Malati di Huntington dal Papa per vincere la discriminazione

In vista dell’incontro dei malati di Huntington con papa Francesco in Vaticano di giovedì 18 maggio, su Avvenire oggi è stato pubblicato un mio articolo di presentazione

papa francescoSarà molto particolare l’udienza di papa Francesco di giovedì 18 mag­gio. A riempire la sala Paolo VI sa­ranno infatti malati di corea di Hun­tington, i loro familiari, le associazioni, medici e personale sanitario da tut­to il mondo: persone legate a questa grave malattia neurodegenerativa, che porta a morte e che dà origine spesso – soprattutto nei Paesi del Sud del mondo – a stig­ma ed emarginazione. Proprio dalla richiesta di maggiore dignità per i malati, che non devono essere tenuti nascosti (co­me avviene) quanto ottenere assistenza, nasce l’iniziativa «Mai più nascosta» (Hiddennomore, @HDdennomore è l’account Twitter) che ha portato all’udienza speciale in Vaticano.

La malattia di Huntington è ereditaria ed è causata da un gene mutato che, invariabilmente, si manifesterà – di solito dopo i 30-40 anni di età – con una serie di disturbi: problemi psichiatrici, movimenti involontari e decadimento cognitivo, do­vuti alla degenerazione di alcuni neuroni. Per quanto non esistano ancora cure riso­lutive, ad avere dato una svolta alla ricerca è stata l’individuazione del gene responsa­bile, grazie alle analisi sul sangue di una po­polazione del Venezuela (presso il lago Ma­racaibo) dove l’incidenza della patologia è particolarmente alta (altrettanto grave l’incidenza in altri Paesi sudamericani come Colombia e Argentina). La scoperta del gene ha portato progressi nelle cure, da cui però le popolazioni sudamericane non hanno trat­to beneficio. E proprio la necessità almeno di un “risarcimento morale” a tante perso­ne è alla base del movimento che ha porta­to all’udienza con papa Francesco. Spiega il significato di questo «evento umanitario» la scienziata Elena Cattaneo, promotrice dell’appuntamento (l’intervista è visibile sul si­to della sezione milanese dell’Associazione italiana Corea di Huntington, Aich): «È il momento di riconoscere il ruolo che hanno avuto queste persone: saranno in prima fi­la » all’udienza. «C’è un elemento di forte sorpresa nell’evento straordinario di un in­contro con una personalità come papa Francesco – ammette Claudio Mustacchi, presi­dente di Aich Milano –. Ci aspettiamo che venga restituita dignità ai malati e si presti loro maggiore attenzione, spezzando lo stigma che li colpisce. E si possa offrire mag­giore assistenza alle famiglie, colpite da un carico assistenziale enorme». Nella capitale i pazienti fanno capo ad Aich Roma e al Centro per la malattia di Huntington del Poli­clinico Gemelli, di cui è responsabile Anna Rita Bentivoglio: «Il nostro ambulatorio è nato oltre 30 anni fa. Sicuramente la sco­perta del gene ha rappresentato una svolta nella ricerca. E in questo settore da una de­cina di anni esiste una fondazione america­na (Chdi) che supporta una rete di scien­ziati e medici nel mondo, che si coordina­no nello studio della malattia e fanno capo per il deposito di campioni biologici alla biobanca milanese Biorep. Ora guardiamo con speranza e fiducia a una terapia speri­mentale di silenziamento genico, avviata in Canada, Gran Bretagna e Germania, i cui ri­sultati preliminari su un piccolo gruppo di pazienti sono attesi nel 2018».

Tempo di libri, tempo di polemiche

Tempo di letteratura oggi su Avvenire nelle pagine di «Agorà sette», l’inserto culturale settimanale. Priorità alla Fiera voluta dall’Associazione italiana editori (Aie) che a Rho ha inaugurato mercoledì il nuovo appuntamento sul lobro, ma anche il trentesimo anniversario della morte di Carlo Cassola e una rievocazione di Gianni Brera, giornalista sportivo e scrittore.

