Perché leggere romanzi, oggi

Recensione del libro Come non letto, di Alessandro Zaccuri

come non lettoUna originale guida ad alcuni tra i romanzi più significativi della letteratura mondiale, per mostrare che hanno ancora qualcosa da dire, che ci mostrano qualcosa di noi stessi, che vale la pena di leggerli. Il tutto accompagnato da un’iniziativa solidale verso attività caritative. Questo, in estrema sintesi, il progetto realizzato da Alessandro Zaccuri con Come non letto, un titolo modellato sulla sorte dei messaggi di posta elettronica che si preferisce accantonare per un successivo approfondimento, che può anche non giungere mai. È il destino di romanzi molto famosi, e di notevole mole, ma che non rientrano – tranne eccezioni – nei programmi scolastici e la cui conoscenza finisce spesso con il limitarsi ai luoghi comuni entrati nell’immaginario collettivo. Eppure, è la convinzione dell’autore, questi sono dieci classici (più uno) che possono ancora cambiare il mondo, come recita il sottotitolo (edizioni Ponte alle Grazie, 198 pagine, 14 euro).

Zaccuri, giornalista di Avvenire e scrittore, ci accompagna in un viaggio che partendo da Miguel de Cervantes (Don Chisciotte) giunge a Bram Stoker (Dracula) passando attraverso Daniel Defoe (Le avventure di Robinson Crusoe), Charles Dickens (Oliver Twist), Alessandro Manzoni (I promessi sposi), Alexandre Dumas (Il conte di Montecristo), Herman Melville (Moby Dick), Victor Hugo (I miserabili), Lev Tolstoj (Guerra e pace), Fëdor Dostoevskij (L’idiota). Cui aggiunge Daniel Perec, il cui La vita istruzioni per l’uso è indicato come un contemporaneo «capolavoro». La presentazione dei romanzi non è un mero riassunto, anzi: inquadrato il testo all’interno dell’intera produzione dello scrittore, la trama è accennata per quanto è necessario. Quel che conta sono alcuni snodi, alcune peculiarità – talvolta di tecnica narrativa, più spesso di significato profondo – che mostrano come nelle opere letterarie l’autore non solo ci dice sempre qualcosa di sé, ma offre il suo contributo per il progresso dell’umanità: la letteratura è una comunità che si costruisce lentamente, nei secoli, scrive Zaccuri. Ecco quindi che le opere vengono viste attraverso alcune parole chiave: nel sogno si compie il viaggio di don Chisciotte; Robinson va all’esplorazione del mondo e si trova ristretto su un’isola sperduta; Oliver è un angelo che riesce ad attraversare la nostra città piena di trabocchetti; Renzo rappresenta un’Italia che sa conservare la propria umanità, al contrario di Edmond Dantès distrutto dalla vendetta. Una vendetta che per il blasfemo capitano Achab nasce da un mistero per il quale mette in gioco la vita; la giustizia umana mostra la sua insufficienza nelle vicende intrecciate di Javert e Jean Valjean; mentre il senso della storia si rivela nella battaglia vinta grazie all’umile capitano Tušin, che combatte scalzo; la santità appare nel principe Myškin che agli uomini comuni sembra un idiota; il conte Dracula ci rende inquieti perché mostra che il male che può agire solo se ottiene il permesso dalla nostra libertà. Fino all’indagine sul destino che caratterizza la passione di Bartlebooth per i puzzle.

