Vita e letteratura, l’impresa critica di Giancarlo Vigorelli

mostra_vigorelliUn panorama straordinario si dispiega nella mostra «Brama di Vita e di Letteratura. Giancarlo Vigorelli nel clima culturale del Novecento», in corso alla Biblioteca Sormani di Milano fino a sabato 5 maggio (aperta nei pomeriggi dei giorni feriali). Lettere originali, fotografie, riviste, libri con dediche autografe – oltre a chiari pannelli riassuntivi delle tappe della carriera di Vigorelli – offrono un quadro approfondito della poliedricità del critico letterario (nato a Milano nel 1913 e morto a Marina di Pietrasanta nel 2005) che per circa settant’anni ha spaziato tra poeti e prosatori (occupandosi anche di pittura e di cinema), con grande acutezza e indipendenza di giudizio. Curata da Giuseppe Langella, docente di Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università Cattolica, di cui dirige anche il Centro di ricerca “Letteratura e cultura dell’Italia unita”, la mostra dà conto del grande patrimonio custodito proprio dalla Biblioteca Sormani, che dal 2008 ospita l’intero archivio Vigorelli: e sullo scalone che porta alla sala del Grechetto, le bacheche espongono i loro “gioielli” in ordine cronologico, accanto alle molte fotografie che testimoniano la dimestichezza e i rapporti di amicizia intessuti con numerosissimi uomini di cultura del Novecento italiano.

Documenti rari

Impossibile – e superfluo – citare tutti i letterati presenti (sarebbe stato utile prevedere almeno un piccolo catalogo della mostra): mi sembra opportuno segnalare però alcune testimonianze particolari, o anche solo di difficile reperibilità. Parto con la lettera di Giovanni Papini, che nel 1934 ringraziandolo di un articolo pubblicato sull’Italia, mette un giovane Vigorelli tra gli «entusiasti ricercatori d’ogni pensiero e d’ogni letteratura». Una chicca filologica è la lettera di Eugenio Montale che accompagna la prima versione del sonetto elisabettiano «Gli orecchini», comparso poi a stampa in forma molto diversa: lo stesso Vigorelli lo definisce (nel 1989) un inedito. Interessante la lettera di Carlo Emilio Gadda di apprezzamento per la pubblicazione (1941) dello studio su Matteo Maria Bandello (il primo lavoro di Vigorelli in volume, di cui è esposta una copia con dedica ai genitori). Si può leggere anche l’articolo (uscito sul settimanale Il tempo nell’agosto del ’43) in cui esprimeva soddisfazione per la caduta del regime fascista – in toni molto civili, a leggerlo oggi – e per il quale fu costretto a rifugiarsi in Svizzera. Emozionanti la busta e la carta da lettera intestata della Libreria antiquaria di Trieste per la missiva di Umberto Saba (1950), così come quella del Gabinetto Viesseux per il biglietto di Montale (1938). E ancora le lettere dattiloscritte dell’amico Pier Paolo Pasolini o le diverse risposte che diedero Elio Vittorini, Alberto Moravia, Elsa Morante, Salvatore Quasimodo, Guido Piovene per l’inchiesta lanciata da Vigorelli sulla rivista Successo nel 1961, dal titolo: «È finito il fascismo in Europa?». Fino agli autografi di Leonardo Sciascia (1971), Gesualdo Bufalino (1981) e Claudio Magris (1992).

Alle recensioni di spettacoli teatrali corrispondono biglietti di ringraziamento da parte di Franco Zeffirelli, Vittorio Gassman, Carmelo Bene, Giorgio Strehler. Invece le sue frequentazioni artistiche sono testimoniate dalle dediche di volumi da parte di alcuni pittori: Renato Guttuso, Aligi Sassu, Enrico Baj, Salvatore Fiume, Dino Buzzati; oltre all’intervista, comparsa nel 1977 sul settimanale Gente, in cui Vigorelli rievoca l’amicizia con Antonio Ligabue, l’artista di cui contribuì a diffondere la conoscenza, e dal quale fu ritratto (e l’opera, ora in collezione privata, è qui esposta).

