Perché leggere romanzi, oggi

Recensione del libro Come non letto, di Alessandro Zaccuri

come non lettoUna originale guida ad alcuni tra i romanzi più significativi della letteratura mondiale, per mostrare che hanno ancora qualcosa da dire, che ci mostrano qualcosa di noi stessi, che vale la pena di leggerli. Il tutto accompagnato da un’iniziativa solidale verso attività caritative. Questo, in estrema sintesi, il progetto realizzato da Alessandro Zaccuri con Come non letto, un titolo modellato sulla sorte dei messaggi di posta elettronica che si preferisce accantonare per un successivo approfondimento, che può anche non giungere mai. È il destino di romanzi molto famosi, e di notevole mole, ma che non rientrano – tranne eccezioni – nei programmi scolastici e la cui conoscenza finisce spesso con il limitarsi ai luoghi comuni entrati nell’immaginario collettivo. Eppure, è la convinzione dell’autore, questi sono dieci classici (più uno) che possono ancora cambiare il mondo, come recita il sottotitolo (edizioni Ponte alle Grazie, 198 pagine, 14 euro).

Zaccuri, giornalista di Avvenire e scrittore, ci accompagna in un viaggio che partendo da Miguel de Cervantes (Don Chisciotte) giunge a Bram Stoker (Dracula) passando attraverso Daniel Defoe (Le avventure di Robinson Crusoe), Charles Dickens (Oliver Twist), Alessandro Manzoni (I promessi sposi), Alexandre Dumas (Il conte di Montecristo), Herman Melville (Moby Dick), Victor Hugo (I miserabili), Lev Tolstoj (Guerra e pace), Fëdor Dostoevskij (L’idiota). Cui aggiunge Daniel Perec, il cui La vita istruzioni per l’uso è indicato come un contemporaneo «capolavoro». La presentazione dei romanzi non è un mero riassunto, anzi: inquadrato il testo all’interno dell’intera produzione dello scrittore, la trama è accennata per quanto è necessario. Quel che conta sono alcuni snodi, alcune peculiarità – talvolta di tecnica narrativa, più spesso di significato profondo – che mostrano come nelle opere letterarie l’autore non solo ci dice sempre qualcosa di sé, ma offre il suo contributo per il progresso dell’umanità: la letteratura è una comunità che si costruisce lentamente, nei secoli, scrive Zaccuri. Ecco quindi che le opere vengono viste attraverso alcune parole chiave: nel sogno si compie il viaggio di don Chisciotte; Robinson va all’esplorazione del mondo e si trova ristretto su un’isola sperduta; Oliver è un angelo che riesce ad attraversare la nostra città piena di trabocchetti; Renzo rappresenta un’Italia che sa conservare la propria umanità, al contrario di Edmond Dantès distrutto dalla vendetta. Una vendetta che per il blasfemo capitano Achab nasce da un mistero per il quale mette in gioco la vita; la giustizia umana mostra la sua insufficienza nelle vicende intrecciate di Javert e Jean Valjean; mentre il senso della storia si rivela nella battaglia vinta grazie all’umile capitano Tušin, che combatte scalzo; la santità appare nel principe Myškin che agli uomini comuni sembra un idiota; il conte Dracula ci rende inquieti perché mostra che il male che può agire solo se ottiene il permesso dalla nostra libertà. Fino all’indagine sul destino che caratterizza la passione di Bartlebooth per i puzzle.

Oltre a fare inevitabili riferimenti ai classici fondativi della tradizione letteraria (e non solo) quali Omero, Eschilo, la Bibbia, le Mille e una notte, le Confessioni di Agostino, Zaccuri offre una serie di “rimandi interni” tra le opere di Cervantes e Dostoevskij, Defoe e Tolstoj, Dickens e Manzoni, e – pur mettendo in guardia da anacronismi interpretativi – compie alcune escursioni verso altri grandi personalità (William Shakespeare, Dante Alighieri, Honoré de Balzac, Sigmund Freud, John R.R. Tolkien) o verso adattamenti cinematografici dei romanzi esaminati. Ne risulta una fitta trama di relazioni attraverso il tempo e lo spazio tra autori che indagano (e ci aiutano a riflettere) sul senso e sui valori della nostra esistenza: il marchio più sicuro di una letteratura che può servire anche all’uomo contemporaneo. In questa sorta di «esercizio di critica letteraria rivolto a chi un libro di critica letteraria non lo leggerebbe mai», Zaccuri non manca di offrire indicazioni per riconoscere la categoria del romanzesco, di spiegare la differenza di significato tra narrare in prima o in terza persona, o di chiarire le molte possibilità che offre lo stratagemma del manoscritto ritrovato, che non è un’esclusiva dei Promessi sposi.

Resta da svelare il fine solidale. Il libro nasce da una serie di serate aperte al pubblico: in ciascuna l’autore ha illustrato uno di questi dieci classici «in cambio» di offerte di beni (cibo, vestiario, non soldi) destinati a enti caritativi e iniziative in favore dei poveri nella città di Milano. Anche i diritti d’autore sono devoluti all’associazione Nocetum che, nei pressi dell’abbazia di Chiaravalle, accoglie e sostiene donne che vivono situazioni di disagio, con i loro bambini.

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Carta, foto, pietre… Rane: mille motivi per visitare Siracusa

20170609_105031Oltre a poter assistere alle ultime rappresentazioni delle Rane di Aristofane al teatro greco (terminano domenica 9 luglio), una visita in questi giorni a Siracusa permette di scoprire alcune mostre interessanti, legate all’antichità classica ma non solo. Innanzi tutto la tradizionale «Inda Retrò», che l’Istituto nazionale del dramma antico dedica alle precedenti rappresentazioni delle opere in cartellone. Quest’anno la mostra è divisa in tre parti. La prima sono documenti, foto e testi, e abiti di scena appunto di Sette contro Tebe, Fenicie e Rane. L’opera di Eschilo è stata rappresentata tre volte (nel 1924, 1966, 2005), quella di Euripide solo nel 1968 e la commedia di Aristofane nel 1976 e nel 2002. Esaminando i documenti nelle vetrine si scoprono alcune curiosità, come il fatto che le stagioni negli anni Sessanta erano molto corte (19 giorni nel ’66 e nel ’68), o che nel 1976 la terza opera, la commedia plautina Rudens, fu rappresentata all’anfiteatro romano di Siracusa. E si trovano spartiti musicali, lettere, locandine e foto ancora in bianco e nero degli spettacoli. Completa la rievocazione, un filmato a cura di Franca Centaro, che permette di vedere dal vivo brani di alcune delle più recenti rappresentazioni.