Oltre a fare inevitabili riferimenti ai classici fondativi della tradizione letteraria (e non solo) quali Omero, Eschilo, la Bibbia, le Mille e una notte, le Confessioni di Agostino, Zaccuri offre una serie di “rimandi interni” tra le opere di Cervantes e Dostoevskij, Defoe e Tolstoj, Dickens e Manzoni, e – pur mettendo in guardia da anacronismi interpretativi – compie alcune escursioni verso altri grandi personalità (William Shakespeare, Dante Alighieri, Honoré de Balzac, Sigmund Freud, John R.R. Tolkien) o verso adattamenti cinematografici dei romanzi esaminati. Ne risulta una fitta trama di relazioni attraverso il tempo e lo spazio tra autori che indagano (e ci aiutano a riflettere) sul senso e sui valori della nostra esistenza: il marchio più sicuro di una letteratura che può servire anche all’uomo contemporaneo. In questa sorta di «esercizio di critica letteraria rivolto a chi un libro di critica letteraria non lo leggerebbe mai», Zaccuri non manca di offrire indicazioni per riconoscere la categoria del romanzesco, di spiegare la differenza di significato tra narrare in prima o in terza persona, o di chiarire le molte possibilità che offre lo stratagemma del manoscritto ritrovato, che non è un’esclusiva dei Promessi sposi.

Resta da svelare il fine solidale. Il libro nasce da una serie di serate aperte al pubblico: in ciascuna l’autore ha illustrato uno di questi dieci classici «in cambio» di offerte di beni (cibo, vestiario, non soldi) destinati a enti caritativi e iniziative in favore dei poveri nella città di Milano. Anche i diritti d’autore sono devoluti all’associazione Nocetum che, nei pressi dell’abbazia di Chiaravalle, accoglie e sostiene donne che vivono situazioni di disagio, con i loro bambini.

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Riscoprire i poeti amici di Dante

