Le Fenicie, una tragedia che contiene tanti drammi

20170610_190618Stessa vicenda, stile diverso. Almeno 55 anni dopo Eschilo, l’assedio a Tebe e il dramma dei figli di Edipo viene portato sulla scena ateniese da Euripide con le Fenicie. E la distanza di tempo si sente tutta. Quanto il testo di Eschilo era asciutto, limitato alla stretta vicenda dell’assedio alla città e ai duelli degli eroi, con annessa tragedia del fratricidio; tanto quello di Euripide è lungo, ricco di personaggi e di situazioni dialogiche, e contiene più di una vicenda conflittuale con relativa catastrofe (anche se gli studiosi ritengono che siano stati tramandati non pochi versi non autenticamente euripidei). Di fatto, oltre a non essere molto apprezzate dai critici, le Fenicie furono rappresentate a Siracusa solo in un’occasione, nel 1968.

Un intreccio policentrico

Nella narrazione di Euripide non pochi sono gli aspetti innovativi rispetto alla tradizione: innanzi tutto la presenza, sin dal prologo, di Giocasta, che nella versione del mito resa classica da Sofocle si era già uccisa alla scoperta di essere madre e moglie di Edipo. La donna tenta inutilmente una conciliazione tra i suoi due figli Eteocle e Polinice, una soluzione che permette una scena e dialoghi efficaci dal punto di vista drammaturgico. Poi, dopo una rassegna dei nemici osservati da Antigone dall’alto delle mura (minima ripresa, poco utile, dell’impostazione eschilea) un Eteocle esitante, molto diverso da quello che ha scacciato il fratello Polinice, si confronta con lo zio Creonte sulla strategia più efficace per respingere il nemico.

20170610_200538L’intervento di Tiresia, che riferisce il vaticinio che impone il sacrificio del figlio di Creonte, Meneceo (presente in scena) per salvare la città, aggiunge ulteriore drammaticità alla situazione. Il racconto che informa dell’esito della battaglia contiene una trovata geniale di Euripide: dapprima il messo rassicura Giocasta che i suoi figli sono vivi, poi deve ammettere che stanno per decidere l’esito dell’intera guerra con un duello mortale. Invano Giocasta si precipita sul campo di battaglia accompagnata da Antigone: giungerà in tempo solo per raccogliere gli ultimi respiri dei due figli. E un secondo racconto del messo riferirà anche del suicidio della donna accanto ai loro corpi. La tragedia parrebbe chiusa, eppure Euripide la prolunga ulteriormente: Creonte – che già vive il suo personale dramma – non solo ribadisce il “tradizionale” editto che ingiunge di lasciare insepolto Polinice, ma decide di scacciare Edipo da Tebe, in quanto fonte di perenne rovina per la città. Invano il vecchio cieco lamenta che si tratta di una condanna a morte: lo salva solo l’intervento di Antigone la quale, oltre a rifiutare le nozze con un altro figlio di Creonte, promette di accompagnare il padre nel suo esilio.

Alle novità della trama, Euripide aggiunge la sorpresa di un coro di donne fenicie, la cui presenza sembra solo apparentemente casuale (sono in viaggio dalla Fenicia al tempio di Apollo a Delfi), ma che evidentemente aveva un significato preciso, che non è ben chiarito (e di cui parlerò più avanti).

Recitazione intensa

L’allestimento siracusano del regista Valerio Binasco aggiunge ulteriori elementi innovativi, non tutti pienamente apprezzabili. La scena (ancora di Carlo Sala) si mantiene uno spazio sgombro, al centro solo un albero ormai secco e caduto, qualche panchina intorno e l’uscio (costituiti solo dagli stipiti) della casa in cui è confinato Edipo. Sullo sfondo lunghi teli di immaginarie porte (o accampamenti nemici?). Gli attori raramente escono di scena, ma terminato l’episodio che li chiama in causa si trattengono nella parte posteriore dell’ampio spazio circolare, ma sempre visibili allo spettatore. Il pavimento è rosso, colore che richiama il sangue che scorrerà abbondante. Bello l’accompagnamento musicale di Arturo Annecchino con il pianoforte in evidenza, affidato a Eugenia Tamburri.

