Eugenio Corti, un figlio della Brianza “paolotta”

In occasione dell’anniversario della morte, recupero un’intervista un po’ più “privata” che feci a Eugenio Corti nel dicembre 2010 per il primo numero di Rintocchi, l’informatore trimestrale della Comunità pastorale Santa Caterina di Besana in Brianza (Monza). Dossier monografico della pubblicazione era la famiglia, e su questo tema è centrata anche l’intervista.

Dall’alto dei suoi 90 anni (che compirà il prossimo 21 gennaio), lo scrittore Eugenio Corti è un besanese un po’ speciale. Ha vissuto le trasformazioni che il nostro Paese ha subito nel corso del Novecento, passando da una civiltà contadina e di moderata industrializzazione, al mondo attuale caratterizzato dalla preponderanza delle tecnologie e dalla progressiva distacco dalle tradizioni degli avi in una società resa “omogenea” dai processi di globalizzazione. Con il rischio – concreto – di perdere di vista le proprie radici, che per l’Europa fanno riferimento senz’altro anche al cristianesimo. Ma Eugenio Corti non ha mai dimenticato i valori della società briantea, tipicamente cristiana, come documentano molte pagine del suo capolavoro, Il Cavallo rosso, così come ha vissuto attivamente le battaglie culturali del nostro tempo (basta pensare all’impegno all’epoca del referendum sul divorzio, nel 1974). E da primogenito di 10 fratelli ben conosce il modello di famiglia che caratterizzava la Brianza «paolotta», che ha subito – qui come dappertutto in Occidente – forti trasformazioni, oltre al tentativo di metterlo del tutto in discussione. Con lui ripercorriamo alcune tappe dell’evoluzione della famiglia besanese.

Il Cavallo rosso si apre con un quadro laborioso ma sereno nelle campagne alla vigilia della Seconda guerra mondiale. Come vivevano le famiglie besanesi dell’epoca?

Formavano una comunità in cui la direzione del popolo era presa dalle donne, le quali erano credenti, e in funzione della loro fede cercavano di indirizzare la presenza dei figli e dei mariti in questo mondo. Posso citare l’esempio di mia madre, moglie dell’imprenditore principale del paese, ma anche di tutte le donne del paese: erano loro che indirizzavano alla religiosità la gente della Brianza. Un altro esempio tipico è stata la mamma di don Luigi Giussani, che l’ha determinato grandemente nella sua vita. In questa comunità tranquilla, operosa e poco fascista, la guerra crea uno sfacelo. Ma la religiosità della gente si percepisce anche dal senso di protezione che un personaggio del mio romanzo, Stefano, sente provenire dall’immaginetta del crocifisso di Besana nella trincea in riva al Don.

E dopo la guerra? Com’è stata la ripresa della vita civile?

Io facevo parte di una comunità di persone che si incontravano in vista della battaglia elettorale che si è svolta dopo la guerra. Era una difesa di civiltà: avvertivamo tutti, anche quelli che erano a livello di istruzione più elementare, che era in corso una battaglia in cui era coinvolta tutta la realtà del Paese. e che riguardava anche la nostra comunità locale. Se avessero vinto i “rossi” (comunisti e socialisti) il mondo di Besana avrebbe subito un tentativo di capovolgimento. Noi resistevamo a questo tentativo. Nello stesso tempo avvertivamo che eravamo parte di una comunità che poteva raccogliere voti, con effetti non solo locali ma nazionali: dovevamo raccogliere voti anche per le zone dove i cristiani non potevano farsi sentire. A guidarci erano i discorsi del Papa (Pio XII) e ciò che dicevano i nostri preti. In particolare, a Besana, esemplare era don Mario Cazzaniga, tuttora molto attivo come cappellano dell’ospedale San Gerardo di Monza.

Come è stata vissuta dalla comunità besanese la crescita del dopoguerra, il cosiddetto boom economico?

La voglia di darsi da fare c’è sempre stata tra la nostra gente. Variazioni certo sono intervenute nelle possibilità economiche, ma non avvertite come qualcosa di importante e nelle elezioni comunali gli indirizzi sono sempre stati gli stessi. Di fatto però, quel che interveniva nel resto del Paese avveniva anche qui: in particolare la perdita dell’indirizzo cristiano nella vita della gente, un cambiamento che è stato molto lento, senza che venisse avvertito. Ma se si fa un confronto tra il modo di essere oggi e quello di cinquant’anni fa, si deve constatare una grande differenza. Anche se le cerimonie religiose sono molto seguite, c’è minore disponibilità al credo della Chiesa.

