Eracle, una follia che sgomenta. L’uomo è in balia del capriccio degli dei

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La scenografia dell’Eracle

È una tragedia a due volti, l’Eracle di Euripide in scena al teatro greco di Siracusa a cura dell’Istituto nazionale del dramma antico (Inda). L’atmosfera di angoscia che caratterizza la prima parte del dramma, si capovolge in giubilo all’arrivo dell’eroe delle 12 fatiche, prima che una catastrofe peggiore di quella temuta all’inizio si abbatta definitivamente sulla casa, la famiglia e la persona stessa di Eracle. L’eroe prostrato troverà soccorso psicologico e materiale dal re di Atene, Teseo, che si sente obbligato per il fatto di essere stato salvato dall’Ade proprio da Eracle. Tra i temi che Euripide rappresenta è sempre apparsa centrale la polemica contro la credenza negli dei, che si mostrano capricciosi e nemici degli uomini, il cui destino appare quanto mai fragile. La regista Emma Dante crea uno spettacolo che offre molte soluzioni drammaturgicamente efficaci, ma anche alcune perplessità di fondo.

A Tebe, in assenza dell’eroe Eracle, ha preso il potere con un colpo di stato il tiranno Lico (Patricia Zanco) che ha ucciso il vecchio re Creonte e i suoi figli maschi. Ora vuole uccidere sia la figlia di Creonte, Megara (Naike Anna Silipo), sia i figli che lei ha avuto da Eracle, nipoti quindi di Creonte, temendo che una volta adulti possano vendicare il nonno e gli zii. Nessuno spera più in un ritorno di Eracle, che viene dato per morto nell’ultima fatica impostagli da Euristeo: la cattura del cane guardiano dell’Ade, Cerbero. A dimostrare la gratuita crudeltà di Lico sta anche la sua volontà di uccidere anche il vecchio padre di Eracle, Anfitrione (Serena Barone), del tutto imbelle e inoffensivo. Nessuno a Tebe sembra voler ricordare i benefici che Eracle garantì alla città, lamentano sia Anfitrione sia Megara, e il coro – composto di vecchi tebani – inorridisce di fronte ai delitti annunciati da Lico, ma è impossibilitato fisicamente a impedirli. Megara ottiene dal tiranno una breve proroga per vestire da lutto i figli, ma quando tutto sembra ormai volgere al peggio, ricompare Eracle (Mariagiulia Colace) di ritorno dagli inferi, dove si è attardato per liberare Teseo. Gioia della famiglia per l’arrivo del più valido difensore, sdegno di Eracle per l’impudenza di Lico e organizzazione di un piano per elimare il tiranno si susseguono velocemente. Entrato dentro la casa di Megara credendo di poter compiere il suo delitto, Lico trova invece la morte per mano di Eracle. Il coro dei vecchi ha appena il tempo di esultare, che una duplice e sinistra apparizione preannuncia sciagure. Iride (Francesca Laviosa), messaggera degli dei, giunge accompagnata da Lyssa (Arianna Pozzoli), il nume della follia capace di scatenare negli uomini la pazzia. Contro la sua stessa volontà, il suo prossimo bersaglio sarà proprio Eracle: indiscutibile è l’ordine di Era, la sposa di Zeus, da sempre nemica dell’eroe per la sua nascita, frutto dell’adulterio del marito con Alcmena, la moglie di Anfitrione. Giunge quindi un messaggero (Katia Mirabella) a raccontare lo scempio compiuto da Eracle che uccide i figli e la moglie, fermato e stordito da Atena quando stava per colpire anche il padre Anfitrione. Quest’ultimo – fatto legare il figlio – può ormai solo piangere insieme con il coro la sciagura toccata alla sua famiglia. Al risveglio l’eroe, informato dal padre sui delitti compiuti, ritiene che gli resti solo la soluzione del suicidio. A dissuaderlo sopravviene l’amico Teseo (Carlotta Viscovo), che lo convince che sia più degno di un eroe sopportare il dolore e la sventura, e gli offre asilo in Atene.

