«In democrazia occorre accettare le incertezze della scienza, coinvolgendo i cittadini. Anche con il Covid-19»

Una versione ampliata della mia intervista a Mariachiara Tallacchini, docente di Filosofia del diritto all’Università Cattolica di Piacenza, apparsa su Avvenire lo scorso 4 dicembre. In tema di comunicazione della scienza segnalo anche l’articolo di Telmo Pievani, comparso sul mensile Le Scienze di dicembre 2021, ma disponibile anche online.

«Per prendere decisioni che hanno un forte impatto sulla vita delle comunità, insieme al necessario riferimento alle evidenze scientifiche, occorre che il coinvolgimento dei cittadini sia stato preparato in precedenza dal punto di vista delle conoscenze e attraverso la costruzione di rapporti di fiducia. Ciò vale in particolare in una pandemia, dove le molte scienze coinvolte forniscono conoscenze tutt’altro che certe». Mariachiara Tallacchini insegna Filosofia del diritto presso la facoltà di Economia e Giurisprudenza dell’Università Cattolica di Piacenza, e Scienza, diritto e democrazia al Master in Comunicazione della Scienza della Scuola internazionale superiore di studi avanzati (Sissa) di Trieste. I suoi principali interessi riguardano la regolazione della scienza, i rapporti tra scienza e diritto e tra scienza e democrazia, in particolare nel settore della biomedicina e delle scienze della vita.

La pandemia ci ha colto di sorpresa a causa delle nostre scarse conoscenze scientifiche?

In realtà, credo che si debba risalire a monte, al fatto che in Italia è mancata e ancora manca una riflessione su ciò che nei Paesi anglosassoni si chiama science policy, vale a dire come la scienza è legittimamente utilizzata nel contesto di decisioni pubbliche in società democratiche fondate sul diritto. Questa mancanza di una cultura sull’uso della scienza per finalità di scelte politiche ha generato alcuni errori importanti. Non solo i cittadini non sono stati aiutati a prendere atto delle incertezze della scienza e a familiarizzare con esse, ma non si è adeguatamente spiegata la distinzioney tra scienziati che parlano come accademici e scienziati che parlano con ruoli e responsabilità pubbliche. Negli Stati Uniti Anthony Fauci da un lato non ha avuto timore di dire umilmente ai cittadini «We don’t know», non sappiamo, senza nascondersi dietro certezze presunte e arroganti; dall’altro, non c’erano dubbi sul fatto che solo lui fosse il punto di riferimento istituzionale per scienza e policy – mentre in Italia nessun esperto ha mai chiarito a “che titolo” e “in nome di chi e che cosa” parlasse: personale, per la propria disciplina, per il proprio reparto. Chi parla a nome delle istituzioni è diventato indistinguibile, quanto ad autorevolezza, da chiunque altro.

Ma le istituzioni per la regolazione della scienza (regulatory science) negli Stati Uniti hanno alle spalle sia un esplicito scientific advisory system, la configurazione istituzionale della consulenza scientifica, sia anni di costruzione di fiducia dei cittadini nelle autorità scientifiche e delle autorità politiche nei confronti dei cittadini, che hanno “preparato” (preparadness) a fronteggiare eventi incerti. Una cultura di preparedness, per esempio, è in atto da decenni in California: si deve sempre essere pronti per il “Big one”, il grande terremoto e ciò è stato fatto con un training di conoscenza e pratica per i cittadini, che devono sempre avere scorte alimentari e non in casa (e cambiarle quando scadono), devono fare esercitazioni, avere piani di riunione familiare, eccetera. Qualora il Big one arrivasse, la popolazione non sarà serena, ma disporrà delle capacità per fronteggiare l’emergenza. E nelle pagine dei Centers for Disease Control (Cdc) americani vengono fornite indicazioni precise sui comportamenti adeguati da tenere e le conoscenze scientifiche che stanno dietro questi comportamenti: dalle tecniche per lavarsi le mani o maneggiare le mascherine fino alle istruzioni per i bambini su come festeggiare Halloween senza commettere imprudenze. Il punto, insomma, sono le istituzioni che collaborano con i cittadini per passare dalla paura alla gestione della conoscenza.

Come si comunicano adeguatamente rischi di una situazione in evoluzione, senza mettere in dubbio la validità della scienza?