20170610_194324Il prologo di Giocasta (Isa Danieli) strappa subito applausi, con l’intensa esposizione sia dei fatti precedenti sia del suo tentativo: ha chiesto un salvacondotto per far entrare in città Polinice (Gianmaria Martini) e tentare, in un confronto con il fratello Eteocle (Guido Caprino), di comporre il dissidio. La scena è molto bella, i due contendenti da un’iniziale contrapposizione feroce arrivano quasi ad abbracciarsi; ma l’egoismo prevale. Eteocle si mostra invasato dal desiderio di potere, Polinice chiuso nel risentimento per il torto subito non rinuncia alla minaccia di distruggere la città. La bella scena con Antigone (Giordana Faggiano) e il pedagogo (Simone Luglio) sembra più che altro un tributo che Euripide, poco convinto e poco convincente, rende alla memoria della versione eschilea della descrizione dei guerrieri nemici, anche se è difficile dire quanto l’illustre precedente fosse ancora nella memoria della città e degli spettatori. L’ingresso di Creonte (Michele Di Mauro) crea ulteriori diversivi: da un lato consiglia Eteocle, poi si confronta con Tiresia (Alarico Salaroli) e infine cerca invano di proteggere il figlio Meneceo (Matteo Francomano) il quale, entrato come mero sostegno al passo del vecchio e cieco veggente, diventa improvvisamente il fulcro della storia, il salvatore della patria, e affronta bravamente la morte. Inutili appaiono peraltro sia il suicidio in scena, sia l’uccisione di un prigioniero voluta da Eteocle poco prima. Il duplice racconto del messo (Massimo Cagnina) è un momento cruciale, con la realtà della tragedia incombente che viene svelata in due tempi, con un forte effetto di sorpresa: fuori luogo e banalizzante pare la scelta di un’inflessione da soldato meridionale per un momento così importante. Mentre l’abito a lutto di Giocasta è intonato alla sua vita di sofferenza, le divise “moderne” dei soldati sono un inutile anacronismo dopo che Antigone aveva descritto i guerrieri del campo nemico con le armature dell’epoca.

20170610_203314Nella scena finale, i quattro cadaveri davanti al pubblico esprimono la molteplicità di vicende tragiche che si sono compiute, e il cieco Edipo (Yamanuchi Hal) che si fa accompagnare ad accarezzare i corpi della moglie e dei figli sarebbe l’ultima vittima, se al decreto di Creonte non si contrapponesse la disponibilità di Antigone ad accompagnare il padre nell’esilio.

Il coro, richiamo alle origini di Tebe

Infine la questione, niente affatto semplice, del coro. Se la presenza di queste donne viene presentata come casuale, sorprese a Tebe dal precipitare degli eventi mentre si stanno accompagnando alcune ancelle destinate al santuario di Apollo, in realtà nelle intenzioni di Euripide doveva essere altamente significativa: innanzi tutto perché danno il titolo alla tragedia; in secondo luogo perché esse insistono sul loro legame atavico con il fondatore di Tebe, Cadmo, venuto appunto dalla Fenicia e loro lontano parente. E proprio per estinguere l’odio di Ares per i discendenti di Cadmo – che gli aveva ucciso il drago guardiano, facendo nascere uomini (Sparti) dai suoi denti gettati sulla Terra – sarà necessaria la morte dell’ultimo discendente di questi Sparti, appunto Meneceo. In effetti gli interventi del coro negli stasimi ripetono la storia di Cadmo e di Edipo, in un’apparente duplicazione di narrazioni. Nella sua Storia della letteratura greca, Albin Lesky osserva che «il destino di Tebe costituisce indubbiamente la cornice che racchiude tutti gli avvenimenti», anche perché le altre due tragedie della trilogia (Enomao e Crisippo), per quanto sia ignoto l’esatto contenuto, sembrano condividere un legame proprio con le vicende, in parte oscure, degli antenati di Laio e di Edipo. Quindi la scelta del regista Binasco di presentare queste donne, con abiti dimessi, quasi profughe dell’Est europeo (come sottolinea anche il loro accento), a sottolinearne l’estraneità alla vicende che si svolgono a Tebe, non mi pare per nulla convincente. Le molte storie che si intrecciano nel testo euripideo restano sì concatenate, ma alla lunga appaiono eccessive. La rappresentazione peraltro tiene avvinto lo spettatore sino al mesto finale.

 

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Sette guerrieri che fanno paura al popolo di Tebe

20170610_110521Un doppio confronto tra Eschilo ed Euripide caratterizza la stagione del 53° ciclo di spettacoli classici al teatro greco di Siracusa: le due tragedie della saga tebana, i Sette contro Tebe e le Fenicie, e poi la commedia di Aristofane, le Rane, centrata sulla gara fra i due tragediografi per il primato nell’Ade. Sullo sfondo le celebrazioni per i 2750 anni della città di Siracusa, che si intrecciano nella riflessione sulla gestione del potere, uno dei temi principali delle due tragedie in scena.

Nei Sette contro Tebe viene rappresentata la guerra dal punto di vista della popolazione di una città  assediata, che vive la paura di finire conquistata, uccisa o brutalizzata. Ma anche la lotta per il potere, sempiterna fonte di divisione all’interno delle comunità o addirittura delle famiglie. Come nella stirpe di Laio, le cui sciagure non si esauriscono nel figlio Edipo, ma portano alla completa rovina anche i suoi figli Eteocle e Polinice. Il testo di Eschilo è uno dei più arcaici (467 a.C.) tra quelli a noi pervenuti (secondo solo ai Persiani), e rappresentò la “rivincita” dell’anziano poeta su Sofocle, che aveva esordito con un successo al concorso ateniese l’anno precedente. La vicenda è quella della guerra che Polinice porta alla sua città, Tebe, accompagnato da un grande esercito di Argivi, arricchito dalla guida di alcuni fortissimi eroi. A contrapporlo alla sua patria è l’esilio comminatogli dal fratello Eteocle, che si è rifiutato di cedergli il comando della città alla fine del suo turno, come invece era stato stabilito. Se il «dramma pieno di Ares», come lo definì Gorgia (e poi Aristofane nelle Rane) terminerà con la salvezza di Tebe, lo scontro fratricida porterà ad avverarsi la maledizione che Edipo aveva lanciato verso i suoi figli, di dividersi l’eredità con la spada.

