Le Troiane, simbolo dell’atrocità di ogni guerra, smascherano la crudeltà dei greci

La guerra di Troia è finita, i greci hanno espugnato la città. Gli uomini sono stati uccisi quasi tutti, solo pochissimi sono riusciti a scappare: le donne (con i bambini) aspettano di essere portate via come preda di guerra sulle navi dei vincitori, per un destino di schiave e concubine. Le Troiane, seconda tragedia di Euripide andata in scena al teatro greco di Siracusa con la regia di Muriel Mayette-Holtz a cura dell’Istituto nazionale del dramma antico (Inda), è un catalogo di orrori. In un’Atene che da 15 anni viveva un contesto bellico, ma che trepidava per l’imminente spedizione in Sicilia, il tragediografo ricorda ai suoi concittadini che la guerra porta solo orrori. E se si deve credere a Tucidide, che pone nel 416 la vicenda dell’assedio e distruzione di Melo, Euripide scrive all’indomani dell’attacco più crudele portato da Atene a una popolazione greca, che condusse alla strage di tutti i cittadini maschi dell’isola.

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La profezia-delirio di Cassandra

La tragedia di Euripide non ha uno svolgimento, è un susseguirsi di quadri dolorosi: dopo che Poseidone (Massimo Cimaglia) e Atena (Francesca Ciocchetti) si sono accordati per rendere infausto il ritorno dei greci in patria, a causa delle numerose empietà commesse nel saccheggio della città nemica, Ecuba (Maddalena Crippa) prostrata dalle paure rievoca tutte le sciagure subite, i figli uccisi uno dopo l’altro, il marito Priamo sgozzato sugli altari degli dei. E ora, l’incertezza per il destino da schiave che attende tutte le donne. L’araldo Taltibio (Paolo Rossi) arriva a comunicare le prime decisioni: Cassandra è destinata a essere concubina di Agamennone, che trascura il fatto che la profetessa sia consacrata ad Apollo, Andromaca sarà preda di Neottolemo, Ecuba è destinata a Odisseo. La vecchia regina, già attanagliata dall’angoscia per non avere ottenuto una risposta esaustiva sulla sorte di Polissena (in realtà già uccisa), sprofonda nella disperazione: «Mi è toccato essere schiava di uno sporco impostore, di un mostro criminale, che stravolge ogni cosa con i suoi discorsi doppi» (traduzione di Alessandro Grilli per questo spettacolo). Cassandra (Marial Bajma Riva) entra in scena, in preda a uno dei suoi deliri, e agitando una fiaccola nuziale invita a non compiangere troppo la sua sorte: i suoi discorsi sembrano (e sono ritenuti da tutti) quelli di una pazza, ma rivelano molte verità future, per esempio che Odisseo impiegherà dieci anni a tornare a casa, da solo, e che la madre Ecuba morirà sul suolo troiano (in proposito c’erano diverse versioni del mito). Infine che lei stessa (a prezzo però della sua vita) rappresenterà la rovina dell’intera casa di Agamennone: e in effetti al rientro in patria, il re verrà ucciso (come la sua concubina) dalla moglie Clitemnestra, che a sua volta sarà più tardi assassinata dal figlio Oreste con Elettra.

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I soldati greci si apprestano a strappare Astianatte dalle braccia della madre Andromaca

L’entrata in scena di Andromaca (Elena Arvigo) porta lo strazio su un altro piano: la sposa fedele di Ettore, pur ripugnandole diventare concubina nella casa di Achille, ha la consolazione di avere con sé il piccolo Astianatte (Riccardo Scalia). Ma c’è appena il tempo di cullarsi con questa speranza, che Taltibio viene a riferire l’ordine più disumano: i greci, convinti da Odisseo, hanno deciso di far morire il figlio di Ettore, gettandolo dalle mura della città, non fidandosi di lasciar crescere un possibile vendicatore di Troia. Disperazione inutile e infinita della madre, cui il figlio viene strappato dalle braccia, e della nonna Ecuba. Vale la pena di osservare che vengono confermati i timori di Ecuba di essere stata assegnata al peggiore dei capi greci. Noto qui che noi siamo soliti avere un’immagine positiva di Odisseo: l’intera Odissea lo presenta come l’uomo dal multiforme ingegno, che deve sopportare infinite traversie per tornare a casa e riprendere il suo trono. Anche Dante Alighieri (Inferno XXVI) ne esalta l’insaziabile desiderio di conoscenza. Tuttavia nei testi del teatro tragico greco a noi rimasti, di Odisseo vengono privilegiate le caratteristiche negative: oltre alle Troiane, nei sofoclei Filottete e Aiace (per non parlare del perduto Palamede di Euripide), Odisseo è personaggio che usa ogni forma di raggiro per raggiungere i suoi scopi (anche nell’Ifigenia in Tauride è l’autore dell’inganno delle finte nozze della figlia di Clitemnestra e Agamennone).

