Ha 100 anni il prete del “Cavallo Rosso”

In occasione del centesimo compleanno di don Mario Cazzaniga, ispiratore e amico dello scrittore besanese Eugenio Corti, il mio articolo pubblicato oggi nelle pagine culturali di Avvenire. L’immagine ritrae don Mario durante la cerimonia di conferimento della medaglia d’argento al valor militare a Eugenio Corti (a sinistra), a Besana in Brianza, nel luglio 1950.

Corti - don MarioCent’anni di vita, di cui oltre 70 da sacerdote. Don Mario Cazzaniga, il prete che compare tra i protagonisti del “Cavallo Rosso” di Eugenio Corti, accetta con piacere i festeggiamenti che tanti gli dedicano in questi giorni, ma è fiero soprattutto della pergamena con gli auguri che gli ha inviato papa Francesco. Ma l’ammirazione per il Papa («è un uomo eccezionale») non gli fa dimenticare il particolare legame stretto con il cardinale Carlo Maria Martini, che lo stimolò a celebrare l’Eucaristia dove nessuno era mai riuscito.
«Anni fa scrissi un articolo, dal titolo: “Gesù Cristo è la mia guida”» sottolinea don Mario, da pochi mesi ospite presso la residenza San Pietro di Monza, gestita dalla cooperativa “La Meridiana”. E aggiunge: «Due sono le linee di sviluppo del mio sacerdozio: da un lato la dedizione ai malati, a costo eventualmente della vita; dall’altro il compito di portare Gesù in tutto il mondo. E in questo sentivo il sostegno del cardinale Martini (ma anche del cardinale Giovanni Colombo ero stato il beniamino)». In effetti don Mario ha viaggiato dall’Australia all’Africa, dall’isola di Pasqua alla Cina, dalle Hawaii (visitando il lebbrosario di Molokai) al Circolo polare artico canadese: «Qui riuscii a celebrare la Messa in una stazione di ricerca isolata spremendo gli acini di un unico grappolo d’uva che si trovò in una dispensa».
Nato il 16 ottobre 1915, Mario Cazzaniga divenne sacerdote nel 1944 («Fui salvato dalla guerra dal cardinale Schuster»), ed ebbe l’incarico di coadiutore alla parrocchia di Besana in Brianza (Monza). La sua figura di giovane prete, quale emerge dalle pagine del “Cavallo Rosso” («capelli a spazzola, faccia da bambino con occhiali cerchiati di ferro sottile», scrive Corti e, a parte la canizie, non è molto cambiato) segna profondamente la vita dei giovani e delle famiglie: don Mario cerca di educare la gioventù e di aiutare tutti, nelle difficili prove della guerra prima e della guerra civile poi, con un criterio guida: la misericordia inesauribile di Dio.
Don Mario conosce presto la famiglia Corti, verso cui sviluppa grande stima, in particolare per la mamma Irma: «Sperava che di dieci figli almeno uno diventasse sacerdote, e aveva già fatto preparare una talare in gabardine per l’ultimo». Ma quando anche Corrado, intrapresi gli studi di medicina, sembrava ormai votato a un’altra missione «la signora me ne fece dono. Ma il Signore ha le sue vie: i genitori regalarono al figlio un viaggio a Lourdes accompagnato da me, per premiarlo dei suoi risultati universitari. E lì, dopo una notte trascorsa in preghiera nella grotta, abbracciandomi mi disse che voleva diventare gesuita».
Don Mario è il suggeritore nascosto di molti episodi narrati da Eugenio Corti (che nel dedicargli il volume della prima edizione lo definisce «personaggio tra i più belli di questo libro»): «Abbiamo passato tante ore insieme. Gli raccontavo tanti particolari della vita qui, mentre lui era al fronte in Russia». Traccia importante della propensione di don Mario al perdono, nel romanzo, è l’episodio della conversione del Foresto, il comunista mandato in paese a fare proselitismo, colpito da una leucemia mortale. «Il fatto è storico – conferma don Mario –. Era un uomo gigantesco, sempre armato perché diceva di andare a caccia, ed era temuto da tutti. Ma quando fu ricoverato, trascorsi ore e ore con lui: prima a parlare di Tolstoj e Dostojevski, poi piano piano di temi religiosi. E alla fine, ammettendo di averne fatte di tutti i colori, chiese di essere confessato e comunicato. Gli feci un gran funerale in chiesa, con i suoi amici frementi di rabbia». Il tempo di guerra è stato epoca di grandi odi e di altrettanto grandi opportunità di conversione: «Predicavo che bisogna sempre rispettare i morti: quante estreme unzioni ho amministrato! E quante confessioni di giovani combattenti in punto di morte (c’è stato chi nel delirio mi credeva un nemico e voleva strozzarmi)! Fui chiamato quando ci fu la strage di Bulciago, dove i partigiani incapparono in una colonna di fascisti in fuga verso Como. Così come dovetti riferire alla moglie di un fascista che suo marito era stato fucilato: nonostante le mie precauzioni, svenne. Ma da allora cominciò a frequentare la chiesa». E ha corso anche rischi personali: «I comunisti mi malmenarono fuori dalla chiesa (ma non li denunciai) e i nazisti mi puntarono la pistola alla tempia perché – dopo aver preso in ostaggio alcuni operai – volevano che rivelassi chi aveva compiuto un furto di sale in stazione: ma io ero sacerdote, dovevo solo mettere pace». «Ci sono momenti – commenta – in cui si fanno cose eroiche che non si era mai pensato di poter fare». E aggiunge: «Ero coraggioso, adesso sono un pulcino».
Dopo il ministero a Besana («dove ho lasciato la pelle»), don Mario viene destinato quale cappellano all’ospedale San Gerardo di Monza: «Qui avevo a che fare con gli infettivi, ma non mostravo paura (come accade anche nel Cavallo Rosso, quando visita i ricoverati con la tisi, ndr). E anche il cardinale Giovanni Battista Montini, in visita al reparto, fece a meno del disinfettante». Nel luogo di sofferenza per antonomasia, don Mario è punto di riferimento: «Gianna Beretta Molla chiese subito di me quando venne ricoverata, incinta e malata di tumore. Ero presente quando disse: “Nel dilemma di scegliere chi deve vivere, sono pronta a dare la mia vita per la mia creatura”. E, da medico, sapeva bene che cosa la attendesse».
Don Mario è anche il suggello del “Cavallo Rosso”: l’ultima pagina del romanzo rivela che grazie alle sue preghiere ha raggiunto il paradiso uno dei personaggi più odiosi, un funzionario dedito alla caccia, alla tortura e all’uccisione dei partigiani prima, dei fascisti poi, ma che – scrive Corti – «grazie alle preghiere instancabili di don Mario, il demonio non è riuscito a tenere soggiogato sino alla fine». Alla vigilia del Giubileo della misericordia, don Mario è ancora un punto di riferimento: «Ero venuto qui per riposare – scherza –, ma il Papa mi chiede di andare avanti…». E legge, sulla pergamena incorniciata alla parete di fianco al letto, che per don Mario «Papa Francesco… invoca l’intercessione di Maria affinché il suo ministero continui a essere icona e trasparenza di quello di Cristo Buon Pastore».

