchiorre Cesarotti: proprio per rivaleggiare con il letterato padovano decide di volgere egli stesso in italiano le sette satire di Decimo Giunio Giovenale che l’altro aveva tralasciato (26 aprile 1820). E nell’attacco alla poesia romantica coinvolge persino Dante: «Piacemi sentire che la mania trecentista vadasi dissipando, e così si sperdesse la romantica! Rispetto il poema sacro e soffrirò che i suoi sacri adoratori mi tengano per sacrilego: ma ad onta di ciò, non lascerò mai di parlare, ove mi capiti, il mio linguaggio» (17 aprile 1833). Curioso che chi fa le pulci a Dante, si fosse profuso in lodi sperticate verso l’amico poeta Ricci (cui imputava solo la fretta e uno scarso labor limae), riempiendolo altresì di consigli sui suoi poemi Italiade e San Benedetto e suggerendogli di non rispondere alle critiche, ma di ignorarle, secondo l’esempio di Vittorio Alfieri (10 maggio 1820). Suona invece un po’ schematico l’approccio di Gargallo alla composizione della tragedia Calliroe: scrive infatti che il divertimento suscitatogli dalla lettura del romanzo greco di Caritone «mi ha fatto nascere pensiero di poterne ricavare una tragedia». E indica a Ricci (1° agosto 1821) i motivi: «Comoda e miracolosa opportunità da combinar le tre diaboliche unità aristoteliche; argomento interessantissimo, argomento siracusano e nuovo affatto al teatro capacissimo di una gran marea di affetti». Tornando a chiedere all’amico pochi giorni dopo (11 agosto): «Non è vero che l’argomento è bellissimo? E poi intatto, innocuo, patrio; quasi nato-fatto per dare una solenne mentita agli spiriti forti della poesia, ed a’ Romantici».

Interessante (e importante, nota Majeli) il “cenacolo letterario classicista” che si riuniva a casa Gargallo a Napoli: «Il venerdì sera sono onorato da quattro, o cinque amici. Son essi Don Gaetano Greco, Lampredi, Scrofani, Selvaggio e Montrone. Montrone ha cominciato a leggerci le sue satire di Giovenale in terza rima. Già comprendo il concetto, che formate di questa unione dalla qualità de’ componenti: ma preferireste forse la Sebezia, e la Pontaniana?» (22 agosto 1818).  E per quanto spergiurasse: «Io non mi macchierò mai di Romanticismo» (20 novembre 1821), s’interessa (1° febbraio 1822) di sapere «che volea far madama de Staël di quella mia versione sdrucciola del IV dell’Eneide?», un poemetto in 100 ottave – spiega Majeli – che parafrasa il IV canto del capolavoro virgiliano, e che fu pubblicato nella raccolta di versi di Gargallo nel 1794: non vi sono però tracce negli epistolari di commenti della scrittrice francese. E non si può evitare anche di notare, osserva Majeli, che Corinne, il romanzo della de Staël, era conosciuto e letto nella famiglia Gargallo, e la figlia Anna ne era addirittura entusiasta.

Non va dimenticato, osserva Majeli, che «il Romanticismo è per Gargallo indisgiungibile dal Liberalismo». E il marchese era un tipico esponente della nobiltà dell’ancien régime, che frequentava non solo la corte borbonica ma era in confidenza con il cardinale Fabrizio Ruffo di Calabria (che nel 1799 contribuì ad abbattere la Repubblica partenopea) e con il principe di Metternich. Peraltro non potè non subire l’influsso dei tempi e le «novità» romantiche «contro le quali polemizzava» sono «comunque presenti in qualche misura in alcune sue raccolte di versi più tarde, come Le Veronesi e Le Malinconiche». Notevole infine, il suo ruolo – evidenziato da Majeli – di trait d’union tra intellettuali della Sicilia e del resto del paese, con una lungimirante volontà sia di diffondere le opere letterarie sia di sostenere nell’isola la costruzione di un’istruzione pubblica che raggiungesse i ceti più poveri ed emarginati, come testimoniano le sue lettere all’erudito palermitano Agostino Gallo, che egli aveva presentato come poeta alla corte borbonica di Napoli. Fedele a un’impostazione da riformista illuminato che aveva sviluppato sin dagli anni giovanili.