Cent’anni di Corti. Eugenio, scrittore cristiano emarginato ma di successo

Per il centenario della nascita dello scrittore besanese, il 21 gennaio è uscito questo mio articolo su Avvenire, tra le pagine della sezione Agorà, sulle iniziative avviate dalle Edizioni Ares e dal Comune di Besana in Brianza. Su Eugenio Corti ho avuto modo di scrivere anche in passato su Avvenire: una intervista quando lo scrittore compì 90 anni e un articolo per i 100 anni di don Mario Cazzaniga, personaggio tra gli ispiratori del Cavallo rosso. Altri miei articoli sono usciti in occasione della morte e del funerale dello scrittore nel 2014. Infine ripropongo il primo articolo che ho dedicato a Eugenio Corti, sempre su Avvenire nelle pagine di Agorà («Corti, 25 anni da longseller») pubblicato il 28 giugno 2008 in occasione del 25° della prima edizione del Cavallo rosso e della ristampa in tre tomi che veniva venduta allegata a Famiglia cristiana. Accennavo all’emarginazione che la critica “ufficiale” ha riservato allo scrittore cristiano e anticipavo qualche notizia su Medioevo e altri racconti che lo scrittore stava completando.

Riscoperta delle proprie radici, apertura al mondo. Oscillano tra microcosmo e macrocosmo le celebrazioni del centenario di Eugenio Corti, nato nella casa paterna di Besana in Brianza (Monza) al mattino del 21 gennaio 1921 (e dove è morto la sera del 4 febbraio 2014). Se infatti la sua città natale si appresta a valorizzarne l’opera – grazie alla collaborazione della moglie Vanda – con la creazione di un centro studi a lui dedicato, le Edizioni Ares, che hanno in catalogo l’intera produzione letteraria di Corti, hanno progettato iniziative non solo editoriali per l’intero anno del centenario per favorire la conoscenza di uno dei maggiori scrittori cattolici del Novecento italiano.

A partire da stasera, il giorno 21 di ogni mese, una diretta sui canali social delle Edizioni Ares presenterà una diversa opera dello scrittore: Il cavallo rosso, il romanzo più importante (34 edizioni, oltre 400mila copie vendute), che facendo centro sulla famiglia Riva di Nomana (trasparente trasposizione dei Corti di Besana) dipinge un grandioso affresco di storia italiana tra il 1940 e il 1974; I più non ritornano, l’esordio letterario del 1947, uno dei primi resoconti della ritirata di Russia, seguito da Gli ultimi soldati del re, l’esercito italiano che affiancò gli Alleati tra il ’43 e il ’45; la tragedia Processo e morte di Stalin, i romanzi per immagini La terra dell’indio, L’isola del paradiso, Catone l’antico; Medioevo e altri racconti; i saggi raccolti in Il fumo nel tempio e infine la memorialistica: le lettere alla famiglia dalla Russia di Io ritornerò e quelle alla fidanzata Vanda di Voglio il tuo amore. Inoltre entro la fine del 2021 Ares renderà disponibili in ebook tutte le opere di Corti.

Ma la novità editoriale più rilevante di questo “anno cortiano” di Ares è la prossima pubblicazione dei corposi Diari di guerra e di pace (1940-1949), documento notevole sia dal punto di vista storico, sia letterario, perché svelano le origini di molti episodi rielaborati nel romanzo maggiore: «I primi diari che Eugenio scrisse al fronte – spiega la moglie Vanda, che ne sta curando l’edizione – furono distrutti da lui stesso al momento di iniziare la ritirata dalla Russia, perché temeva che essendo pieni di valutazioni negative sui tedeschi avrebbero potuto essere usati dalla propaganda russa. Quando – nel 1943 – ricominciò la vita militare nel Sud Italia tra i soldati del re, riscrisse tutta la prima parte sulla base del ricordo (che addolcisce un po’ le vicende) e continuò poi a compilarli negli anni successivi, dalla ripresa degli studi in università all’elaborazione del suo primo libro I più non ritornano, uscito da Garzanti nel 1947». I diari terminano nel novembre 1949: «L’ultimo episodio è la mia visita, qui a Besana, a casa Corti. Avevo terminato gli studi all’Università Cattolica e stavo per rientrare in Umbria, in famiglia. Ed Eugenio volle che conoscessi i suoi genitori. Ci siamo sposati due anni dopo ad Assisi, celebrò don Carlo Gnocchi».