In un’altra sezione («La città come scena, la città nella scena») si esamina lo sviluppo architettonico-urbanistico di Siracusa nel corso dei decenni dal particolare punto di osservazione rappresentato dal teatro greco con focus sugli anni 1970, ’84, ’96, 2000 e 2012. La ricostruzione è a cura della facoltà di Architettura dell’Università di Catania con sede a Siracusa. Infine «Il superbo spettacolo», a cura di Angela Gallaro Goracci, è un esame dell’evoluzione del pubblico nel corso del tempo con una foto per ogni decennio: dalla folla negli anni Venti (ma gli uomini erano in giacca e cravatta) ai giovani con gli smartphone degli anni Duemila.

20170611_204520Costituisce un ulteriore motivo di interesse il fatto che le tre mostre sono ospitate nell’atrio del Teatro Comunale di Siracusa, che è stato rimesso a disposizione solo da pochi mesi dopo un lungo lavoro di restauro. Il teatro, che risale alla fine dell’Ottocento, era infatti chiuso da più di cinquant’anni e la sua riapertura offre un nuovo motivo di interesse e un’occasione di arricchimento culturale per la città. Spiccano nell’atrio tre magnifici lampadari in vetro di Murano, dono di Dolce&Gabbana, ma tutta la struttura è stata rimessa a nuovo in modo esemplare. E nelle sere dei fine settimana è possibile usufruire di una visita guidata che illustra la storia e le particolarità dell’edificio.

20170706_121514Curiosità antiquaria e tanta passione sono invece presenti nella piccola ma interessante esposizione aperta nella Sala Caravaggio dell’ex museo archeologico in piazza Duomo. «Memorie su Carta» rievoca la figura del disegnatore Rosario Carta (1869-1962) che fu prezioso collaboratore degli archeologi che si sono succeduti dalla fine dell’Ottocento alla guida della Soprintendenza alle antichità (ora ai Beni culturali e ambientali), da Paolo Orsi a Giuseppe Cultrera a Luigi Bernabò Brea. La mostra, a cura di Rosalba Panvini e Marcella Accolla, documenta l’attività di questo figlio della terra siracusana (era nato a Melilli) affiancò le operazioni di scavo in diversi luoghi della Sicilia (oltre a Siracusa, anche Eloro, Gela, Camarina e altri), documentando con disegni accurati i reperti che venivano portati alla luce, prezioso complemento delle relazioni degli archeologi. Ed ebbe anche la capacità di mantenersi aggiornato, prendendo confidenza con la nuova arte della fotografia che stava affermandosi. Scrisse di lui Paolo Orsi nel 1919: «Le terrecotte architettoniche di via Minerva oltre che da me furono amorosamente e con le più grandi cure esaminate e scrutate dal mio valoroso collaboratore, il disegnatore Sig. R. Carta, che in questa materia è diventato un pratico di singolare perizia, nel riconoscere la ragione e la funzione di ogni singola parte, di ogni minuto particolare. Egli ha sempre diretto e vigilati i restauri abilmente eseguiti dal restauratore G. D’Amico; ed alla sua perspicacia, oltre che alla mano abilissima per i disegni e gli acquarelli, io devo una quantità di preziose osservazioni, di cui ho fatto tesoro nel presente studio».

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La stanza dell’ipogeo che fu dedicata a santa Lucia

Infine, ma non per importanza, la mostra «Siracusa. Immagine e immaginario. Verso un museo della città» (fino al 15 ottobre) ospitata nell’ipogeo di piazza Duomo, riaperto solo pochi anni fa. Realizzata in occasione dei 2750 anni di Siracusa a cura dell’Archeoclub Siracusa da un’idea di Fabio Granata e uno studio di Liliane Dufour, offre testimonianza interessanti dal Cinquecento a oggi: dalle cartografie cinquecentesche a plastici in legno settecenteschi fino alle fotografie noventesche. L’ipogeo, che si apre sotto il giardino dell’arcivescovado con il suo splendido limoneto, e finisce a livello del mare al Foro Vittorio Emanuele II, nasce in epoca arcaica come cava di pietra, che fu usata per molti edifici, compresa la cattedrale (già tempio di Atena), e tornò utile durante la seconda guerra mondiale quale rifugio antiaereo per la popolazione. Toccanti le foto esposte delle torme di bambini lì rifugiati, curioso il privilegio dei nobili di avere una stanza per sé (dove peraltro saranno stati piuttosto stretti…), emozionante la devozione che fece riservare un apposito vano – con porta serrata – al simulacro di santa Lucia, qui trasferito insieme con ex voto e tesoro, evidentemente ritenuti patrimonio spirituale importante per la popolazione e meritevoli di essere messi in salvo.

Le Fenicie, una tragedia che contiene tanti drammi

20170610_190618Stessa vicenda, stile diverso. Almeno 55 anni dopo Eschilo, l’assedio a Tebe e il dramma dei figli di Edipo viene portato sulla scena ateniese da Euripide con le Fenicie. E la distanza di tempo si sente tutta. Quanto il testo di Eschilo era asciutto, limitato alla stretta vicenda dell’assedio alla città e ai duelli degli eroi, con annessa tragedia del fratricidio; tanto quello di Euripide è lungo, ricco di personaggi e di situazioni dialogiche, e contiene più di una vicenda conflittuale con relativa catastrofe (anche se gli studiosi ritengono che siano stati tramandati non pochi versi non autenticamente euripidei). Di fatto, oltre a non essere molto apprezzate dai critici, le Fenicie furono rappresentate a Siracusa solo in un’occasione, nel 1968.

Un intreccio policentrico

Nella narrazione di Euripide non pochi sono gli aspetti innovativi rispetto alla tradizione: innanzi tutto la presenza, sin dal prologo, di Giocasta, che nella versione del mito resa classica da Sofocle si era già uccisa alla scoperta di essere madre e moglie di Edipo. La donna tenta inutilmente una conciliazione tra i suoi due figli Eteocle e Polinice, una soluzione che permette una scena e dialoghi efficaci dal punto di vista drammaturgico. Poi, dopo una rassegna dei nemici osservati da Antigone dall’alto delle mura (minima ripresa, poco utile, dell’impostazione eschilea) un Eteocle esitante, molto diverso da quello che ha scacciato il fratello Polinice, si confronta con lo zio Creonte sulla strategia più efficace per respingere il nemico.