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Rileggere testi “minori” della nostra tradizione letteraria come le poesie degli stilnovisti richiede un animo curioso e sgombro dal fardello rappresentato dai ricordi scolastici, ma può offrire sensazioni nuove e aprire prospettive inattese. Questo pensavo nel compulsare le pagine del prezioso libretto in pelle rossa con tutti i testi dei “Poeti del dolce stil novo” che la Salerno Editrice ha recentemente pubblicato nella collana “I diamanti” con la curatela di Donato Pirovano, docente di Filologia della letteratura italiana presso l’Università di Torino (798 pagine, 22 euro).
Sonetti, ballate e canzoni – di Guido Guinizelli, Guido Cavalcanti, Lapo Gianni, Gianni Alfani, Dino Frescobaldi e Cino da Pistoia – appaiono irrimediabilmente lontani nel tempo, e tuttavia capaci di trasmetterci il fervore di una novità poetica che risultò netta ai contemporanei, come dimostrano le numerose tenzoni e poesie con risposta “per le rime” che i nostri sei, cui va ovviamente aggiunto Dante Alighieri, si scambiavano tra loro e con poeti “avversari”. Proprio il dibattito – e le discordie – che i testi degli stilnovisti suscitarono tra i letterati e i commentatori del loro tempo, mi pare un aspetto che non può essere trascurato – e che il curatore sottolinea – nella “vexata quaestio” sull’originalità e sull’esistenza stessa di uno “stil novo”. Pirovano ha anche il merito di dare il dovuto peso all’aspetto filologico, sottolineando la circostanza che i testi degli stilnovisti sono trasmessi in modo omogeneo da manoscritti (soprattutto il Chigiano) diversi da quelli che raccolsero i testi di Guittone d’Arezzo, Bonagiunta degli Orbicciani da Lucca e altri rimatori. Così come opportuna appare la valorizzazione delle testimonianze medievali contemporanee, quali il commentatore Dino Del Garbo.
Certamente se si esaminano con attenzione i contenuti, accanto ad alcuni temi ricorrenti (la donna gentile, il saluto e l’innamoramento, l’azione d’Amore, ma anche la sofferenza amorosa che conduce a morte) appaiono chiare anche le differenze – quando non le opposizioni – tra i diversi poeti. Il caso più significativo è quello del contrasto tra Dante e Guido Cavalcanti, che sta apparendo sempre più chiaro agli studiosi. Se infatti siamo debitori al sommo poeta della definizione stessa di “stil novo” e della rivendicazione della superiorità dei suoi seguaci rispetto ai rimatori precedenti, i critici sono anche rimasti a lungo “vittime” della sua personalità. Quindi se per l’Alighieri della “Vita nuova” «il corso dell’amore – scrive Pirovano – è come un cerchio: discende da Dio e a Dio risale attraverso Beatrice», l’altro Guido appare quanto mai distante da una tale concezione, come dimostra la famosa e complessa canzone “Donna me prega” (accuratamente commentata e parafrasata da Pirovano), dove l’unica ricompensa all’amore (“accidente fero e altero”, che si forma nell’anima sensitiva) è l’amore ricambiato (“solo di costui nasce mercede”, v. 70). E se la concezione dell’amore “alta” propria di Dante (sua è l’elaborazione più compiuta della donna-angelo) è rimasta a condizionare la valutazione dei critici, va ricordato che Guido Cavalcanti – accanto a un’estatico sonetto “Chi è questa che vèn, ch’ogn’om la mira” (splendido esempio di poesia della lode) – esprime spesso anche il tormento d’amore, per esempio nella ballata “Quando di morte mi conven trar vita” o nel sonetto “Voi che per li occhi mi passaste ‘l core”. Appare chiaro quindi che accanto alla linea “angelica” dell’amore stilnovistico, che va dalla canzone guinizelliana “Al cor gentil” all’intero impianto della “Vita nuova”, ma anche ad alcune poesie di Cino da Pistoia (valga per tutte la ballata “Poiché saziar non posso gli occhi miei”), si colloca una concezione più sofferta, espressa appieno dal genio poetico di Cavalcanti, che invano Dante cerca di coinvolgere nel suo progetto, dedicandogli la “Vita nuova”.
Proprio al prosimetro dantesco (che è opportuno avere presente nel leggere i testi degli stilnovisti) fa riferimento Bonagiunta nel dialogo con l’Alighieri nel Purgatorio (XXIV, 49-51), dove il fiorentino non solo si definisce “ispirato” da Amore (vv. 52-54) e compositore dei versi che Amore gli “detta dentro”, ma fornisce la definizione divenuta celebre di “dolce stil novo” (v. 57). Per quanto la lezione tràdita sia congetturale, l’espressione pare adattarsi bene allo stile innovativo e limpido di gran parte delle composizione dei sette poeti, senza dimenticare che Cino da Pistoia la ripete quasi alla lettera: “E io ne canterò sì dolce e novo” (nel sonetto “Amico saggio, il bel disio che ‘n alti”). E sull’epigono degli stilnovisti (di cui c’è giunto il canzoniere più ricco, quasi duecento componimenti), che ripete con risultati alterni i temi dei due Guidi e di Dante, mi pare si possa spendere l’ultima parola. La poesia di Cino – che riprende talora come calchi alcune espressioni dantesche (si vedano i sonetti “Ell’è tanto gentile ed alta cosa” e “Lo intelletto d’amor ch’io solo porto”) – è però capace di vette come la canzone “La dolce vista e ‘l bel guardo soave” e il sonetto “Ora che rise lo spirito mio”. L’ampiezza del suo canzoniere meriterebbe forse più attenzione da parte degli studiosi (manca tuttora un’edizione critica) ed è – mi pare – quello che anticipa maggiormente alcuni tratti della poesia di Petrarca, pur senza raggiungerne la perfezione formale: si confrontino, per esempio, sul tema della ricerca della solitudine da parte del poeta, che viene raggiunto da Amore, il sonetto “Ciò ch’i’ veggio di qua m’è mortal duolo” e il petrarchesco “Solo et pensoso”. La «scoperta dell’interiorità» – osserva Pirovano – appare come uno dei tratti caratteristici di questi autori che, pur senza costituire una “scuola”, rappresentano «una delle stagioni più fervide e feconde della poesia italiana: e si pensi a un Petrarca senza Dolce stil novo».
Questa edizione integrale delle poesie degli stilnovisti, oltre a prestarsi allo studio universitario, può essere utilmente apprezzata – con le sue brevi ma complete introduzioni e le puntuali note – in una lettura che ci porti alla riscoperta del “ragionar sempre d’amore” degli amici di Dante.