Da «Tempo di libri» escono i dati sull’editoria religiosa (del mercato librario in generale Avvenire aveva scritto ieri: «Lettori forti alla riscossa? Ma il mercato cala»). L’inviato Alessandro Zaccuri parla di «Effetto Francesco»: in effetti nel 2016 «il titolo più venduto nelle librerie religiose italiane è stato Il nome di Dio è misericordia, l’intervista di Andrea Tornielli a papa Francesco pubblicata da Piemme in occasione del Giubileo». Ma il boom (prevedibile) di un libro sul Papa quanto ha trainato il settore se, fatto 100 quel testo, il secondo tocca quota 20? Il settimo Osservatorio sull’editoria religiosa realizzato in collaborazione con l’Ufficio studi dell’Aie indica che «nell’arco di pochi anni nel nostro Paese i lettori di libri religiosi sono più che raddoppiati (erano due milioni e 700mila nel 2010, oggi arrivano a cinque milioni e 700mila), ma nel contempo cresce anche la presenza dell’editoria laica nel settore (una quota del 26,6% rispetto al 24,1% del 2014). Si registra però anche una flessione nel settore tra 2015 e 2016 (-2,9%) e soprattutto degli editori cattolici (-7,9%) «Per avere elementi incoraggianti – osserva Zaccuri – si deve tornare al profilo dei lettori di testi religiosi: più giovani rispetto al passato, più colti, non necessariamente credenti. Definizione, questa, nella quale si riconosce ormai il 38% di quanti, nel corso di un anno, leggono almeno un libro di argomento religioso». Le strategie editoriali per crescere intercettando l’“effetto Francesco” (ma non solo) sono poi illustrate dai responsabili editoriali di Città Nuova, San Paolo, Itaca Libri Effatà, edizioni Terra Santa, Emi, Libreria Editrice Vaticana, Claudiana. Ancora su temi di letteratura religiosa, Avvenire ha pubblicato mercoledì 19 un’anticipazione del saggio della filosofa francese Catherine Chalier «Libri sacri. Verità e interpretazione» che nel suo Leggere la Torà (Giuntina) propone un ascolto dei testi rivelati privo di condizionamenti ideologici.

Sulla stessa prima pagina di oggi di «Agorà sette», ancora Zaccuri deve tornare sul romanzo di Walter Siti (già affrontato sabato scorso) perché la polemica è salita di tono. «Su don Milani solo insinuazioni odiose» è il titolo dell’articolo in cui si controbatte alle allusioni sempre meno velate dell’autore del romanzo Bruciare tutto (che narra di un prete pedofilo) sulla «fantomatica “attrazione fisica” per i ragazzi» che avrebbe avuto il prete di Barbiana. Esaminando senza preconcetti le lettere di don Milani citate da Siti, Zaccuri dimostra che l’attenzione verso gli ultimi e il loro contesto povero suscitavano – talora con un linguaggio vivace – la voglia di ribellarsi piuttosto che quella, appunto odiosa, di approfittarne. Nella questione interviene anche la Fondazione Don Milani si è detta preoccupata «che siano fatte operazioni di verità storica soprattutto di fronte a personaggi che sono giganti del pensiero. Quella di Siti è un falso ideologico – prosegue il testo citato da Avvenire – anche mal fatto e senza approfondimento. Don Milani era innamorato di una classe intera, quella degli ultimi e diseredati. A loro ha dedicato il suo apostolato di prete vero e soprattutto attraverso la scuola che definiva ottavo sacramento. Gradiremmo che una dedica del genere fosse ritirata e che si parlasse del don Milani vero e dei suoi valori, non di cronaca becera d’ora in poi». «In caso contrario, a quanto pare – scrive Zaccuri -, la Fondazione valuterà la possibilità di un’azione legale».

Nella rubrica «Benché giovani», Goffredo Fofi rievoca Carlo Cassola, attraverso il ricordo di quando lo incontrò a Parigi negli anni Sessanta. Dell’autore del Taglio del bosco, Fofi richiama la battaglia pacifista e l’atto di accusa contro le ipocrisie e gli opportunismi degli intellettuali italiani di allora. Infine cita le lettere ad Angelo Gaccione, raccolte in Cassola e il disarmo. La letteratura non basta: «Le lettere a Gaccione ci rendono Cassola più vicino, da amare non solo per la limpida forza del narratore di vite comuni, anche per le sue convinzioni politiche in difesa, a ben vedere, proprio di quelle stesse vite comuni, che sono poi anche le nostre».