20170610_200538L’intervento di Tiresia, che riferisce il vaticinio che impone il sacrificio del figlio di Creonte, Meneceo (presente in scena) per salvare la città, aggiunge ulteriore drammaticità alla situazione. Il racconto che informa dell’esito della battaglia contiene una trovata geniale di Euripide: dapprima il messo rassicura Giocasta che i suoi figli sono vivi, poi deve ammettere che stanno per decidere l’esito dell’intera guerra con un duello mortale. Invano Giocasta si precipita sul campo di battaglia accompagnata da Antigone: giungerà in tempo solo per raccogliere gli ultimi respiri dei due figli. E un secondo racconto del messo riferirà anche del suicidio della donna accanto ai loro corpi. La tragedia parrebbe chiusa, eppure Euripide la prolunga ulteriormente: Creonte – che già vive il suo personale dramma – non solo ribadisce il “tradizionale” editto che ingiunge di lasciare insepolto Polinice, ma decide di scacciare Edipo da Tebe, in quanto fonte di perenne rovina per la città. Invano il vecchio cieco lamenta che si tratta di una condanna a morte: lo salva solo l’intervento di Antigone la quale, oltre a rifiutare le nozze con un altro figlio di Creonte, promette di accompagnare il padre nel suo esilio.

Alle novità della trama, Euripide aggiunge la sorpresa di un coro di donne fenicie, la cui presenza sembra solo apparentemente casuale (sono in viaggio dalla Fenicia al tempio di Apollo a Delfi), ma che evidentemente aveva un significato preciso, che non è ben chiarito (e di cui parlerò più avanti).

Recitazione intensa

L’allestimento siracusano del regista Valerio Binasco aggiunge ulteriori elementi innovativi, non tutti pienamente apprezzabili. La scena (ancora di Carlo Sala) si mantiene uno spazio sgombro, al centro solo un albero ormai secco e caduto, qualche panchina intorno e l’uscio (costituiti solo dagli stipiti) della casa in cui è confinato Edipo. Sullo sfondo lunghi teli di immaginarie porte (o accampamenti nemici?). Gli attori raramente escono di scena, ma terminato l’episodio che li chiama in causa si trattengono nella parte posteriore dell’ampio spazio circolare, ma sempre visibili allo spettatore. Il pavimento è rosso, colore che richiama il sangue che scorrerà abbondante. Bello l’accompagnamento musicale di Arturo Annecchino con il pianoforte in evidenza, affidato a Eugenia Tamburri.

20170610_194324Il prologo di Giocasta (Isa Danieli) strappa subito applausi, con l’intensa esposizione sia dei fatti precedenti sia del suo tentativo: ha chiesto un salvacondotto per far entrare in città Polinice (Gianmaria Martini) e tentare, in un confronto con il fratello Eteocle (Guido Caprino), di comporre il dissidio. La scena è molto bella, i due contendenti da un’iniziale contrapposizione feroce arrivano quasi ad abbracciarsi; ma l’egoismo prevale. Eteocle si mostra invasato dal desiderio di potere, Polinice chiuso nel risentimento per il torto subito non rinuncia alla minaccia di distruggere la città. La bella scena con Antigone (Giordana Faggiano) e il pedagogo (Simone Luglio) sembra più che altro un tributo che Euripide, poco convinto e poco convincente, rende alla memoria della versione eschilea della descrizione dei guerrieri nemici, anche se è difficile dire quanto l’illustre precedente fosse ancora nella memoria della città e degli spettatori. L’ingresso di Creonte (Michele Di Mauro) crea ulteriori diversivi: da un lato consiglia Eteocle, poi si confronta con Tiresia (Alarico Salaroli) e infine cerca invano di proteggere il figlio Meneceo (Matteo Francomano) il quale, entrato come mero sostegno al passo del vecchio e cieco veggente, diventa improvvisamente il fulcro della storia, il salvatore della patria, e affronta bravamente la morte. Inutili appaiono peraltro sia il suicidio in scena, sia l’uccisione di un prigioniero voluta da Eteocle poco prima. Il duplice racconto del messo (Massimo Cagnina) è un momento cruciale, con la realtà della tragedia incombente che viene svelata in due tempi, con un forte effetto di sorpresa: fuori luogo e banalizzante pare la scelta di un’inflessione da soldato meridionale per un momento così importante. Mentre l’abito a lutto di Giocasta è intonato alla sua vita di sofferenza, le divise “moderne” dei soldati sono un inutile anacronismo dopo che Antigone aveva descritto i guerrieri del campo nemico con le armature dell’epoca.

20170610_203314Nella scena finale, i quattro cadaveri davanti al pubblico esprimono la molteplicità di vicende tragiche che si sono compiute, e il cieco Edipo (Yamanuchi Hal) che si fa accompagnare ad accarezzare i corpi della moglie e dei figli sarebbe l’ultima vittima, se al decreto di Creonte non si contrapponesse la disponibilità di Antigone ad accompagnare il padre nell’esilio.

Il coro, richiamo alle origini di Tebe

Infine la questione, niente affatto semplice, del coro. Se la presenza di queste donne viene presentata come casuale, sorprese a Tebe dal precipitare degli eventi mentre si stanno accompagnando alcune ancelle destinate al santuario di Apollo, in realtà nelle intenzioni di Euripide doveva essere altamente significativa: innanzi tutto perché danno il titolo alla tragedia; in secondo luogo perché esse insistono sul loro legame atavico con il fondatore di Tebe, Cadmo, venuto appunto dalla Fenicia e loro lontano parente. E proprio per estinguere l’odio di Ares per i discendenti di Cadmo – che gli aveva ucciso il drago guardiano, facendo nascere uomini (Sparti) dai suoi denti gettati sulla Terra – sarà necessaria la morte dell’ultimo discendente di questi Sparti, appunto Meneceo. In effetti gli interventi del coro negli stasimi ripetono la storia di Cadmo e di Edipo, in un’apparente duplicazione di narrazioni. Nella sua Storia della letteratura greca, Albin Lesky osserva che «il destino di Tebe costituisce indubbiamente la cornice che racchiude tutti gli avvenimenti», anche perché le altre due tragedie della trilogia (Enomao e Crisippo), per quanto sia ignoto l’esatto contenuto, sembrano condividere un legame proprio con le vicende, in parte oscure, degli antenati di Laio e di Edipo. Quindi la scelta del regista Binasco di presentare queste donne, con abiti dimessi, quasi profughe dell’Est europeo (come sottolinea anche il loro accento), a sottolinearne l’estraneità alla vicende che si svolgono a Tebe, non mi pare per nulla convincente. Le molte storie che si intrecciano nel testo euripideo restano sì concatenate, ma alla lunga appaiono eccessive. La rappresentazione peraltro tiene avvinto lo spettatore sino al mesto finale.