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Laras: «Penso che Dio voglia vederci uniti»

In occasione del conferimento del titolo di dottore honoris causa della Veneranda Biblioteca Ambrosiana al rabbino Giuseppe Laras, la mia intervista pubblicata mercoledì 29 aprile nelle pagine culturali di Avvenire.

rabbino_laras«La libertà deve sempre essere accompagnata dalla libertà di fare il bene. Cioè non basta fare scelte libere, occorre fare scelte buone». Sono concetti centrali della lectio che svolgerà stasera rav Giuseppe Laras durante la cerimonia in cui l’arcivescovo Angelo Scola, gli conferirà il titolo di dottore honoris causa della Biblioteca Ambrosiana. Laras sarà il primo studioso non cattolico a far parte del Collegio dei dottori dell’Ambrosiana, istituzione con cui collabora sin dai primi anni Ottanta, all’epoca del suo arrivo a Milano quale rabbino capo della comunità ebraica. «Lo considero un po’ un suggello alla mia attività accademica di tutti questi anni».
Il suo essere inserito ad honorem tra i dottori di un’istituzione cattolica richiama il tema del dialogo ebraico-cristiano. Come lo vede oggi?
«Bisogna continuare a trovare le ragioni per stare insieme e andare avanti. La divaricazione tra ebraismo e cristianesimo sta sempre più restringendosi, si stanno formando quasi due linee parallele. Alle fine dei tempi queste linee dovranno ricongiungersi, ritrovare l’unità se, come io penso, così sarà la volontà divina. Ma è un discorso non agevole, implica rivedere tante posizioni. Il mio impegno in questo ambito si è acceso grazie all’incontro con il cardinale Carlo Maria Martini, che nonostante il suo carattere timido e riservato, era un appassionato, trasmetteva entusiasmo. Con lui ho trovato stimolo e maggiore volontà di impegnarmi».
In che modo?
«Agli inizi degli anni Ottanta il dialogo era avviato da tempo, almeno da dopo il Concilio Vaticano II, ma non molto uniforme nel suo svilupparsi. Martini ci credeva molto e ricordo che passavamo giornate, incontri a parlare delle prospettive. Lui voleva parlare con tutti, aveva creato la Cattedra dei non credenti, aveva coinvolto gli intellettuali atei o più o meno atei, era una figura moderna. Ricordo che quando io manifestavo dei dubbi sul futuro e sulle difficoltà che avrebbe avuto questo dialogo, lui rispondeva sempre: “Bisogna avere pazienza”. Ma pazienza non nel senso di rimettersi agli eventi, ma di lavorare con insistenza e determinazione. Il dialogo infatti non è un fiume che scorre sempre allo stesso modo, ha momenti di secca, momenti di piena, quindi alti e bassi. L’importante è cercare di non lasciare che si fermi, conosco bene tutti i meandri del dialogo, so quanto sia difficile. E apprezzo ancora più di un tempo Martini, che conosceva meglio di me questi problemi, e nonostante l’atmosfera in certi settori della Chiesa andava avanti. Oggi credo che giustamente lui possa essere definito forse addirittura il “salvatore” del dialogo. Un dialogo che peraltro è continuato con i due successori di Martini: in modo diverso, Tettamanzi e Scola sono due anime grandi».
Papa Francesco insiste molto sulla necessità del confronto, non solo con l’ebraismo ma anche con le altre religioni…
«L’attuale pontefice insiste in maniera importante, utile e benefica nei confronti del dialogo tra le religioni e sulla necessità di incontrarsi e ritrovarsi. E ciò è tanto più significativo oggi in un tempo così drammatico, di tagliatori di teste. Papa Francesco insiste nell’andare oltre l’aspetto triste e negativo per cogliere gli elementi di speranza. Credo che il dialogo trarrà giovamento dal pontificato di Francesco».