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La presentazione dei personaggi

La messa in scena diretta da Emma Dante comincia con una inconsueta presentazione di tutti i personaggi, che costituisce una didascalia utile all’ambientazione della storia. La scenografia (di Carmine Maringola) è caratterizzata da un enorme muro di un cimitero, tappezzato dalle fotografie di defunti, e da alcune vasche lustrali: introducono nel tema della morte che incombe sullo svolgimento dell’azione ma, accompagnati anche da strane croci di legno che continuano a ruotare, mi pare caratterizzare in modo troppo “cristiano” l’ambiente. Belli e variopinti, viceversa, i costumi (di Vanessa Sannino), soprattutto quelli di Megara ed Eracle, Iris e Lyssa. Altrettanto coinvolgenti sono sia l’accompagnamento musicale di Serena Ganci, sia le coreografie di Manuela Lo Sicco, compresi i cortei funebri con l’invenzione finale dei cuscini di fiori. Molto efficace l’inseguimento che si svolge sul palcoscenico di una delle piccole vittime della follia di Eracle, che cerca invano una via di fuga dal padre impazzito.

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Eracle ricompare davanti alla sua famiglia

Tuttavia come si evince dai nomi degli attori, la scelta più sorprendente della regista Emma Dante è di far intepretare tutte le parti ad attrici, in un curioso capovolgimento con l’abitudine degli antichi greci di far recitare solo uomini, anche per le parti femminili. L’esperimento mi pare tutt’altro che riuscito. E non per incapacità delle attrici. Il fondamento ideologico è quanto meno fragile: i greci non facevano recitare le donne per una consuetudine sociale, figlia delle condizione di relativa subalternità che esse vivevano. E usavano maschere per identificare i personaggi. Al giorno d’oggi invece, vedere rappresentato da una donna proprio Eracle, l’eroe che più di ogni altro nella grecità rappresentava la forza fisica, non mi è parso rendere onore alle qualità dell’attrice: il semplice gioco con i capelli lunghi (che coprono e scoprono il viso in determinate circostanze) non sembra espediente così decisivo. Usare una donna per recitare frasi al maschile, rivolgendosi alla moglie Megara, non porta alcun vantaggio al personaggio Eracle, così come a Teseo. Per non parlare della comicità involontaria di una delle frasi finali di Teseo, che vuole sostenere lo spirito dell’amico: «Ti comporti da donna» (traduzione di Giorgio Ieranò per l’Inda). Per fortuna ci è stata risparmiata la parodia nella recitazione, che viceversa non manca nell’atteggiamento del vecchio Anfitrione, veramente una macchietta che non convince, proprio quando deve pronunciare frasi molto serie, quali le pesanti accuse a Zeus di essere stato capace di sedurre una donna, ma di disinteressarsi ora della sorte del figlio. Lo stesso si può dire dell’inutilità di far recitare a tre ragazze la parte dei tre figli maschi dell’eroe. Mentre il coro di vecchi, interpretati da uomini, veste abiti femminili, da suore d’altri tempi, ed è eccessivamente caratterizzato da una debolezza del corpo che si manifesta in una posa quasi perennemente sciancata e zoppicante. 

«Nessun altro dramma euripideo si avvicina a Sofocle come questo, che ci ripresenta ancora una volta, nello spirito della tragicità autentica, l’impotenza e la caducità dell’esistenza umana» osserva Albin Lesky nella sua «Storia della letteratura greca». D’altra parte è stato notato che questa tragedia contiene alcune delle critiche più precise di Euripide verso l’antropomorfismo religioso e il comportamento immorale degli dei. Eracle, orma prostrato, dichiara di non credere che gli dei siano adulteri o si incatenino a vicenda: «Il dio, se è veramente un dio, non ha bisogno di nulla. Queste sono solo miserabili favole dei poeti». Tuttavia è innegabile sia che – proprio in questa azione drammatica – gli dei sono intervenuti a travolgere l’eroe, sia che Eracle, secondo il mito, è figlio di Zeus. Interessante, come segnala il grecista Luciano Canfora (nella presentazione della tragedia a cura dell’Inda) la lezione che si ricava sul piano etico dalla conclusione della tragedia: «Non già il suicidio … bensì la virile sopportazione del dolore causato dalle proprie colpe, contraddistingue la condotta di un eroe … incorso nella sventura». Un percorso in cui viene accompagnato da Teseo, personaggio che riveste un ruolo curiosamente simile a quello svolto nell’Edipo a Colono nell’accogliere e purificare l’ospite contaminato dai delitti. «La solidarietà tra esseri umani è fragile – spiega Giulio Guidorizzi parlando del finale dell’Eracle nel commento all’Edipo a Colono (edizione Fondazione Valla-Mondadori) –, ma è pur sempre, nella visione umanistica di Euripide, ciò che fa la loro grandezza, davanti all’indifferente crudeltà degli dei». 