Nel Cavallo rosso, è il figlio di Pierello a subire l’influenza del ’68 e della contestazione. Come sono stati vissuti quegli anni a Besana?

A determinare i cambiamenti sono stati due elementi: la televisione, soprattutto, e la scuola media, nella quale in quegli anni sono arrivati insegnanti che non erano dello stesso indirizzo dell’ambiente di qui. Fino a un po’ di anni fa, i ragazzi crescendo spesso perdevano l’indirizzo cristiano della famiglia, ma al momento del matrimonio c’era un recupero delle proprie tradizioni. Con il matrimonio, i giovani facevano inevitabilmente un confronto tra i maestri della televisione e i loro genitori. Questi ultimi, anche se culturalmente inferiori, erano molto più ricchi come figure umane. Adesso forse questo recupero si va un po’ perdendo, prevale l’interesse per i modelli e i personaggi offerti dalla televisione. È avvenuto anche a Besana quanto ha ripetutamente sottolineato papa Giovanni Paolo II: uno scollamento nella gioventù cristiana rispetto agli indirizzi ricevuti dalle loro madri e dai loro padri.

Ha 100 anni il prete del “Cavallo Rosso”

In occasione del centesimo compleanno di don Mario Cazzaniga, ispiratore e amico dello scrittore besanese Eugenio Corti, il mio articolo pubblicato oggi nelle pagine culturali di Avvenire. L’immagine ritrae don Mario durante la cerimonia di conferimento della medaglia d’argento al valor militare a Eugenio Corti (a sinistra), a Besana in Brianza, nel luglio 1950.

