Malattie rare, ricerca e solidarietà per aiutare i bambini

La piccola Sofia è stata vinta dalla leucodistrofia metacromatica. Medici e associazioni continuano a battersi per offrire un futuro migliore ai pazienti e alle loro famiglie. Il mio articolo oggi su Avvenire

microscopioLa leucodistrofia metacromatica non ha concesso speranze alla piccola Sofia, salutata ieri a Firenze da una folla commossa. Ma la lotta contro patologie rare che colpiscono i bambini, sconosciute ai più e prive di una vera cura, continua a tutti i livelli, dagli studi di ricercatori e medici alle attività di supporto e accompagnamento delle famiglie. Indubbiamente una diagnosi di malattia rara lascia disorientati. Soprattutto se, come spesso accade, riguarda bambini piccoli, i cui genitori vengono catapultati in un mondo dove si frantumano le aspettative riposte nei loro figli. Ma la ricerca scientifica, pur a piccoli passi, avanza, e la solidarietà delle associazioni di familiari sostiene in un percorso difficile. «La diagnosi precoce e lo sviluppo di terapie in una certa misura avanti insieme – osserva Giancarlo La Marca, responsabile del Laboratorio di screening neonatale dell’Ospedale pediatrico Meyer di Firenze –. E grande stimolo viene anche dalle associazioni di genitori. Che devono essere aiutati a trovare i centri migliori cui affidare i loro figli».

Una legge recente ha ampliato il numero di screening neonatali sulle malattie rare: «La 167 del 2016 ha esteso a livello nazionale – racconta La Marca – il modello che abbiamo sviluppato qui al Meyer per i neonati di Toscana e Umbria. Si tratta di nuovi test che portano a 40 le malattie metaboliche rare trasmesse geneticamente di cui si può fare diagnosi precoce dopo la nascita, mentre la precedente legge del 1992 ne prevedeva solo tre (fibrosi cistica, fenilchetonuria e ipotiroidismo congenito). La copertura, prevista nei nuovi Lea, non è ancora al 100 per cento, ma ci stiamo sforzando di fare in modo che tutte le Regioni vadano alla stessa velocità». «Tra queste malattie peraltro – continua La Marca, che è presidente della Società italiana per lo studio delle malattie metaboliche ereditarie e lo screening neonatale (Simmesn) – non è ancora compresa la leucodistrofia metacromatica, anche se stiamo lavorando insieme a un gruppo di ricerca dell’Università di Seattle (Stati Uniti) per sviluppare un test che identifichi i bambini affetti da questa malattia dopo poche ore di vita. Ciò permetterebbe di accedere alle migliori terapie per la risoluzione di questi difetti, visto che in Italia siamo all’avanguardia grazie alla terapia genica, che dovrebbe essere risolutiva». Si tratta della terapia che sta sviluppando il gruppo di Luigi Naldini all’Istituto Tiget-San Raffaele di Milano, i cui risultati però – sottolinea Enrico Bertini, responsabile dell’Unità Malattie muscolari e neurodegenerative dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma – «sono efficaci quando i pazienti sono trattati prima che insorgano i sintomi. Quello del Tiget è l’unico approccio che ha mostrato efficacia, mentre altre sperimentazioni non hanno avuto risultati clinici validi, come è stato mostrato anche recentemente in un convegno dell’Associazione europea delle leucodistrofie (Ela)».

Peraltro va ricordato che «non esiste un sistema univoco, una panacea, per ogni malattia – sottolinea Bertini –. Ognuna ha i suoi meccanismi, che vanno studiati». Oltre a sviluppare cure d’avanguardia, per affrontare le malattie rare occorre anche tanta assistenza. «Le associazioni di genitori – osserva La Marca – stimolano la ricerca ad andare avanti nel trovare soluzioni. Del resto è umano che i genitori cerchino di fare tutto ciò che è in loro potere per trovare una soluzione a questi eventi terribili, ma è importante si affidino a centri di ricerca di eccellenza». «Occorre agire bene nel gestire le aspettative – osserva Bertini –, con un colloquio adeguato di consulenza genetica, specie adesso che per alcune malattie, come l’atrofia muscolare spinale (Sma), cominciano a essere disponibili trattamenti efficaci. Vanno date speranze verosimili ma non verso cure che non esistono ancora». «Del resto il problema delle malattie rare è insito nel loro nome – continua La Marca –, e ‘orfani’ sono spesso sia i pazienti sia i farmaci, laddove disponibili, che li trattano. E in un sistema di salute pubblica che funziona a 360 gradi, anche la comunicazione di una diagnosi deve essere fatta nei modi adeguati, con la presenza di psicologi che possano accompagnare i genitori nel percorso che li aspetta».

«Abbiamo in continuazione contatti con le associazioni di genitori con bambini affetti da malattie rare – aggiunge La Marca –. Sono una voce preziosissima nell’ambito scientifico e un fortissimo stimolo, una sollecitazione perché la ricerca possa fare di più». Certo, «a volte sembra si parli di malattie rare solo di fronte a casi eclatanti», come accadde con Stamina, ma «è anche vero che se ne parla sempre di più. Tutti noi – conclude La Marca – percepiamo come un fallimento il fatto di non riuscire a salvare vite, ma lavoriamo duramente tutti i giorni per fare sempre meglio». E le associazioni di familiari e pazienti, aggiunge Bertini, «sono importantissime per non farci sentire soli, e per dare le giuste indicazioni».

