Perché leggere romanzi, oggi

Recensione del libro Come non letto, di Alessandro Zaccuri

come non lettoUna originale guida ad alcuni tra i romanzi più significativi della letteratura mondiale, per mostrare che hanno ancora qualcosa da dire, che ci mostrano qualcosa di noi stessi, che vale la pena di leggerli. Il tutto accompagnato da un’iniziativa solidale verso attività caritative. Questo, in estrema sintesi, il progetto realizzato da Alessandro Zaccuri con Come non letto, un titolo modellato sulla sorte dei messaggi di posta elettronica che si preferisce accantonare per un successivo approfondimento, che può anche non giungere mai. È il destino di romanzi molto famosi, e di notevole mole, ma che non rientrano – tranne eccezioni – nei programmi scolastici e la cui conoscenza finisce spesso con il limitarsi ai luoghi comuni entrati nell’immaginario collettivo. Eppure, è la convinzione dell’autore, questi sono dieci classici (più uno) che possono ancora cambiare il mondo, come recita il sottotitolo (edizioni Ponte alle Grazie, 198 pagine, 14 euro).

Zaccuri, giornalista di Avvenire e scrittore, ci accompagna in un viaggio che partendo da Miguel de Cervantes (Don Chisciotte) giunge a Bram Stoker (Dracula) passando attraverso Daniel Defoe (Le avventure di Robinson Crusoe), Charles Dickens (Oliver Twist), Alessandro Manzoni (I promessi sposi), Alexandre Dumas (Il conte di Montecristo), Herman Melville (Moby Dick), Victor Hugo (I miserabili), Lev Tolstoj (Guerra e pace), Fëdor Dostoevskij (L’idiota). Cui aggiunge Daniel Perec, il cui La vita istruzioni per l’uso è indicato come un contemporaneo «capolavoro». La presentazione dei romanzi non è un mero riassunto, anzi: inquadrato il testo all’interno dell’intera produzione dello scrittore, la trama è accennata per quanto è necessario. Quel che conta sono alcuni snodi, alcune peculiarità – talvolta di tecnica narrativa, più spesso di significato profondo – che mostrano come nelle opere letterarie l’autore non solo ci dice sempre qualcosa di sé, ma offre il suo contributo per il progresso dell’umanità: la letteratura è una comunità che si costruisce lentamente, nei secoli, scrive Zaccuri. Ecco quindi che le opere vengono viste attraverso alcune parole chiave: nel sogno si compie il viaggio di don Chisciotte; Robinson va all’esplorazione del mondo e si trova ristretto su un’isola sperduta; Oliver è un angelo che riesce ad attraversare la nostra città piena di trabocchetti; Renzo rappresenta un’Italia che sa conservare la propria umanità, al contrario di Edmond Dantès distrutto dalla vendetta. Una vendetta che per il blasfemo capitano Achab nasce da un mistero per il quale mette in gioco la vita; la giustizia umana mostra la sua insufficienza nelle vicende intrecciate di Javert e Jean Valjean; mentre il senso della storia si rivela nella battaglia vinta grazie all’umile capitano Tušin, che combatte scalzo; la santità appare nel principe Myškin che agli uomini comuni sembra un idiota; il conte Dracula ci rende inquieti perché mostra che il male che può agire solo se ottiene il permesso dalla nostra libertà. Fino all’indagine sul destino che caratterizza la passione di Bartlebooth per i puzzle.

Oltre a fare inevitabili riferimenti ai classici fondativi della tradizione letteraria (e non solo) quali Omero, Eschilo, la Bibbia, le Mille e una notte, le Confessioni di Agostino, Zaccuri offre una serie di “rimandi interni” tra le opere di Cervantes e Dostoevskij, Defoe e Tolstoj, Dickens e Manzoni, e – pur mettendo in guardia da anacronismi interpretativi – compie alcune escursioni verso altri grandi personalità (William Shakespeare, Dante Alighieri, Honoré de Balzac, Sigmund Freud, John R.R. Tolkien) o verso adattamenti cinematografici dei romanzi esaminati. Ne risulta una fitta trama di relazioni attraverso il tempo e lo spazio tra autori che indagano (e ci aiutano a riflettere) sul senso e sui valori della nostra esistenza: il marchio più sicuro di una letteratura che può servire anche all’uomo contemporaneo. In questa sorta di «esercizio di critica letteraria rivolto a chi un libro di critica letteraria non lo leggerebbe mai», Zaccuri non manca di offrire indicazioni per riconoscere la categoria del romanzesco, di spiegare la differenza di significato tra narrare in prima o in terza persona, o di chiarire le molte possibilità che offre lo stratagemma del manoscritto ritrovato, che non è un’esclusiva dei Promessi sposi.