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Inizia il compianto di Ecuba e delle donne troiane su Astianatte

Dopo questo delitto crudele, entra in scena Menelao (Graziano Piazza) per comunicare che intende riportare Elena (Viola Graziosi) in patria e farla morire per mano dei greci che hanno avuto parenti uccisi sotto le mura di Troia. È chiaro che qui viene seguita la versione tradizionale del mito, e la donna – che è oggetto dell’odio di tutte le troiane prigioniere – viene trascinata al centro della scena. Elena, discinta pur nella modestia degli abiti, tenta di difendersi e di sedurre nuovamente il marito. Ecuba ne rintuzza le argomentazioni, ma sa che difficilmente Menelao resisterà alla bellezza e al fascino di Elena: «Non c’è amante che non ami sempre» (del resto il mito, a partire dall’Odissea, voleva che i due tornassero a vivere in armonia in patria). L’ultima scena è il seppellimento di Astianatte sullo scudo del padre Ettore affidato a Ecuba (Andromaca ha dovuto partire con Neottolemo): il pianto inconsolabile della nonna si accompagna a quello delle donne troiane che rendono l’ultimo omaggio al bambino. Infine l’incendio di Troia (con il tentato suicidio di Ecuba) ne determina l’estrema rovina.

La scena allestita al teatro greco di Siracusa da Stefano Boeri rende bene l’idea della desolazione dopo una catastrofe: un bosco di tronchi morti, nudi, recuperati dalle foreste abbattute nell’autunno scorso dalla violentissima tempesta che ha colpito il Friuli. La regista Mayette-Holtz realizza uno spettacolo potente nel rappresentare la crudeltà della guerra: gli abiti (i costumi sono di Marcella Salvo) impolverati e laceri delle troiane testimoniano il loro stato di prigioniere, l’utilizzo dello spazio del teatro anche esterno alla scena sembra allargare lo spazio del dolore e del male. Meno riuscita – a mio modo di vedere – l’accomunare nella polvere anche gli abiti dei soldati greci: il parallelo con l’11 settembre è fuorviante perché in quel caso, come spiega la regista stessa, le vittime aiutarono le vittime, ma a Troia i greci erano vincitori. Né si capisce molto perché solo le guardie di Menelao abbiano un cappello più militaresco. Efficace infine, dopo la svestizione finale delle troiane che offrono i loro miseri abiti per il seppellimento di Astianatte, che le donne restino in un abito rosso acceso, che ricorda le recenti battaglie contro la violenza sulle donne: le troiane diventano il simbolo delle donne maltrattate e violate. Semplice ma valido l’accompagnamento musicale di Cyril Giroux. Ottimi gli attori: da una Ecuba che giganteggia in scena all’intensa Andromaca; convincente la giovane Cassandra. Una parola finale sul ruolo di Taltibio: la regista osserva che, nel portare ordini tanto disumani, il cuore del messaggero è «orribile, anestetizzato» e fa un parallelo con i nazisti (aggiungerei: tutti coloro che si fanno strumento della sopraffazione gratuita dei più deboli). Si può anche osservare che Euripide non porta in scena gli eroi greci (a parte un irresoluto Menelao), ma trasmette gli ordini più disumani appunto tramite il messaggero Taltibio: in tal modo crescono l’orrore e il terrore verso un potere che è lontano, oscuro, senza volto, ma minaccia da vicino la vita delle persone. Tanta crudeltà – tipica di ogni guerra, ma che qui l’ateniese Euripide attribuisce ai “civili” greci contro i “barbari” troiani – viene riassunta nell’epigrafe che Ecuba propone per la tomba di Astianatte: «Questo bambino lo uccisero gli Argivi, per paura».