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Naldini: «Gene editing: ascoltare tutti, con cautela»

Sul tema dell’editing genetico la mia intervista allo scienziato Luigi Naldini, direttore del San Raffaele Tiget, apparsa su Avvenire dello scorso 10 dicembre.

naldiniAppena rientrato dagli Stati Uniti dove (unico italiano) ha partecipato al vertice internazionale sull’«editing genetico», Luigi Naldini, direttore dell’Istituto San Raffaele Telethon per la Terapia genica – Tiget di Milano, fa il punto sugli orientamenti emersi in un consesso dove le posizioni culturali di ricercatori di molti Paesi difficilmente possono portare a porre limiti stretti a ricerche applicate all’uomo, anche quando riguardano la manipolazione degli embrioni. «La discussione sull’editing genetico verrà approfondita in altri tre incontri (di cui uno in Europa, magari in Italia), alla fine del percorso si punta a redigere una serie di raccomandazioni da distribuire agli Stati e alle loro autorità regolatorie sulle sperimentazioni scientifiche. A Washington è emerso un consenso sulla necessità di ascoltare i diversi punti di vista di tutte le componenti sociali e culturali, compreso quello di pazienti e disabili».

In che cosa consistono gli studi sull’editing genetico?

«È una tecnica rivoluzionaria che permette di andare a riscrivere il Dna in punti precisi grazie a enzimi artificiali che si legano a una sequenza specifica e la tagliano. A seconda del meccanismo di riparazione che segue si possono avere due tipi di modifiche: l’interruzione della sequenza originale, che può produrre l’inattivazione del gene bersagliato, o la sua riparazione copiando una sequenza simile da noi introdotta nella stessa cellula, che può permettere di correggere una mutazione genetica (si parla di ricombinazione omologa). È una forma di terapia genica che si basa su quanto già descritto da Mario Capecchi (premio Nobel per la Medicina nel 2007), ma che ora è diventata molto più precisa e facile da usare. La tecnica (chiamata Crisper/ Cas) taglia il Dna grazie a enzimi indirizzati nella giusta posizione tramite una guida di Rna. Sulle cellule degli individui adulti (gene editing somatico) le sperimentazioni sono iniziate, mentre su quelle della linea germinale (gameti o embrioni) siamo a livello di discussione».

Quali sono i possibili benefici dell’editing genetico somatico?

«Inattivando geni si possono ottenere resistenze ad agenti patogeni: per esempio la prima (e finora unica) sperimentazione clinica inattiva un gene nelle cellule immuni per ottenere la resistenza di un recettore al virus Hiv. Allo studio ci sono altre applicazioni per correggere mutazioni genetiche che sono alla base di immunodeficienze o della talassemia. A Washington è stato riferito (non è ancora pubblicato) l’esperimento della somministrazione a una bambina affetta da leucemia di linfociti contro il tumore, provenienti da una terza persona, ingegnerizzati in modo da non causare rigetto».

Quali sono invece gli studi e i problemi che solleva l’editing genetico sulle cellule germinali?

«Si tratterebbe di correggere geni che causano malattie ma si trasmettono anche alla progenie. Queste applicazioni, oltre che tecnicamente ancora premature, sono controverse dal punto di vista etico e legale: in molti Paesi la ricerca sugli embrioni non è consentita, in altri è permessa. Inoltre, dal punto di vista scientifico non c’è un chiaro consenso su quali applicazioni sarebbe utile sviluppare rispetto ad altre strategie oggi disponibili».

A Washington si è tenuto in considerazione un principio di precauzione su questo tema?

«Sì, ma c’è un consenso diverso che dipende dal retroterra culturale e religioso dei ricercatori: per i cinesi la vita comincia dalla nascita, prima non hanno remore a sperimentare. Altre culture o confessioni religiose hanno posizioni diverse. È emersa la volontà di valorizzare le posizioni culturali differenti, senza pretendere di imporre una visione unica. A Washington sono stati ascoltati sociologi, filosofi, bioeticisti, organismi di governance, associazioni di pazienti e di disabili. Queste ultime due categorie sono preoccupate perché, se si cancella una malattia, si rischia di creare anche una pressione indebita a cancellare i malati, una condizione che diventa particolarmente dolorosa per chi comunque con tali condizioni deve vivere. Credo che uno dei motivi per cui la ricerca sull’editing genetico dovrebbe proseguire è che ci permetterebbe di evitare la selezione embrionale. È stato avviato un gruppo di studio per approfondire tutte queste tematiche. Mentre le applicazioni dell’editing genetico in campo somatico sono promettenti, possono aprire nuove prospettive di trattamento per alcune malattie e possono essere sviluppate in sicurezza seguendo gli esistenti percorsi normativi, gli interventi sulla linea germinale non sembrano a oggi offrire soluzioni a problemiurgenti».

E gli interventi per migliorare l’uomo? Sono fughe in avanti?

«Ci muoviamo in una zona grigia: si possono correggere geni che sarebbero solo fattori di rischio di malattie? O addirittura che puntano a un “miglioramento” dell’essere umano? Fino a che punto vogliamo plasmare la progenie? Si aprono scenari inquietanti che sfiorano l’eugenetica. Sul fatto che queste ultime applicazioni siano fuori dall’orizzonte della scienza c’è stato un consenso quasi completo».