Resta da svelare il fine solidale. Il libro nasce da una serie di serate aperte al pubblico: in ciascuna l’autore ha illustrato uno di questi dieci classici «in cambio» di offerte di beni (cibo, vestiario, non soldi) destinati a enti caritativi e iniziative in favore dei poveri nella città di Milano. Anche i diritti d’autore sono devoluti all’associazione Nocetum che, nei pressi dell’abbazia di Chiaravalle, accoglie e sostiene donne che vivono situazioni di disagio, con i loro bambini.

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Libri in piazza a Bergamo, successo che può ignorare Milano e Torino

bergamoSuccesso culturale, letterario e commerciale per la 58ª Fiera dei librai che si conclude oggi a Bergamo. Alla larga dalle polemiche tra il milanese Tempo di Libri e il torinese Salone del libro, la kermesse orobica – riferisce oggi Vincenzo Guercio sull’Eco di Bergamo – ha fatto registrare in 17 giorni ben 175mila visitatori e oltre 25mila libri venduti (il dato odierno è una stima basato sulle medie degli altri giorni). Ovvio che una fiera a ingresso libero, nel centro della città, ha maggiori probabilità di attirare visite e consensi, ma i numeri fanno comunque ben sperare. Visto che recentemente l’Istat ha diffuso dati preoccupanti sull’aumento dei non lettori in Italia negli ultimi anni.

La manifestazione – organizzata da Promozioni Confesercenti, Sindacato italiano librai e dalle librerie indipendenti aderenti a Li.Ber-Associazioni librai bergamaschi – ha portato nella grande tensostruttura ben 50mila titoli. Nella classifica dei libri più venduti – riferisce Vincenzo Guercio – alcuni di quelli illustrati in una delle 89 presentazioni, seguite da 10.500 persone: «Quasi niente» di Mauro Corona e Luigi Maieron (Chiarelettere) e «La paranza dei bambini» di Roberto Saviano (Feltrinelli), che hanno preceduto «Little Bergamo», guida della città a misura di bimbo realizzata da Barbara Baldin e Sara Noris (Cobalto), «giornaliste (e mamme) bergamasche». Proprio l’area bambini e ragazzi – scrive Guercio – ha contribuito in modo significativo al successo della manifestazione: un libro venduto su 4 appartiene a questa sezione. «L’idea di portare i libri tra la gente funziona ed è ancora probabilmente il miglior veicolo per un’efficace promozione del libro e della lettura», dichiara all’Eco Antonio Terzi, presidente di Li.Ber. Né si può dimenticare il richiamo anche dell’appuntamento con l’assegnazione del Premio nazionale di narrativa Bergamo, vinto sabato scorso da Nadia Terranova davanti ad Andrea Bajani, Alessandro Zaccuri, Rossana Campo e Giorgio Vasta.

Solo pochi giorni fa la presentazione del Salone del libro di Torino – secondo quanto riferito dai quotidiani – si è svolta in un clima a dir poco euforico, un po’ insolito per il capoluogo piemontese. Che sia stata la cifra tonda del trentesimo anniversario, o il dissolversi dello «spettro» di Milano evocato dal sindaco Chiara Appendino (Tempo di libri non ha «sfondato» in termini di presenze, pur con tutte le attenuanti di cui si è parlato), l’evento torinese che si svolgerà dal 18 al 22 maggio si propone di stupire. Di «SalTo nel boom» ha parlato La Stampa e di «orgoglio»di Torino sia la Repubblica sia il Fatto quotidiano, mentre il Corriere della Sera nel titolo si era limitato a registrare che parte del programma vagherà in mongolfiera e sottomarino, cioè «Oltre i confini» (questo il tema del Salone) degli spazi del Lingotto. Che peraltro promettono di essere affollati: i numeri citati dal direttore Nicola Lagioia parlano chiaro: 1.060 editori nonostante la defezione dei grandi gruppi e della stessa Associazione italiana editori (Aie) che avranno a disposizione 11mila metri quadrati (il 10 per cento in più del 2016). Sono previsti anche 1.200 appuntamenti, un numero enorme se si pensa che i 720 di Tempo di libri sono parsi troppi. Il presidente della Fondazione per il libro, Massimo Bray, ha osservato che Torino «è orgogliosa di essere determinante per la cultura del libro. Ha saputo assorbire il colpo ma anche rinnovarsi. E sarà qui che la frattura (con Milano e con l’Aie, ndr) sarà ricomposta». Mentre il vicepresidente esecutivo Mario Montalcini ha apprezzato la proposta di un’iniziativa che coinvolga il territorio nazionale: «È molto interessante l’idea dell’Aie di fare una rassegna al sud, magari a Bari».