Parlare di rischi non è propriamente corretto. Tecnicamente, condizioni di rischio si danno quando sono note tutte le variabili di un problema e si può quantificare la probabilità di eventi avversi. Ma la pandemia è una condizione definita (dal filosofo della scienza Jean-Pierre Dupuy) come «incertezza radicale». Ciò significa che non solo non si conoscono tutte le variabili del problema – e quindi quantificare è approssimativo –; ma soprattutto ogni comportamento individuale diventa una variabile in un puzzle che cambia a ogni passo. Noi non siamo meri osservatori di ciò che accade, ma siamo parte di un sistema complesso che costantemente contribuiamo a modificare.

Per questo è necessario familiarizzare e accettare l’incertezza e avere grande flessibilità nel sapere che in un quadro di complessità ci si muoverà un po’ avanti e un po’ indietro. Quindi la fiducia tra istituzioni, scienziati e cittadini è fondamentale. Non basta l’appello a «credere nella scienza». Fauci ha ottenuto la fiducia degli americani dicendo che la scienza «non sapeva» e che proprio questo «non sapere» giustificava le precauzioni. Certamente tutto ciò non elimina l’opposizione degli scettici radicali (come i no-vax), ma certamente contribuisce a togliere carburante al complottismo. Anche riconoscere gli errori compiuti è importante, come pure spiegare perché si adotta un provvedimento basato su un certo scenario di incertezza e le modifiche necessarie se lo scenario dovesse cambiare.

Infatti nei sistemi complessi può essere in atto una molteplicità di cause, come ha spiegato Charles Perrow parlando dei «normal accidents» (gli incidenti normali). Di fronte a grandi incidenti (Perrow parlava delle centrali nucleari di Three Mile Island e Fukushima) si pensa a cause imponenti, improbabili e irripetibili. Non è così: possono esserci cause minuscole che scalano un po’ per volta il sistema fino a diventare pervasive e inarrestabili.

Dopo la prima fase, la “disciplina” degli italiani ha un po’ traballato. Ha prevalso un senso di anarchia?

Ci sono tanti aspetti in una situazione così complessa e certamente ciò che ha prevalso nella popolazione è la responsabilità, non l’anarchia, se quasi il 90% degli italiani ha avuto almeno una dose di vaccino. Detto questo, molte disposizioni normative potevano essere accompagnate e spiegate meglio.

Nella prima fase della pandemia è stata fatta un’importante delega di conoscenza e di responsabilità ai cittadini. Autocertificazioni in cui si chiede alle persone di dichiarare che non hanno il Covid, di interpretare i propri sintomi, di predisporre nel quotidiano protocolli di sicurezza o di procedere all’isolamento fiduciario esigono una preparazione e standardizzazione dei comportamenti. Questo è ciò che mi piace nell’approccio del Cdc. Noi abbiamo considerato molti gesti come ovvi e basati sul senso comune. Ma non è così e capire quale sia la scienza “che sta dietro” gli atti quotidiani genera un senso di collaborazione fondamentale tra istituzioni e cittadini e tra i cittadini medesimi. Analogamente, i richiami alla responsabilità e alla capacità di mettere in atto delle “auto-restrizioni” rispetto a comportamenti autorizzati – posso andare a passeggio in centro, ma se c’è troppa gente è meglio che mi allontani – devono essere spiegati, perché la cultura dominante è quella di pensare che, se ho una libertà o un diritto, li posso dispiegare all’infinito. Non è così. Sempre più il diritto alla salute si presenta come un “diritto collaborativo”, che si realizza solo se tutti cooperiamo in modo convergente.

Il passaggio più recente a forme di nudging, la “spinta” (più o meno) “gentile” implicita nel consentire i tamponi, ma costruendo una sorta di “imbuto” e “piano inclinato” verso il vaccino, poteva essere introdotto meglio. Forse questo avrebbe in parte prevenuto la percezione di queste misure come forme di arbitrio e addirittura fatto preferire ad alcuni tout court l’obbligo vaccinale sanzionato. Dovremmo impegnarci per andare verso società più consapevoli e responsabili, non intrappolate nella falsa alternativa tra rivendicazione di libertà senza limiti e richiesta di misure coercitive.

L’obbligatorietà dei vaccini non viene posta per problemi di costituzionalità?