 

Sette guerrieri che fanno paura al popolo di Tebe

20170610_110521Un doppio confronto tra Eschilo ed Euripide caratterizza la stagione del 53° ciclo di spettacoli classici al teatro greco di Siracusa: le due tragedie della saga tebana, i Sette contro Tebe e le Fenicie, e poi la commedia di Aristofane, le Rane, centrata sulla gara fra i due tragediografi per il primato nell’Ade. Sullo sfondo le celebrazioni per i 2750 anni della città di Siracusa, che si intrecciano nella riflessione sulla gestione del potere, uno dei temi principali delle due tragedie in scena.

Nei Sette contro Tebe viene rappresentata la guerra dal punto di vista della popolazione di una città  assediata, che vive la paura di finire conquistata, uccisa o brutalizzata. Ma anche la lotta per il potere, sempiterna fonte di divisione all’interno delle comunità o addirittura delle famiglie. Come nella stirpe di Laio, le cui sciagure non si esauriscono nel figlio Edipo, ma portano alla completa rovina anche i suoi figli Eteocle e Polinice. Il testo di Eschilo è uno dei più arcaici (467 a.C.) tra quelli a noi pervenuti (secondo solo ai Persiani), e rappresentò la “rivincita” dell’anziano poeta su Sofocle, che aveva esordito con un successo al concorso ateniese l’anno precedente. La vicenda è quella della guerra che Polinice porta alla sua città, Tebe, accompagnato da un grande esercito di Argivi, arricchito dalla guida di alcuni fortissimi eroi. A contrapporlo alla sua patria è l’esilio comminatogli dal fratello Eteocle, che si è rifiutato di cedergli il comando della città alla fine del suo turno, come invece era stato stabilito. Se il «dramma pieno di Ares», come lo definì Gorgia (e poi Aristofane nelle Rane) terminerà con la salvezza di Tebe, lo scontro fratricida porterà ad avverarsi la maledizione che Edipo aveva lanciato verso i suoi figli, di dividersi l’eredità con la spada.

L’allestimento siracusano risulta efficace nel rappresentare l’angoscia che pervade la popolazione: la scena (di Carlo Sala), molto lineare, senza fondali, sabbiosa, presenta al centro un grande albero, sede degli altari degli dei. Questa area, che sembra grande, rappresenta l’interno della città assediata: la cavea del teatro funge da mura, oltre le quali si sentono i rumori di guerra, gli strepiti dei carri e dei soldati, gli assalti alle fortificazioni, i colpi delle armi (l’accompagnamento musicale è di Mirto Baliani). Il coro vaga per la città e trova riparo solo presso il grande albero. Eschilo mette nel coro solo donne, mentre il regista Marco Baliani inserisce anche uomini. Non è l’unico adattamento, più o meno riuscito, per cercare di dare spessore scenico a un testo breve (poco più di mille versi, una delle più corte tragedie pervenuteci) scritto per un teatro veramente lontano nel tempo. Ecco quindi l’introduzione della figura di un aedo (Gianni Salvo) che viene a illustrare la storia della famiglia e chiarire gli antefatti, di cui nella trilogia di cui i Sette erano la conclusione (le prime due tragedie erano Laio ed Edipo) il pubblico ateniese aveva avuto piena rappresentazione poco prima (anche se nulla sappiamo del modo in cui Eschilo trattava il mito reso poi “canonico” da Sofocle).

Versione 2Eteocle (Marco Foschi) inizia a recitare da lontano, da quella ex casetta dei mugnai che caratterizza il panorama del teatro greco di Siracusa, sul colle Temenite. Anche un semplice accenno a Tiresia nel testo eschileo viene sfruttato per far comparire in scena il vecchio indovino, anche se non pronuncia alcuna parola e il suo responso viene riferito dallo stesso Eteocle. Un’altra innovazione: Eschilo fa dialogare Eteocle con la capocoro, che Baliani trasforma nel personaggio di Antigone (Anna Dalla Rosa). È lei quindi a guidare la preghiera disperata delle giovani di Tebe (e qui anche degli uomini) che si rivolgono agli dei perché salvino la città sotto assedio, e impediscano che esse stesse siano rese schiave o uccise dai vincitori. Una preghiera che il re contesta vigorosamente, in quanto indizio di paura, con parole misogine e chiede piuttosto di domandare la vittoria per i soldati. Il messaggero (Aldo Ottobrino, che parla dall’alto di una quinta laterale in pietra, come fosse sulle mura) illustra le qualità belliche dei sette condottieri nemici (Tideo, Capaneo, Eteoclo, Ippomedonte, Partenopeo, Anfiarao e Polinice) pronti ad assalire le sette porte di Tebe, descrivendo minuziosamente gli emblemi dipinti sui loro scudi, accrescendo la tensione e la paura del coro. A ciascun nemico Eteocle contrappone i campioni della città riservando a sé la difesa della porta che sarà attaccata da Polinice. Pur scongiurato dal coro di evitare lo scontro fratricida, Eteocle ritiene inevitabile andare incontro al proprio destino.