Intanto però altri numeri impensieriscono. A Tempo di libri sono stati diffusi i dati Istat sulla lettura in Italia: dal 2010 al 2016 si sono persi 4 milioni e 300mila lettori e la quota delle persone sopra i 6 anni che non hanno letto nemmeno un libro in un anno ha toccato quota 33 milioni. Lucio Coco sull’Osservatore Romano mette in relazione questo dato con l’aumento dell’uso degli strumenti elettronici: «È chiaro che navigare, chattare, seguire gruppi facebook, whatsapp e così via sottrae tempo ed è, credo, nella esperienza di tutti vedere in un parco giochi che i genitori sono più presi a scorrere pagine virtuali sugli schermi degli smartphone che a leggere quietamente un libro mentre prestano attenzione ai propri figli». Coco suggerisce di riprendere contatto con sé stessi proprio attraverso la lettura, che ci permette – in solitudine – di guardare dentro di noi. «L’atto del leggere – scrive Coco – esige una educazione contro tutte le passioni che vorrebbero puntualmente distoglierci dalla pagina. E ancora una volta allontanarci da noi stessi, da quello che siamo, dal limite che rappresentiamo».

Tempo di Libri, bilancio in chiaroscuro

Qual è il bilancio di Tempo di Libri, la nuova rassegna voluta dall’Associazione italiana editori (Aie) che si è svolta nei padiglioni della Fiera di Milano a Rho? È stato un flop o era inevitabile che si pagasse un pegno per il disorientamento suscitato negli addetti ai lavori per una fiera che è nata in contrapposizione al Salone del libro di Torino? Ma come si valutano eventi del genere: dal numero di visitatori, dal numero di editori presenti, dal numero di libri venduti? O dalla qualità delle proposte di incontri e dibattiti? Sui giornali negli ultimi giorni le valutazioni si sono moltiplicate, puntando soprattutto sul più evidente dei dati: il numero di quanti hanno varcato gli ingressi dei padiglioni della Fiera.

I primi bilanci erano già negli articoli pubblicati domenica 23, giorno di chiusura della manifestazione. Sul Corriere della Sera, Alessia Rastelli mentre osservava che era stata penalizzante la scelta di date “scomode”, strette tra Pasqua e il ponte del 25 aprile, dava conto dell’arrivo in fiera di Chiara Appendino, sindaco di Torino in visita con la famiglia, accompagnata dal presidente del Salone del Libro, Massimo Bray: «Milano e Torino si parlano. Ma resta il nodo delle date». I due torinesi si sono incontrati con Federico Motta, presidente dell’Aie, e con Renata Gorgani, presidente di Fiera del Libro, e l’articolo dava conto delle dichiarazioni “dialoganti” tra Bray e Motta, il quale parlava di edizione numero zero, più che numero uno; mentre Gorgani ammetteva che non c’era stato il tempo di organizzare il rapporto con le scuole, mentre la presenza degli studenti – ricordava Appendino – è uno dei punti di forza del Salone di Torino. Aggiungeva, sempre domenica 23, Alessandro Zaccuri su Avvenire che a Rho si potevano trovare chicche per bibliofili (per esempio all’Aldus club), ma che i maggiori risultati in termini commerciali li stava registrando il punto vendita del Libraccio, dove «i visitatori non soltanto entrano, ma pure comprano». Sulla Stampa, un ottimista Enrico Selva Coddè, amministratore delegato di Mondadori Libri ribadiva da un lato l’errore delle date, ma rispetto al dialogo con Torino sosteneva che «le condizioni a cui si era giunti rendevano problematica la realizzazione di un progetto per un ulteriore sviluppo e promozione dell’intera filiera del libro» e che a Rho «le decisioni sono in mano agli editori, là come sappiamo erano di competenza della fondazione».