Corti - don MarioCent’anni di vita, di cui oltre 70 da sacerdote. Don Mario Cazzaniga, il prete che compare tra i protagonisti del “Cavallo Rosso” di Eugenio Corti, accetta con piacere i festeggiamenti che tanti gli dedicano in questi giorni, ma è fiero soprattutto della pergamena con gli auguri che gli ha inviato papa Francesco. Ma l’ammirazione per il Papa («è un uomo eccezionale») non gli fa dimenticare il particolare legame stretto con il cardinale Carlo Maria Martini, che lo stimolò a celebrare l’Eucaristia dove nessuno era mai riuscito.
«Anni fa scrissi un articolo, dal titolo: “Gesù Cristo è la mia guida”» sottolinea don Mario, da pochi mesi ospite presso la residenza San Pietro di Monza, gestita dalla cooperativa “La Meridiana”. E aggiunge: «Due sono le linee di sviluppo del mio sacerdozio: da un lato la dedizione ai malati, a costo eventualmente della vita; dall’altro il compito di portare Gesù in tutto il mondo. E in questo sentivo il sostegno del cardinale Martini (ma anche del cardinale Giovanni Colombo ero stato il beniamino)». In effetti don Mario ha viaggiato dall’Australia all’Africa, dall’isola di Pasqua alla Cina, dalle Hawaii (visitando il lebbrosario di Molokai) al Circolo polare artico canadese: «Qui riuscii a celebrare la Messa in una stazione di ricerca isolata spremendo gli acini di un unico grappolo d’uva che si trovò in una dispensa».
Nato il 16 ottobre 1915, Mario Cazzaniga divenne sacerdote nel 1944 («Fui salvato dalla guerra dal cardinale Schuster»), ed ebbe l’incarico di coadiutore alla parrocchia di Besana in Brianza (Monza). La sua figura di giovane prete, quale emerge dalle pagine del “Cavallo Rosso” («capelli a spazzola, faccia da bambino con occhiali cerchiati di ferro sottile», scrive Corti e, a parte la canizie, non è molto cambiato) segna profondamente la vita dei giovani e delle famiglie: don Mario cerca di educare la gioventù e di aiutare tutti, nelle difficili prove della guerra prima e della guerra civile poi, con un criterio guida: la misericordia inesauribile di Dio.
Don Mario conosce presto la famiglia Corti, verso cui sviluppa grande stima, in particolare per la mamma Irma: «Sperava che di dieci figli almeno uno diventasse sacerdote, e aveva già fatto preparare una talare in gabardine per l’ultimo». Ma quando anche Corrado, intrapresi gli studi di medicina, sembrava ormai votato a un’altra missione «la signora me ne fece dono. Ma il Signore ha le sue vie: i genitori regalarono al figlio un viaggio a Lourdes accompagnato da me, per premiarlo dei suoi risultati universitari. E lì, dopo una notte trascorsa in preghiera nella grotta, abbracciandomi mi disse che voleva diventare gesuita».
Don Mario è il suggeritore nascosto di molti episodi narrati da Eugenio Corti (che nel dedicargli il volume della prima edizione lo definisce «personaggio tra i più belli di questo libro»): «Abbiamo passato tante ore insieme. Gli raccontavo tanti particolari della vita qui, mentre lui era al fronte in Russia». Traccia importante della propensione di don Mario al perdono, nel romanzo, è l’episodio della conversione del Foresto, il comunista mandato in paese a fare proselitismo, colpito da una leucemia mortale. «Il fatto è storico – conferma don Mario –. Era un uomo gigantesco, sempre armato perché diceva di andare a caccia, ed era temuto da tutti. Ma quando fu ricoverato, trascorsi ore e ore con lui: prima a parlare di Tolstoj e Dostojevski, poi piano piano di temi religiosi. E alla fine, ammettendo di averne fatte di tutti i colori, chiese di essere confessato e comunicato. Gli feci un gran funerale in chiesa, con i suoi amici frementi di rabbia». Il tempo di guerra è stato epoca di grandi odi e di altrettanto grandi opportunità di conversione: «Predicavo che bisogna sempre rispettare i morti: quante estreme unzioni ho amministrato! E quante confessioni di giovani combattenti in punto di morte (c’è stato chi nel delirio mi credeva un nemico e voleva strozzarmi)! Fui chiamato quando ci fu la strage di Bulciago, dove i partigiani incapparono in una colonna di fascisti in fuga verso Como. Così come dovetti riferire alla moglie di un fascista che suo marito era stato fucilato: nonostante le mie precauzioni, svenne. Ma da allora cominciò a frequentare la chiesa». E ha corso anche rischi personali: «I comunisti mi malmenarono fuori dalla chiesa (ma non li denunciai) e i nazisti mi puntarono la pistola alla tempia perché – dopo aver preso in ostaggio alcuni operai – volevano che rivelassi chi aveva compiuto un furto di sale in stazione: ma io ero sacerdote, dovevo solo mettere pace». «Ci sono momenti – commenta – in cui si fanno cose eroiche che non si era mai pensato di poter fare». E aggiunge: «Ero coraggioso, adesso sono un pulcino».
Dopo il ministero a Besana («dove ho lasciato la pelle»), don Mario viene destinato quale cappellano all’ospedale San Gerardo di Monza: «Qui avevo a che fare con gli infettivi, ma non mostravo paura (come accade anche nel Cavallo Rosso, quando visita i ricoverati con la tisi, ndr). E anche il cardinale Giovanni Battista Montini, in visita al reparto, fece a meno del disinfettante». Nel luogo di sofferenza per antonomasia, don Mario è punto di riferimento: «Gianna Beretta Molla chiese subito di me quando venne ricoverata, incinta e malata di tumore. Ero presente quando disse: “Nel dilemma di scegliere chi deve vivere, sono pronta a dare la mia vita per la mia creatura”. E, da medico, sapeva bene che cosa la attendesse».
Don Mario è anche il suggello del “Cavallo Rosso”: l’ultima pagina del romanzo rivela che grazie alle sue preghiere ha raggiunto il paradiso uno dei personaggi più odiosi, un funzionario dedito alla caccia, alla tortura e all’uccisione dei partigiani prima, dei fascisti poi, ma che – scrive Corti – «grazie alle preghiere instancabili di don Mario, il demonio non è riuscito a tenere soggiogato sino alla fine». Alla vigilia del Giubileo della misericordia, don Mario è ancora un punto di riferimento: «Ero venuto qui per riposare – scherza –, ma il Papa mi chiede di andare avanti…». E legge, sulla pergamena incorniciata alla parete di fianco al letto, che per don Mario «Papa Francesco… invoca l’intercessione di Maria affinché il suo ministero continui a essere icona e trasparenza di quello di Cristo Buon Pastore».