Copia di 20170609_200139Apprezzabile lo sforzo di vivacizzare una narrazione che appare statica e lontana dal gusto moderno con evoluzioni dei guerrieri che prendono posto davanti a sette cippi a simboleggiare le sette porte. Così come la scena del combattimento (virtuale perché i nemici non compaiono) riempie efficacemente un tempo teatrale altrimenti povero. Infine, ancora la narrazione di un messo, mentre il crollo dell’albero al centro della scena indica la rovina della stirpe di Edipo, riferisce della salvezza della città, ma anche dell’esito funesto dello scontro fratricida. Antigone e Ismene compiangono i fratelli morti, ma subito si profila il nuovo conflitto (si tratta di versi probabilmente non autentici della tragedia): un altoparlante (trovata poco felice) emerge dal suolo e proclama la decisione dei capi della città di riservare onori funebri a Eteocle, che ha difeso la patria, e di abbandonare insepolto il cadavere di Polinice che le ha portato guerra. Un ordine che Antigone si propone subito di trasgredire. Ricompare l’aedo a preannunciare che nuove sciagure si attendono.

In definitiva, un dramma corale che trasmette bene il senso di paura prima e sollievo poi, di una popolazione alle prese con gli orrori della guerra: situazione, come osserva il regista Baliani, vissuta ancora ai nostri giorni, da Sarajevo ad Aleppo. Convincenti anche gli attori, in particolare Eteocle e Antigone, che tengono bene la scena, riuscendo a far “dimenticare” di essere gli unici personaggi chiamati a dialogare. 

 

Atene, c’è giustizia nella democrazia?

Recensione del libro Atene, la città inquieta di Marco Bonazzi

La scuola di Atene
Raffaello, La scuola di Atene

Una riflessione sulla storia della democrazia nella città, l’antica Atene, in cui per la prima volta si è provato a metterla in pratica. Ma anche un approfondimento sul significato della giustizia, soprattutto nell’agone politico, analizzando alcune delle più significative opere del pensiero greco, da Omero a Platone. Il saggio Atene, la città inquieta (Piccola Biblioteca Einaudi), di Mauro Bonazzi, docente di storia della filosofia antica all’Università degli Studi di Milano, individua la presenza di due linee, due opzioni, nella storia del pensiero greco che si esplica attraverso opere che solo apparentemente, e per nostre comodità classificatorie e didattiche, vengono catalogate sotto etichette diverse: poesia, storiografia, filosofia.

Da Omero a Eraclito

Al centro dell’analisi di Bonazzi è il concetto di giustizia, fondamentale per lo sviluppo ordinato della società. Nell’epos omerico, l’illusione della forza, cioè che la forza basti a risolvere i conflitti porta verso una strada senza uscita. Troppo tardi sia Achille sia Agamennone – accecati dalla strenua difesa del proprio onore, l’unico valore che possa giustificare la loro superiorità rispetto ai sudditi – riconoscono la correttezza del tentativo di composizione del loro dissidio tentato da Nestore, emblema della giustizia. Dopo il suo crudele infuriare in battaglia, anche Achille dovrà riconoscere, con Priamo, che il senso dell’esistenza umana – lungi dal trovarsi nella fama – si recupera solo nel rapporto “solidale” che si stabilisce tra esseri con lo stesso destino di morte. (Non del tutto convincente è solo il riferimento alla descrizione dello scudo di Achille, che già l’antichità valutava come più recente del resto del poema, possibile imitazione dell’Aspis pseudo-esiodeo, e quindi portatore di concezioni più “moderne” di quelle dei canti omerici).

Se tradizionalmente Esiodo è considerato il poeta della giustizia, vanamente cercata nel processo con il fratello Perse, Bonazzi osserva che però non riesce a convincere della “convenienza” del retto operare, basandosi su un paradigma di intervento divino che non sempre colpisce l’ingiusto. Analogamente inefficace risulta in ultima analisi il discorso di Solone, che cerca di costruire la giustificazione del comportamento onesto nel vantaggio che ne riceve la società intera. Entrambe le concezioni vengono “demolite” dalla constatazione di Eraclito sulla inevitabilità dei conflitti, in un ordine naturale – regno della necessità, il senso è nella realtà delle cose – di cui anche l’uomo è parte. Ma questa (parziale) conclusione pone dubbi sulla libertà dell’uomo e sulla possibilità di un’azione politica, che contrasti le ingiustizie.

Protagora e Tucidide

La riflessione dei sofisti – prosegue Bonazzi – segna uno scarto rispetto alla tradizione precedente. Tralasciato il riferimento agli dei, l’agire dell’uomo, la politica e la giustizia, vengono regolati solo sulla base della capacità di far prevalere il proprio punto di vista, vuoi nei tribunali vuoi nelle assemblee popolari. In particolare Protagora, con la sua tesi dell’uomo misura di tutte le cose, introduce una prima forma di relativismo, valorizzando le singole esperienze umane. La giustizia perde forse la lettera maiuscola, cessa di inseguire la verità, e si limita a essere il risultato delle decisioni dell’uomo: non c’è una legge divina, ma solo quella stabilita dal consenso dei cittadini. Che decidono che cosa sia utile nel confronto tra gli interessi reciproci: di qui l’importanza della virtù politica che, insita in ciascun uomo, può essere insegnata.
Un vero e proprio manifesto del valore della democrazia ateniese è il discorso di Pericle per onorare (nel 430 a.C.) i caduti del primo anno della guerra del Peloponneso, riferito da Tucidide. In questo brano celeberrimo -– osserva Bonazzi – Pericle si presenta come voce di una comunità che è stata capace di diventare una scuola per la Grecia, portando al massimo sviluppo le capacità dell’uomo e ottenendo risultati imperituri, che rendono immortali – molto più degli eroi omerici che hanno avuto bisogno di un poeta – coloro che sono morti per una tale città. Solo un cenno (meriterebbe ben altro approfondimento) all’intervento dei tragediografi nell’elaborazione di concetti politici nell’Atene del V secolo. Bonazzi esamina i casi emblematici di Oreste, matricida ma “assolto” dalla polis nelle Eumenidi di Eschilo, e Antigone, che viceversa (nell’omonima tragedia di Sofocle) si appella a leggi più alte di quelle stabilite dalla polis, «a un ordine di valori superiore a quello degli uomini».
La guerra del Peloponneso tuttavia metterà in crisi per molti aspetti la democrazia ateniese. La peste prima, le difficoltà e le sconfitte militari poi, resero gli ateniesi più “realisti”. La “scuola della Grecia” insegnò che oltre alla giustizia in politica non si può dimenticare l’importanza dell’interesse e soprattutto della forza. La terribile lezione ai cittadini di Melo, incapaci di riconoscere la loro inferiorità militare e di trarne le opportune conseguenze, è preceduta però da una trattativa che permette a Bonazzi di osservare che gli ateniesi si sono comportati in modo “moderato”, mentre avrebbero potuto comportarsi come l’omerico Achille, dedito solo all’annientamento senza condizioni dei suoi avversari. Poi, nel descrivere la guerra civile (stasis) a Corcira, Tucidide mostra che anche nei rapporti all’interno di una comunità conta «soltanto la capacità d’imporre il proprio interesse con la forza, spacciandolo per giusto». La vicenda politica di Atene mostra al massimo grado la «dinamicità intrinseca», la «incapacità di accontentarsi» propria dell’uomo, che vuole, «desidera» trasformare il mondo che lo circonda. È questa propriamente la «inquietudine» che caratterizza gli ateniesi e li rende superiori agli altri greci, come riconoscono persino i loro nemici corinzi. Però a vincere nell’umana natura, dice Bonazzi illustrando Tucidide, è sempre il desiderio, «la necessità del desiderio». Che tende a imprigionare anche la libertà dell’uomo stesso, e la possibilità di migliorare l’esistente facendo politica.