L’allestimento siracusano risulta efficace nel rappresentare l’angoscia che pervade la popolazione: la scena (di Carlo Sala), molto lineare, senza fondali, sabbiosa, presenta al centro un grande albero, sede degli altari degli dei. Questa area, che sembra grande, rappresenta l’interno della città assediata: la cavea del teatro funge da mura, oltre le quali si sentono i rumori di guerra, gli strepiti dei carri e dei soldati, gli assalti alle fortificazioni, i colpi delle armi (l’accompagnamento musicale è di Mirto Baliani). Il coro vaga per la città e trova riparo solo presso il grande albero. Eschilo mette nel coro solo donne, mentre il regista Marco Baliani inserisce anche uomini. Non è l’unico adattamento, più o meno riuscito, per cercare di dare spessore scenico a un testo breve (poco più di mille versi, una delle più corte tragedie pervenuteci) scritto per un teatro veramente lontano nel tempo. Ecco quindi l’introduzione della figura di un aedo (Gianni Salvo) che viene a illustrare la storia della famiglia e chiarire gli antefatti, di cui nella trilogia di cui i Sette erano la conclusione (le prime due tragedie erano Laio ed Edipo) il pubblico ateniese aveva avuto piena rappresentazione poco prima (anche se nulla sappiamo del modo in cui Eschilo trattava il mito reso poi “canonico” da Sofocle).

Versione 2Eteocle (Marco Foschi) inizia a recitare da lontano, da quella ex casetta dei mugnai che caratterizza il panorama del teatro greco di Siracusa, sul colle Temenite. Anche un semplice accenno a Tiresia nel testo eschileo viene sfruttato per far comparire in scena il vecchio indovino, anche se non pronuncia alcuna parola e il suo responso viene riferito dallo stesso Eteocle. Un’altra innovazione: Eschilo fa dialogare Eteocle con la capocoro, che Baliani trasforma nel personaggio di Antigone (Anna Dalla Rosa). È lei quindi a guidare la preghiera disperata delle giovani di Tebe (e qui anche degli uomini) che si rivolgono agli dei perché salvino la città sotto assedio, e impediscano che esse stesse siano rese schiave o uccise dai vincitori. Una preghiera che il re contesta vigorosamente, in quanto indizio di paura, con parole misogine e chiede piuttosto di domandare la vittoria per i soldati. Il messaggero (Aldo Ottobrino, che parla dall’alto di una quinta laterale in pietra, come fosse sulle mura) illustra le qualità belliche dei sette condottieri nemici (Tideo, Capaneo, Eteoclo, Ippomedonte, Partenopeo, Anfiarao e Polinice) pronti ad assalire le sette porte di Tebe, descrivendo minuziosamente gli emblemi dipinti sui loro scudi, accrescendo la tensione e la paura del coro. A ciascun nemico Eteocle contrappone i campioni della città riservando a sé la difesa della porta che sarà attaccata da Polinice. Pur scongiurato dal coro di evitare lo scontro fratricida, Eteocle ritiene inevitabile andare incontro al proprio destino.

Copia di 20170609_200139Apprezzabile lo sforzo di vivacizzare una narrazione che appare statica e lontana dal gusto moderno con evoluzioni dei guerrieri che prendono posto davanti a sette cippi a simboleggiare le sette porte. Così come la scena del combattimento (virtuale perché i nemici non compaiono) riempie efficacemente un tempo teatrale altrimenti povero. Infine, ancora la narrazione di un messo, mentre il crollo dell’albero al centro della scena indica la rovina della stirpe di Edipo, riferisce della salvezza della città, ma anche dell’esito funesto dello scontro fratricida. Antigone e Ismene compiangono i fratelli morti, ma subito si profila il nuovo conflitto (si tratta di versi probabilmente non autentici della tragedia): un altoparlante (trovata poco felice) emerge dal suolo e proclama la decisione dei capi della città di riservare onori funebri a Eteocle, che ha difeso la patria, e di abbandonare insepolto il cadavere di Polinice che le ha portato guerra. Un ordine che Antigone si propone subito di trasgredire. Ricompare l’aedo a preannunciare che nuove sciagure si attendono.

In definitiva, un dramma corale che trasmette bene il senso di paura prima e sollievo poi, di una popolazione alle prese con gli orrori della guerra: situazione, come osserva il regista Baliani, vissuta ancora ai nostri giorni, da Sarajevo ad Aleppo. Convincenti anche gli attori, in particolare Eteocle e Antigone, che tengono bene la scena, riuscendo a far “dimenticare” di essere gli unici personaggi chiamati a dialogare.