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Perché leggere romanzi, oggi

Recensione del libro Come non letto, di Alessandro Zaccuri

come non lettoUna originale guida ad alcuni tra i romanzi più significativi della letteratura mondiale, per mostrare che hanno ancora qualcosa da dire, che ci mostrano qualcosa di noi stessi, che vale la pena di leggerli. Il tutto accompagnato da un’iniziativa solidale verso attività caritative. Questo, in estrema sintesi, il progetto realizzato da Alessandro Zaccuri con Come non letto, un titolo modellato sulla sorte dei messaggi di posta elettronica che si preferisce accantonare per un successivo approfondimento, che può anche non giungere mai. È il destino di romanzi molto famosi, e di notevole mole, ma che non rientrano – tranne eccezioni – nei programmi scolastici e la cui conoscenza finisce spesso con il limitarsi ai luoghi comuni entrati nell’immaginario collettivo. Eppure, è la convinzione dell’autore, questi sono dieci classici (più uno) che possono ancora cambiare il mondo, come recita il sottotitolo (edizioni Ponte alle Grazie, 198 pagine, 14 euro).

Zaccuri, giornalista di Avvenire e scrittore, ci accompagna in un viaggio che partendo da Miguel de Cervantes (Don Chisciotte) giunge a Bram Stoker (Dracula) passando attraverso Daniel Defoe (Le avventure di Robinson Crusoe), Charles Dickens (Oliver Twist), Alessandro Manzoni (I promessi sposi), Alexandre Dumas (Il conte di Montecristo), Herman Melville (Moby Dick), Victor Hugo (I miserabili), Lev Tolstoj (Guerra e pace), Fëdor Dostoevskij (L’idiota). Cui aggiunge Daniel Perec, il cui La vita istruzioni per l’uso è indicato come un contemporaneo «capolavoro». La presentazione dei romanzi non è un mero riassunto, anzi: inquadrato il testo all’interno dell’intera produzione dello scrittore, la trama è accennata per quanto è necessario. Quel che conta sono alcuni snodi, alcune peculiarità – talvolta di tecnica narrativa, più spesso di significato profondo – che mostrano come nelle opere letterarie l’autore non solo ci dice sempre qualcosa di sé, ma offre il suo contributo per il progresso dell’umanità: la letteratura è una comunità che si costruisce lentamente, nei secoli, scrive Zaccuri. Ecco quindi che le opere vengono viste attraverso alcune parole chiave: nel sogno si compie il viaggio di don Chisciotte; Robinson va all’esplorazione del mondo e si trova ristretto su un’isola sperduta; Oliver è un angelo che riesce ad attraversare la nostra città piena di trabocchetti; Renzo rappresenta un’Italia che sa conservare la propria umanità, al contrario di Edmond Dantès distrutto dalla vendetta. Una vendetta che per il blasfemo capitano Achab nasce da un mistero per il quale mette in gioco la vita; la giustizia umana mostra la sua insufficienza nelle vicende intrecciate di Javert e Jean Valjean; mentre il senso della storia si rivela nella battaglia vinta grazie all’umile capitano Tušin, che combatte scalzo; la santità appare nel principe Myškin che agli uomini comuni sembra un idiota; il conte Dracula ci rende inquieti perché mostra che il male che può agire solo se ottiene il permesso dalla nostra libertà. Fino all’indagine sul destino che caratterizza la passione di Bartlebooth per i puzzle.