Altrettanto significativo il progetto del Comune di Besana in Brianza di trasferire nella Villa Filippini, sede anche della biblioteca civica “Peppino Pressi”, gli arredi dello studio dello scrittore, tra cui la scrivania, la poltrona, gli scaffali e alcuni oggetti: le divise militari, la medaglia d’argento al valor militare, le targhe di alcuni premi ricevuti. «Vorremmo che la città – spiega il sindaco Emanuele Pozzoli, che è anche assessore alla Cultura – assumesse maggiore consapevolezza della figura dello scrittore. Non vogliamo però che si tratti di un museo, bensì di un luogo vivo, un “Centro studi Eugenio Corti”, come ha suggerito la signora Vanda che generosamente mette a disposizione tutti questi cimeli. Un luogo dove speriamo che in futuro si possa svolgere anche la cerimonia del premio internazionale a lui dedicato (destinato a studi e tesi di laurea sulle sue opere, ndr). E la biblioteca civica, oltre a realizzare un’area cortiana al suo interno, ospiterà gran parte dei libri di proprietà di Corti, che sarà possibile consultare». Mentre la corrispondenza e i testi più importanti che gli sono serviti per scrivere i suoi libri sono già custoditi alla Biblioteca Ambrosiana, come Corti stesso desiderava.

Non si ferma qui la spinta a valorizzare l’illustre concittadino: «Nel Cavallo rosso troviamo una splendida rappresentazione della nostra storia, del nostro territorio e della nostra gente di Brianza – continua il sindaco – . Ho già parlato con la dirigente scolastica del nostro istituto comprensivo auspicando che nella scuola secondaria di primo grado possa esserci spazio per la conoscenza dell’opera di Corti. E stiamo pubblicando un numero speciale dell’informatore comunale, interamente dedicato all’autore».

Il cavallo rosso galoppa da tempo per il mondo (è tradotto in otto lingue): ora in Francia – dove Corti gode di ottima fama grazie all’editore Vladimir Dimitrjievic e al professor François Livi – la casa editrice Noir sur blanc ha cominciato dal romanzo maggiore la pubblicazione dell’intero corpus dello scrittore besanese.

Corti, 25 anni da longseller

Venticinque anni dopo la prima edizione, Il cavallo rosso di Eugenio Corti continua la sua corsa per le librerie, e (ora) le edicole: un vero e proprio “longseller” che è giunto ormai alla ventitreesima ristampa. Quasi un prodigio editoriale per un romanzo di 1270 pagine e privo del sostegno promozionale degli editori che contano (è pubblicato dalle Edizioni Ares di Milano). Eppure, anno dopo anno, edizione dopo edizione, questo scrittore cristiano, estraneo ai “salotti culturali”, ha venduto in Italia oltre trecentomila copie del suo maggior romanzo, che vanta anche un bel numero di traduzioni: in spagnolo, francese, inglese, romeno, lituano, persino giapponese; mentre sono in preparazione quelle in olandese, polacco e serbocroato. «Non dimentico la febbrile attesa della prima edizione, nel maggio 1983 – rievoca Corti -. La stampa era finita, la copertina no: così quindici libri furono lucidati a mano perché potessi consegnare la prima copia a papa Giovanni Paolo II in visita a Desio». E ora, quasi a suggello del venticinquesimo anniversario, la prossima settimana uscirà con Famiglia Cristiana un’edizione (altre cinquantamila copie) in tre tomi, corrispondenti ai tre volumi di cui il romanzo si compone.

Eugenio Corti, nato nel 1921 a Besana in Brianza (Milano), ha fatto parte di quella gioventù che nel 1940 si trovò catapultata sui diversi scenari di guerra, proprio come molti dei personaggi del romanzo. Scampato alla morte nella ritirata dal fronte russo (raccontata nell’opera I più non ritornano del 1947, ora reperibile nella Bur), ha combattuto ancora tra i reparti dell’esercito regolare che hanno accompagnato gli Alleati nella liberazione dell’Italia (materia del suo Gli ultimi soldati del re). Dal dopoguerra in poi ha visto le trasformazioni di una società che, modernizzandosi, ha via via perso quell’impronta cristiana che caratterizzava gran parte dell’Italia, certamente la Brianza dei “paolotti”. Corti sente di dover contribuire alla battaglia per il Regno (di Dio), come aveva promesso in un momento tragico della ritirata di Russia. «L’idea del Cavallo rosso – spiega Corti – era di rendere la realtà dell’uomo del mio tempo con un romanzo storico contemporaneo. Credo nel valore del romanzo: il completamento della fantasia serve a rendere la realtà storica in modo più compiuto. Se vogliamo ricordare la peste del Seicento a Milano, infatti, pensiamo ai Promessi Sposi e non alla Storia della colonna infame». Assoluto però resta il rispetto della verità: «Anche se non volevo entrare nel romanzo come voce narrante, gran parte delle vicende che racconto le ho vissute in prima persona, ma le ho distribuite tra i vari personaggi. Che hanno tutti tratto spunto da persone reali».