Non ci sono problemi di costituzionalità perché il secondo comma dell’articolo 32 della Costituzione dice che i trattamenti sanitari obbligatori sono ammessi se autorizzati per legge. Certamente ci possono essere problemi di implementazione ed efficacia della norma quando questa misura riguarda una popolazione vasta.

Dal punto di vista dei principi però, si deve ricordare che dal secondo dopoguerra la strada maestra della medicina è diventato il consenso informato ai trattamenti (il primo comma dell’articolo 32 può essere interpretato in tal senso). I casi previsti dal secondo comma hanno riguardato le patologie psichiatriche e le malattie infettive. Ma dalla legge Basaglia (1978) in poi le malattie psichiatriche hanno avuto un’evoluzione verso il primo comma; e questo è diventato vero anche per le patologie infettive, per una medicina ispirata alla convinzione e alla coesione sociale. E non solo in Italia. La “reputazione” e il “prestigio” delle società democratiche rispetto ai Paesi autoritari risiede anche nell’ossequio a questi principi. Quando, nel 2017, la Francia ha reso obbligatorie le vaccinazioni per i minori, un editoriale di Nature ha commentato che una scelta di questo tipo sembrava maggiormente in linea con le politiche di uno Stato dell’ex-Unione Sovietica. Anche in una situazione di emergenza si deve cercare di bilanciare le misure immediate e una prospettiva di medio e lungo periodo.

È però anche vero che la spinta verso i diritti individuali in medicina ha finito per far perdere il senso dei diritti condivisi alla salute. Per decenni i paradigmi dominanti della bioetica (ispirati al prevalere indiscusso dell’individuo sulla comunità, un comprensibile retaggio della Seconda guerra mondiale) hanno dedicato scarsissima attenzione ai temi di salute pubblica. E oggi abbiamo bisogno di riconsiderare il valore di condivisione dei diritti.

Al netto di una situazione inedita, difficile a livello globale, su quali obiettivi è opportuno convergere?

È opportuno, in primo luogo, pensare a una “educazione civica alla scienza” per tutti e fin da bambini. Questo significa l’esigenza di una cultura generalizzata (politici, scienziati e cittadini) di science policy sull’uso credibile, aperto e trasparente della scienza nelle società della conoscenza. E si tratta anche di costruire istituzioni e sistemi di consulenza scientifica che non temano di palesare l’incertezza scientifica. Scienza, diritto e politica non sono più forti se cercano di ancorarsi a certezza e oggettività, perché l’incertezza non corrisponde all’arbitrio delle opinioni e decisioni, ma al contrario rende necessarie le argomentazioni e il confronto pubblico. E dobbiamo anche riconfigurare i comportamenti che ci tengono rispettosamente insieme nella vita associata con un nuovo vocabolario condiviso.

HeLa: cellule al mercato di Big Pharma

Sulla storia delle cellule HeLa e sui temi del consenso informato e della privacy della famiglia di Henrietta Lacks (ma anche di tutti noi) questo è il mio articolo pubblicato oggi su Avvenire, nella sezione Agorà (pag. 23 http://tinyurl.com/ovkmwv4), seguito da due interviste allo scienziato Mario Marazzi e alla biogiurista Mariachiara Tallacchini.