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Edipo trova la pace a Colono, ma la sua vita disgraziata resta un mistero

Inda

Il 54° ciclo di spettacoli classici al teatro greco di Siracusa curati dall’Istituto nazionale del dramma antico (Inda) comprende quest’anno due tragedie, Edipo a Colono di Sofocle ed Eracle di Euripide, e la commedia I cavalieri di Aristofane. La presentazione del direttore artistico dell’Inda Roberto Andò parla della «scena del potere», anche se Edipo ne è ormai estraneo, solo di fronte ai problemi esistenziali, ed Eracle, al culmine della gloria, viene stravolto dalla follia. Un tema su cui insiste anche il grecista Luciano Canfora sottolineando nel suo intervento («Tiranno, eroe, governo: ascesa e declino«) il rischio che il governante saggio ed equilibrato si trasformi in sovrano assoluto, in tiranno, generando un tragico corto circuito. Delle due tragedie peraltro, mi pare opportuno sottolineare anche il tema della disgrazia in cui possono cadere i potenti, e della difficoltà nel sopportare il peso di sciagure irrimediabili. Un discorso che chiama in causa il destino dell’uomo rispetto a volontà che appaiono a lui superiori, si chiamino dei o fato.

Il dramma di Sofocle che racconta l’ultimo atto della vita di Edipo è una tragedia molto particolare. Non c’è infatti un vero e proprio evento di sangue: Edipo muore, ma senza soffrire, quasi “beato”, pacificato con gli dei che avevano oscuramente determinato la sua vita a un destino di parricida e incestuoso. La tensione tragica si proietta sulla guerra fratricida che incombe tra Eteocle e Polinice, destinati a uccidersi a vicenda, distruggendo la famiglia di Edipo. Ma il testo di Sofocle è anche molto altro: costituisce un omaggio del poeta novantenne alla sua patria, quel borgo di Colono, di cui il tragediografo era originario, e dove si trovava una “tomba di Edipo”, in un luogo caratterizzato dall’aura di soprannaturale per un bosco sacro, dove si percepiva la presenza delle dee “innominabili”, le Eumenidi (trasformazione benefica delle Erinni). E di Atene celebra la gloria non solo nella figura del mitico re Teseo, ma anche nei canti corali: dall’ambiente naturale rigoglioso di Colono e in generale dell’Attica al rispetto religioso che caratterizza l’intera città, consacrata ad Atena, ma che onora l’intero pantheon olimpico. A una meditazione sulla fragilità umana sono dedicati gli ultimi due canti corali, composti da un uomo che vedeva ormai vicino l’ultimo traguardo. La tragedia – che fu rappresentata postuma verosimilmente nel 405 a.C. – risente della mancanza di un’ultima revisione dell’autore, come nota Giulio Guidorizzi in diversi punti del suo commento (pubblicato nella collana “Scrittori greci e latini” della Fondazione Valla-Mondadori). E secondo Albin Leski (nella sua «Storia della letteratura greca») «non si può ignorare che il legame fra le varie parti sia meno solido che nelle opere del periodo migliore; anche la continuità e la scioltezza dello sviluppo drammatico non sono le stesse». Peraltro «in virtù della sua generale intonazione lirica questa tarda tragedia contiene alcune perle della poesia corale sofoclea».

