Il destino dell’anima nel mistero dell’universo. Porfirio, filosofo neoplatonico, interpreta Omero

Conciliare Omero con Platone, la poesia e la “sapienza” omerica con la filosofia platonica era un problema non indifferente per i seguaci dell’Accademia. Il bando dei poeti che Platone – nella Repubblica (607a) – aveva decretato nella sua città ideale non escludeva infatti il sommo vate, nonostante l’elogio alla funzione di educatore svolta da Omero per la Grecia. Ecco quindi che l’interpretazione allegorica dei poemi epici consentiva di superare molte obiezioni che il testo letterale suscitava: già in età arcaica infatti, Eraclito di Efeso e Senofane di Colofone avevano criticato l’aspetto antropomorfo e i comportamenti poco edificanti degli dei omerici. Questo scopo però non esaurisce la complessità di significati e l’intreccio di tradizioni culturali e religiose che sono comprese nell’opera, L’antro delle ninfe, che il filosofo Porfirio di Tiro (232-305 circa, noto soprattutto come allievo di Plotino) dedica all’interpretazione di undici versi del canto XIII dell’Odissea (102-112) i quali, posti al centro del poema, ne finiscono per costituire, secondo questa interpretazione neoplatonica, una chiave di lettura mistica.
Si tratta di un testo di esegesi omerica “filosofico-teologica” che risale alla seconda metà del III secolo dopo Cristo, ricchissimo di rimandi e allusioni che solo con l’aiuto di un esperto è possibile cogliere. In questo percorso è ottima guida il commento che la grecista Laura Simonini ha dedicato all’Antro delle ninfe nell’edizione pubblicata da Adelphi trent’anni fa (1986) nella prestigiosa collana dei «Classici» e ristampata vent’anni dopo in formato tascabile (di facile reperibilità).
Questi, nella traduzione della curatrice, i versi omerici in questione:

In capo al porto vi è un olivo dalle ampie foglie:                                                      102
vicino è un antro amabile, oscuro,
sacro alle Ninfe chiamate Naiadi;
in esso sono crateri e anfore                                                                                          105
di pietra; lì le api ripongono il miele.
E vi sono alti telai di pietra, dove le Ninfe
tessono manti purpurei, meraviglia a vedersi;
qui scorrono acque perenni; due porte vi sono,
una, volta a Borea, è la discesa per gli uomini,                                                          110
l’altra, invece, che si volge a Noto, è per gli dei e non la
varcano gli uomini, ma è il cammino degli immortali.                                             112

Siamo a metà dell’Odissea: dopo mille peregrinazioni, il solo Odisseo – persi tutti i compagni, le navi e ogni bottino della guerra di Troia – è stato salvato dai Feaci, che si impegnano a ricondurlo in patria. La loro nave è approdata a Itaca, dove Odisseo sarà sbarcato addormentato assieme agli oggetti preziosi che il re Alcinoo e i suoi nobili consiglieri gli avevano donato. Svegliatosi, l’eroe greco incontrerà Atena, la dea amica, che gli si presenterà sotto le spoglie di un giovane e che – dopo essersi fatta riconoscere – lo aiuterà a nascondere nell’antro i beni ricevuti dai Feaci ed escogiterà con lui il piano per eliminare i pretendenti, che a corte cercano di ottenere la mano di Penelope, e riprendere possesso del regno.
Nell’introduzione del volume, Laura Simonini spiega che il pensiero neoplatonico che guida l’esegesi allegorica porfiriana del passo dedicato all’antro delle Ninfe è «il dramma della discesa dell’anima nel mondo della generazione e del suo ritorno al divino. L’antro rappresenta il cosmo, Ninfe e api significano il formarsi del corpo intorno alle ossa; le due porte dell’antro, infine, sono le vie di discesa e di risalita nel percorso cosmico dell’anima». L’interpretazione finale di Porfirio riguarda lo stesso personaggio di Odisseo, che diventa «simbolo dell’anima che è passata attraverso la generazione ed è approdata alla vera patria».

