Perché il nostro mondo tecnologico non può fare a meno dei classici

20180403_184317Di classici si parla spesso, a intervalli ricorrenti, ripetendo interrogativi antichi di secoli sull’opportunità di continuare a dedicare loro spazio, rispetto alla possibilità di privilegiare – soprattutto a scuola – argomenti e materie più vicine all’attualità, ritenute più utili per il mercato del lavoro. Nel dibattito si mescolano due aspetti: conoscenza delle lingue classiche (sostanzialmente latino e greco) e conoscenza dei testi classici, anche se è evidente che, abolendo o limitando la conoscenza della lingua, si restringerebbe anche la possibilità di apprezzare testi e messaggi delle letterature classiche. Sul fronte della lingua non sono mancati i difensori: per citare solo i più recenti, Andrea Marcolongo per il greco e Nicola Gardini per il latino. Invece ai contenuti, alla conoscenza dei classici in quanto patrimonio di cultura è prevalentemente dedicato  l’agile volume Ritorno ai classici. Dieci saggi, edito lo scorso anno da Vita & Pensiero, che riunisce articoli di autori diversi, pubblicati tra il 2005 e il 2017 sulla rivista Vita&Pensiero (con prefazione di Alessandro Zaccuri) talora allargando lo sguardo fino agli autori delle letterature moderne. Storici. filosofi, letterati, poeti, insegnanti, ma anche un biblista e due scienziati: tutti sostanzialmente concordi nel ritenere un bene per la nostra società conoscere opere scritte da alcuni degli ingegni più alti che l’umanità abbia avuto e tenere in considerazione i valori che hanno espresso. Che ci sia sempre stato chi vuole fare tabula rasa del passato è dimostrato da Cicerone, che sosteneva (Orator 34, 120) che non conoscere ciò che è accaduto prima di noi significa rimanere eterni bambini. In tempi molto più recenti, Italo Calvino nel suo famoso articolo «Perché leggere i classici» (1981) proponeva ben 14 definizioni e concludeva che «la sola ragione che si può addurre è che leggere i classici è meglio che non leggere i classici». Mi piace però aggiungere la definizione di testo classico che proponeva già nel 1980 l’italianista Paolo Paolini, che fu anche mio professore al liceo: «Un libro che a ogni lettura rivela nuovi significati, nuovi aspetti e nuove sfumature, dà nuove risposte, in definitiva regala nuova bellezza». Parole che prefiguravano la definizione numero sei di Calvino: «Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire».

Nel volume di Vita&Pensiero si parte con il saggio del cardinale Gianfranco Ravasi, che esamina l’incontro tra classici (greci e latini) e Nuovo Testamento. Lungi dal volerli contrapporre, Ravasi segnala – sintetizzando osservazioni di Giovanni Paolo II – che «la Bibbia si presenta modello di inculturazione o acculturazione sia a livello linguistico, sia in ambito letterario (si pensi ai generi letterari), sia nell’orizzonte ideale. E su questa via s’incamminò la tradizione cristiana».

L’italianista Claudio Scarpati osserva che «i classici contengono figure, meditazioni, vicende attraverso cui le generazioni che ci hanno preceduto sono passate, hanno tentato di decifrare il mondo e di penetrare nel groviglio degli interrogativi che l’uomo si pone quando è lucido e libero». Ed esorta ogni insegnante a non demordere nel proporre i testi classici: «Se concede agli studenti la stima che meritano, può ritenerli degni di andare con il suo aiuto incontro a testi che hanno sollecitato l’attenzione di chi li ha letti in passato e ha trovato in essi qualcosa di rilevante per la propria esistenza. Sono i testi che parlano, più di colui che li propone».

La storica Cinzia Bearzot ritiene che del patrimonio della cività occidentale (fatto di concetti, valori e discipline) «è necessario alimentare la memoria per mantenere viva, attraverso di essa, un’identità consapevole». Riprendendo concetti già di Antonio Gramsci la studiosa spiega che «senza la memoria del passato, il presente diviene incomprensibile», e «non c’è identità senza conoscenza del proprio passato e senza un confronto critico con esso». La conoscenza del greco e del latino «è uno strumento imprescindibile di confronto interculturale, che permette di accedere a un patrimonio immenso di testi e di penetrare criticamente nel pensiero e nella cultura degli antichi, individuando le continuità e riconoscendo le alterità, senza accontentarci di una conoscenza superficiale degli elementi costitutivi della nostra tradizione culturale».

Il poeta Valerio Magrelli propone di ritornare ai classici in modo più libero, per scelta e non per dovere scolastico. Ma aggiunge che bisognerebbe ritradurre i classici. Traduzioni che datano a quaranta, cinquant’anni fa non sono più percepibili: il salto linguistico è troppo ampio: «Sarebbe straordinario se la scuola riattivasse tutta l’ampiezza dello spettro espressivo della letteratura greca e latina. Sono convinto che si otterrebbe, da parte dei ragazzi, una risposta entusiastica».

