Un ricorso doveroso

Anche se attendendo l’ultimo giorno utile, il governo italiano ha presentato ricorso contro la sentenza di agosto della Corte europea dei diritti umani, che accogliendo l’istanza di una coppia italiana aveva condannato l’Italia per la presunta incoerenza tra legge 194 (che permette l’aborto) e legge 40 (che vieta la selezione eugenetica degli embrioni). A tutto vantaggio della possibilità di eliminare embrioni con qualche anomalia genetica: calpestando il senso profondo della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (e la Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità), si continua a propalare la fola che ci sarebbe un diritto ad avere figli sani. In particolare una coppia che abbia un maggior rischio di trasmettere patologie o sindromi genetiche, dovrebbe poter evitare questa condizione. Nonostante la campagna ampia, martellante e potente in termini di visibilità mediatica, che cerca di convincerci che sarebbe giusto dare ascolto ai legittimi desideri degli aspiranti genitori, resta un piccolo tarlo, un ostacolo incontrovertibile, un dato scomodo, che i novelli eugenisti cercano di cancellare e mettere a tacere urlando sempre i soliti slogan logori contro la legge 40, “medievale”, “crudele”, “contro le donne”. Il dato scomodo è che il piccolo embrione creato nei laboratori è un essere umano, uno di noi, un futuro membro della famiglia umana – se gli si darà modo di nascere. Non occorre spaccare il capello in quattro in disquisizioni filosofiche (persona o non persona) o religiose (ha o non ha l’anima): è un essere umano, non un grumo informe di cellule. Infatti se impiantato in un grembo materno, cresce fino a vedere la luce. E questo lo sa bene qualunque donna che si trovi in attesa di un figlio. Così come lo sanno bene coloro che vogliono farlo precipitare nel buio.

È triste vedere che a quasi settanta anni dalla fine della guerra, dopo aver conosciuto e vinto la barbarie che metteva a morte non solo gli ebrei, ma anche gli individui più deboli, malati psichici e disabili – peso per la società -, nel democratico mondo moderno gli stessi principi di discriminazione si fanno strada in nome del diritto individuale  a guardare solo il proprio interesse immediato e “particolare”. E si torna a considerare (“democraticamente” questa volta!) un peso, una sofferenza insopportabile (ma da chi?) la vita e la presenza di persone bisognose di maggiori aiuti.

Il ricorso è stato presentato per i motivi formali, di mancato rispetto delle procedure che prevedono di esperire i gradi di giudizio nel proprio Paese prima di rivolgersi a Strasburgo. Tutto vero. Però nascondersi dietro la questione procedurale, dietro la difesa del nostro sistema giudiziario, non basta. In gioco c’è molto di più: anche capire se ci stiamo trasformando – democraticamente – in nipotini dei volenterosi carnefici che settant’anni fa hanno contribuito a rendere il mondo, e specialmente l’Europa, un grande cimitero.

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Medici contro una sentenza inaccettabile

Continua a far discutere la sentenza della Corte di Cassazione (16754 del 2 0ttobre 2012) che ha riconosciuto il diritto a un risarcimento per la bambina nata con la sindrome di Down perché la madre non era stata correttamente informata delle condizioni della figlia, non mettendo perciò la donna in grado di decidere se proseguire o meno la gravidanza. Oggi su Avvenire è pubblicata (pag. 14) la mia intervista a Dario Paladini, presidente della Società italiana di ecografia ostetrica e ginecologica e metodologie biofisiche (Sieog), che ha promosso una raccolta di firme dei medici (ginecologi ma non solo) per denunciare la deriva eugenetica cui la sentenza indirizza la giurisprudenza.