Amico di tutti, ma critico rigoroso

La visita della mostra richiama alla mente il volume Carte d’identità. Il Novecento letterario in 21 ritratti indiscreti, opera di Vigorelli pubblicata nel 1989, cui si rifanno anche molte didascalie dei documenti esposti. La lettura di questa raccolta di saggi, in parte molto remoti, in parte scritti per l’occasione, permette di approfondire il «metodo critico» di Vigorelli, di apprezzarne la libertà di pensiero e di comprendere meglio anche il titolo della mostra. «Se un presunto metodo mi sta sotto la pelle – scrive “In apertura” del volume – è un non preordinato bisogno di rinvenire in uno scrittore quella coincidenza (…) che a mio modo tento in me di pareggiare, quanto meno di parallelizzare, tra Vita e Letteratura». E poco oltre: «Una e unica è la voce di un’autentica Letteratura, pur che riesca a conglobare il romanzo convergente della Vita e della Letteratura».

Di questa stella polare si serve per vagliare le opere degli autori, siano essi critici, da Benedetto Croce a Gianfranco Contini, passando per Giuseppe Antonio Borgese, Emilio Cecchi e Carlo Bo, poeti (Eugenio Montale e Vittorio Sereni) o narratori, da Carlo Emilio Gadda a Vitaliano Brancati, da Beppe Fenoglio a Italo Calvino e Goffredo Parise. Se il superamento – in ambito letterario – di Croce e del crocianesimo appare al giorno d’oggi abbastanza consolidato, non lo era ancora all’epoca in cui Vigorelli (e ancor prima Cecchi) si espressero. Ma anche verso Contini (ritenuto ottimo come filologo) manifesta riserve: la sua storia letteraria dell’Italia unita «non è che un passaggio da un “caso letterario“ all’altro, da una poetica all’altra, ma negligendo intenzionalmente il corso delle idee, che possa in qualche maniera determinare o no quei passaggi e quei mutamenti». Anche sui romanzieri non mancano giudizi netti: rivalutazione di Brancati (trascurato dai critici) e di Fenoglio (penalizzato da Vittorini) rispetto a Cesare Pavese, sferzato il degenerare di Alberto Moravia nel decennio 1970-80, stroncato Parise (salvo una palinodia a proposito del suo primo romanzo, Il ragazzo morto e le comete) nonostante l’apparire delle sue opere nei «Meridiani» Mondadori (anzi contesta la tendenza «a far passare per “classici“ non pochi “contemporanei”», addirittura viventi).

La «lunga fedeltà» ad Alessandro Manzoni

Ho lasciato in fondo i riferimenti al “manzoniano” Mario Pomilio, che già nel 1955 gli scriveva per complimentarsi per le «aperture impreviste», «le suggestioni inedite e feconde» che Vigorelli aveva espresso l’anno prima in Manzoni e il silenzio dell’amore. Oltre all’apprezzamento per Il quinto Evangelio («un libro di speranza, e di profezia»), Vigorelli vede nel Natale del 1833 (che scandaglia la crisi di Manzoni alla morte della moglie Enrichetta Blondel) una «splendida perlustrazione del dramma manzoniano». E manzoniano sin dalle origini può essere definito Vigorelli, che aveva pubblicato un innovativo commento alla Storia della colonna infame già nel 1942: non solo fu presidente del Centro nazionale di studi manzoniani (avviando l’Edizione nazionale ed europea delle opere), ma al romanziere lombardo dedicò a più riprese la sua attenzione. Mi piace ricordare quella singolare antologia di testi manzoniani Il “mestiere guastato” delle Lettere (1985) che documenta il “processo” che Manzoni intentò alla letteratura italiana in nome di un desiderio di aderenza al reale. Nel saggio introduttivo «Manzoni, e la rivalutazione dei valori romantici» Vigorelli sottolinea che «tutta l’intrepida polemica del Manzoni contro la nostra letteratura proveniva dalla constatazione inappellabile che il tradizionale letterato italiano si è sempre presentato e rappresentato sotto la livrea e la maschera dell’uomo della “doppia verità”: e la sua spesso presunta “poesia” copriva immoralmente e l’una e l’altra “verità”, e cioè la sottostante ma dominante falsità». Oltre a suggerire di «rileggere il Manzoni, non limitandolo ai Promessi Sposi, che oltretutto esigono riletture in tempi diversi della vita» (è diventato un libro scolastico, ma non era stato certo scritto per gli studenti), Vigorelli invita a prendere «coscienza proprio nel nome di Manzoni che la letteratura plagiata sulla letteratura è finita sul letto di morte e non avrà neppure una bella morte». E conclude che «la letteratura non può essere – Manzoni ne ha data l’unica definizione corrispondente al valore – che “un ramo delle scienze morali”». Una definizione appropriata per chi, come Vigorelli, voleva pareggiare vita e letteratura.