Le prime cifre, pubblicate sui giornali di lunedì 24, parlavano di circa 70mila presenze, ben al di sotto delle 126mila dell’ultimo Salone di Torino. E il paragone con l’appuntamento piemontese che giunge quest’anno al trentesimo compleanno ha catalizzato ogni valutazione. Intervenendo alla conferenza stampa di chiusura, riferisce sul Giorno Simona Ballatore, il sindaco Giuseppe Sala si è detto soddisfatto: «La partecipazione è stata buona, la città risponde. Mi assumo la colpa del fatto che non diciamo oggi quando sarà l’edizione dell’anno prossimo. Rimarrà nel palinsesto primaverile di Milano, non ci saranno sorprese». Sullo stesso giornale, sono stati interpellati i piccoli editori: Denis Arcangeli (Gruppo Macro) promuove e frequenta entrambe le manifestazioni, Vera Minazzi (Jaca Book) teme che in prospettiva uno cannibalizzi l’altro, e Milano ha dalla sua la logistica, una storia per i saloni e «continua a essere la capitale del libro». Era ormai evidente che erano mancate le visite degli studenti: «La scuola è mancata anche a me», osservava Gorgani su Repubblica. «La scuola è stata quella – osserva Simonetta Fiori – che per anni ha salvato i primi giorni del Salone del libro a Torino. È mancata la scuola ma l’impressione è che sia mancata la città con le reti associative, le biblioteche, quella comunità ampia del libro che è tessuto civile di Milano». Restando su Repubblica, nelle pagine milanesi Franco Bolelli proponeva di valorizzare la formula Bookcity («dinamica, diffusa, multiforme») «molto più in sintonia con un mondo dove è un madornale errore trattare le persone come visitatori e numero di biglietti staccati. Tempo di libri e Bookcity insieme: non sarebbe la migliore soluzione?». Una proposta cui risponde negativamente, sullo stesso giornale, Solly Cohen, amministratore delegato della Fabbrica del Libro. E se Il Fatto quotidiano parla di «megaflop» in relazione ai visitatori, Il Giornale ritiene che la fiera milanese «decolli» ma voli «a bassa quota». Il Corriere della Sera dedica spazio anche agli appuntamenti in città, il cosiddetto Fuorisalone, che ha ottenuto presenze altalenanti: spazi culturali semivuoti, un discreto successo per i ristoranti. E qualcuno ancora si appella al modello Bookcity.

I dati definitivi delle presenze sono stati diffusi lunedì: 60.796 visitatori a Rho e 12.133 nelle cento sedi Fuori Fiera. «Numeri giù ma Tempo di Libri rilancia la sfida per il 2018» titola il Corriere: l’articolo di Alessia Rastelli ricapitola le ragioni delle presenze inferiori alle attese, segnala che è andato bene il Mirc, la struttura per lo scambio dei diritti con oltre 500 partecipanti di 34 Paesi e riporta l’auspicio di Renata Gorgoni per una fiera che nel 2018 si svolga nel mese di maggio. Anche se Simonetta Fiori, su Repubblica, va oltre: a Rho è mancata «un’anima, il profilo riconoscibile di una comunità civile, quell’identità che traspare in modo nitido al Lingotto».

Ricco è apparso il programma degli eventi (ben 720), secondo alcuni anche troppi, in sale spesso affollate perché un po’ piccole. Tuttavia un caustico ma argomentato articolo di Giuseppe Scaraffia sul Messaggero («Se la fiera del libro dimentica i lettori») punta il dito verso la «politica culturale inesorabilmente clientelare» del nostro Paese: «Colpisce, in un momento di autentica e pervicace crisi editoriale, la riottosità a proporre reali innovazioni, a parte il colore della moquette e la qualità della sala stampa e del suo catering, decisamente migliori di quelli finora offerti a Torino. Colpisce, in un nuovo salone del libro, la prevedibilità dei rituali e dei nomi prescelti. Hanno in questo il loro peso, forse, anche i premi letterari, che da un numero di anni che è meglio non calcolare premiano inesorabilmente gli esponenti della stessa troupe de théâtre. Autori che dovendo occuparsi di cose concrete come scalare le colonne dei giornali, le torri d’avorio delle case editrici e talvolta i contrafforti di incarichi privati e pubblici non hanno purtroppo il tempo di dedicarsi con calma a quella frivola impresa che è lo scrivere». Su Avvenire, il bilancio di Alessandro Zaccuri puntualizza un altro particolare: la «quota di maggioranza (51%) detenuta da Fiera Milano nella Fabbrica del Libro, la società che organizza la manifestazione e della quale l’Aie è socia al 49%. La decisione sul calendario resta sostanzialmente in mano a chi gestisce gli spazi espositivi, dunque». E ricorda un dato spicciolo ma importante: alla Fiera si arriva con un biglietto della metropolitana che costa – tra andata e ritorno – 5 euro: «Sommati ai dieci dell’ingresso, equivalgono al prezzo di copertina di un tascabile». Non può stupire allora che il boom di vendite lo abbia ottenuto il Libraccio, che offre  libri usati ma in ordine, e anche alcune edizioni rare. C’è stato perfino qualche stand – l’ho verificato di persona – che non faceva nemmeno uno zero virgola di sconto sul prezzo di copertina di libri normalmente in catalogo: perché allora andare fino a Rho, quando si possono acquistare online?