20180525_192747_001Edipo (Massimo De Francovich) giunge a Colono, sobborgo di Atene, presso un boschetto sacro, nella condizione di vecchio cieco e malandato, accompagnato dalla figlia Antigone (Roberta Caronia), che costituisce il sostegno indispensabile alla sua sopravvivenza. Capisce di essere arrivato al luogo della sua morte, secondo quanto gli avevano predetto gli oracoli. L’arrivo dell’altra figlia Ismene (Eleonora De Luca) ricompone un nucleo di pietà familiare contrapposto ai figli maschi che non hanno difeso il padre, preoccupandosi solo di prendere il potere su Tebe. Ma il percorso di Edipo verso una fine che ponga fine alle sue sofferenze è ancora irto di ostacoli: innanzi tutto deve farsi accettare dalla nuova comunità cittadina, e cerca di liberarsi dello stigma che lo marchia protestando vigorosamente la sua “innocenza”, perché inconsapevole che fosse Laio e che fosse suo padre l’uomo che egli anni prima aveva ucciso, e tanto meno che Giocasta fosse sua madre. Alla iniziale presa di distanza degli abitanti di Colono, preoccupati della contaminazione del supplice, fa da contraltare l’accoglienza che gli accorda il re Teseo (Sebastiano Lo Monaco), che porta in scena i valori dell’umanità ateniese. A cercare di riportare Edipo nella lotta per il potere a Tebe giungono prima Creonte (Stefano Santospago), poi il figlio Polinice (Fabrizio Falco): ancora un oracolo aveva predetto che la vittoria sarebbe toccata a chi avrebbe potuto contare sul sostegno di Edipo. In due scene successive il vecchio ma ancora iroso Edipo – reso anche più sicuro dall’essere stato integrato tra i cittadini stranieri di Atene – rifiuta ogni tentativo di essere sostegno di una delle parti in causa: Creonte è rappresentante della città governata da Eteocle, che rifiutando di rispettare il patto dell’alternanza ha provocato la reazione di Polinice, che si prepara a muovere guerra alla sua patria. Tuoni a cielo sereno avvisano Edipo che è giunta l’ora della fine: si allontana accompagnato da Teseo e dalle figlie e un messaggero (Danilo Nigrelli) riferirà della sua misteriosa scomparsa, senza dolore, in un luogo noto solo al re ateniese.

IMG_4944L’allestimento siracusano del regista greco Yannis Kokkos, da tempo attivo in Francia, si fa apprezzare innanzi tutto per la qualità degli interpreti. In scena per quasi tutto il dramma, De Francovich riesce efficace in tutto il registro drammatico: da quando compare mendico e sfinito a quando supplica il coro dei cittadini di Colono di accoglierlo, dall’invettiva contro Creonte e Polinice all’accettazione della chiamata finale degli dei verso la sua morte misteriosa. Anche Roberta Caronia (già Antigone nel 2009, la precedente rappresentazione dell’Edipo a Colono a Siracusa, una delle ultime presenze su un palcoscenico di Giorgio Albertazzi) difende appassionatamente il diritto del padre a trovare finalmente pace. Bravo Stefano Santospago a mostrare il volto odioso e ipocrita del potere, che usa le persone per i propri scopi: vestito in modo elegante, ma accompagnato da uomini armati, non esita a rapire le figlie di Edipo quando vede preclusa la via della persuasione. Sebastiano Lo Monaco troneggia calmo ma deciso nel proteggere il suo ospite e nel rendergli giustizia. Fabrizio Falco, roso dalla rabbia verso il fratello, spera invano che il padre abbia dimenticato il trattamento ricevuto dai figli. Meno convincenti mi sono parse invece altre scelte: se l’enorme busto di spalle che domina il palcoscenico allude efficacemente a Edipo che si appresta a lasciare la scena del mondo, non altrettanto comprensibile è lo svolgimento di tutta l’azione drammatica all’interno di quel perimetro “sacro” da cui all’inizio i coloniati fanno allontanare il supplice. La torretta militare e il filo spinato orientano preciso l’attenzione sul tema del confine e della difesa armata, trascurando però la bellezza di un ambiente incantevole e fiorente (ben noto al pubblico ateniese perché si trovava a breve distanza dal teatro in cui si rappresentava la tragedia). Anche i costumi, con un prevalere complessivo di tonalità scure e neutre (a parte Creonte), trasmettono un senso di uniformità che mi pare contrastare con la vivacità del testo sofocleo: a parte l’ovvia modestia dell’abbigliamento degli esuli, quello del re Teseo, ma anche quello degli ateniesi e che lo accompagnano e dei coloniati che lo attendono, meritavano forse maggior risalto.

Una riflessione finale sul destino di Edipo è ineludibile. Il potente sovrano che era precipitato nell’orrore di due delitti esecrabili nella tragedia più nota (Edipo re) appare qui un reietto, e ormai prossimo alla fine. Tuttavia – in modo misterioso – gli dei gli hanno assicurato non solo una morte a suo modo “eroica”, ma anche che il suo corpo rappresenta un valore, un bene inestimabile per chi lo ospiterà (agli ateniesi non poteva sfuggire il ricordo della vittoria militare conseguita contro i tebani nel 407 a.C. anche grazie all’intervento – si diceva – del fantasma di Edipo). Tuttavia pare un “riscatto” che non ripaga lo sventurato figlio di Laio e la sua (e nostra) sete di giustizia. Il testo di Sofocle, peraltro spesso presentato in una anomala trilogia con Edipo re e Antigone (composte decenni prima), contiene inoltre una delle affermazioni più cupe del pessimismo umano (traduzione scenica di Federico Condello per l’Inda): «Non essere mai nati è la fortuna che supera ogni altra. Ma se l’uomo viene alla luce, ritornare presto là da dove è venuto è la migliore sorte che ti rimane» (vv. 1224-8). Per quanto si tratti di espressioni tipiche, come osserva Guidorizzi, di una tradizione della poesia lirica (per esempio Teognide), sembra di leggere una resa circa la possibilità di una comprensione del reale: siamo ben lontani da qualche consolatoria interpretatio christiana per la sorte di Edipo, opportunamente rifiutata dal traduttore Condello.

