Eugenio Corti ancora in campo

Una nuova edizione del romanzo Il cavallo rosso viene pubblicata da martedì 18 aprile (in tre volumi) con Il giornale

eugeniocortiA tre anni dalla morte, la figura e le opere dello scrittore Eugenio Corti – l’autore del Cavallo rosso – continuano a suscitare interesse e iniziative, editoriali e non. Lo scorso anno si è svolto un convegno internazionale in due sessioni, a Parigi e Milano (con la pubblicazione dei relativi Atti) promosso dall’Università Sorbona (per volontà dell’italianista François Livi) e dal Centro di ricerca «Letteratura e cultura dell’Italia unita» dell’Università Cattolica (diretto da Giuseppe Langella). Recentemente il “Cantiere Eugenio Corti” promosso dal Centro di ricerca della Cattolica ha lanciato un premio internazionale, sostenuto dall’Associazione culturale Eugenio Corti, per valorizzare studi ed edizioni, nonché tesi di laurea e di dottorato dedicate allo scrittore brianteo. In più, è in corso di svolgimento – ancora per impulso del Centro di ricerca della Cattolica – il concorso di scrittura «Sèmm al mund per vütass: cultura del lavoro, solidarietà, fede nella Brianza di Eugenio Corti» rivolto tre fasce di partecipanti: scuole secondarie, università e autori over 25.

In ambito editoriale siamo in vista della trentatreesima edizione dell’opera principale di Corti, Il cavallo rosso. Le Edizioni Ares di Milano, che hanno in catalogo l’opera omnia dello scrittore brianteo, ristampano ininterrottamente il suo capolavoro dal 1983. Martedì 18 aprile però la nuova ristampa del libro di Corti si troverà in edicola, allegata al Giornale e sarà la prima delle tre parti in cui è suddiviso il romanzo: l’iniziativa è stata presentata domenica 16 aprile con un articolo di Davide Brullo «Riscopriamo Il cavallo rosso, romanzo paradigma del ‘900». Rievocato l’esordio letterario di Corti con il resoconto della ritirata di Russia I più non ritornano, che fu pubblicato nel 1947 da Garzanti, Brullo ne delinea un ritratto di combattente epico francamente un po’ esagerata («Mentre scrive, Corti urla, combatte, la sua scrivania è una trincea, un bunker, un aereo sopra Stalingrado, un bolide verso Berlino»). E intravvede difficoltà personali all’origine del romanzo («Nel 1972, quando Corti ha perso tutto, frantumato dal dolore, capisce che è proprio il dolore, in quella zona micidiale e bastarda tra il soccombere e il ruggire, a consentire il capolavoro»), quando invece era la storia che voleva narrare gli urgeva dentro da anni. Mentre tralascia il momento letterariamente e biograficamente significativo della tragedia Processo e morte di Stalin. In ogni caso, riconosce che Corti, emarginato o valorizzato (i lettori non gli hanno mai fatto mancare il loro sostegno), «resta, inossidabile, se stesso»: «pensa che la vita abbia senso» e «si sporge a guardare l’aldilà». Ogni nuova edizione di un romanzo come questo va guardata con favore.