Con «Brera, Letteratura in campo», vengono pubblicati due articoli (di Andrea Maletti e Adalberto Scemma) tratte dai Quaderni dell’Arcimatto, giunti al quarto volume (Edizioni Fuori Onda). Maletti rievoca l’ultima intervista concessagli dal giornalista il 17 dicembre 1992, due giorni prima di morire in un incidente d’auto; Scemma le «sfide» breriane della stagione di Contro, settimanale diretto da Cesare Lanza che alimentò polemiche letterarie con alcuni autori tra i più noti, tra cui Umberto Eco, Giovanni Arpino, Gino Palumbo.

«La vita morale è l’esito di una storia in cui si mettono in gioco intelligenza e volontà»

Sul discorso di papa Francesco alla Pontificia Accademia per la vita (si può leggere qui http://tinyurl.com/j2np2oe), la mia intervista ad Adriano Pessina, direttore del Centro di Bioetica dell’Università Cattolica, pubblicata oggi su Avvenire

1946915497-pessina_new01La responsabilità del medico, la libertà e la sua ricerca del bene, la bellezza dell’esistenza umana, il dovere di cercare la verità nel dialogo. Sono molti i temi che coglie il filosofo Adriano Pessina – membro della Pontificia Accademia per la vita (Pav) e direttore del Centro di Ateneo di Bioetica dell’Università Cattolica – nel discorso di papa Francesco alla Pontificia Accademia per la vita riunita in questi giorni per la sua assemblea plenaria annuale. «È stato un incontro – aggiunge Pessina – segnato da grande spontaneità e affettività. Un momento in cui il Papa ha mostrato la sua attenzione al lavoro della Pav, anche salutando personalmente tutti i convenuti». 

«La sapienza del cuore», ha detto papa Francesco, è necessaria «per compiere il bene »: come può essere declinata nello studio delle virtù nell’etica della vita per non farla sembrare solo un concetto “poetico”?

Il riferimento al cuore dell’uomo serve per ricordarci che la questione morale coinvolge nella sua totalità la persona umana: agire moralmente bene significa di fatto costruire, nelle scelte quotidiane, una storia personale. Così, per esempio, il medico ha una duplice responsabilità, verso se stesso e verso colui di cui si prende cura e le qualità umane del medico fanno la differenza a parità di tecniche a disposizione.

Il Papa definisce la virtù «l’espressione più elevata della libertà umana». Il mondo contemporaneo corre però il rischio «di chiamare bene il male e male il bene» e, con un «pendio scivoloso», di «cadere nell’errore morale e nell’angoscia esistenziale». Come può la libertà essere orientata sempre al bene?

La virtù richiede la libertà perché non è una semplice abitudine e non può essere prodotta semplicemente seguendo le consuetudini. L’uomo tende sempre a volere ciò che gli appare bene ed è proprio dell’uomo libero la capacità di chiedersi se quello che sta facendo è veramente bene. Il dialogo, il confronto e la riflessione personale sono antidoti alla pigrizia del pensiero che ci consegna a quello che fanno tutti. Libertà, bontà e verità sono termini che si richiamano nel percorso della vita umana che cerca di costruire la propria storia.

È possibile «coniugare scienza, tecnica e umanità?» Manca questa volontà nei programmi di formazione universitaria o nella gestione delle strutture sanitarie e di ricerca? Basta mostrare la «bellezza della vita» per superare i condizionamenti economici?

Il richiamo alla bellezza non è affatto retorico perché mette in evidenza che il dovere morale non è un’imposizione estrinseca, nasce dalla capacità razionale di lasciarsi affascinare dal valore della persona, malgrado i suoi limiti, la sua malattia, le sue debolezze. Ciò che è evidente è che la vita morale non è una procedura, una tecnica o una predisposizione emotiva, ma è l’esito di una storia in cui si mettono in gioco intelligenza e volontà e in questo senso l’istruzione ha un ruolo decisivo. Siamo sempre esseri condizionati, ma l’invito del Papa è quello di privilegiare il condizionamento della bellezza del nostro esistere come uomini e come creature di Dio.