Le Supplici, ovvero la democrazia accoglie i migranti

suppliciscenaLe Supplici di Eschilo, tragedia messa in scena al teatro greco di Siracusa nell’ambito del 51° ciclo di spettacoli classici realizzati dall’Istituto nazionale del dramma antico (Inda), è stata reinterpretata in modo molto innovativo dal regista Moni Ovadia (assistito per le musiche e l’adattamento da Mario Incudine e Pippo Kaballà) rendendola una rappresentazione veramente inconsueta.
Il testo risale – secondo gli studi più accreditati – al 463 a.C. ed era la prima tragedia di una trilogia che proseguiva con i Figli di Egitto e le Danaidi (entrambe perdute). La storia narrata riguarda la fuga delle 50 figlie di Danao dalla terra egiziana per sottrarsi al matrimonio con i 50 cugini figli di Egitto, fratello di Danao. Le giovani giungono ad Argo (origine della loro stirpe) per implorare aiuto e accoglienza: il re Pelasgo stretto tra il dovere dell’ospitalità – come prescritto da Zeus – e il rischio di scatenare una guerra con gli egiziani, si rivolge alla propria popolazione e pone in votazione la richiesta di asilo che le Danaidi hanno rivolto alla città, minacciando di impiccarsi sugli altari (contaminandoli) piuttosto che essere costrette alle nozze con gli odiati cugini. Per alzata di mano, i cittadini votano in favore dell’accoglienza, e il re Pelasgo – forte di questo mandato popolare – può efficacemente respingere il tentativo di un messo degli Egizi che con alcuni soldati cerca di rapire le ragazze, che si erano rifugiate presso gli altari degli dei. La tragedia vera e propria si svolgeva nei seguenti episodi della trilogia, con le giovani che alla fine sposavano i cugini egiziani ma, dietro indicazione del padre Danao, si ripromettevano di sgozzare i propri mariti alla prima notte di nozze. Tutte ubbidivano al piano di morte tranne Ipermestra, che risparmiava il proprio sposo Linceo: dalla loro unione sarebbe discesa la stirpe dei nuovi re di Argo. Non si sa come Eschilo nelle seguenti tragedie svolgesse la trama.
La rappresentazione teatrale di Moni Ovadia introduce il mito con il racconto di un cantastorie (Mario Incudine), che costituisce la cornice dello spettacolo, recitando in dialetto siciliano. Anche le supplici, che giungono in scena subito dopo, si esprimono generalmente in siciliano, che resta la lingua base dell’intero spettacolo, oltre ad alcune strofe in greco moderno. Infine il re di Argo, Pelasgo (interpretato dallo stesso Ovadia) si esprimerà ancora in greco moderno per scacciare gli egiziani che tentavano il ratto sacrilego. La tragedia è eminentemente corale, perché il coro delle Danaidi è il vero protagonista (da segnalare almeno la corifea Donatella Finocchiaro): e questo ruolo viene ben valorizzato dai canti e dalle coreografie (di Dario La Ferla) che si svolgono sulla scena. Belli i costumi delle Danaidi (di Elisa Savi), che ne sottolineano i tratti di donne africane, scure di pelle (come del resto indica il testo eschileo), semplice ma efficace la scenografia, con una spiaggia – cui sono approdati Danao e le figlie – ornata da statue che simboleggiano gli altari degli dei e un varco a indicare l’ingresso alla città. supplicirattoAnche il “torneo” dell’araldo egizio (Marco Guerzoni) che guida un manipolo di soldati a catturare le giovani Danaidi rende bene il senso dell’empia violenza che i rapitori cercano di mettere in atto (paiono però fuori luogo i richiami ai militari tedeschi dell’ultima guerra). Efficace la cornice del racconto, con il cantastorie siciliano che dopo essere giunto con un carretto folcloristico a introdurre la storia, la conclude nel finale narrando gli episodi successivi del mito. Un po’ disorientante invece la scelta linguistica: non solo il siciliano non è comprensibile a tutti (meglio aiutarsi tenendo sott’occhio il testo scritto), ma l’uso del neogreco è del tutto sconosciuto ai più (e anche il libretto della tragedia non contiene traduzione). Il tono e il fine delle severe parole che Pelasgo pronuncia per scacciare l’araldo egizio sono chiari, il senso letterale no.