Facendo centro sul microcosmo cristiano di Nomana, Corti accompagna Ambrogio, Stefano, Manno, Michele, Alma, Giustina, Colomba, Fanny nei risvolti lieti e dolorosi della vita e compone un grandioso affresco delle vicende del nostro Paese dal 1940 al 1974. Ciò che non è autobiografico è stato scrupolosamente verificato: Corti ha perlustrato le coste della Tunisia per riferire della traversata di uno dei protagonisti dall’Africa così come ha percorso migliaia di chilometri in Paraguay per documentarsi sulle Riduzioni dei gesuiti (ambiente del romanzo La terra dell’indio, il primo dei “racconti per immagini”, seguito da L’isola del paradiso e Catone l’antico). «I tre volumi del Cavallo rosso sono intitolati con espressioni tratte dall’Apocalisse: il cavallo rosso simboleggia la guerra, il cavallo livido (verdastro dice il testo biblico) raffigura la guerra civile, mentre l’albero della vita indica il ritorno della pace che sempre segue anche le vicende più tragiche». E la conclusione del romanzo, con la salvezza ultraterrena anche dei malvagi, ci ricorda che «la Provvidenza sa far nascere il bene anche dal male».

Nella tragedia Processo e morte di Stalin (con la geniale intuizione del dittatore sovietico eliminato dal una congiura dei suoi fedelissimi) e in altri testi di saggistica Corti ha messo a frutto la conoscenza del comunismo acquisita in Russia per cercare di illuminare sugli orrori di un mondo che voleva fare a meno del cristianesimo. Sono opere che hanno decretato l’emarginazione di Corti, ma se la critica “ufficiale” lo ignora, il sostegno dei lettori non è mai venuto meno a questo cantastorie, come gli piace definirsi: i raccoglitori nel suo studio conservano migliaia di lettere di ammirazione giunte da tutto il mondo. All’estero le opere di Corti hanno trovato ottima accoglienza, soprattutto in Francia: numerose sono le ristampe e tra i lettori entusiasti del Cavallo rosso si può annoverare anche il cardinale Philippe Barbarin, arcivescovo di Lione. Con 87 primavere sulle spalle, Eugenio Corti continua il suo lavoro di narratore: «Scrivo sempre prima a matita (ne ha una schiera sulla scrivania, ndr) e poi batto il testo, un tempo a macchina ora al computer. Ora sono alla seconda stesura di una storia ambientata nel mio amato Medioevo, l’epoca delle cattedrali gotiche, che ha come protagonista una monaca, antenata della famiglia di mia moglie, che fondò un ordine francescano femminile dedito alla vita attiva e non solo a quella contemplativa». Il soldato del Regno è ancora in servizio.

«Robotica e terapie hi-tech per malati e disabili»

Intervista a Maria Chiara Carrozza, nuovo direttore scientifico della Fondazione Don Gnocchi, che illustra lo spirito che anima chi applica la scienza e la tecnologia più avanzata nell’assistenza riabilitativa, sulla scia del desiderio del sacerdote ora beato che voleva offrire il meglio ai suoi mutilatini. L’articolo è stato pubblicato su Avvenire del 1° febbraio, nelle pagine della sezione è vita

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Maria Chiara Carrozza (Fondazione Don Gnocchi)

«La Fondazione Don Gnocchi mette a disposizione dei pazienti più fragili o che rischiano di essere trascurati le tecnologie più avanzate. In più la sua distribuzione sul territorio nazionale consente di reclutare un gran numero di soggetti per sperimentare e validare scientificamente i protocolli di cura per offrirli poi alla sanità nazionale, che è il compito proprio di ogni Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico (Irccs)». Maria Chiara Carrozza, 52 anni, di Pisa, è da poche settimane direttore scientifico della Fondazione Don Carlo Gnocchi onlus: laureata in fisica e docente di Bioingegneria industriale alla Scuola superiore Sant’Anna di Pisa, di cui è stata anche rettore, è stata ministro per l’Istruzione, l’Università e la Ricerca (Miur) del governo Letta, ha fatto ricerca ponte tra neuroscienze e robotica, fondato una start-up e si è occupata di protezione della proprietà intellettuale; dal novembre 2016 è anche presidente del Gruppo nazionale bioingegneria.