Infine il Papa mette in guardia dagli «splendidi vizi» che si mascherano «sotto il nome di virtù». Come difenderci dalle «nuove colonizzazioni ideologiche» che «sotto forma di modernità» «tolgono la libertà, e sono ideologiche, cioè hanno paura della realtà così come Dio l’ha creata»? In quali ambiti questo rischio è maggiore?

Siamo schiavi quando cessiamo di pensare e trasformiamo i nostri magmatici desideri in una lente deformata che non sa più cogliere ciò che ha di fronte: nessun processo di liberazione dalle ideologie si può fare da soli, occorre uscire da quei modelli dell’indifferenza che ci vietano di dialogare e discutere. Solo nella ricerca comune della verità, la libertà non diventa pretesa e violenza. E oggi è la stessa immagine dell’uomo che rischiamo di modificare ad uso e consumo di piccoli progetti individuali.

Prendersi cura della vita, questione di virtù 

In vista del workshop in programma venerdì 4 marzo in Vaticano e dedicato alle virtù nell’etica della vita, mia intervista al cancelliere della Pontificia Accademia per la via, monsignor Renzo Pegoraro, pubblicata oggi su Avvenire

pegoraroUna discussione alta, sui princìpi fondamentali che stanno a monte dell’agire morale dell’uomo, in modo che sia orientato al bene della persona nei contesti concreti della tutela della vita che caratterizzano le professioni del medico, dell’infermiere, del ricercatore. È il filo conduttore del workshop della Pontificia accademia per la vita (Pav) in programma domani in Vaticano, che ci viene illustrato dal cancelliere monsignor Renzo Pegoraro: «Potremmo definirlo il contributo della Pav al Giubileo della Misericordia ». L’appuntamento si inserisce all’interno dei lavori dell’annuale assemblea generale della Pav, che si svolgerà da oggi a sabato, con l’importante introduzione – questa mattina – dell’incontro con papa Francesco. Intitolato «Le virtù nell’etica della vita», il workshop è articolato in tre sessioni dedicate rispettivamente alla «Dinamica dell’agire morale e il suo compimento nelle virtù» (moderata da Fernando Chomali e Monica Lopez Barahona), alla «Prospettiva delle virtù nell’etica biomedica» (moderata da John Haas e Mounir Farag) e alla «Riscoperta delle virtù» (moderata da Adriano Pessina e Laura Palazzani). «Cercheremo di riflettere – spiega monsignor Pegoraro – sulle modalità per prendere decisioni attente al contesto reale, al vissuto della vita umana specialmente quando è malata, quando occorre prendersi cura, assistere, accompagnare. Un tema che si collega alle encicliche Evangelium vitae di Giovanni Paolo II e Laudato si’ di Francesco».

Il tema delle virtù ha infatti risvolti specifici nell’azione di cura: «Affronteremo la questione dell’agire del soggetto morale, specificamente riferendoci alle caratteristiche del buon medico, del buon infermiere, del buon ricercatore. E saranno riprese anche alcune questioni antropologiche di fondo: come trovare i contenuti ed elaborare le indicazioni etiche perché l’atteggiamento e il carattere della persona trovino la soluzione giusta, il bene, secondo verità e responsabilità». «Ci concentreremo sull’umano – continua monsignor Pegoraro – seguendo le indicazioni, che venivano già da Giovanni Paolo II, poi da Benedetto XVI e da Francesco, per vedere come nella bioetica possiamo trovare un dialogo e il recupero della tradizione filosofica e teologica, ma anche della tradizione dell’etica medica e dell’etica infermieristica, da Ippocrate in poi. Declinando in particolare le virtù che sono coinvolte nel campo dell’etica della vita, della medicina e della cura: compassione e misericordia, giustizia, professionalità, prudenza».