Ma quel che caratterizza maggiormente lo spettacolo è il suo voluto riferirsi alla situazione contemporanea dei migranti, stabilendo un esplicito parallelo tra le Danaidi che chiedono aiuto al re di Argo e la richiesta di asilo che rivolgono all’Europa (e in primis all’Italia) le migliaia di persone provenienti perlopiù dall’Africa le quali, per sfuggire a condizioni disperate di vita, non esitano a rischiare la traversata del Mediterraneo su imbarcazioni di fortuna, sottoposte ad angherie di ogni tipo. Il re Pelasgo, dapprima in dubbio sul da farsi, difende poi con forza il voto dei cittadini favorevole ad accogliere le supplici Danaidi, indicando esplicitamente che questa è la «democrazia». E invita le giovani donne a prendere liberamente possesso degli spazi che verranno messi loro a disposizione generosamente sia dallo stesso re, sia dai cittadini argivi. Coerente con questo messaggio “politico” sul dovere dell’accoglienza dei migranti contemporanei è il saluto finale dello spettacolo in cui, rompendo completamente la finzione scenica, il narratore si rivolge direttamente a un gruppo di profughi presenti sulle gradinate del teatro siracusano.
supplicipreghieraNumerose sono quindi le forzature rispetto al testo, e in parte al suo messaggio. Innanzi tutto, come nota il traduttore Guido Paduano nell’intervista pubblicata sul sito dell’Inda, Eschilo non usa la parola “democrazia”, ma si pronuncia per un sistema di votazione per alzata di mano. E anche il legare questo sistema democratico alla decisione di accogliere le supplici è fuorviante: era tradizione consolidata nella cultura greca antica che gli ospiti fossero sacri a Zeus (così come anche la Bibbia, ancor prima, indicava il dovere di assistere lo straniero). Le circostanze politiche della composizione della tragedia sono illustrate in maniera convincente da Luciano Canfora nella sua Storia della letteratura greca. Spia di un particolare messaggio della tragedia è una battuta di Danao (interpretato da Angelo Tosto), che giunge nei versi finali, quando ormai la situazione si è sciolta, l’accoglienza è stata decretata e, addirittura, sono già stati respinti gli egiziani. Il padre delle supplici si rivolge alle figlie esortandole a ringraziare gli Argivi anche perché (vv. 985-988) «mi hanno concesso una scorta di guerrieri, come segno d’onore e perché non sia colto da una morte imprevista», nella versione di Paduano; mentre Canfora traduce «perché non mi toccasse di morire colto di sorpresa da inatteso colpo di lancia micidiale». La frase – assente nella versione siciliana di Ovadia – appare eccessiva rispetto ai rischi che poteva correre Danao, e pertanto sibillina. Ma, spiega Canfora, rappresenta una velata allusione al contesto politico dell’Atene del 463, quando Temistocle – esiliato dalla sua città per le trame del partito filospartano – rischiava in quanto “atimos” (cioè condannato a morte e privo di diritti politici) di essere ucciso da chiunque, e si era rifugiato dapprima ad Argo, tradizionale alleata di Atene nel Peloponneso. Anche la decisione di far votare gli Argivi per decidere una questione di “politica estera” conterrebbe – secondo Canfora – un preciso riferimento alla riforma che si stava discutendo ad Atene (promossa da Efialte e poi approvata nel 462) per far decidere su questi argomenti l’assemblea dei cittadini (per alzata di mano), togliendo questa prerogativa all’Areopago, istituzione guidata dai nobili.
In definitiva con questa lettura la tragedia eschilea soffre un po’ da un punto di vista filologico, ma lo spettacolo è molto affascinante, i movimenti e i canti del coro belli e coinvolgenti, il messaggio di solidarietà umana pienamente condivisibile.