HenriettaLacksL’ennesima puntata della straordinaria vicenda delle cellule HeLa ha suscitato nuovi interrogativi, ma ha anche favorito un nuovo approccio – più trasparente e responsabile, si spera – nei rapporti tra scienza e società.
La linea cellulare «immortale» su cui hanno studiato tutti i medici degli ultimi cinquant’anni – che è servita a sviluppare il vaccino contro la polio e i farmaci contro l’Aids, a indagare gli effetti delle radiazioni atomiche e a molte altre sperimentazioni – proviene infatti da una raccoglitrice di tabacco, l’afroamericana Henrietta Lacks (da cui la sigla HeLa), morta nel 1951 a 31 anni per un cancro alla cervice uterina, lasciando marito e 5 figli. La storia di questa donna è stata raccontata dalla giornalista scientifica Rebecca Skloot in un libro accurato e coinvolgente (La vita immortale di Henrietta Lacks, Adelphi 2011), che ha sollevato i pro­blemi del consenso informato nella ricerca medica (anche per l’utilizzo di tessuti e informazioni biologiche) e della possibilità che big pharma tragga profitti dalle cellule di un donatore inconsapevole.
La vicenda è tornata d’attualità quest’anno per la pubblicazione (anche online) del genoma delle HeLa da parte di un team di ricercatori del Laboratorio europeo di biologia molecolare di Heidelberg (Germania), guidati da Lars Steinmetz. La reazione della famiglia Lacks ha riaperto il dibattito, coinvolgendo i National Institutes of Health (Nih), l’agenzia governativa statunitense dedicata alla ricerca biomedica. Il prelievo di un campione delle cellule tumorali di Henrietta venne effettuato – durante le cure – quasi sicuramente a sua insaputa: rappresentava una routine per i medici che cercavano inutilmente di far cre­scere linee cellulari per la ricerca.
È anche verosimile che la donna non abbia mai saputo quanto inaspettatamente si verificò nei laboratori: le sue cellule cancerose si moltiplicavano con una vitalità che lasciò stupefatti gli scienziati. Negli anni seguenti, le linee cellulari derivate da quel tessuto – distribuite all’inizio in forma gratuita e per amicizia personale dai ricercatori a colleghi di altri laboratori – hanno dato materia a centinaia di studi sugli argomenti più vari della biologia e della medicina, hanno costituito la base per le ricerche di almeno due premi Nobel ma, giunte in possesso di case farmaceutiche, hanno anche costituito un business dagli enormi profitti.
In un’era in cui il consenso informato era di là da venire e la ricerca medica si svolgeva spesso ancora in modo pionieristico, sfruttando la serendipity e le intuizioni del singolo scienziato, questo poteva accadere senza piena consapevolezza dei diritti delle persone coinvolte. Tuttavia, una ventina d’anni dopo, alcuni ricercatori – incuriositi dalla possibilità che anche le cellule dei discendenti di Henrietta possedessero qualche caratteristica “speciale” – cercarono la famiglia Lacks per ottenere donazioni di sangue utili a ulteriori indagini, ma senza rivelare i loro veri obiettivi. Si è autorizzati a sospettare che gli scienziati si siano ap­profittati della subalternità sociale e culturale della famiglia Lacks: Henrietta fu curata all’ospedale Johns Hopkins di Baltimora, che all’epoca era uno dei pochi che ricoverasse persone di colore, e i suoi discendenti furono poi stretti fra necessità economiche (molti non potevano pagarsi i farmaci perché privi di assicurazioni) e problemi di droga e violenza.
Negli anni Settanta inoltre sono venute alla luce le discutibili sperimentazioni sui neri portate avanti per decenni a Tuskegee (uomini affetti da sifilide arruolati in uno studio sull’evoluzione della malattia non furono né informati della propria condizione né curati, neppure quando fu disponibile una terapia antibiotica adeguata) mentre, di tanto in tanto, emergevano notizie sulla grande utilità delle cellule di Henrietta e dei grandi guadagni che alcuni erano riusciti a trarne: è comprensibile che i Lacks fossero frastornati e inclini a credere che anche la loro parente fosse stata sottoposta a chissà quali esperimenti.
Negli ultimi anni, figli e nipoti di Henrietta si sono rappacificati con la scienza: sono stati più volte chiamati a manifestazioni in onore della progenitrice e – hanno detto – non vogliono impedire il progresso medico. Tuttavia sono rimasti stupiti – come ha riferito la Skloot sul New York Times – di non essere stati informati della pubblicazione del genoma delle HeLa sulla rivista G3: Genes, Genomes, Genetics (organo della Genetics Society of America), lamentando una violazione della loro privacy. Ne è nata, come ha scritto Nature, una «tempesta bioetica». Jonathan Eisen, docente di biologia a Davis (Università della California), si è detto sbalordito della pubblicazione senza il consenso della famiglia e Yaniv Erlich, fellow al Whitehead Institute for Biomedical Research (Massachusetts) ha ribadito che dal Dna delle HeLa si possono inferire dati relativi ai Lacks.
Sull’altro fronte il biologo Florian Markowetz (Università di Cambridge) ha giudicato la Skloot troppo coinvolta emotivamente con la famiglia Lacks e il suo collega Michael Eisen di Berkeley (Università della California) ritiene il caso di Henrietta Lacks talmente particolare da non poter costituire un esempio valido per stabilire un potere di veto delle famiglie (che Eisen esclude) sulla pubblicazione di dati genetici di un congiunto. Il team di Heidelberg si è scusato con i parenti e la rivista (cancellati i dati online – per quel che può valere) si è detta pronta a trovare una soluzione. E in agosto Francis Collins, già a capo del Progetto Genoma e ora direttore dei National Institutes of Health, ha annunciato che è stato raggiunto un accordo con la famiglia Lacks, che ha avuto grande risalto sulle principali riviste scientifiche: un paio di discendenti di Henrietta prenderanno parte a una commissione mista con scienziati dei Nih per decidere di volta in volta quali informazioni relative al Dna delle cellule HeLa potranno essere pubblicate. Il caso HeLa è (forse) chiuso, l’auspicio è che abbia fatto scuola.