Il workshop ribadirà la necessità di «recuperare una corretta visione antropologica su che cosa sia la persona umana e il bene dell’uomo, di fronte a correnti filosofiche ed etiche basate più sulla procedura formale, oppure che valutano il giudizio solo sulle conseguenze dell’azione, trascurando i valori di partenza, oppure che giustificano le decisioni solo in relazione a un bilanciamento dei beni in gioco». Anche perché «non è solo questione di procedure, di metodo, ma anche di sostanza e occorre recuperare il rapporto tra ragione e sentimenti, perché l’essere umano ritrovi una sua unità nel capire quale sia il bene e nel riuscire a farlo». Non è poco, in un’epoca che sembra voler mettere in discussione i dati più naturali, quale il maschile e il femminile: «Talora alcuni dati vengono travisati per motivi di matrice ideologica, cioè una visione delle cose che vuole forzare la realtà, in cui si incrociano fattori economici, fattori sociali, e speculazioni di varia natura. Per guardare al mondo umano riconoscendolo come umano, diventa interessante la categoria, che appare nell’enciclica Laudato sì,dell’ecologia umana integrale. Il Papa vede una stretta connessione tra ecologia ambientale, ecologia sociale, ecologia economica. Se parliamo di rispetto dell’ambiente, della natura, del creato, come garantire anche un rispetto dell’essere umano in quanto tale? C’è molta attenzione verso le forme della natura, dell’ambiente, del creato e poi rischiamo di commercializzare o compromettere l’equilibrio umano». Nel contesto attuale, c’è anche chi tende a confondere l’eccezione (crescere con una mamma e una zia) con la regola (far adottare un bambino da due donne): «Non si può impostare una riflessione seria e profonda su casi estremi o particolari a cui si cerca poi di provvedere. Un conto è cercare di rimediare agli ostacoli o ai danni della natura, delle colpe dell’uomo, delle vicende della vita; un altro è partire con questa prospettiva, creando ulteriori situazioni difficili da gestire. Il minore è quello che deve essere sempre protetto e tutelato; nella vita si possono recuperare anche situazioni svantaggiate, ma non è corretto crearle fin dall’inizio, c’è la responsabilità di offrire le migliori condizioni possibili. Per capire l’umano occorre recuperare il valore della corporeità, il senso dell’equilibrio e del rispetto, il senso della giustizia, della responsabilità, della donazione, del limite. Non contano solo il desiderio o la libertà, ma come questi cercano la verità e il bene».

«In bioetica il dialogo via maestra»

All’indomani della prima udienza di un Papa al Comitato nazionale per la bioetica, mia intervista al presidente vicario Lorenzo d’Avack, che osserva: «Sfida impegnativa superare la cultura dello scarto». Articolo pubblicato su Avvenire il 4 febbraio

d'avack«Un importante incoraggiamento al nostro lavoro, la condivisione di un metodo e comuni preoccupazioni sulla tutela dell’ambiente e dei più deboli». Il presidente vicario Lorenzo d’Avack è soddisfatto dell’incontro del Comitato nazionale per la bioetica (Cnb) con papa Francesco: «Un’udienza che è stata apprezzata anche da coloro che sono meno vicini all’insegnamento della Chiesa. E che spero si possa ripetere».
Papa Francesco ha ribadito che «la Chiesa non rivendica alcuno spazio privilegiato», ma ha chiesto di «servire tutto l’uomo e tutti gli uomini». Sono principi condivisi nel Cnb?
Ovviamente sì. All’interno del Cnb si confrontano una pluralità di opinioni ed elaboriamo pareri etici rivolti alla società e al mondo politico che intendono stimolare il dibattito pubblico e offrire un quadro delle diverse posizioni morali. Diamo spazio tanto a concezioni etiche della maggioranza quanto della minoranza. Ci accomuna la ricerca di raccomandazioni il più possibile condivise. E posso dire che negli ultimi dieci anni il principio del dialogo è largamente condiviso.
Tre gli incoraggiamenti particolari che vi ha rivolto il Papa. Il primo è sull’analisi del degrado ambientale: è un tema trascurato nella riflessione bioetica?
L’attenzione del Papa per la cura della “casa comune” è centrale nell’enciclica Laudato si’. Anche per il Cnb in diversi documenti si manifesta la preoccupazione per il degrado che l’uomo stesso ha prodotto sull’ambiente. La difficoltà in questo campo è realizzare protocolli di tutela uniformi a livello internazionale, anche perché verso una tale soluzione non agevolano gli interessi economici presenti nei diversi Paesi del mondo.
Il secondo richiamo riguarda «i soggetti vulnerabili»: embrioni, anziani, disabili. Pochi giorni fa la Gran Bretagna ha permesso di sperimentare sugli embrioni. È possibile superare la «cultura dello scarto»?
In una società dove l’utile e il relativismo sono presenti è certamente impegnativa la sfida di contrastare la «cultura dello scarto». Sull’embrione (di cui il Cnb si è occupato più volte) c’è generale condivisione che non possa essere trattato come mero materiale biologico e in Europa è prevalente la tendenza a non consentire la produzione degli embrioni a mero scopo di ricerca. Tuttavia, manca condivisione sul grado di tutela da garantire agli embrioni residuali. Anche la recente autorizzazione in Gran Bretagna a utilizzare gene editing su embrioni umani congelati, suscita forti problematiche bioetiche. La nostra legge 40 non dice nulla sul destino degli embrioni congelati.
Infine il Papa ha auspicato maggiore armonizzazione degli standard internazionali per le attività mediche, capaci però di riconoscere «i valori e i diritti fondamentali». Come fare?
Il consenso a livelli internazionale non è facile da realizzare. Un esempio è il «contratto di gestazione», che implica la commercializzazione del corpo di una donna più povera a favore di un’altra più ricca. Questa tecnica procreativa, vietata nel nostro Paese, è legittimata in altri. Questo fa sì che il divieto diventi inefficace, data la possibilità del cosiddetto “turismo procreativo”. Il tema è ora affrontato dal Parlamento solo come conseguenza del problema delle adozioni di minori nelle unioni omosessuali. Ritengo, di contro, che sulle adozioni sarebbe opportuno un ben più articolato intervento normativo. In verità il nostro governo e il nostro Parlamento evitano di affrontare temi che abbiano una forte ricaduta bioetica. Anche la fecondazione eterologa, ammessa dalla Corte Costituzionale, richiederebbe un intervento legislativo: non può essere abbandonata a linee guida ministeriali o a interpretazioni giurisprudenziali.