Oltre a fare inevitabili riferimenti ai classici fondativi della tradizione letteraria (e non solo) quali Omero, Eschilo, la Bibbia, le Mille e una notte, le Confessioni di Agostino, Zaccuri offre una serie di “rimandi interni” tra le opere di Cervantes e Dostoevskij, Defoe e Tolstoj, Dickens e Manzoni, e – pur mettendo in guardia da anacronismi interpretativi – compie alcune escursioni verso altri grandi personalità (William Shakespeare, Dante Alighieri, Honoré de Balzac, Sigmund Freud, John R.R. Tolkien) o verso adattamenti cinematografici dei romanzi esaminati. Ne risulta una fitta trama di relazioni attraverso il tempo e lo spazio tra autori che indagano (e ci aiutano a riflettere) sul senso e sui valori della nostra esistenza: il marchio più sicuro di una letteratura che può servire anche all’uomo contemporaneo. In questa sorta di «esercizio di critica letteraria rivolto a chi un libro di critica letteraria non lo leggerebbe mai», Zaccuri non manca di offrire indicazioni per riconoscere la categoria del romanzesco, di spiegare la differenza di significato tra narrare in prima o in terza persona, o di chiarire le molte possibilità che offre lo stratagemma del manoscritto ritrovato, che non è un’esclusiva dei Promessi sposi.

Resta da svelare il fine solidale. Il libro nasce da una serie di serate aperte al pubblico: in ciascuna l’autore ha illustrato uno di questi dieci classici «in cambio» di offerte di beni (cibo, vestiario, non soldi) destinati a enti caritativi e iniziative in favore dei poveri nella città di Milano. Anche i diritti d’autore sono devoluti all’associazione Nocetum che, nei pressi dell’abbazia di Chiaravalle, accoglie e sostiene donne che vivono situazioni di disagio, con i loro bambini.