Un simbolo del cosmo stellato

Porfirio ritiene necessario svolgere un’interpretazione allegorica del passo, che – dice subito – «è un enigma». La scarsa verosimiglianza della scena (ninfe che tessono su telai di pietra in una caverna buia) e di altri particolari (gli ingressi divisi per uomini e dei) porta il neoplatonico a precisare che «non si tratta di una finzione poetica composta casualmente per affascinare l’anima del lettore», ma che il passo cela un’allegoria mistica di cui si propone si svelare il significato. Per farlo affronta un lungo percorso che parte dalla identificazione dell’antro con il cosmo: «È luogo sacro e del sacro – spiega Simonini – equivalente a un tempio… Poiché è luogo di (ri)nascita iniziatica deve dare accesso ai dominii sotterranei, infernali, e a quelli sovraterrestri, corrispondendo perciò alla nozione di centro». Porfirio risale ai significati che l’antro rivestiva per tradizioni culturali ben più ampie di quelle classiche: dal culto di Mitra inaugurato da Zoroastro a quella degli oracoli caldei. Simonini svela nelle allusioni di Porfirio riferimenti alle Idee di Platone, ai misteri di Dioniso, alle dottrine stoiche e alle credenze orfiche. Con ninfe Naiadi, spiega poi Porfirio, «indichiamo in senso specifico le potenze che presiedono alle acque ma i teologi designavano in generale tutte le anime che discendono nella generazione». Il tema dell’anima richiede un’ampia esegesi nel commento, che illustra tesi platoniche, pitagoriche, stoiche, ma anche credenze dell’Egitto e del Vicino Oriente e persino passi della Bibbia (Porfirio cita lo pneuma di Genesi 1,2) conosciuta tramite Filone, che ne dava anche una lettura allegorica. Questi capitoli, scrive Simonini, «vanno letti inquadrandoli nella concezione dell’anima elaborata dai neoplatonici» che la vedevano come «pura essenza intellegibile», a differenza dell’anima “pneumatica” che «è una forma di anima inferiore che è all’origine della conoscenza sensibile e della vita passionale». La simbologia dell’anima è affidata alle Ninfe delle acque e alle api, conclude la curatrice, proponendo una lettura che distingue due momenti: «Le Ninfe potrebbero rappresentare le anime immortali che nascendo si sposano al corpo tessuto su telai di pietra, le anime che, entrate nel mondo della generazione per la porta settentrionale dell’antro-cosmo, stanno per incarnarsi e iniziare il loro ciclo terreno, legato al divenire. Le api, invece, potrebbero simboleggiare l’anima iniziata che, compiuta la vicissitudine terrena e abbandonato il corpo, tende a uscire per l’altra porta della grotta e a tornare alla sede divina».
Per chiarire il senso delle due porte, Porfirio riprende il concetto di antro simbolo del cosmo e compie un’ampia esposizione sui dodici segni zodiacali nel cielo, attribuendo uno speciale significato ai due segni che intersecano l’eclittica ai tropici: Cancro (in corrispondenza della porta settentrionale e via per le anime che discendono nella generazione) e Capricorno (porta meridionale, via di risalita delle anime che tornano agli dei). Nel commento, Laura Simonini sottolinea che «l’introduzione del thema mundi (cioè la disposizione dei segni dello zodiaco all’inizio del mondo) è ben lungi dall’essere una digressione di Porfirio. Esso spalanca improvvisamente l’orizzonte al di là e oltre l’antro, vera imago mundi. Ma qual è il vero mondo, la vera terra?» Porfirio cita ampiamente da Numenio, siriano del II secolo d.C., filosofo neoplatonico (o neopitagorico), di cui si sa molto poco, ma che influì moltissimo sul discepolo di Plotino. Il commento coglie i riferimenti alle credenze cosmologiche antiche, dal mito della cavità del Fedone platonico alle tradizioni pitagoriche e parmenidee, dalle speculazioni misteriche di Iside e di Mitra alle dottrine di Zoroastro, che risultava legato anche al mito di Er narrato nella Repubblica di Platone. Fino a illustrare le teorie sulla Via Lattea «apparsa fin da tempi immemorabili via dei morti o degli spiriti, o più esattamente un sentiero celeste che collega il mondo divino a quello terrestre». Sebbene di origine più antica, «fu soprattutto il pitagorico Numenio – osserva Simonini – a propagare la credenza caldeo-iraniana del percorso planetario delle anime e della risalita delle anime giuste fino alla Via Lattea».
Porfirio poi torna a esaminare l’olivo citato nel primo verso del passo analizzato (102): «Non si tratta di una pianta germogliata lì per caso: essa abbraccia e dà unità all’intero enigma dell’antro». L’olivo è simbolo della saggezza della dea Atena, e la saggezza «ha un significato rilevante – commenta Simonini – nell’etica di Porfirio, che sviluppa con originalità spunti plotiniani». Il filosofo la definisce come «pensiero che conduce l’anima verso l’alto»: l’incontro con la saggezza quindi «è anche incontrare o ritornare a se stessi, purificarsi». Porfirio in conclusione cita i discepoli di Numenio che «ritennero che Odisseo per Omero fosse nell’Odissea l’immagine di colui che passa attraverso tutti gli stadi della generazione per ritornare in tal modo tra coloro che sono estranei a ogni flutto e inesperti del mare» (secondo la profezia di Tiresia in Odissea XI, 122-123). Gli «stadi della generazione» richiamano ancora una volta, secondo dottrine platoniche e pitagoriche e tenendo conto del simbolo mitraico della scala a sette porte, le peripezie dell’anima nel cosmo alla ricerca della vera patria. «Ora si inquadra meglio – osserva Simonini – la digressione sul thema mundi, l’oroscopo del mondo: esso è l’inizio ma anche il termine delle peregrinazioni cosmiche dell’anima e delle sue metensomatosi». Omero, conclude Porfirio, «ha nascosto l’immagine di realtà più divine sotto la finzione di una favola».