Le interviste

MARAZZI: IN MEDICINA NULLA SI FACCIA SENZA CONSENSO

«Sono favorevole alla soluzione trovata perché coinvolge i familiari, dato che ai tempi non era stato chie­sto il consenso alla donatrice». Mario Marazzi, responsabile della Struttura semplice di Terapia tissutale dell’ospedale Niguarda di Milano, non­ché della Banca della pelle e della annessa Cell factory – punti di riferimento nazionali per la cura delle ustioni –, sottolinea che oggi «non si può più agire senza consenso in medicina. Quando preleviamo cellule della pelle a un paziente ustionato per curarlo, gli chiediamo l’autorizzazione a usarle an­che per altri».
L’intervento della famiglia Lacks crea ostacoli alla ricerca?
«Certamente la ricerca, il cui fine è sviluppare nuove cure, non va bloccata. Ma è necessario mantenere un adeguato controllo a opera di enti governativi sopra le parti e definire una legislazione internazionale che tuteli il donatore». 
Come agite per prelevare cellule?
«Dobbiamo avere il consenso del donatore (o dei parenti, in caso di cadavere) per qualunque utilizzo, anche per distruggerle. Per conservarle occorre essere una “banca” biologica, cioè una struttura pubblica autorizzata dalla Regione o dal Centro nazionale trapianti (Cnt); e per utilizzarle in una terapia occorre essere una cell factory, cioè un laboratorio certificato dall’Agenzia italiana del farmaco: le cellule manipolate in laboratorio sono assimilate a farmaci». 
Potete vendere le cellule?
«Siamo autorizzati da Cnt e Comitato etico di Niguarda a migliorare le tecniche per produrre linee cellulari. Se servono ad altri ospedali le cediamo al solo costo della manipolazione, stabilito da ospedale e Regione. Non si fa business».
TALLACCHINI: LA STRADA DELLA CORRETTEZZA È ALL’INIZIO

«È chiaro che sistemare le cose “ex post” ha un valore simbolico (e vale solo per il caso HeLa). Però, al tempo stesso, è la linea di confine per il futuro: d’ora in poi quel modo di procedere è messo al bando». Per Mariachiara Tallacchini, docente di Filosofia del diritto e di Scienza, tecnologia e diritto alla Cattolica di Piacenza, «il valore del caso Lacks è aver aperto una porta sul futuro mentre si archivia il passato, facendone però tesoro». 
Cosa comporta per i ricercatori il coinvolgimento dei discendenti di Henrietta nella pubblicazione delle HeLa?
«Le regole per l’etica della ricerca stanno cambiando e vanno in direzione di un atteggiamento più inclusivo nei confronti dei donatori, sempre più “cittadini” che “pazienti”: sia perché non necessariamente le ricerche riguardano soggetti malati, sia perché il coinvolgimento è ormai concepito come diritto di cittadinanza scientifica». 
Che cosa ci insegna la vicenda delle cellule HeLa?
«Riassume la storia di questa svolta: dalla inconsapevolezza degli anni Cinquanta alla protratta inerzia del mondo scientifico (e della sottesa economia) nel non vedere». 
Ora i diritti dei donatori saranno garantiti meglio?
«La strada da percorrere è appena iniziata: non tanto per il caso Lacks, ma per rivedere l’etica della ricerca su informazioni e materiali biologici. Ancora più dopo che si è accertato che anche dati genetici anonimi possono essere identificati (Yaniv Erlich in Science, 18 gennaio 2013). Anonimizzazione e privacy, scudo retorico di una visione che voleva la scienza separata dalla società, vanno ripensati per una reale collaborazione tra le due».