Alla fine del V secolo, la democrazia entra in crisi ad Atene, e gli esponenti aristocratici rinnovano le loro critiche. Bonazzi osserva che se Callicle mostra «il perdurare di una nostalgia omerica» nell’ammirazione verso la legge di natura che fa dominare il forte sul debole, Antifonte elabora teorie più articolate. Il retore e sofista mostra di non volersi affidare né alla natura né alla legge (che non risolve i problemi) e ripropone in termini aggiornati, l’ideale aristocratico dell’individuo capace «di usare la propria intelligenza per costruire un rapporto corretto con i propri desideri».

Platone

A capovolgere l’impostazione che aveva guidato la riflessione per secoli interviene la filosofia del più famoso allievo di Socrate. Bonazzi (citando Repubblica e Leggi, ma anche Teeteto e Gorgia) sottolinea che la contestazione più radicale portata da Platone ai pensatori precedenti parte dalla sua analisi antropologica e psicologica. In estrema sintesi, l’uomo è sì dominato dal desiderio, ma questo è una «nozione complessa». Può infatti anche essere desiderio di bene e di conoscenza: ed è quello che esprime davvero «la nostra natura più autentica». E come nell’uomo l’ordine tra le parti dell’anima che permette una vita felice è quello in cui prevale il desiderio razionale, così l’ordine dell’universo (è un kosmos, non un aggregato di materia) conferma l’esistenza di un principio ordinatore, intelligente e razionale. Compito del filosofo (l’unico che dovrebbe avere il potere politico) è osservare l’ordine dell’universo e riprodurlo, non solo dentro di sé, ma anche negli altri cittadini: la giustizia consiste in un «ordine non conflittuale tra le parti componenti di un insieme secondo il loro valore».

La novità di Platone consiste proprio nel processo di interiorizzazione della giustizia: occuparsi dell’anima prima che delle interazioni tra gli uomini. L’analisi di Bonazzi riconosce che la linea “realista” di Omero-Protagora-Tucidide viene forse per la prima volta efficacemente contrastata sul piano dei principi, dopo che la proposta di Esiodo-Solone si era dimostrata incapace di superare le sue debolezze. Dalla giustizia interiore e individuale si potrà passare alla città giusta: Socrate è stato l’unico politico di Atene perché «si è occupato delle anime dei suoi concittadini». Le due linee di pensiero, sintetizza Bonazzi nella prefazione, continuano a confrontarsi da secoli, ma hanno trovato nella città inquieta il loro primo campo di battaglia. Solo la definizione di “linea dei poeti” contrapposta a quella dei filosofi non appare del tutto appropriata, proprio alla luce del materiale esaminato e degli autori presi in considerazione.

A Siracusa, un’Elettra animata dall’odio ma piegata dal dolore

2016-05-13 14.39.46«Elettra» di Sofocle e «Alcesti» di Euripide – le due tragedie greche del 52° ciclo di rappresentazioni classiche organizzato dall’Istituto nazionale del dramma antico (Inda) in corso al teatro greco di Siracusa fino al 19 giugno – allungano la serie di spettacoli che vedono come protagoniste le donne (a breve sarà allestita anche «Fedra» di Seneca). Infatti, dopo i tre drammi presentati dall’Inda nel 2015 (Supplici di Eschilo, Ifigenia in Aulide di Euripide, Medea di Seneca) in cui l’azione si incentrava su figure femminili, quest’anno dominano la scena le spiccate personalità di Elettra (la figlia di Agamennone che spera nel ritorno del fratello Oreste per vendicarsi degli assassini del padre) e di Alcesti (disposta a morire al posto del marito). Dopo un anno difficile, che ha portato al commissariamento, l’Inda ha comunque realizzato in pochi mesi due spettacoli avvincenti, all’altezza della sua tradizione centenaria.