Come sono nati i suoi insegnamenti alle università di Pavia e di Milano?
«A Pavia nei primi anni Ottanta ero lettore di lingua ebraica. Ma grazie all’incoraggiamento del professor Luigi Moraldi (titolare della cattedra di Ebraico) facevo anche lezioni sui contenuti del pensiero ebraico: credeva a questo ritrovarsi con il mondo ebraico, e aveva molta sapienza e bontà. Io avevo entusiasmo e voglia di insegnare e trasmettere questo patrimonio di idee, e della lingua ebraica mi vantavo di mettere gli studenti in condizione di leggere un testo in una lezione. Per capire ci vuole altro, ma leggere è il primo passo».
E a Milano?
«Fui coinvolto dal professor Enrico Rambaldi, docente di filosofia morale. Dopo alcune lezioni e conferenze, mi chiamò a insegnare Storia del pensiero ebraico quando fu costituito il Centro Goren-Goldstein (dal mecenate che mise i fondi). Prima c’era solo l’insegnamento della lingua ebraica e delle lingue semitiche comparate. A Milano c’era un tono più accademico, ma cercavo di spiegare quanto servisse per togliere equivoci su mondo e religione ebraica. Non mancarono episodi di affetto degli studenti, come quella psicoterapeuta che veniva da Roma e che, a fine corso, mi regalò un libro dedicato all’acqua, ritenendo che le mie lezioni le fossero indispensabili come l’acqua».
Che rapporto ha con l’Ambrosiana?
«Poco dopo il mio arrivo a Milano avevo fatto conoscenza col rettore, con i dottori e avevo fatto anche conferenze. Poi sia con Gianfranco Ravasi (non ancora cardinale), sia con Franco Buzzi, ho sempre mantenuto rapporti di intensa collaborazione. L’Ambrosiana è un’istituzione culturale non solo milanese, ma conosciuta a livello internazionale. E già Achille Ratti, prefetto dell’Ambrosiana e poi arcivescovo di Milano che divenne papa Pio XI, ebbe grandi rapporti col rabbino di Milano, Alessandro da Fano».
La spinta a tornare in Israele per gli ebrei europei è la sconfitta del dialogo?
«Se non ci fossero segnali di intolleranza e persecuzione che oggi esistono, anche in Italia, non ci sarebbe spinta verso la aliyah (la salita) in Israele in termini massicci. La terra di Israele, anche prima che esistesse come uno Stato, è sempre stata una componente dell’anima del popolo ebraico, ma questa istanza al ritorno cresce in termini concreti quando l’antisemitismo aumenta e c’è paura di persecuzione e di morte. E gli episodi purtroppo non mancano, basta pensare a quanto accaduto a Parigi a gennaio».
Quale sarà l’argomento della sua lectio?
«Commenterò un passo del Trattato dei padri, testo antichissimo di etica che fa parte della Mishnah in cui si affronta un tema tipicamente religioso e filosofico: la relazione tra l’onniscienza di Dio e la libertà dell’uomo. Se Dio sa tutto quello che tu farai, non sei più libero: quel passo demolisce questa certezza in termini religiosi. Terminerò con il concetto che la libertà deve essere sempre accompagnata dalla libertà di fare il bene, perché la libertà come licenza non serve a niente e a nessuno. E citerò il Deuteronomio dove si dice: «Ecco io pongo di fronte a te il bene e il male, la vita e la morte, ma tu sceglierai la vita» (Dt 30,15 ss). Quando si fanno scelte, non basta fare scelte libere, ma occorre fare scelte buone».