Carta, foto, pietre… Rane: mille motivi per visitare Siracusa

20170609_105031Oltre a poter assistere alle ultime rappresentazioni delle Rane di Aristofane al teatro greco (terminano domenica 9 luglio), una visita in questi giorni a Siracusa permette di scoprire alcune mostre interessanti, legate all’antichità classica ma non solo. Innanzi tutto la tradizionale «Inda Retrò», che l’Istituto nazionale del dramma antico dedica alle precedenti rappresentazioni delle opere in cartellone. Quest’anno la mostra è divisa in tre parti. La prima sono documenti, foto e testi, e abiti di scena appunto di Sette contro Tebe, Fenicie e Rane. L’opera di Eschilo è stata rappresentata tre volte (nel 1924, 1966, 2005), quella di Euripide solo nel 1968 e la commedia di Aristofane nel 1976 e nel 2002. Esaminando i documenti nelle vetrine si scoprono alcune curiosità, come il fatto che le stagioni negli anni Sessanta erano molto corte (19 giorni nel ’66 e nel ’68), o che nel 1976 la terza opera, la commedia plautina Rudens, fu rappresentata all’anfiteatro romano di Siracusa. E si trovano spartiti musicali, lettere, locandine e foto ancora in bianco e nero degli spettacoli. Completa la rievocazione, un filmato a cura di Franca Centaro, che permette di vedere dal vivo brani di alcune delle più recenti rappresentazioni.

In un’altra sezione («La città come scena, la città nella scena») si esamina lo sviluppo architettonico-urbanistico di Siracusa nel corso dei decenni dal particolare punto di osservazione rappresentato dal teatro greco con focus sugli anni 1970, ’84, ’96, 2000 e 2012. La ricostruzione è a cura della facoltà di Architettura dell’Università di Catania con sede a Siracusa. Infine «Il superbo spettacolo», a cura di Angela Gallaro Goracci, è un esame dell’evoluzione del pubblico nel corso del tempo con una foto per ogni decennio: dalla folla negli anni Venti (ma gli uomini erano in giacca e cravatta) ai giovani con gli smartphone degli anni Duemila.

20170611_204520Costituisce un ulteriore motivo di interesse il fatto che le tre mostre sono ospitate nell’atrio del Teatro Comunale di Siracusa, che è stato rimesso a disposizione solo da pochi mesi dopo un lungo lavoro di restauro. Il teatro, che risale alla fine dell’Ottocento, era infatti chiuso da più di cinquant’anni e la sua riapertura offre un nuovo motivo di interesse e un’occasione di arricchimento culturale per la città. Spiccano nell’atrio tre magnifici lampadari in vetro di Murano, dono di Dolce&Gabbana, ma tutta la struttura è stata rimessa a nuovo in modo esemplare. E nelle sere dei fine settimana è possibile usufruire di una visita guidata che illustra la storia e le particolarità dell’edificio.

20170706_121514Curiosità antiquaria e tanta passione sono invece presenti nella piccola ma interessante esposizione aperta nella Sala Caravaggio dell’ex museo archeologico in piazza Duomo. «Memorie su Carta» rievoca la figura del disegnatore Rosario Carta (1869-1962) che fu prezioso collaboratore degli archeologi che si sono succeduti dalla fine dell’Ottocento alla guida della Soprintendenza alle antichità (ora ai Beni culturali e ambientali), da Paolo Orsi a Giuseppe Cultrera a Luigi Bernabò Brea. La mostra, a cura di Rosalba Panvini e Marcella Accolla, documenta l’attività di questo figlio della terra siracusana (era nato a Melilli) affiancò le operazioni di scavo in diversi luoghi della Sicilia (oltre a Siracusa, anche Eloro, Gela, Camarina e altri), documentando con disegni accurati i reperti che venivano portati alla luce, prezioso complemento delle relazioni degli archeologi. Ed ebbe anche la capacità di mantenersi aggiornato, prendendo confidenza con la nuova arte della fotografia che stava affermandosi. Scrisse di lui Paolo Orsi nel 1919: «Le terrecotte architettoniche di via Minerva oltre che da me furono amorosamente e con le più grandi cure esaminate e scrutate dal mio valoroso collaboratore, il disegnatore Sig. R. Carta, che in questa materia è diventato un pratico di singolare perizia, nel riconoscere la ragione e la funzione di ogni singola parte, di ogni minuto particolare. Egli ha sempre diretto e vigilati i restauri abilmente eseguiti dal restauratore G. D’Amico; ed alla sua perspicacia, oltre che alla mano abilissima per i disegni e gli acquarelli, io devo una quantità di preziose osservazioni, di cui ho fatto tesoro nel presente studio».