«Non possiamo escludere forme di protesta più decise se la politica non prenderà in considerazione le pesanti conseguenze di questa sentenza. Che sono non solo di ordine etico, ma anche assistenziale, medico-legale e professionale». Il consiglio di presidenza della Società Italiana di Ecografia Ostetrica e Ginecologica e metodologie biofisiche (Sieog) ha preso una posizione di netta opposizione rispetto alla sentenza della Corte di Cassazione sul risarcimento per la nascita di una bambina con sindrome di Down, e sta raccogliendo firme per contestare le derive che tale decisione può comportare. E già più di 2.500 medici (ginecologi, genetisti e altri) hanno sottoscritto la lettera di protesta (www.sieog.it): «Possiamo dire – osserva il presidente della Sieog, Dario Paladini – che la risposta c’è stata. E vorremmo portare il problema all’attenzione del governo».
Perché avete assunto questa iniziativa?
Un caso analogo è avvenuto in Francia dieci anni fa e c’è stata una risposta dirompente: tutti gli ecografisti e gli esperti di diagnosi prenatale hanno “incrociato le braccia”, finché il governo non è intervenuto a limitare la portata della decisione dei giudici. Infatti la sentenza può avere conseguenze enormi non solo dal punto di vista etico o medico-legale, ma anche nelle quotidiane attività di assistenza sanitaria.
Quali le ripercussioni sulla attività assistenziale?
Soprattutto il fatto che i premi per le assicurazioni di tipo medico-legale sono lievitati enormemente. Inoltre, ogni volta che un ad medico viene fatta una richiesta di risarcimento – indipendentemente dalla sentenza finale del tribunale – lo stesso subisce un danno economico considerevole, tra spese legali e ricerca di una nuova copertura assicurativa a premio maggiorato (per la denuncia subita). E ciò potrebbe comportare la rinuncia ad eseguire tale prestazione sanitaria (diagnosi prenatale). Altre difficoltà riguardano proprio la concreta applicazione della legge 194.
Che cosa intende dire?
Già oggi in molte strutture si fatica a trovare medici non obiettori che mettano in pratica la legge 194. Ci sono comunque ginecologi che operano in modo coscienzioso, e in caso di rischio di malformazioni informano correttamente la paziente sulla diagnosi e sulle possibilità di intervento correttivo, lasciando a lei la scelta se proseguire la gravidanza. Ma applicando i principi di questa sentenza, nel lavoro del ginecologo diventerebbe obbligatorio accettare passivamente il ricorso all’interruzione di gravidanza, perché il figlio una volta nato potrebbe chiedere il risarcimento al medico e addirittura alla madre per non essere stato abortito. Questo è grottesco, oltre che immorale.
L’opposizione alla sentenza ha anche un motivo etico?
Certamente. Molti ginecologi – anche non obiettori – potrebbero non volerne più sapere di vedere snaturato il proprio compito. Se si devono dare indicazioni per spingere alla interruzione di gravidanza di ogni forma di disabilità, ci sono conseguenze dirompenti. Non solo si nega valore alle persone con disabilità, ma sembra di tornare a epoche tristi del recente passato che ritenevamo che fossero state superate.

Siamo tutti più deboli

L’odierna sentenza della Corte europea per i diritti dell’uomo (sic!), che ha permesso di effettuare la diagnosi preimpianto per selezionare gli embrioni e scartare quelli malati, costituisce l’ennesimo attacco non solo alla vita nascente, ma al concetto stesso di uomo quale si è sviluppato nell’Occidente. Infatti allontanandosi sempre più nel tempo la barbarie della seconda guerra mondiale, si sta perdendo il ricordo di quel che spinse i fondatori dell’Onu a redigere la Dichiarazione universale dei diritti umani per difendere la dignità umana in ogni condizione e circostanza, e si vuol nascondere la discriminazione dei nascituri (i più deboli) dietro il rispetto della libertà degli adulti (i più forti), autorizzati a trasformare desideri (più o meno legittimi) in diritti, anche se calpestano la vita innocente e, magari, malata.

Ora il virus dell’eugenetica (che l’Organizzazione mondiale della sanità non ritiene tale se è frutto di una libera scelta degli individui e non dell’oppressione di uno Stato totalitario) si diffonde sempre più, e sembra rendere incapaci di vedere quale baratro si apra per la famiglia umana dalla sistematica negazione del diritto alla vita dei più deboli.

C’è solo da augurarsi che in appello la decisione possa essere riformata. È evidente infatti che, tolto il diritto alla vita agli individui malati (seppure allo stato embrionale), i passi per indebolire altre tutele dei soggetti in posizione di oggettiva debolezza, per esempio le persone con disabilità (e possiamo diventarlo tutti, non esistono solo le anomalie genetiche) sembrano solo momenti di una strada ormai tracciata. Da oggi (speriamo per poco) siamo tutti più deboli.