La ricetta di don Mazzolari per i “lontani”

800px-Bozzolo-Chiesa_S._PietroLa pastorale verso i “lontani” di don Primo Mazzolari, il martirio dei filosofi e il mestiere di giornalista tra le proposte di Avvenire oggi sulle pagine di Agorà. Del parroco di Bozzolo – che sarà commemorato domani con la presenza del cardinale Gualtiero Bassetti – viene presentata una lettera inedita del 1938 al suo vescovo Giovanni Cazzani; lo statunitense Costica Bradatan indaga gli esempi di filosofi che giunsero a perdere la vita per le proprie idee; l’inviato della Stampa Domenico Quirico dà materia per riflettere sui compiti del cronista.

In risposta alla richiesta del vescovo di avere chiarimenti su «come accostare o chiamare per parlarci ed acquistarci la grande massa dei lavoratori e delle lavoratrici», don Mazzolari confessa («Vi presento i lontani») di non avere la “ricetta” sempre valida, ma spiega che la strada «forse non è quella usata dai più». E aggiunge: «La “strada dei lontani” nessuno la può tracciare toponomasticamente, poiché, dopo aver visto o meglio intuito, il camminare è questione d’anima, di temperamento, di calore, di comprensione, d’audacia». «I “lontani” – aggiunge don Mazzolari – vogliono essere capiti: non importa se noi non siamo in grado di aiutarli. Non lo pretendono neanche: pretendono soltanto di vedere in chiarezza il volto di una religione, che in fondo stimano ancora e dalla quale si sono staccati per delusione d’innamorati». Compito difficile il recupero, specie se non si conosce bene il punto di partenza. Scrive infatti ancora don Mazzolari: «Chi sa di preciso dov’è “religiosamente” il nostro popolo? Da quali lontananze bisogna farlo ritornare? Chi ha misurato la devastazione di certi pregiudizi politici derivanti da una confusione che non torna a bene e a onore di nessuno? La fatica del vivere quotidiano? Le ingiustizie spudorate e acclamate?». Domande che mantengono una loro validità ancora oggi.

«Morire per le idee» è il testo di Bradatan, presentato oggi a Tempo di Libri, la fiera dell’editoria in corso a Rho (Milano). Nell’intervista in anteprima ad Alessandro Zaccuri «Filosofia da vivere (e da morire)», Bradatan spiega che ha «provato a dimostrare come per lungo tempo la filosofia occidentale abbia concepito se stessa come arte del vivere». Citando Socrate, Boezio, Montaigne, Schopenhauer e Nieztsche, Bratadan osserva che «In passato l’importanza e lo stesso significato di una teoria o di un’opera filosofica erano commisurati ai cambiamenti che ne derivavano per la vita delle persone», i filosofi stessi e i loro ascoltatori: a contare era «il metodo di vita, anzi: la pratica». Al punto che si poteva «morire per le idee»: anche se i casi di martirio di un filosofo sono poco numerosi, ammette Bradatan, ma presentano «una casistica molto affascinante. Tommaso Moro, il cui martirio fu nel contempo filosofico e cristiano, è un’eccezione pressoché unica. I filosofi che scelgono di morire, di norma, non credono in un Dio pronto ad accoglierli. E questo, dal mio punto di vista, è davvero straordinario: sono persone che affrontano la prova, perdono tutto e non nutrono acuna speranza in una ricompensa celeste. Offrono la propria vita senza ottenere nulla in cambio. Muoiono per restare coerenti con le idee che professano. Muoiono perché non possono fare altrimenti. È un gesto che ha in sé una bellezza tragica e disperata, alla quale bisognerebbe prestare maggior attenzione. Se si osservano queste scelte più da vicino, ci si accorge che i filosofi non muoiono mai “per niente”. Qualcosa lo ottengono sempre, ma si tratta di un’immortalità molto diversa da quella promessa dalla religione». Bradatan distingue infatti il caso di Gesù: «è il Figlio di Dio e considerare la sua vita e la sua morte nella sola prospettiva del martirio comporterebbe una vistosa svalutazione. Morì di una morte brutale e umiliante, non si discute, e la sua Passione ha fatto da modello per i martiri cristiani. Ma Gesù, in ogni caso, è molto più di un martire».

Infine l’interessante segnalazione – a cura di Diego Motta – del pamphlet di Domenico Quirico, Il tuffo nel pozzo (Vita e Pensiero), anche questo presentato oggi a Tempo di Libri. Il giornalista, divenuto famoso presso il grande pubblico per il sequestro che subì in Siria quattro anni fa ma con una lunga e prestigiosa carriera alle spalle, può a buon diritto domandarsi, come recita il sottotitolo: «È ancora possibile fare del buon giornalismo?». Quirico mette a nudo vizi vecchi e nuovi dei colleghi più o meno famosi, ma soprattutto contesta il «giornalismo per sentito dire». E sottolinea che non il rapporto con il lettore (pur importante) è a fondamento della professione, ma «il rapporto chiave è quello con il soggetto del racconto». Il giornalista deve «testimoniare ciò che vede», sintetizza Motta: «Uscire là fuori, per vedere cosa succede senza lenti deformanti, è un privilegio che andrebbe custodito e coltivato gelosamente: non per propria vanagloria, ma perché solo così si può salvare la dignità di un lavoro». In tempi di (cosiddetta) post-verità, rimanere a contatto con il reale per un giornalista resta indispensabile.

