Il mistero di Gesù, nella storia e sullo schermo

In assenza dei giornali quotidiani, oggi vale la pena di segnalare articoli usciti a Pasqua

800px-bloch-sermononthemountNel giorno di Pasqua, Avvenire ospita in copertina della sezione Agorà un ampio resoconto di José Tolentino Mendonça sulla figura storica di Gesù secondo quattro studiosi. Di fianco, una rievocazione del film-tv a puntate Gesù di Nazareth di Franco Zeffirelli, che andò in onda 40 anni fa.

La ricostruzione Tolentino Mendonça («Gesù, mistero polifonico») è tutt’altro che scontata o superflua, se il quotidiano inglese The Guardian ha pubblicato nei giorni scorsi un articolo di uno specialista in Nuovo Testamento dell’Università di Cambridge, Simon Gathercole, che fornisce prove che Gesù davvero visse e morì in risposta a un recente sondaggio che ha rivelato il 40 per cento degli intervistati ha detto di non credere nemmeno all’esistenza storica dell’uomo di Nazareth (e il Corriere della Sera ne pubblica la traduzione a cura di Luca Zanini).

Il nostro sconcerto di fronte a Gesù, scrive Tolentino Mendonça, è lo stesso dei suoi concittadini di fronte all’artigiano che abbraccia «un ministero di insegnamento e guarigione per il quale non lo ritenevano qualificato». I suoi gesti pubblici proseguono con una «rilettura innovatrice delle istituzioni che avevano dato identità messianica a Israele: non solo il tempio, ma anche la terra e la legge. Iniziava qualcosa di inedito. Non stupisce che la domanda che insegue Gesù, dal principio alla fine, sia quella sull’origine dell’autorità con cui egli osava divergere dallo statu quo». Anche gli approcci storici a Gesù sono plurali: «Non è un caso che il cristianesimo primitivo, invece di ufficializzare un unico Vangelo, abbia optato per l’inserimento nel canone di quattro narrazioni». E, similmente, gli studi storici contemporanei danno risposte differenti: «Chi è, insomma, Gesù? Un ebreo marginale? Un profeta escatologico? Un rivoluzionario sociale? Un saggio itinerante, alla maniera di tanti altri che il mondo greco-romano conobbe? È semplicemente un contadino del Mediterraneo? È il Messia?». L’articolo esamina quindi le tesi di quattro autori: Géza Vermes, John P. Meier, Gerd Theissen, Halvor Moxnes. Tante ipotesi che «si espandono in direzioni diverse» ma «senza che ci permettano di toccare il mistero di Gesù in modo definitivo». Una difficoltà da accettare nella ricerca della verità.

Di altre difficoltà, rendere la storia di Gesù in uno sceneggiato televisivo, parla l’articolo a fianco, di Eusebio Ciccotti «Zeffirelli e quel “film perfetto” che cambiò per sempre la tv». Vengono rievocati (con la testimonianza del figlio Pippo Zeffirelli) la nascita dello sceneggiato – scritto da Franco Zeffirelli e da Suso Cecchi D’Amico, poi rivisto da Anthony Burgess – sia alcune caratteristiche di tecnica cinematografica che ne fecero un «film perfetto». Zeffirelli, scrive Ciccotti, «stratifica semanticamente ogni azione», «sa adoperare le figure retoriche alla stregua di un poeta, come pochi autori di cinema, al pari di Chaplin», dirige le comparse «con la stessa meticolosità riservata a una protagonista in primo piano». E può permettersi anche “libertà narrative” su un testo sacro, come immaginare che Gesù abbia dialogato con Barabba, che si allontana deluso dalla mancanza di «fini rivoluzionari»: «Zeffirelli ci dà un Gesù estremamente umile, pastore preoccupato della pecorella che vuole perdersi».

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Tra la passione e la risurrezione

Deposizione
Deposizione

Due testi interessanti legati al tempo pasquale oggi su Avvenire in copertina dell’inserto «Agorà sette». Un racconto di Giuseppe Lupo («Nella tomba che avevo scelto per me») immagina che, nella sua vecchiaia, Giuseppe di Arimatea rievochi l’evento sconvolgente della risurrezione di Gesù («lo sconquasso»), che lasciò stupefatti lui e gli stessi apostoli. Parlando in prima persona ricorda che era stato il suo servo Zoroadele, che per l’emozione continuava a muovere le braccia come un uccellino, ad aver «voluto che io corressi nella casa dove stavano radunati i seguaci del Maestro» e li aveva trovati «tutti a occhi sgranati, tutti sognanti: “Il Maestro è risorto! Il Maestro ha mantenuto la promessa!”». Rientrando a casa turbato («L’ho sistemato nella tomba… Come sarebbe a dire: risorto?»),  Giuseppe si preoccupa del servo sordomuto che cammina dietro di lui: «Dopo quel che è accaduto, chi se ne importa tra noi chi è servo e chi padrone?». A molti anni di distanza, l’evento continua a interrogarlo nel profondo: «Tutti vogliono vedere il sepolcro del miracolo, lo chiamano così, sepolcro del miracolo. Tutti tranne me». Giuseppe evita di andarci: «Ci andrò quando sarò pronto, quando finalmente avrò capito cos’è accaduto». Anche se ha sognato spesso il Maestro che gli parla «della lunga notte che ha trascorso nel mio sepolcro, avvolto nel lenzuolo bianco, e di una voce che a un certo punto lo ha svegliato».

A fianco un articolo di José Tolentino Mendonça («La certezza giuridica di Gesù morto in croce») ripercorre le tappe del processo a Gesù dopo l’arresto notturno. Infatti la crocifissione è un fatto confermato da numerose fonti, non solo i Vangeli o gli scrittori cristiani: tra gli altri il romano Tacito, il greco Luciano di Samosata e l’ebreo Flavio Giuseppe. Viceversa, l’iter giuridico ha da sempre sollevato interrogativi: il coinvolgimento delle autorità ebraiche, che avevano competenze limitate, complica una procedura che comunque doveva vedere all’opera il potere romano, unico autorizzato a condannare alla crocifissione. E Pilato non si accontenterà delle accuse del sinedrio, ma deciderà di svolgere un processo. Infine la via crucis, tra gesti di scherno e di compassione, fino al patibolo.

Tra le recensioni, da segnalare quella di Alessandro Zaccuri al romanzo Nel guscio di Ian McEwan («Il nuovo Amleto non è ancora nato»): un dramma visto da un bambino nel grembo materno. Un testo che «rivendica le ragioni del non nato, che con la sua voce appena percettibile testimonia un’urgenza di vita irriducibile al caos in agguato là fuori, oltre il riparo del guscio». E quella di Fulvio Panzeri al romanzo Lazzaro di Roberto Pazzi, in cui «il presente inquieto della contemporaneità viene trasfigurato in una visione che riporta in scena, con misura e lucidità, un dialogo religioso sull’apocalisse delle anime».