Ambulatori e case di cura. La lezione africana di Maria Bonino

In occasione del decennale della morte in Angola della pediatra italiana Maria Bonino, il mio articolo pubblicato ieri su Avvenire ricorda in breve la figura del medico missionario e le opere che la Fondazione che ne porta il nome si sforza di continuare a sostenere in favore delle popolazioni africane.

mariaboninoDieci anni dopo la sua morte, avvenuta in Angola il 24 marzo 2005, i semi di bene che Maria Bonino ha gettato in Africa – e non solo – continuano a crescere e fruttificare. La pediatra biellese, aostana di adozione, rimase vittima dell’epidemia del morbo di Marburg (causato da un virus simile a Ebola) che colpì la regione di Uige. Gli allarmi che la dottoressa Bonino – volontaria per conto del Cuamm – lanciava da mesi sulle morti di bambini per misteriose emorragie, ricevettero poca attenzione dalle autorità sanitarie internazionali, fino a quando non cominciò ad ammalarsi il personale sanitario. Ma mentre dagli statunitensi Centers for disease control and prevention (Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie) di Atlanta veniva identificata l’origine del terribile morbo, Maria Bonino rimaneva contagiata e si spegneva in una decina di giorni a Luanda.
A meno di un anno dalla sua scomparsa nacque la Fondazione Maria Bonino onlus, costituita dai parenti più stretti e dagli amici più cari e sostenuta da tanti benefattori (enti e privati) che avevano conosciuto la generosità, il rigore e la dedizione verso le popolazioni africane – specie le più povere – che caratterizzavano l’impegno della pediatra italiana. Uno dei primi obiettivi che la Fondazione si pose fu mettere a punto un protocollo che permettesse quel rimpatrio in emergenza del personale sanitario, contagiato da malattie infettive gravissime, che non si era riusciti a garantire a Maria. Il protocollo, racconta Paolo Bonino (fratello di Maria e presidente della Fondazione), «è stato messo a punto in pochi mesi, anche grazie all’intervento dell’allora capo della Protezione civile, Guido Bertolaso (che aveva conosciuto Maria in Africa) ed è stato utilizzato nei mesi scorsi per rimpatriare i sanitari spagnoli e l’italiano Fabrizio Pulvirenti contagiati da Ebola. La stessa presidente di Emegency, Cecilia Strada, ha detto che pensavano a Maria mentre trasportavano in Italia il volontario italiano».
Tante le imprese sostenute dalla Fondazione, seguendo i passi di Maria in numerose missioni in Africa: «A Damba in Angola, dove operano i padri cappuccini – racconta ancora Paolo Bonino – sosteniamo la “Casa de Espera”, una struttura dove le partorienti, che vengono da molto lontano, soggiornano da quattro a sei settimane prima e dopo il parto: 11 posti letto, quasi sempre occupati». Spesso si seguono progetti che già Maria aveva avviato, o con cui aveva collaborato: «Per esempio con le comboniane ad Arua (in Uganda) che hanno un ambulatorio per bambini malnutriti – continua Paolo Bonino –, o con le suore di Madre Cabrini in Swaziland, dove sosteniamo il progetto “Strong mothers, strong babies” (Madri forti, bambini forti). O ancora all’ospedale di Wolisso (Etiopia) dove Maria era attesa dopo l’Angola, per un progetto Cuamm ancora in favore dei bambini malnutriti».
In questi giorni, dopo il momento di condivisione della memoria di Maria svoltosi sabato scorso a Biella (dove è in corso la mostra del pittore Valentino Bellucci, i cui quadri vengono venduti a favore della Fondazione Maria Bonino), un convegno sulle buone pratiche di cooperazione internazionale è in programma domani ad Aosta. Oltre al direttore del Cuamm, don Dante Carraro, saranno presenti tra gli altri i vincitori delle borse di studio messe a disposizione dalla Fondazione Maria Bonino e dall’Ordine dei medici di Aosta. Per informazioni: http://www.fondazionemariabonino.it