Tempo di libri, tempo di polemiche

Tempo di letteratura oggi su Avvenire nelle pagine di «Agorà sette», l’inserto culturale settimanale. Priorità alla Fiera voluta dall’Associazione italiana editori (Aie) che a Rho ha inaugurato mercoledì il nuovo appuntamento sul lobro, ma anche il trentesimo anniversario della morte di Carlo Cassola e una rievocazione di Gianni Brera, giornalista sportivo e scrittore.

Da «Tempo di libri» escono i dati sull’editoria religiosa (del mercato librario in generale Avvenire aveva scritto ieri: «Lettori forti alla riscossa? Ma il mercato cala»). L’inviato Alessandro Zaccuri parla di «Effetto Francesco»: in effetti nel 2016 «il titolo più venduto nelle librerie religiose italiane è stato Il nome di Dio è misericordia, l’intervista di Andrea Tornielli a papa Francesco pubblicata da Piemme in occasione del Giubileo». Ma il boom (prevedibile) di un libro sul Papa quanto ha trainato il settore se, fatto 100 quel testo, il secondo tocca quota 20? Il settimo Osservatorio sull’editoria religiosa realizzato in collaborazione con l’Ufficio studi dell’Aie indica che «nell’arco di pochi anni nel nostro Paese i lettori di libri religiosi sono più che raddoppiati (erano due milioni e 700mila nel 2010, oggi arrivano a cinque milioni e 700mila), ma nel contempo cresce anche la presenza dell’editoria laica nel settore (una quota del 26,6% rispetto al 24,1% del 2014). Si registra però anche una flessione nel settore tra 2015 e 2016 (-2,9%) e soprattutto degli editori cattolici (-7,9%) «Per avere elementi incoraggianti – osserva Zaccuri – si deve tornare al profilo dei lettori di testi religiosi: più giovani rispetto al passato, più colti, non necessariamente credenti. Definizione, questa, nella quale si riconosce ormai il 38% di quanti, nel corso di un anno, leggono almeno un libro di argomento religioso». Le strategie editoriali per crescere intercettando l’“effetto Francesco” (ma non solo) sono poi illustrate dai responsabili editoriali di Città Nuova, San Paolo, Itaca Libri Effatà, edizioni Terra Santa, Emi, Libreria Editrice Vaticana, Claudiana. Ancora su temi di letteratura religiosa, Avvenire ha pubblicato mercoledì 19 un’anticipazione del saggio della filosofa francese Catherine Chalier «Libri sacri. Verità e interpretazione» che nel suo Leggere la Torà (Giuntina) propone un ascolto dei testi rivelati privo di condizionamenti ideologici.

Sulla stessa prima pagina di oggi di «Agorà sette», ancora Zaccuri deve tornare sul romanzo di Walter Siti (già affrontato sabato scorso) perché la polemica è salita di tono. «Su don Milani solo insinuazioni odiose» è il titolo dell’articolo in cui si controbatte alle allusioni sempre meno velate dell’autore del romanzo Bruciare tutto (che narra di un prete pedofilo) sulla «fantomatica “attrazione fisica” per i ragazzi» che avrebbe avuto il prete di Barbiana. Esaminando senza preconcetti le lettere di don Milani citate da Siti, Zaccuri dimostra che l’attenzione verso gli ultimi e il loro contesto povero suscitavano – talora con un linguaggio vivace – la voglia di ribellarsi piuttosto che quella, appunto odiosa, di approfittarne. Nella questione interviene anche la Fondazione Don Milani si è detta preoccupata «che siano fatte operazioni di verità storica soprattutto di fronte a personaggi che sono giganti del pensiero. Quella di Siti è un falso ideologico – prosegue il testo citato da Avvenire – anche mal fatto e senza approfondimento. Don Milani era innamorato di una classe intera, quella degli ultimi e diseredati. A loro ha dedicato il suo apostolato di prete vero e soprattutto attraverso la scuola che definiva ottavo sacramento. Gradiremmo che una dedica del genere fosse ritirata e che si parlasse del don Milani vero e dei suoi valori, non di cronaca becera d’ora in poi». «In caso contrario, a quanto pare – scrive Zaccuri -, la Fondazione valuterà la possibilità di un’azione legale».