Elettra

Le sanguinose vicende degli Atridi, con il perpetuarsi di delitti tra parenti stretti, e vendette che chiamano altre vendette, si inseriscono in parte nelle storie del ciclo troiano, ma vantano una loro specificità nei racconti mitici. Tralasciando gli episodi più remoti della saga, il centro della storia rappresentata da Sofocle è il dolore cieco e inestinguibile di Elettra, che vede solo nell’uccisione di Egisto e della madre Clitemnestra – per punirli dell’assassinio di Agamennone – il ristabilimento di una qualche giustizia e la fine dei propri mali. Secondo Albin Lesky (nella sua Storia della letteratura greca) questa tragedia «presenta lo stile della maturità di Sofocle»: rispetto ai primi drammi, «si ha una condotta scenica più fortemente determinata dalla psicologia», con «un dialogo diversamente animato da momenti di tensione e da passaggi vivaci».
Quella della vendetta di Oreste ed Elettra è l’unica vicenda mitica di cui conosciamo la versione di ciascuno dei tre grandi tragediografi greci. Se quindi il confronto fra i testi ha fatto versare fiumi di inchiostro agli studiosi, mi limito a sottolineare le due particolarità più nette del testo di Sofocle: l’assoluta preminenza del ruolo di Elettra rispetto al fratello (che pure resta l’omicida) e l’inversione dei due delitti, che portano quindi il culmine tragico sulla morte di Egisto, lasciando in disparte il problema etico del matricidio, vero nodo delle «Coefore» eschilee.
2016-05-13 19.06.16Nell’allestimento siracusano del regista Gabriele Lavia il binomio di dolore e risentimento che caratterizzano Elettra (Federica Di Martino) è evidenziato dalla recitazione spesso accesa della protagonista, che urla il proprio odio e commisera la propria vita, costretta a essere schiava degli assassini del padre: vesti misere e lacere, capelli tagliati corti, la postura quasi sempre piegata a sottolineare questa condizione di reietta.
La tragedia si apre però con l’arrivo a Micene di Oreste (Jacopo Venturiero), accompagnato dal pedagogo che lo salvò (Massimo Venturiello) e dall’amico Pilade (Massimiliano Aceti), per onorare la memoria del padre e attuare la vendetta con lo stratagemma di una sua finta morte. La reggia, vista come in un futuro remoto arrugginita e cadente (con una enorme scala peraltro poco sfruttata durante la recitazione), così come i costumi trasandati di viaggiatori contemporanei danno un senso di straniamento che non mi pare convincente. Invano il coro delle fanciulle di Micene cerca di placare il dolore di Elettra, con commenti improntati al buon senso e alla misura, pur partecipando al desiderio di giustizia che anima la figlia di Agamennone. Le loro vesti rosse – evidente richiamo al sangue – si addicono alla storia di passioni e delitti, ma il numero delle coreute (più di trenta) appare un po’ eccessivo nello spazio «ridotto» dall’incombente presenza della reggia fatiscente. Efficace l’effetto stridente dell’accompagnamento musicale.
2016-05-13 19.40.21Momento chiave del dramma è il confronto teso, con durissimi scambi di accuse, tra la stessa Elettra e la madre Clitemnestra (Maddalena Crippa), uscita dalla reggia con abiti regali (netto il contrasto con le vesti di Elettra) per compiere un sacrificio propiziatorio per scacciare i pericoli annunciati da un sogno premonitore: alla figlia che le rinfaccia l’assassinio del marito, la madre replica ricordando il crudele sacrificio di Ifigenia, che Agamennone compì per permettere la partenza della spedizione verso Troia.
L’intervento del pedagogo che descrive con grande efficacia – come un racconto epico – la morte di Oreste in una gara con i carri a Delfi provoca due effetti diametralmente opposti: Elettra si vede ormai finita, disposta a morire pur di non prolungare una vita senza senso; Clitemnestra, pur angustiata dalla perdita di un figlio, si sente sollevata dalla minaccia che pendeva sulla sua vita: «La salvezza la pago con la mia sventura». E ancora: «Madre, che parola pesante. Anche se ti colpisce a morte, come puoi odiare colui che hai partorito». Fino a prorompere in un fanciullesco esultare: «Non ce l’avete fatta a distruggermi» (bella la moderna traduzione di Nicola Crocetti). Il colloquio successivo tra Elettra e la sorella Crisotemi (Pia Lanciotti) tornata dal sepolcro del padre con la convinzione che Oreste sia tornato perché ha trovato una ciocca di capelli sulla tomba, conclude il contrasto tra le sorelle (che non può non richiamare quello tra Ismene e Antigone nell’omonima tragedia sofoclea) divise tra la necessità di piegarsi ai potenti, sostenuto da Crisotemi, e l’inflessibile desiderio di giustizia, che porta Elettra a meditare di compiere da sola la vendetta.
2016-05-13 20.03.39L’arrivo in incognito di Oreste (e Pilade) con l’urna con le presunte ceneri del fratello provoca il pianto inconsolabile di Elettra, fino alla scena del riconoscimento, che capovolge i suoi sentimenti e li volge alla gioia. Gli eventi precipitano veloci: Oreste con Pilade si reca nella reggia per compiere la vendetta su Clitemnestra. L’assenza dell’incitamento a uccidere rivolta da Elettra al fratello (che nel testo di Sofocle risulta coerente con l’odio manifestato in precedenza dalla figlia di Agamennone) rende però la scena un po’ asciutta, anche se ritmata dai colpi che si sentono echeggiare nel palazzo. Egisto (Maurizio Donadoni) compare in scena di rientro da un breve viaggio, ma già informato della morte di Oreste: personaggio sgradevole sin dalle molestie che compie sulle ragazze del coro, e dal tono violento verso Elettra. Ma quando scopre essere di Clitemnestra il cadavere che gli viene portato davanti, capisce di essere in trappola. Un po’ concitata la scena finale, con Oreste che lo vuole portare dentro il palazzo per colpirlo proprio nel luogo in cui Egisto aveva ucciso Agamennone. Il canto finale del coro sul dolore indica forse la cifra dell’esistenza secondo Sofocle, cui evidentemente l’ultima vendetta non può mettere la parola fine.

