Malattie genetiche, la ricerca che funziona

La storia del biologo Giuseppe Merla, che studia la sindrome Kabuki all’Irccs di San Giovanni Rotondo (nella foto con il suo gruppo di ricerca), nel mio articolo comparso su Avvenire dello scorso 17 dicembre

MerlaGruppoRicercaUn “cervello” rientrato in Italia per fare ricerca, in un grande istituto del Sud Italia; una sindrome rara su cui si comincia a fare luce; un progetto finanziato da Telethon che sfrutta le famose cellule Ipsc (le staminali pluripotenti indotte, che hanno fruttato il premio Nobel per la Medicina 2012 a Shinya Yamanaka). Tutto questo fa parte della storia di Giuseppe Merla, biologo specializzato in genetica medica, che dal 2004 lavora all’Ircss Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo (Foggia), coordinando un gruppo di ricerca che investiga i meccanismi molecolari della sindrome Kabuki, della sindrome Williams-Beuren e di altre patologie rare. «A San Giovanni Rotondo sono tornato (perché ci sono nato) – racconta Merla – nel 2004. Lavoravo all’Università di Ginevra, dove l’organizzazione era “svizzera”. Ma decisi di rientrare nel mio Paese per mettermi alla prova. Anche se devo ammettere che i primi tempi sono stati duri». Già allenato all’ambiente nostrano grazie alle esperienze al Tigem, prima presso il San Raffaele di Milano poi a Napoli, Giuseppe Merla si è dedicato totalmente alla ricerca: «Mi sono sempre occupato di malattie rare, ma nella sindrome Kabuki mi sono imbattuto quasi per caso. Il mio primario medico, Leopoldo Zelante (scomparso proprio la settimana scorsa), aveva incontrato alcuni casi durante l’attività di consulenza genetica e mi aveva chiesto di tenere da parte i campioni biologici per futuri studi».
Poco nota ai non specialisti, la sindrome Kabuki «ha origine genetica, a trasmissione dominante, e presenta – chiarisce Merla – alcuni tratti tipici: rime delle palpebre allungate, sopracciglia arcuate e larghe, padiglioni auricolari a coppa. Sono possibili anomalie cardiache (talora serie), sordità, ritardo cognitivo di grado medio- lieve e statura inferiore alle attese. In più si presentano deficit immunitari, che rendono le persone con sindrome Kabuki soggetti facili a subire infezioni, specie le otiti. La sindrome è denominata così perché i tratti del volto ricordano quelli di una maschera del teatro giapponese, e giapponesi sono stati i ricercatori che l’hanno descritta per primi». In assenza di terapie specifiche, la cura consiste nel controllo dei sintomi: «Molto importante – sottolinea Merla – è il tipo di supporto che si riesce a dare al bambino sin dalla più tenera età, per non perdere importanti tappe dello sviluppo». Quella prima raccolta di dati non fu inutile: «A un congresso dell’Associazione americana di genetica umana a Washington, nel 2010, venni a sapere che era stato individuato il primo gene associato alla sindrome Kabuki. Tornato in Italia, cominciammo a effettuare la caratterizzazione molecolare delle cellule dei nostri primi 70 pazienti». Il lavoro cresce, i pazienti anche: «Adesso siamo punto di riferimento nazionale per la sindrome Kabuki e vantiamo una casistica di circa 500 pazienti ». Molti i fronti di ricerca aperti: «Dirigo la biobanca che abbiamo creato (una delle undici finanziate da Telethon) con i campioni biologici dei pazienti e dei loro genitori o parenti più prossimi. Avere a disposizione linee cellulari è fondamentale perché permette di lavorare su materiale biologico per capire meglio le cause genetiche e svolgere studi funzionali ».
Sono proprio gli studi del gruppo guidato da Giuseppe Merla che Telethon sta finanziando: «Attualmente si conoscono due geni associati alla sindrome, che fanno parte di un gruppo di geni e proteine che regolano la struttura della cromatina (una sostanza che “tiene insieme” il Dna nel nucleo della cellula). Se la cromatina è difettosa, alcuni geni non più controllati funzionano male e provocano danni “a valle” in diversi organi e tessuti». Per la ricerca occorre lavorare sui tessuti interessati dalle anomalie: «Per procurarceli abbiamo effettuato biopsie cutanee dei pazienti; poi le cellule (fibroblasti) sono state trattate con un cocktail di geni che le ha riprogrammate in Ipsc. Queste sono state poi indirizzate a svilupparsi in neuroni di diversi tipi, in cardiomiociti e in cellule muscolari ». «Su queste cellule – spiega Merla – stiamo valutando come cambiano l’espressione dei geni e i vari processi cellulari nei pazienti Kabuki rispetto a controlli non affetti. Questo approccio ci permetterà di identificare tutti quei geni che non funzionano più correttamente a causa delle mutazioni associate alla sindrome Kabuki, che diventano, quindi, possibili “bersagli” di una terapia». Un altro fronte della ricerca è quello immunologico: «Stiamo cercando di capire perché questi pazienti sono così soggetti alle infezioni».
«La strada per la ricerca in Italia – conclude Merla – è sempre in salita, specie nel Sud, sia per la scarsità di fondi sia per il limitato interesse che il Paese vi dedica. Ma la sfida vera, che con il mio gruppo di ricerca affrontiamo ogni giorno, è proprio quella di vincere tutte le avversità. E di provarci».