Nella rubrica «Benché giovani», Goffredo Fofi rievoca Carlo Cassola, attraverso il ricordo di quando lo incontrò a Parigi negli anni Sessanta. Dell’autore del Taglio del bosco, Fofi richiama la battaglia pacifista e l’atto di accusa contro le ipocrisie e gli opportunismi degli intellettuali italiani di allora. Infine cita le lettere ad Angelo Gaccione, raccolte in Cassola e il disarmo. La letteratura non basta: «Le lettere a Gaccione ci rendono Cassola più vicino, da amare non solo per la limpida forza del narratore di vite comuni, anche per le sue convinzioni politiche in difesa, a ben vedere, proprio di quelle stesse vite comuni, che sono poi anche le nostre».

Con «Brera, Letteratura in campo», vengono pubblicati due articoli (di Andrea Maletti e Adalberto Scemma) tratte dai Quaderni dell’Arcimatto, giunti al quarto volume (Edizioni Fuori Onda). Maletti rievoca l’ultima intervista concessagli dal giornalista il 17 dicembre 1992, due giorni prima di morire in un incidente d’auto; Scemma le «sfide» breriane della stagione di Contro, settimanale diretto da Cesare Lanza che alimentò polemiche letterarie con alcuni autori tra i più noti, tra cui Umberto Eco, Giovanni Arpino, Gino Palumbo.

Medioevo delle donne e romanzo scandalo. E i 90 anni di Ratzinger

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Giovanna d’Arco

È una pagina densa oggi su Avvenire la copertina di Agorà: il Medioevo al femminile di Régine Pernoud e il discusso romanzo Bruciare tutto di Walter Siti; in più l’annuncio del premio «Eugenio Corti». Infatti all’autore del Cavallo Rosso, scomparso tre anni fa, il Centro di ricerca «Letteratura e cultura dell’Italia unita« dell’Università Cattolica di Milano dedica un premio internazionale per promuovere lo studio della sua opera. Due le sezioni: miglior pubblicazione sulla sua opera e miglior tesi di laurea o dottorato. La scadenza è l’8 ottobre prossimo; maggiori informazioni sul sito del Centro di ricerca.

Lo storico Franco Cardini («Clotilde, il cuore e il Medioevo delle donne») plaude alla nuova edizione di un capolavoro della studiosa francese Régine Pernoud La donna al tempo delle cattedrali (Lindau). «Il Medioevo è pieno – scrive Cardini – di donne straordinarie: statiste, da Eleonora d’Aquitania a Matilde di Toscana che ha offerto un contributo formidabile alla Riforma della Chiesa nell’XI secolo a Bianca di Castiglia madre di Luigi IX; sante, da Chiara d’Assisi a Caterina da Siena a Giovanna d’Arco; intellettuali, scrittrici e poetesse, da Eloisa a Christine de Pizan». E donna straordinaria era anche Regine Pernoud, scrive Cardini: «Autrice di studi scientifici rigorosissimi, era una fervente sostenitrice della necessità civica di scrivere libri di buona e affidabile divulgazione storica, che servissero ad alzare il livello culturale medio della società civile». E questo libro – conclude – «potrebbe essere una piccola, vera e propria storia del Medioevo» visto attraverso le donne, da Clotilde (moglie del re franco Clodoveo, V-VI secolo) a Giovanna d’Arco (morta nel 1431).

L’elzeviro di Alessandro Zaccuri («Agli abissi di Siti manca il coraggio di Dostoevskij») esamina il nuovo romanzo di Walter Siti Bruciare tutto, «al centro di una polemica non esclusivamente letteraria». Protagonista è infatti don Leo, un giovane prete omosessuale, ma anche pedofilo. Zaccuri osserva che analoga storia di abiezione era stata narrata da Fëdor Dostoevskij nei Demoni: «È indubbio che siano una delle fonti di Bruciare tutto, se non la principale». I libri di Siti «ruotano attorno a una visione tutt’altro che conciliata dell’omosessualità, nella quale il desiderio erotico si rovescia in colpa, stigma morale, condanna». Ma il suo don Leo, che «aveva giurato a se stesso di non diventare mai come il suo turpe confessore, è precipitato nello stesso inganno». E sembra non avere mai creduto in Dio «contrariamente a don Lorenzo Milani, alla cui “ombra ferita e forte” il romanzo di Siti è ambiguamente e inspiegabilmente dedicato.

«Non importa – osserva Zaccuri – che Siti si dichiari non credente… La discesa agli inferi di don Leo avrebbe potuto raccontarla solo uno scrittore che, almeno durante la stesura del romanzo, si fosse fatto carico del paradosso della fede, di quel come se su cui tutto sta o cade. In assenza di questo, la soluzione di assegnare a un altro bambino il ruolo prima di tentatore e poi di vittima sacrificale risulta tanto strumentale da suscitare raccapriccio».