«È cambiato il modo di fare ricerca»

Sulla sentenza della Corte suprema dell’India che ha rifiutato di riconoscere il brevetto di Novartis su un antitumorale, questa è la mia intervista pubblicata oggi su Avvenire (pag. 4) alla biogiurista Mariachiara Tallacchini.

indiaStanno cambiando in tutto il mondo e in di­versi ambiti i para­digmi del fare scienza, e so­prattutto della trasmissio­ne della conoscenza, che appare sempre meno con­finabile in un brevetto. Ma­riachiara Tallacchini, do­cente di Filosofia del dirit­to e Scienza, Tecnologia e Diritto presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Uni­versità Cattolica di Piacen­za, intravede nell’ennesi­ma sentenza, in questo ca­so indiana, lo sgretolarsi di un modello che richiede un ripensamento ad am­pio raggio.
Si può parlare di sentenza “politica” tesa a difendere il proprio interesse nazio­nale?
Direi di no. Talvolta lo so­no state, soprattutto quan­do si trattava di decisioni di governi: Canada, Suda­frica, Francia, per esempio che hanno rifiutato di ri­spettare un brevetto. In questo caso il no è passato attraverso una corte, cioè il meccanismo usuale per queste decisioni, come gli uffici dei brevetti hanno preso decisioni anche po­litiche arroccandosi dietro il linguaggio tecnico, con cui gli ingegneri riescono a trovare un passaggio in­ventivo. La logica anche politica degli uffici dei bre­vetti non convince più. E proprio l’India sta pren­dendo le contromisure con alcune iniziative.
Di che cosa si tratta?
Il governo indiano ha av­viato la costituzione della Traditional knowledge di­gital library (Tkdl), dove vengono digitalizzate e conservate tutte le cono­scenze (in sanscrito) che corrispondono a tutta la sapienza tradizionale del Paese, che va da pratiche agrarie alla farmacopea a­gli usi industriali. Tutto questo per evitare il ripe­tersi dell’effetto del neem, (l’albero tradizionalmente utilizzato dagli indiani per molte sue proprietà curati­ve, al centro di una lunga battaglia legale per la revo­ca di un brevetto su un suo derivato ottenuto da un’a­zienda occidentale). In quel caso alla fine gli in­diani hanno vinto davanti al Wto perché hanno di­mostrato che mancava l’a­spetto dell’innovazione, non erano davvero cono­scenze innovative.
In questo caso?
Qui non si tratta di “tradi­tonal knowledge”, ma di u­na molecola che ormai è nel dominio pubblico e che l’azienda voleva rin­verdire con un brevetto che non aggiunge nulla. In ge­nerale è in atto una revi­sione delle modalità di ac­cesso alla conoscenza, per cui si tende a ritenere che la conoscenza deve essere libera e non può essere le­gata da meccanismi di pro­prietà intellettuale. In par­ticolare quando questo ri­guarda risorse condivise, come il patrimonio gene­tico…
Ma l’azienda come difen­de il suo lavoro allora?
In realtà il problema è che in tanti settori cambiano le forme di produzione della conoscenza: moltissima viene prodotta non nei luoghi dove si fa istituzio­nalmente ricerca, ma sem­pre di più con il coinvolgi­mento diretto delle perso­ne, per esempio con se­quenze genetiche di mala­ti per trovare nuovi farma­ci. Ricordiamo lo scandalo che ha creato la sequenza genetica per il Parkinson brevettata da “23andme” negli Stati Uniti, utilizzan­do i materiali biologici messi a disposizione da milioni di malati. E l’a­zienda si è difesa sottoli­neando come il problema siano i meccanismi di commercializzazione del­le industrie farmaceutiche.
La questione sembra am­pliarsi. Come se ne esce?
Attualmente nessuno ha la risposta legale certa per co­me proteggere adeguata­mente l’innovazione, ma il problema non è quello del­l’azienda che lamenta di non poter fare ricerca. Sia­mo di fronte a un passag­gio del sistema di proprietà intellettuale che si sta sgre­tolando, anche l’industria si può impegnare nel tro­vare forme alternative. Pensiamo all’open source nell’informatica, o all’open access delle pubblicazioni scientifiche, alle start-up di “biologia nel garage”, o allo stesso copyright. For­se oggi non sarebbero più possibili la nascita dei co­lossi dell’informatica o del­la farmaceutica. Ma la que­stione più generale è quel­la dell’apertura della co­noscenza.