Ha 100 anni il prete del “Cavallo Rosso”

In occasione del centesimo compleanno di don Mario Cazzaniga, ispiratore e amico dello scrittore besanese Eugenio Corti, il mio articolo pubblicato oggi nelle pagine culturali di Avvenire. L’immagine ritrae don Mario durante la cerimonia di conferimento della medaglia d’argento al valor militare a Eugenio Corti (a sinistra), a Besana in Brianza, nel luglio 1950.

Corti - don MarioCent’anni di vita, di cui oltre 70 da sacerdote. Don Mario Cazzaniga, il prete che compare tra i protagonisti del “Cavallo Rosso” di Eugenio Corti, accetta con piacere i festeggiamenti che tanti gli dedicano in questi giorni, ma è fiero soprattutto della pergamena con gli auguri che gli ha inviato papa Francesco. Ma l’ammirazione per il Papa («è un uomo eccezionale») non gli fa dimenticare il particolare legame stretto con il cardinale Carlo Maria Martini, che lo stimolò a celebrare l’Eucaristia dove nessuno era mai riuscito.
«Anni fa scrissi un articolo, dal titolo: “Gesù Cristo è la mia guida”» sottolinea don Mario, da pochi mesi ospite presso la residenza San Pietro di Monza, gestita dalla cooperativa “La Meridiana”. E aggiunge: «Due sono le linee di sviluppo del mio sacerdozio: da un lato la dedizione ai malati, a costo eventualmente della vita; dall’altro il compito di portare Gesù in tutto il mondo. E in questo sentivo il sostegno del cardinale Martini (ma anche del cardinale Giovanni Colombo ero stato il beniamino)». In effetti don Mario ha viaggiato dall’Australia all’Africa, dall’isola di Pasqua alla Cina, dalle Hawaii (visitando il lebbrosario di Molokai) al Circolo polare artico canadese: «Qui riuscii a celebrare la Messa in una stazione di ricerca isolata spremendo gli acini di un unico grappolo d’uva che si trovò in una dispensa».
Nato il 16 ottobre 1915, Mario Cazzaniga divenne sacerdote nel 1944 («Fui salvato dalla guerra dal cardinale Schuster»), ed ebbe l’incarico di coadiutore alla parrocchia di Besana in Brianza (Monza). La sua figura di giovane prete, quale emerge dalle pagine del “Cavallo Rosso” («capelli a spazzola, faccia da bambino con occhiali cerchiati di ferro sottile», scrive Corti e, a parte la canizie, non è molto cambiato) segna profondamente la vita dei giovani e delle famiglie: don Mario cerca di educare la gioventù e di aiutare tutti, nelle difficili prove della guerra prima e della guerra civile poi, con un criterio guida: la misericordia inesauribile di Dio.
Don Mario conosce presto la famiglia Corti, verso cui sviluppa grande stima, in particolare per la mamma Irma: «Sperava che di dieci figli almeno uno diventasse sacerdote, e aveva già fatto preparare una talare in gabardine per l’ultimo». Ma quando anche Corrado, intrapresi gli studi di medicina, sembrava ormai votato a un’altra missione «la signora me ne fece dono. Ma il Signore ha le sue vie: i genitori regalarono al figlio un viaggio a Lourdes accompagnato da me, per premiarlo dei suoi risultati universitari. E lì, dopo una notte trascorsa in preghiera nella grotta, abbracciandomi mi disse che voleva diventare gesuita».