Molte tradizioni, un unico sapere, le domande di sempre

Questa rapida sintesi, per quanto appaia corposa, non rende pienamente ragione della grande quantità di tradizioni analizzate nel commento di quest’operetta (testo e traduzione occupano 25 pagine ciascuno, il commento ben 162). Dall’indice degli autori moderni citati emergono non solo filologi classici e studiosi del mondo antico, ma anche filosofi e storici delle religioni. Per non parlare delle fonti, che spaziano da un ampio numero di opere letterarie greche e latine classiche e dagli ovvi scolii omerici (compresi commentatatori più tardi come Eustazio) ai frammenti degli orfici, dai testi della letteratura vedica ai passi biblici, fino a molti autori cristiani e padri della Chiesa. La scomparsa della curatrice prima della pubblicazione rende forse ragione di un paio di punti non chiarissimi; non molto apprezzabile mi pare la scelta editoriale di trascrivere le parole greche in caratteri latini.
L’interesse che suscita questo testo non deriva tanto dalla sua qualità letteraria, quanto dalla sua polytropia, quella versatilità di cui è simbolo lo stesso Odisseo (vedi Odissea I, 1). Laura Simonini vede in questo testo «una particolare esemplificazione della polytropia letteraria: il dramma dell’anima è raccontato nei molti modi dei sophoi, come attraverso gli infiniti rivoli di un unico, grande “sapere”. Porfirio afferma programmaticamente il suo ricorso alla tradizione: con l’aiuto degli antichi e con le proprie capacità egli cerca di rin-tracciare il cammino che porta alla comprensione, alla verità; con quegli antichi che sono un tesoro di saggezza. E non solo gli antichi e i teologi della tradizione greca, ma un insieme di culture e di tradizioni che abbracciano tutto il mondo dell’epoca: egiziani, caldei, romani, gnostici, ermetici, mitraisti, le scritture bibliche». Una interpretazione con una molteplicità di piani e di significati quali poteva compiere un dotto pagano – e fieramente anticristiano – della tarda antichità, nella ricerca – peraltro senza tempo e senza confini culturali o religiosi – delle risposte ai misteri dell’esistenza.

Questa presentazione è un piccolo tributo a un’insegnante appassionata, che ha contribuito negli anni liceali a farmi amare la lingua e la letteratura greche, e in particolare le opere teatrali.