A Siracusa riparte il confronto con la drammaturgia greca

teatroComincia stasera il 53° ciclo degli spettacoli classici al teatro greco di Siracusa. I Sette contro Tebe di Eschilo (regista Marco Baliani), le Fenicie di Euripide (regista Valerio Binasco) e le Rane di Aristofane (regista Giorgio Barberio Corsetti) sono le tre opere che l’Istituto nazionale del dramma antico (Inda) mette in scena fino al 9 luglio. Oggi Avvenire presenta l’appuntamento con un’intervista al direttore artistico della Fondazione Inda, il regista Roberto Andò. Ieri anche Repubblica, nella sua edizione di Palermo, aveva offerto un’ampia presentazione degli spettacoli, facendo parlare sia lo stesso Andò, sia il commissario straordinario Pier Francesco Pinelli. Il tema della lotta fratricida tra Eteocle e Polinice per il controllo di Tebe, trama comune delle due tragedie, si inserisce nella riflessione sulla gestione politica di una città, nell’anno in cui si celebra il 2750° anniversario della fondazione di Siracusa. La commedia aristofanea, oltre a risvolti politici, offre uno stimolante (anche se sbilanciato) confronto tra gli stessi due tragediografi, Eschilo ed Euripide.

«I greci si sono inventati un dispositivo per mettere in contatto se stessi e la città con gli dei, intrecciare la politica e i contatti umani – dice Andò su Avvenire, intervistato da Giuseppe Matarazzo –. Uno stile ancora cardine nell’Occidente». Il direttore punta su una scommessa: «Far diventare questo ciclo di rappresentazioni un vero festival, per uscire dall’approccio più “museografico” del secolo scorso, e pensarlo come un palcoscenico che accolga lo sguardo della scena contemporanea sul mito e sul classico, un luogo in cui ci si ritrovi intorno a storie precise, dei tragici o della commedia, ma con la temperatura di oggi». E in merito alla tradizione, Andò osserva che «il teatro permette di verificare ogni volta l’autorevolezza dell’umano: i classici si adattano in maniera speciale a questo. Allora il teatro greco di Siracusa può essere un cantiere con l’obiettivo di mostrare i linguaggi e le forme attraverso cui i registi di talento perpetuano e vivificano la tradizione e quella drammaturgia, e da cui nascano spettacoli in grado di far risuonare ancora più urgenti e vicine a noi le tante domande essenziali sul vivere, sull’amare, sul lottare, sul morire, consegnateci dai tragici».

Su Repubblica, Andò spiega a Mario Di Caro il motivo della scelta delle tragedie, che vertono entrambe sullo stesso mito della guerra tra i fratelli Eteocle e Polinice per avere il dominio su Tebe e la loro reciproca uccisione: «In un’epoca di serialità, con la gente abituata a essere sballottata nella narrazione, abbiamo scelto due tragedie che raccontano la stessa storia e il tema dell’attaccamento al potere. Sono contento dei registi, Baliani e Binasco, che non hanno voluto attualizzare a ogni costo: ho visto le prove, hanno scelto una strada di grande rigore partendo dalla parola». Il commissario Pinelli può compiacersi del costante aumento di pubblico registrato dagli spettacoli a Siracusa negli ultimi anni, che ha permesso all’Inda «una situazione di sanità di bilancio equiparabile a quello di un’azienda di successo che dimostra come si possano fare spettacoli teatrali con una gestione virtuosa: debito pari a zero, nessun prestito dalle banche e avanzi di gestione». E per attirare il pubblico estero, quest’anno è prevista anche la traduzione simultanea in inglese in cuffia.

Non resta che sedersi nella cavea dello storico teatro e godersi le rappresentazioni. Con il rammarico peraltro che la programmazione (fino al 25 giugno le due tragedie, dal 29 giugno solo la commedia) rendono difficile – per chi viene da lontano – poter assistere a tutti gli spettacoli.

 

 

 

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Tra i greci da Pompei e Bisanzio

Il poema Europa di Mosco
Manoscritto bizantino del XV secolo

Greci d’Occidente e greci d’Oriente su Avvenire di oggi nelle pagine della sezione Agorà. L’elzeviro di Roberto Mussapi («Quanto a Pompei ci si tuffava nel mito greco») è dedicato alla mostra che si apre oggi agli scavi di Pompei (Pompei e i Greci fino al 27 novembre): «Partendo da una città italica, Pompei, se ne esaminano i contatti con il Mediterraneo greco.Oltre 600 i reperti esposti tra ceramiche, ornamenti, armi, elementi architettonici, sculture provenienti da Pompei, Stabiae, Ercolano, Sorrento, Cuma, Capua, Poseidonia, Metaponto, Torre di Satriano e ancora iscrizioni nelle diverse lingue parlate – greco, etrusco, paleoitalico –, argenti e sculture greche riprodotte in età romana». In definitiva «una grande occasione per affrontare la realtà greca a Pompei» che, sebbene nota come città romana sepolta dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., è collocata in quell’area che fu colonizzata dai greci sin dall’VIII secolo avanti Cristo.

Dalla grecità in Occidente a quella in Oriente: l’articolo principale della pagina («Bisanzio. Alle radici dell’Europa») è un’intervista di Simone Paliaga a Sylvain Gouguenheim, medievista di Lione e autore già nel 2008 di un libro che “ridimensionava” il ruolo degli arabi nella trasmissione della civiltà greca a favore dell’impero bizantino. Lo studioso ora riprende le sue tesi nel saggio La gloire des Grecs e ripete che – soprattutto per arte e letteratura – è stato cruciale il ruolo svolto dalla civiltà bizantina. «Ha conservato – osserva Gouguenheim – una parte molto consistente della letteratura greca. E in ogni caso tutto quello che abbiamo oggi proviene da manoscritti copiati a Bisanzio. È grazie alle nuove copie realizzate tra il IX e il XII secolo che disponiamo dei testi originali delle opere di Omero, Platone, Aristotele, di storici come Erodoto e Tucidide, degli scrittori di teatro come Sofocle, Eschilo e Euripide. In campo letterario, è da questi manoscritti che derivano le traduzioni realizzate tra il XI secolo e il Rinascimento». Così come, aggiunge, esercitò un grande influsso nell’arte, anche romanica. Dagli arabi«è venuta la traduzione di libri di medicina, filosofia, matematica. Il mondo musulmano ha inoltre fornito alcuni commentari filosofici dei quali quelli di Averroè sono i più conosciuti».

Ancora in Agorà, una pagina sulla “post grecità”, potremmo quasi dire. «La Sicilia letteraria di Leone» è l’articolo in cui Giuseppe Matarazzo, approfittando della mostra in corso a Busto Arsizio (Varese) esamina la carriera del ragusano Giuseppe Leone, «il fotografo della civiltà iblea», e il suo rapporto di amicizia con scrittori siciliani novecenteschi. Grazie all’editore Enzo Sellerio, Leone ebbe l’opportunità di conoscere Leonardo Sciascia, la cui casa di villeggiatura vicino a Racalmuto «divenne uno straordinario luogo di conversazione» con Gesualdo Bufalino e Vincenzo Consolo. Leone racconta che Sciascia gli presentò l’italianista «Salvatore Silvano Nigro con il quale iniziai a collaborare, costruendo un’amicizia che dura saldamente fino a oggi e che mi permette di accendere nella memoria quei momenti profondi con i grandi autori siciliani». Esplorando con le sue foto «neorealiste» questa porzione della Sicilia: «Ho cercato di rappresentare un’umanità in cui anche la povertà ha una sua dignità»