Il filosofo Dario Antiseri, richiamando la teoria ermeneutica di Hans-Georg Gadamer, sottolinea che «tutta la ricerca scientifica avanza sul sentiero delle congetture e delle confutazioni, procede per trial and error». E poiché si impara dall’errore «si comprende l’urgente necessità di una didattica che punti sui problemi più che sugli esercizi, che insista sullo sfruttamento pedagogico dell’errore e che sempre in vista della costruzione di menti critiche, investa su pratiche didattiche come: il tema argomentativo, versioni di greco e di latino, il riassunto, esperienze di storiografia locale». Tutte «preziose pratiche ermeneutiche e, dunque autentiche pratiche di tipo scientifico».

L’umanista Carlo Carena, che alla sua veneranda età mostra di apprezzare i benefici dello strumento Internet, non manca però di ammonire che in un tempo che sembra freneticamente lanciato in avanti «il classico ha bisogno per eccellenza di ascolto e di riflessione, è fermo nella sua costituzione, tanto profonda è la sedimentazione della tradizione e del mestiere presenti nelle sue pagine; tanto complesso e vasto è il suo modello antropologico».

Da scienziato, Alberto Oliverio ammonisce che «l’entusiasmo nei confronti della tecnologia […] non può comportare un’ignoranza dei valori insiti in una cultura classica. La lettura dei classici greci e latini consente infatti un’approfondita comprensione dei rapporti umani, della politica, dei valori». La cultura classica è importante anche per scienziati e tecnologi – avverte – «il cui pensiero non può essere monodirezionale». Allo stesso tempo suggerisce di superare la separazione tra le «due culture» trascinando il lettore «nei campi della scienza attraverso il cavallo di Troia della scrittura creativa, coinvolgendolo emotivamente in trame e vicende che derivano da un ambito indubbiamente poco noto ai profani qual è il mondo della scienze e delle tecnologie».

Paola Mastrocola, insegnante e scrittrice, difende l’importanza della conoscenza delle parole, con la loro «ricchezza polisemica e simbolica»: «Vorrei che i ragazzi non perdessero la capacità di capire e usare le parole. Ecco perché vorrei che studiassero latino e greco, in tanti, il maggior numero possibile» e che «al centro ci fosse sempre la traduzione, la sfida più difficile». Nello specifico, «il latino e il greco mi sembrano lo strumento ideale per acquisire quell’attenzione alle sfumature lessicali, all’etimologia, ai legami logici, all’architettura delle frasi, alle sottigliezze infinite del senso, insomma tutto ciò che ci consente di “capire” davvero», non solo un testo greco, ma qualsiasi libro.

La grecista Antonietta Porro osserva che la tradizione non è «un motore immobile» e «la nostra tradizione classica ha generato opere d’arte, letteratura, forme di pensiero diverse nel tempo, perché essa è stata modificata dalla sua ricezione, cioè dalla relazione con il tempo, con la storia». Quanto al liceo classico, accostare le civiltà antiche senza la conoscenza della lingua, nasconde l’insidia di abolirne di fatto lo studio: «La lingua è, nel caso delle scienze dell’antichità, lo strumento ineludibile per introdursi alla civiltà ed è testimonianza essa stessa della mentalità che la esprime».

Infine il fisico Guido Tonelli ribadisce che «una formazione basata sulle traduzioni dal greco e dal latino addestri meglio la mente duttile dei giovani all’uso implacabile della logica; che è lo strumento principe con cui si sviluppano discipline che solo apparentemente sembrano così diverse fra loro, come la filosofia e la fisica». E aggiunge: «Di cultura umanistica c’è bisogno per far progredire la società, per definirne gli scopi, e per dare un senso e umanizzare lo stesso processo scientifico». Concludendo: «Oggi la scienza progredisce a ritmo incalzante. Chi allora, se non i filosofi, gli umanisti, gli artisti, potrà dare senso all’esistenza umana nell’epoca del dominio della scienza e della tecnologia?».

Parole che mi sembrano da sottoscrivere pienamente, anche se probabilmente il dibattito è destinato a non terminare mai.

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Latino, patrimonio dell’umanità. Che dona libertà e bellezza

Recensione del libro di Nicola Gardini: Viva il latino

Il cuore del libro è nel capitolo conclusivo, quando l’autore contraddice efficacemente l’irritante definizione di “lingua inutile” del sottotitolo. Ma scorrendo i capitoli, anche chi non ha mai letto nulla in latino viene accompagnato in un viaggio appassionante attraverso una grande varietà di testi letterari, in versi e in prosa, che fanno sorgere spontanea una domanda: perché dovremmo rinunciare a tanta ricchezza? Con Viva il latino. Storie e bellezza di una lingua inutile (Garzanti) Nicola Gardini, docente universitario di Letteratura italiana e comparata a Oxford e affermato autore di saggi, traduzioni, romanzi e poesie, si rivolge a un pubblico principalmente di giovani. Ma, aggiunge, il libro può essere letto con profitto anche dagli adulti, ex liceali o meno. Mi augurerei da coloro che sono a vario titolo coinvolti nelle attività di programmazione scolastica ai piani più alti, e che – periodicamente – mostrano preoccupanti insofferenze verso le materie umanistiche, o formative nel senso più ampio del termine.