Infine due segnalazioni. Nella seconda pagina di Agorà, Maurizio Schoepflin recensisce libro del teologo Romano Penna Quale immortalità? (San Paolo) che «offre un contributo prezioso alla chiarificazione delle numerose e tanto differenti concezioni che, lungo i secoli, si sono susseguite intorno alla questione relativa a ciò che ci attende post mortem».

Nella pagina dedicata agli spettacoli, Tiziana Lupi («L’umanità di Benedetto») presenta la puntata che La grande storia, domani alle 20 su Rai3, dedicherà alla figura del Papa emerito in occasione del suo novantesimo compleanno. Lo speciale Benedetto XVI, la storia di Joseph Ratzinger da un lato ne racconta la biografia, con immagini inedite o poco note, dall’altro si interroga – spiega il responsabile de La grande storia Luigi Bizzarri – sul rapporto «tra il chiostro e il mondo», tra «il desiderio di una vita appartata, dedicata alla preghiera, allo studio e alla scrittura» e «il servizio alla Chiesa» fino al soglio di Pietro «Ad oggi – osserva Bizzarri – sappiamo troppo poco di ciò che Benedetto XVI ha fatto realmente per la Chiesa… Una vera valutazione potremo farla, forse, tra vent’anni». Commenta l’autrice Nietta La Scala: «Ciò che mi ha colpito di più è stata l’umanità di Ratzinger».

Tra la passione e la risurrezione

Deposizione
Deposizione

Due testi interessanti legati al tempo pasquale oggi su Avvenire in copertina dell’inserto «Agorà sette». Un racconto di Giuseppe Lupo («Nella tomba che avevo scelto per me») immagina che, nella sua vecchiaia, Giuseppe di Arimatea rievochi l’evento sconvolgente della risurrezione di Gesù («lo sconquasso»), che lasciò stupefatti lui e gli stessi apostoli. Parlando in prima persona ricorda che era stato il suo servo Zoroadele, che per l’emozione continuava a muovere le braccia come un uccellino, ad aver «voluto che io corressi nella casa dove stavano radunati i seguaci del Maestro» e li aveva trovati «tutti a occhi sgranati, tutti sognanti: “Il Maestro è risorto! Il Maestro ha mantenuto la promessa!”». Rientrando a casa turbato («L’ho sistemato nella tomba… Come sarebbe a dire: risorto?»),  Giuseppe si preoccupa del servo sordomuto che cammina dietro di lui: «Dopo quel che è accaduto, chi se ne importa tra noi chi è servo e chi padrone?». A molti anni di distanza, l’evento continua a interrogarlo nel profondo: «Tutti vogliono vedere il sepolcro del miracolo, lo chiamano così, sepolcro del miracolo. Tutti tranne me». Giuseppe evita di andarci: «Ci andrò quando sarò pronto, quando finalmente avrò capito cos’è accaduto». Anche se ha sognato spesso il Maestro che gli parla «della lunga notte che ha trascorso nel mio sepolcro, avvolto nel lenzuolo bianco, e di una voce che a un certo punto lo ha svegliato».

A fianco un articolo di José Tolentino Mendonça («La certezza giuridica di Gesù morto in croce») ripercorre le tappe del processo a Gesù dopo l’arresto notturno. Infatti la crocifissione è un fatto confermato da numerose fonti, non solo i Vangeli o gli scrittori cristiani: tra gli altri il romano Tacito, il greco Luciano di Samosata e l’ebreo Flavio Giuseppe. Viceversa, l’iter giuridico ha da sempre sollevato interrogativi: il coinvolgimento delle autorità ebraiche, che avevano competenze limitate, complica una procedura che comunque doveva vedere all’opera il potere romano, unico autorizzato a condannare alla crocifissione. E Pilato non si accontenterà delle accuse del sinedrio, ma deciderà di svolgere un processo. Infine la via crucis, tra gesti di scherno e di compassione, fino al patibolo.

Tra le recensioni, da segnalare quella di Alessandro Zaccuri al romanzo Nel guscio di Ian McEwan («Il nuovo Amleto non è ancora nato»): un dramma visto da un bambino nel grembo materno. Un testo che «rivendica le ragioni del non nato, che con la sua voce appena percettibile testimonia un’urgenza di vita irriducibile al caos in agguato là fuori, oltre il riparo del guscio». E quella di Fulvio Panzeri al romanzo Lazzaro di Roberto Pazzi, in cui «il presente inquieto della contemporaneità viene trasfigurato in una visione che riporta in scena, con misura e lucidità, un dialogo religioso sull’apocalisse delle anime».