Le Supplici, ovvero la democrazia accoglie i migranti

suppliciscenaLe Supplici di Eschilo, tragedia messa in scena al teatro greco di Siracusa nell’ambito del 51° ciclo di spettacoli classici realizzati dall’Istituto nazionale del dramma antico (Inda), è stata reinterpretata in modo molto innovativo dal regista Moni Ovadia (assistito per le musiche e l’adattamento da Mario Incudine e Pippo Kaballà) rendendola una rappresentazione veramente inconsueta.
Il testo risale – secondo gli studi più accreditati – al 463 a.C. ed era la prima tragedia di una trilogia che proseguiva con i Figli di Egitto e le Danaidi (entrambe perdute). La storia narrata riguarda la fuga delle 50 figlie di Danao dalla terra egiziana per sottrarsi al matrimonio con i 50 cugini figli di Egitto, fratello di Danao. Le giovani giungono ad Argo (origine della loro stirpe) per implorare aiuto e accoglienza: il re Pelasgo stretto tra il dovere dell’ospitalità – come prescritto da Zeus – e il rischio di scatenare una guerra con gli egiziani, si rivolge alla propria popolazione e pone in votazione la richiesta di asilo che le Danaidi hanno rivolto alla città, minacciando di impiccarsi sugli altari (contaminandoli) piuttosto che essere costrette alle nozze con gli odiati cugini. Per alzata di mano, i cittadini votano in favore dell’accoglienza, e il re Pelasgo – forte di questo mandato popolare – può efficacemente respingere il tentativo di un messo degli Egizi che con alcuni soldati cerca di rapire le ragazze, che si erano rifugiate presso gli altari degli dei. La tragedia vera e propria si svolgeva nei seguenti episodi della trilogia, con le giovani che alla fine sposavano i cugini egiziani ma, dietro indicazione del padre Danao, si ripromettevano di sgozzare i propri mariti alla prima notte di nozze. Tutte ubbidivano al piano di morte tranne Ipermestra, che risparmiava il proprio sposo Linceo: dalla loro unione sarebbe discesa la stirpe dei nuovi re di Argo. Non si sa come Eschilo nelle seguenti tragedie svolgesse la trama.
La rappresentazione teatrale di Moni Ovadia introduce il mito con il racconto di un cantastorie (Mario Incudine), che costituisce la cornice dello spettacolo, recitando in dialetto siciliano. Anche le supplici, che giungono in scena subito dopo, si esprimono generalmente in siciliano, che resta la lingua base dell’intero spettacolo, oltre ad alcune strofe in greco moderno. Infine il re di Argo, Pelasgo (interpretato dallo stesso Ovadia) si esprimerà ancora in greco moderno per scacciare gli egiziani che tentavano il ratto sacrilego. La tragedia è eminentemente corale, perché il coro delle Danaidi è il vero protagonista (da segnalare almeno la corifea Donatella Finocchiaro): e questo ruolo viene ben valorizzato dai canti e dalle coreografie (di Dario La Ferla) che si svolgono sulla scena. Belli i costumi delle Danaidi (di Elisa Savi), che ne sottolineano i tratti di donne africane, scure di pelle (come del resto indica il testo eschileo), semplice ma efficace la scenografia, con una spiaggia – cui sono approdati Danao e le figlie – ornata da statue che simboleggiano gli altari degli dei e un varco a indicare l’ingresso alla città. supplicirattoAnche il “torneo” dell’araldo egizio (Marco Guerzoni) che guida un manipolo di soldati a catturare le giovani Danaidi rende bene il senso dell’empia violenza che i rapitori cercano di mettere in atto (paiono però fuori luogo i richiami ai militari tedeschi dell’ultima guerra). Efficace la cornice del racconto, con il cantastorie siciliano che dopo essere giunto con un carretto folcloristico a introdurre la storia, la conclude nel finale narrando gli episodi successivi del mito. Un po’ disorientante invece la scelta linguistica: non solo il siciliano non è comprensibile a tutti (meglio aiutarsi tenendo sott’occhio il testo scritto), ma l’uso del neogreco è del tutto sconosciuto ai più (e anche il libretto della tragedia non contiene traduzione). Il tono e il fine delle severe parole che Pelasgo pronuncia per scacciare l’araldo egizio sono chiari, il senso letterale no.
Ma quel che caratterizza maggiormente lo spettacolo è il suo voluto riferirsi alla situazione contemporanea dei migranti, stabilendo un esplicito parallelo tra le Danaidi che chiedono aiuto al re di Argo e la richiesta di asilo che rivolgono all’Europa (e in primis all’Italia) le migliaia di persone provenienti perlopiù dall’Africa le quali, per sfuggire a condizioni disperate di vita, non esitano a rischiare la traversata del Mediterraneo su imbarcazioni di fortuna, sottoposte ad angherie di ogni tipo. Il re Pelasgo, dapprima in dubbio sul da farsi, difende poi con forza il voto dei cittadini favorevole ad accogliere le supplici Danaidi, indicando esplicitamente che questa è la «democrazia». E invita le giovani donne a prendere liberamente possesso degli spazi che verranno messi loro a disposizione generosamente sia dallo stesso re, sia dai cittadini argivi. Coerente con questo messaggio “politico” sul dovere dell’accoglienza dei migranti contemporanei è il saluto finale dello spettacolo in cui, rompendo completamente la finzione scenica, il narratore si rivolge direttamente a un gruppo di profughi presenti sulle gradinate del teatro siracusano.
supplicipreghieraNumerose sono quindi le forzature rispetto al testo, e in parte al suo messaggio. Innanzi tutto, come nota il traduttore Guido Paduano nell’intervista pubblicata sul sito dell’Inda, Eschilo non usa la parola “democrazia”, ma si pronuncia per un sistema di votazione per alzata di mano. E anche il legare questo sistema democratico alla decisione di accogliere le supplici è fuorviante: era tradizione consolidata nella cultura greca antica che gli ospiti fossero sacri a Zeus (così come anche la Bibbia, ancor prima, indicava il dovere di assistere lo straniero). Le circostanze politiche della composizione della tragedia sono illustrate in maniera convincente da Luciano Canfora nella sua Storia della letteratura greca. Spia di un particolare messaggio della tragedia è una battuta di Danao (interpretato da Angelo Tosto), che giunge nei versi finali, quando ormai la situazione si è sciolta, l’accoglienza è stata decretata e, addirittura, sono già stati respinti gli egiziani. Il padre delle supplici si rivolge alle figlie esortandole a ringraziare gli Argivi anche perché (vv. 985-988) «mi hanno concesso una scorta di guerrieri, come segno d’onore e perché non sia colto da una morte imprevista», nella versione di Paduano; mentre Canfora traduce «perché non mi toccasse di morire colto di sorpresa da inatteso colpo di lancia micidiale». La frase – assente nella versione siciliana di Ovadia – appare eccessiva rispetto ai rischi che poteva correre Danao, e pertanto sibillina. Ma, spiega Canfora, rappresenta una velata allusione al contesto politico dell’Atene del 463, quando Temistocle – esiliato dalla sua città per le trame del partito filospartano – rischiava in quanto “atimos” (cioè condannato a morte e privo di diritti politici) di essere ucciso da chiunque, e si era rifugiato dapprima ad Argo, tradizionale alleata di Atene nel Peloponneso. Anche la decisione di far votare gli Argivi per decidere una questione di “politica estera” conterrebbe – secondo Canfora – un preciso riferimento alla riforma che si stava discutendo ad Atene (promossa da Efialte e poi approvata nel 462) per far decidere su questi argomenti l’assemblea dei cittadini (per alzata di mano), togliendo questa prerogativa all’Areopago, istituzione guidata dai nobili.
In definitiva con questa lettura la tragedia eschilea soffre un po’ da un punto di vista filologico, ma lo spettacolo è molto affascinante, i movimenti e i canti del coro belli e coinvolgenti, il messaggio di solidarietà umana pienamente condivisibile.