Partiamo quindi dal fondo. Gardini invita a riflettere su come il concetto di utilità quando si parla di formazione sia triste e pericolosamente limitato. E domanda, in un’epoca di «resa alle macchine» o alla tecnologia, che cosa l’individuo umano debba sapere «dei bisogni non immediati, delle necessità non pratiche e non evidentemente materiali, ma non per questo meno urgenti» In una parola «del cosiddetto spirito» (corsivo dell’autore). In generale sottolinea l’importanza «dell’interpretazione: senza interpretazione non c’è libertà, e senza libertà non c’è felicità». Rifiuta il «fragile argomento degli “utilisti”», cioè che il latino «serve a formare la mente» (non è motivo sufficiente per studiarlo, ma non demolirei del tutto l’assunto). E liquida l’accusa di lingua morta, distinguendo opportunamente la forma scritta (e perenne) di una letteratura da quella orale, estremamente labile. E una letteratura – specifica Gardini – che ha stimolato (e continua a stimolare si può aggiungere) «la creazione di altra letteratura».

Quanto sia variabile e la produzione letteraria della latinità, Gardini mostra nel succedersi dei capitoli, dedicati a un autore – poeta o prosatore – tra i più famosi, mettendone in evidenza sia alcune caratteristiche del pensiero, sia la qualità dell’espressione linguistica, scegliendo testi che «continuano a dirci cose importanti sul senso della vita e della società». Si spazia dall’aspetto «primitivo» del latino di Catone il Censore, che ha comunque «una sua innegabile forza artistica», alla prosa «esatta» di Cesare; dalla capacità della poesia di Lucrezio di «estendere il significato delle parole latine» per esprimere concetti filosofici al turpiloquio di Catullo che «serve principalmente da strumento di protesta sociale». Ancora, dalla ricchezza della lingua poetica dell’Eneide di Virgilio a quella dell’Ovidio delle Metamorfosi, «poema della giustizia»; dalla brevità e variatio di Tacito alla linearità asciutta di Seneca e alla lingua, diversamente tra loro ma ugualmente inventiva, di Petronio e Apuleio. Fino a un cenno al latino cristiano, con le mutazioni semantiche e sintattiche funzionali al nuovo discorso sacro. Qualche parola in più dal capitolo su Cicerone, che «ha rifondato la prosa sia come prassi sia come concetto»: «La cura della forma, la precisione semantica, la corrispondenza delle parole all’argomento, la scelta di termini che non uscitino sorpresa o disapprovazione in chi legge o ascolta, la ricerca della chiarezza e dell’eleganza, il rispetto della grammatica» è l’eredità che ci lascia il latino ciceroniano.

Mi piace infine sottolineare il richiamo di Gardini alla famosa lettera in cui Niccolò Machiavelli descrive a Francesco Vettori (10 dicembre 1513) il suo dialogo con gli «antiqui huomini», perché era stata oggetto quasi delle stesse riflessioni durante i miei studi liceali da parte dei docenti sia di italiano sia di storia. Colpisce, scrive Gardini, «l’impegno a entrare nel mondo degli antichi… lo sforzo di comprendere storicamente, di uscire da sé e di avvicinarsi all’altro». Uno storicismo che mette in guardia da troppo facili assimilazioni: «Gli antichi ci parlano di sé. Noi, imparando chi sono loro, impariamo a parlare di noi stessi; diventiamo, per così dire, un pochino antichi anche noi, anziché pretendere che loro diventino moderni; immettiamo noi stessi nel flusso della storia, e questo non può che portare benefici correttivi alle nostre irresponsabili pretese di assolutezza».

La conclusione del libro ci riporta alla necessità – anche etica – di non riporre «nel solo benessere materiale la fonte di qualsivoglia felicità» (illusoria, aggiungerei), ma di prestare attenzione «all’educazione degli spiriti», compito che la letteratura assolve grazie alla capacità – tra le altre – di «ampliare i confini del vissuto attraverso nuove ipotesi di mondo», di «confezionare sentimenti ed emozioni e valori morali», e di «comunicare una speciale forma di piacere: quella del capire interpretando». Una condizione che aiuta a migliorare il mondo in cui viviamo. La letteratura latina resta un patrimonio di cui l’umanità farebbe bene a non privarsi.