Don Mario è il suggeritore nascosto di molti episodi narrati da Eugenio Corti (che nel dedicargli il volume della prima edizione lo definisce «personaggio tra i più belli di questo libro»): «Abbiamo passato tante ore insieme. Gli raccontavo tanti particolari della vita qui, mentre lui era al fronte in Russia». Traccia importante della propensione di don Mario al perdono, nel romanzo, è l’episodio della conversione del Foresto, il comunista mandato in paese a fare proselitismo, colpito da una leucemia mortale. «Il fatto è storico – conferma don Mario –. Era un uomo gigantesco, sempre armato perché diceva di andare a caccia, ed era temuto da tutti. Ma quando fu ricoverato, trascorsi ore e ore con lui: prima a parlare di Tolstoj e Dostojevski, poi piano piano di temi religiosi. E alla fine, ammettendo di averne fatte di tutti i colori, chiese di essere confessato e comunicato. Gli feci un gran funerale in chiesa, con i suoi amici frementi di rabbia». Il tempo di guerra è stato epoca di grandi odi e di altrettanto grandi opportunità di conversione: «Predicavo che bisogna sempre rispettare i morti: quante estreme unzioni ho amministrato! E quante confessioni di giovani combattenti in punto di morte (c’è stato chi nel delirio mi credeva un nemico e voleva strozzarmi)! Fui chiamato quando ci fu la strage di Bulciago, dove i partigiani incapparono in una colonna di fascisti in fuga verso Como. Così come dovetti riferire alla moglie di un fascista che suo marito era stato fucilato: nonostante le mie precauzioni, svenne. Ma da allora cominciò a frequentare la chiesa». E ha corso anche rischi personali: «I comunisti mi malmenarono fuori dalla chiesa (ma non li denunciai) e i nazisti mi puntarono la pistola alla tempia perché – dopo aver preso in ostaggio alcuni operai – volevano che rivelassi chi aveva compiuto un furto di sale in stazione: ma io ero sacerdote, dovevo solo mettere pace». «Ci sono momenti – commenta – in cui si fanno cose eroiche che non si era mai pensato di poter fare». E aggiunge: «Ero coraggioso, adesso sono un pulcino».
Dopo il ministero a Besana («dove ho lasciato la pelle»), don Mario viene destinato quale cappellano all’ospedale San Gerardo di Monza: «Qui avevo a che fare con gli infettivi, ma non mostravo paura (come accade anche nel Cavallo Rosso, quando visita i ricoverati con la tisi, ndr). E anche il cardinale Giovanni Battista Montini, in visita al reparto, fece a meno del disinfettante». Nel luogo di sofferenza per antonomasia, don Mario è punto di riferimento: «Gianna Beretta Molla chiese subito di me quando venne ricoverata, incinta e malata di tumore. Ero presente quando disse: “Nel dilemma di scegliere chi deve vivere, sono pronta a dare la mia vita per la mia creatura”. E, da medico, sapeva bene che cosa la attendesse».
Don Mario è anche il suggello del “Cavallo Rosso”: l’ultima pagina del romanzo rivela che grazie alle sue preghiere ha raggiunto il paradiso uno dei personaggi più odiosi, un funzionario dedito alla caccia, alla tortura e all’uccisione dei partigiani prima, dei fascisti poi, ma che – scrive Corti – «grazie alle preghiere instancabili di don Mario, il demonio non è riuscito a tenere soggiogato sino alla fine». Alla vigilia del Giubileo della misericordia, don Mario è ancora un punto di riferimento: «Ero venuto qui per riposare – scherza –, ma il Papa mi chiede di andare avanti…». E legge, sulla pergamena incorniciata alla parete di fianco al letto, che per don Mario «Papa Francesco… invoca l’intercessione di Maria affinché il suo ministero continui a essere icona e trasparenza di quello di Cristo Buon Pastore».