Dal curriculum sembrerebbe la persona giusta al posto giusto, è così? 

Sono venuta qui spinta da una forte motivazione, perché conosco la Fondazione da quando ho favorito la convenzione tra la Scuola superiore Sant’Anna con il Centro Don Gnocchi di Firenze. Abbiamo creato un laboratorio congiunto (MARe Lab), dove ho lavorato come ricercatrice. Mi sento di continuare la lunga tradizione di collaborazione tra la bioingegneria italiana e la Fondazione Don Gnocchi. L’esperienza che ora affronto rappresenta un po’ il completamento del mio percorso nella bioingegneria: la ricerca traslazionale punta infatti a portare i suoi risultati direttamente a beneficio del paziente, nel suo percorso di riabilitazione, per accompagnarlo al recupero della sua vita sociale, affettiva, lavorativa, limitando anche i costi per la famiglia e per la società.

La tecnologia robotica in ambito sanitario è un aiuto o rischia di snaturare la relazione di cura? 

La Fondazione Don Gnocchi ha una grandissima forza che è l’etica della centralità della persona, concentrandosi sui suoi bisogni piuttosto che sull’aspetto scientifico puro. L’obiettivo della tecnologia è trasformarsi in un protocollo di riabilitazione: se per un ictus un paziente subisce un’emiparesi, il terapista lo aiuta con una ginnastica specifica, per esempio a recuperare il movimento del braccio. Questo esercizio può essere fatto anche con il supporto di una macchina: il paziente indossa un manipolatore e, sotto la supervisione del terapista, viene stimolato a compiere movimenti attraverso un’interfaccia specifico o un videogame. Il braccio robotico misura esattamente la forza esercitata, il movimento residuo e fornisce al terapista – che resta al centro del programma di riabilitazione – una serie di parametri utili. Fino a quando il soggetto riapprenderà il movimento corretto e riuscirà a compierlo in modo autonomo. Centrale resta comunque l’intenzionalità da parte del paziente, non è mai un movimento passivo: è anche una sfida cognitiva.

Quali risultati sono stati già ottenuti? 

Di recente sono stati presentati a Roma i dati preliminari di una ricerca dei centri Don Gnocchi che confermano l’efficacia della riabilitazione robotica o tecnologicamente assistita. Però il percorso è ancora lungo: vogliamo dimostrare l’efficacia di questi strumenti molto potenti nelle mani del terapista. Il valore di questo studio sta nel fatto che ha riguardato 8-9 centri in Italia, coinvolgendo un numero significativo di pazienti. Lo studio multicentrico è fondamentale per il processo di validazione delle terapie, da poter poi offrire alla sanità nazionale e regionale. E un altro punto di forza della Fondazione è proprio la sua presenza diffusa sul territorio nazionale (in nove regioni dal Piemonte alla Basilicata, ndr): questo permette anche di ridurre la disuguaglianza sociale nell’accesso alle cure, portando la riabilitazione il più possibile vicino a dove il paziente vive. La ricerca della Fondazione non riguarda solo la robotica, ma anche le nanotecnologie per la diagnostica, i marcatori per la sclerosi multipla, altre tecniche o terapie puramente mediche, o di imaging biomedicale, il neuroimaging.

Come vede quindi il suo compito di direttore della ricerca della Fondazione Don Gnocchi? 

Sono affascinata dall’idea di trasformare categorie deboli in categorie che sperimentano gli strumenti più all’avanguardia e che hanno la possibilità, con un piccolo sforzo, di vivere meglio una malattia o una disabilità, evitando che diventi causa di grande solitudine. Persone che per le loro disabilità sono considerate deboli e bisognose diventano protagoniste di un rilancio tecnologico e delle sperimentazioni più all’avanguardia: le protesi per gli amputati sono sempre state molto semplici e uno stigma di disgrazia; oggi un ginocchio elettronico è un grande risultato della bioingegneria, con materiali sofisticati e strumenti avveniristici come il neurocontrollo. Mio obiettivo è quindi lavorare nella tradizione della Fondazione in questo ambito di malattie rare e neurodegenerative, i cui pazienti sono spesso considerati solo un costo sociale e hanno a disposizione pochi farmaci e risorse. La potenza del messaggio di don Gnocchi (che voleva poter offrire il meglio ai suoi pazienti) è proprio rovesciare la medaglia: trasformare un destino che sembra negativo e di marginalità in qualcosa che serve alla sperimentazione di nuova scienza e quindi farne un punto di forza.