Riscoprire i poeti amici di Dante

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Rileggere testi “minori” della nostra tradizione letteraria come le poesie degli stilnovisti richiede un animo curioso e sgombro dal fardello rappresentato dai ricordi scolastici, ma può offrire sensazioni nuove e aprire prospettive inattese. Questo pensavo nel compulsare le pagine del prezioso libretto in pelle rossa con tutti i testi dei “Poeti del dolce stil novo” che la Salerno Editrice ha recentemente pubblicato nella collana “I diamanti” con la curatela di Donato Pirovano, docente di Filologia della letteratura italiana presso l’Università di Torino (798 pagine, 22 euro).
Sonetti, ballate e canzoni – di Guido Guinizelli, Guido Cavalcanti, Lapo Gianni, Gianni Alfani, Dino Frescobaldi e Cino da Pistoia – appaiono irrimediabilmente lontani nel tempo, e tuttavia capaci di trasmetterci il fervore di una novità poetica che risultò netta ai contemporanei, come dimostrano le numerose tenzoni e poesie con risposta “per le rime” che i nostri sei, cui va ovviamente aggiunto Dante Alighieri, si scambiavano tra loro e con poeti “avversari”. Proprio il dibattito – e le discordie – che i testi degli stilnovisti suscitarono tra i letterati e i commentatori del loro tempo, mi pare un aspetto che non può essere trascurato – e che il curatore sottolinea – nella “vexata quaestio” sull’originalità e sull’esistenza stessa di uno “stil novo”. Pirovano ha anche il merito di dare il dovuto peso all’aspetto filologico, sottolineando la circostanza che i testi degli stilnovisti sono trasmessi in modo omogeneo da manoscritti (soprattutto il Chigiano) diversi da quelli che raccolsero i testi di Guittone d’Arezzo, Bonagiunta degli Orbicciani da Lucca e altri rimatori. Così come opportuna appare la valorizzazione delle testimonianze medievali contemporanee, quali il commentatore Dino Del Garbo.
Certamente se si esaminano con attenzione i contenuti, accanto ad alcuni temi ricorrenti (la donna gentile, il saluto e l’innamoramento, l’azione d’Amore, ma anche la sofferenza amorosa che conduce a morte) appaiono chiare anche le differenze – quando non le opposizioni – tra i diversi poeti. Il caso più significativo è quello del contrasto tra Dante e Guido Cavalcanti, che sta apparendo sempre più chiaro agli studiosi. Se infatti siamo debitori al sommo poeta della definizione stessa di “stil novo” e della rivendicazione della superiorità dei suoi seguaci rispetto ai rimatori precedenti, i critici sono anche rimasti a lungo “vittime” della sua personalità. Quindi se per l’Alighieri della “Vita nuova” «il corso dell’amore – scrive Pirovano – è come un cerchio: discende da Dio e a Dio risale attraverso Beatrice», l’altro Guido appare quanto mai distante da una tale concezione, come dimostra la famosa e complessa canzone “Donna me prega” (accuratamente commentata e parafrasata da Pirovano), dove l’unica ricompensa all’amore (“accidente fero e altero”, che si forma nell’anima sensitiva) è l’amore ricambiato (“solo di costui nasce mercede”, v. 70). E se la concezione dell’amore “alta” propria di Dante (sua è l’elaborazione più compiuta della donna-angelo) è rimasta a condizionare la valutazione dei critici, va ricordato che Guido Cavalcanti – accanto a un’estatico sonetto “Chi è questa che vèn, ch’ogn’om la mira” (splendido esempio di poesia della lode) – esprime spesso anche il tormento d’amore, per esempio nella ballata “Quando di morte mi conven trar vita” o nel sonetto “Voi che per li occhi mi passaste ‘l core”. Appare chiaro quindi che accanto alla linea “angelica” dell’amore stilnovistico, che va dalla canzone guinizelliana “Al cor gentil” all’intero impianto della “Vita nuova”, ma anche ad alcune poesie di Cino da Pistoia (valga per tutte la ballata “Poiché saziar non posso gli occhi miei”), si colloca una concezione più sofferta, espressa appieno dal genio poetico di Cavalcanti, che invano Dante cerca di coinvolgere nel suo progetto, dedicandogli la “Vita nuova”.
Proprio al prosimetro dantesco (che è opportuno avere presente nel leggere i testi degli stilnovisti) fa riferimento Bonagiunta nel dialogo con l’Alighieri nel Purgatorio (XXIV, 49-51), dove il fiorentino non solo si definisce “ispirato” da Amore (vv. 52-54) e compositore dei versi che Amore gli “detta dentro”, ma fornisce la definizione divenuta celebre di “dolce stil novo” (v. 57). Per quanto la lezione tràdita sia congetturale, l’espressione pare adattarsi bene allo stile innovativo e limpido di gran parte delle composizione dei sette poeti, senza dimenticare che Cino da Pistoia la ripete quasi alla lettera: “E io ne canterò sì dolce e novo” (nel sonetto “Amico saggio, il bel disio che ‘n alti”). E sull’epigono degli stilnovisti (di cui c’è giunto il canzoniere più ricco, quasi duecento componimenti), che ripete con risultati alterni i temi dei due Guidi e di Dante, mi pare si possa spendere l’ultima parola. La poesia di Cino – che riprende talora come calchi alcune espressioni dantesche (si vedano i sonetti “Ell’è tanto gentile ed alta cosa” e “Lo intelletto d’amor ch’io solo porto”) – è però capace di vette come la canzone “La dolce vista e ‘l bel guardo soave” e il sonetto “Ora che rise lo spirito mio”. L’ampiezza del suo canzoniere meriterebbe forse più attenzione da parte degli studiosi (manca tuttora un’edizione critica) ed è – mi pare – quello che anticipa maggiormente alcuni tratti della poesia di Petrarca, pur senza raggiungerne la perfezione formale: si confrontino, per esempio, sul tema della ricerca della solitudine da parte del poeta, che viene raggiunto da Amore, il sonetto “Ciò ch’i’ veggio di qua m’è mortal duolo” e il petrarchesco “Solo et pensoso”. La «scoperta dell’interiorità» – osserva Pirovano – appare come uno dei tratti caratteristici di questi autori che, pur senza costituire una “scuola”, rappresentano «una delle stagioni più fervide e feconde della poesia italiana: e si pensi a un Petrarca senza Dolce stil novo».
Questa edizione integrale delle poesie degli stilnovisti, oltre a prestarsi allo studio universitario, può essere utilmente apprezzata – con le sue brevi ma complete introduzioni e le puntuali note – in una lettura che ci porti alla riscoperta del “ragionar sempre d’amore” degli amici di Dante.