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La stanza dell’ipogeo che fu dedicata a santa Lucia

Infine, ma non per importanza, la mostra «Siracusa. Immagine e immaginario. Verso un museo della città» (fino al 15 ottobre) ospitata nell’ipogeo di piazza Duomo, riaperto solo pochi anni fa. Realizzata in occasione dei 2750 anni di Siracusa a cura dell’Archeoclub Siracusa da un’idea di Fabio Granata e uno studio di Liliane Dufour, offre testimonianza interessanti dal Cinquecento a oggi: dalle cartografie cinquecentesche a plastici in legno settecenteschi fino alle fotografie noventesche. L’ipogeo, che si apre sotto il giardino dell’arcivescovado con il suo splendido limoneto, e finisce a livello del mare al Foro Vittorio Emanuele II, nasce in epoca arcaica come cava di pietra, che fu usata per molti edifici, compresa la cattedrale (già tempio di Atena), e tornò utile durante la seconda guerra mondiale quale rifugio antiaereo per la popolazione. Toccanti le foto esposte delle torme di bambini lì rifugiati, curioso il privilegio dei nobili di avere una stanza per sé (dove peraltro saranno stati piuttosto stretti…), emozionante la devozione che fece riservare un apposito vano – con porta serrata – al simulacro di santa Lucia, qui trasferito insieme con ex voto e tesoro, evidentemente ritenuti patrimonio spirituale importante per la popolazione e meritevoli di essere messi in salvo.

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Sette guerrieri che fanno paura al popolo di Tebe

20170610_110521Un doppio confronto tra Eschilo ed Euripide caratterizza la stagione del 53° ciclo di spettacoli classici al teatro greco di Siracusa: le due tragedie della saga tebana, i Sette contro Tebe e le Fenicie, e poi la commedia di Aristofane, le Rane, centrata sulla gara fra i due tragediografi per il primato nell’Ade. Sullo sfondo le celebrazioni per i 2750 anni della città di Siracusa, che si intrecciano nella riflessione sulla gestione del potere, uno dei temi principali delle due tragedie in scena.

Nei Sette contro Tebe viene rappresentata la guerra dal punto di vista della popolazione di una città  assediata, che vive la paura di finire conquistata, uccisa o brutalizzata. Ma anche la lotta per il potere, sempiterna fonte di divisione all’interno delle comunità o addirittura delle famiglie. Come nella stirpe di Laio, le cui sciagure non si esauriscono nel figlio Edipo, ma portano alla completa rovina anche i suoi figli Eteocle e Polinice. Il testo di Eschilo è uno dei più arcaici (467 a.C.) tra quelli a noi pervenuti (secondo solo ai Persiani), e rappresentò la “rivincita” dell’anziano poeta su Sofocle, che aveva esordito con un successo al concorso ateniese l’anno precedente. La vicenda è quella della guerra che Polinice porta alla sua città, Tebe, accompagnato da un grande esercito di Argivi, arricchito dalla guida di alcuni fortissimi eroi. A contrapporlo alla sua patria è l’esilio comminatogli dal fratello Eteocle, che si è rifiutato di cedergli il comando della città alla fine del suo turno, come invece era stato stabilito. Se il «dramma pieno di Ares», come lo definì Gorgia (e poi Aristofane nelle Rane) terminerà con la salvezza di Tebe, lo scontro fratricida porterà ad avverarsi la maledizione che Edipo aveva lanciato verso i suoi figli, di dividersi l’eredità con la spada.