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Tra De Sanctis ed Elsa Morante. Più un occhio al Paradiso

de sanctisLetteratura italiana, cinema e uno sguardo… sul Paradiso oggi nelle pagine di Avvenire, e non solo nella sezione Agorà. L’elzeviro di Pietro Gibellini («Serve un De Sanctis e una letteratura che formi gli europei») parte dalla ricorrenza del bicentenario del famoso critico e storico della letteratura italiana Francesco De Sanctis (1817-1883) per interrogarsi sulla sua eredità e lanciare l’auspicio di una “rivoluzione europea” negli studi letterari. «La sua storia letteraria, vero capolavoro, segnò una svolta… manuale che collegava lo sviluppo delle lettere a quello della cultura» osserva Gibellini, delineandone pregi e limiti. «Colgo il meglio dei saggi desanctisiani ­– spiega – ­nella loro capacità ermeneutica, cioè quella di interpretare il testo come specchio del mondo dell’autore, in un rapporto che è di ordine etico ancor prima che estetico». Viceversa i limiti riguardano «i dati, che erano quelli noti al suo tempo» e «l’impianto centralista» frutto dello spirito risorgimentale. De Sanctis «aveva scritto il suo libro con intento pedagogico: voleva dare alle scuole della neonata Italia uno strumento per formare gli italiani». Tuttavia, in termini di capacità di «influenzare» il mondo accademico e scolastico contemporaneo gli toccò di ottenere molto meno di quanto potè il magistero di Giosuè Carducci e dei suoi discepoli. Infine Gibellini auspica che, sull’esempio di De Sanctis, si pensi a educare i cittadini europei valorizzando il patrimonio letterario comune «Dante e Shakespeare, Goethe e Baudelaire, Cervantes e Kafka», anche perché «l’europeismo perseguito dall’economia trascurando la scuola e della cultura si è rivelato fallimentare».

«Elsa e quei film alienati dal reale» è invece l’articolo di Alfonso Berardinelli dedicato alla pubblicazione di La vita nel suo movimento. Recensioni cinematografiche 1950-1951 (Einaudi) di Elsa Morante. «Piaccia o no, è stata, con Italo Svevo, la più grande narratrice del secolo scorso ­– scrive Berardinelli –. Seguirla nelle sue reazioni e considerazioni di spettatrice cinematografica, ha quindi un interesse culturale incomparabile». Berardinelli osserva che «non dimentica mai, anche qui, i doveri intellettuali maggio-ri a vantaggio di quelli secondari. I suoi articoli rivelano sempre un grande equilibrio critico e il più scrupoloso rispetto per il lavoro di registi e attori». E mostra di apprezzare soprattutto (anche nei santi) l’umorismo: «Una delle qualità indispensabili alla interezza morale di un uomo, alla perfezione estetica di un artista, e, infine alla civiltà di un popolo, è il senso dell’umorismo».

Infine, nella sua rubrica tabula rasa, Roberto Righetto presenta il libro dello storico Jean Delumeau Storia del Paradiso (Il Mulino, 1994) « che riper­corre, dall’Antichità ai giorni nostri, attra­verso una ricchissima documentazione sto­rica ma anche lette­raria e iconografica, una pagina essenziale dell’immagina­rio occidentale e non solo». «Delumeau – scrive Righetto – mostra bene come la nostalgia del paradiso terrestre e l’at­tesa di un regno di felicità, magari già su questa terra, sono assai spesso un cliché che si ripete: nella sua descrizione tratti comuni si ritrovano fra la Bibbia e altri scritti antichi. Autori della prima patri­stica come Giustino e Tertulliano ravvi­sano elementi comuni fra i Campi Elisi descritti da Omero, Esiodo e Virgilio e i passi della Genesi». «An­che se la cultura postmoderna in cui sia­mo immersi – commenta Righetto – sembra aver smarrito le im­magini per descrivere il Paradiso, l’ansia di misericordia che emerge nell’umanità contemporanea è il segno che ciò cui es­sa aspira è l’esatto contrario della sen­tenza di Sartre: “L’inferno sono gli altri”».