L’allestimento siracusano risulta efficace nel rappresentare l’angoscia che pervade la popolazione: la scena (di Carlo Sala), molto lineare, senza fondali, sabbiosa, presenta al centro un grande albero, sede degli altari degli dei. Questa area, che sembra grande, rappresenta l’interno della città assediata: la cavea del teatro funge da mura, oltre le quali si sentono i rumori di guerra, gli strepiti dei carri e dei soldati, gli assalti alle fortificazioni, i colpi delle armi (l’accompagnamento musicale è di Mirto Baliani). Il coro vaga per la città e trova riparo solo presso il grande albero. Eschilo mette nel coro solo donne, mentre il regista Marco Baliani inserisce anche uomini. Non è l’unico adattamento, più o meno riuscito, per cercare di dare spessore scenico a un testo breve (poco più di mille versi, una delle più corte tragedie pervenuteci) scritto per un teatro veramente lontano nel tempo. Ecco quindi l’introduzione della figura di un aedo (Gianni Salvo) che viene a illustrare la storia della famiglia e chiarire gli antefatti, di cui nella trilogia di cui i Sette erano la conclusione (le prime due tragedie erano Laio ed Edipo) il pubblico ateniese aveva avuto piena rappresentazione poco prima (anche se nulla sappiamo del modo in cui Eschilo trattava il mito reso poi “canonico” da Sofocle).

Versione 2Eteocle (Marco Foschi) inizia a recitare da lontano, da quella ex casetta dei mugnai che caratterizza il panorama del teatro greco di Siracusa, sul colle Temenite. Anche un semplice accenno a Tiresia nel testo eschileo viene sfruttato per far comparire in scena il vecchio indovino, anche se non pronuncia alcuna parola e il suo responso viene riferito dallo stesso Eteocle. Un’altra innovazione: Eschilo fa dialogare Eteocle con la capocoro, che Baliani trasforma nel personaggio di Antigone (Anna Dalla Rosa). È lei quindi a guidare la preghiera disperata delle giovani di Tebe (e qui anche degli uomini) che si rivolgono agli dei perché salvino la città sotto assedio, e impediscano che esse stesse siano rese schiave o uccise dai vincitori. Una preghiera che il re contesta vigorosamente, in quanto indizio di paura, con parole misogine e chiede piuttosto di domandare la vittoria per i soldati. Il messaggero (Aldo Ottobrino, che parla dall’alto di una quinta laterale in pietra, come fosse sulle mura) illustra le qualità belliche dei sette condottieri nemici (Tideo, Capaneo, Eteoclo, Ippomedonte, Partenopeo, Anfiarao e Polinice) pronti ad assalire le sette porte di Tebe, descrivendo minuziosamente gli emblemi dipinti sui loro scudi, accrescendo la tensione e la paura del coro. A ciascun nemico Eteocle contrappone i campioni della città riservando a sé la difesa della porta che sarà attaccata da Polinice. Pur scongiurato dal coro di evitare lo scontro fratricida, Eteocle ritiene inevitabile andare incontro al proprio destino.

Copia di 20170609_200139Apprezzabile lo sforzo di vivacizzare una narrazione che appare statica e lontana dal gusto moderno con evoluzioni dei guerrieri che prendono posto davanti a sette cippi a simboleggiare le sette porte. Così come la scena del combattimento (virtuale perché i nemici non compaiono) riempie efficacemente un tempo teatrale altrimenti povero. Infine, ancora la narrazione di un messo, mentre il crollo dell’albero al centro della scena indica la rovina della stirpe di Edipo, riferisce della salvezza della città, ma anche dell’esito funesto dello scontro fratricida. Antigone e Ismene compiangono i fratelli morti, ma subito si profila il nuovo conflitto (si tratta di versi probabilmente non autentici della tragedia): un altoparlante (trovata poco felice) emerge dal suolo e proclama la decisione dei capi della città di riservare onori funebri a Eteocle, che ha difeso la patria, e di abbandonare insepolto il cadavere di Polinice che le ha portato guerra. Un ordine che Antigone si propone subito di trasgredire. Ricompare l’aedo a preannunciare che nuove sciagure si attendono.

In definitiva, un dramma corale che trasmette bene il senso di paura prima e sollievo poi, di una popolazione alle prese con gli orrori della guerra: situazione, come osserva il regista Baliani, vissuta ancora ai nostri giorni, da Sarajevo ad Aleppo. Convincenti anche gli attori, in particolare Eteocle e Antigone, che tengono bene la scena, riuscendo a far “dimenticare” di essere gli unici personaggi chiamati a dialogare.