Laras: «Penso che Dio voglia vederci uniti»

In occasione del conferimento del titolo di dottore honoris causa della Veneranda Biblioteca Ambrosiana al rabbino Giuseppe Laras, la mia intervista pubblicata mercoledì 29 aprile nelle pagine culturali di Avvenire.

rabbino_laras«La libertà deve sempre essere accompagnata dalla libertà di fare il bene. Cioè non basta fare scelte libere, occorre fare scelte buone». Sono concetti centrali della lectio che svolgerà stasera rav Giuseppe Laras durante la cerimonia in cui l’arcivescovo Angelo Scola, gli conferirà il titolo di dottore honoris causa della Biblioteca Ambrosiana. Laras sarà il primo studioso non cattolico a far parte del Collegio dei dottori dell’Ambrosiana, istituzione con cui collabora sin dai primi anni Ottanta, all’epoca del suo arrivo a Milano quale rabbino capo della comunità ebraica. «Lo considero un po’ un suggello alla mia attività accademica di tutti questi anni».
Il suo essere inserito ad honorem tra i dottori di un’istituzione cattolica richiama il tema del dialogo ebraico-cristiano. Come lo vede oggi?
«Bisogna continuare a trovare le ragioni per stare insieme e andare avanti. La divaricazione tra ebraismo e cristianesimo sta sempre più restringendosi, si stanno formando quasi due linee parallele. Alle fine dei tempi queste linee dovranno ricongiungersi, ritrovare l’unità se, come io penso, così sarà la volontà divina. Ma è un discorso non agevole, implica rivedere tante posizioni. Il mio impegno in questo ambito si è acceso grazie all’incontro con il cardinale Carlo Maria Martini, che nonostante il suo carattere timido e riservato, era un appassionato, trasmetteva entusiasmo. Con lui ho trovato stimolo e maggiore volontà di impegnarmi».
In che modo?
«Agli inizi degli anni Ottanta il dialogo era avviato da tempo, almeno da dopo il Concilio Vaticano II, ma non molto uniforme nel suo svilupparsi. Martini ci credeva molto e ricordo che passavamo giornate, incontri a parlare delle prospettive. Lui voleva parlare con tutti, aveva creato la Cattedra dei non credenti, aveva coinvolto gli intellettuali atei o più o meno atei, era una figura moderna. Ricordo che quando io manifestavo dei dubbi sul futuro e sulle difficoltà che avrebbe avuto questo dialogo, lui rispondeva sempre: “Bisogna avere pazienza”. Ma pazienza non nel senso di rimettersi agli eventi, ma di lavorare con insistenza e determinazione. Il dialogo infatti non è un fiume che scorre sempre allo stesso modo, ha momenti di secca, momenti di piena, quindi alti e bassi. L’importante è cercare di non lasciare che si fermi, conosco bene tutti i meandri del dialogo, so quanto sia difficile. E apprezzo ancora più di un tempo Martini, che conosceva meglio di me questi problemi, e nonostante l’atmosfera in certi settori della Chiesa andava avanti. Oggi credo che giustamente lui possa essere definito forse addirittura il “salvatore” del dialogo. Un dialogo che peraltro è continuato con i due successori di Martini: in modo diverso, Tettamanzi e Scola sono due anime grandi».
Papa Francesco insiste molto sulla necessità del confronto, non solo con l’ebraismo ma anche con le altre religioni…
«L’attuale pontefice insiste in maniera importante, utile e benefica nei confronti del dialogo tra le religioni e sulla necessità di incontrarsi e ritrovarsi. E ciò è tanto più significativo oggi in un tempo così drammatico, di tagliatori di teste. Papa Francesco insiste nell’andare oltre l’aspetto triste e negativo per cogliere gli elementi di speranza. Credo che il dialogo trarrà giovamento dal pontificato di Francesco».
Come sono nati i suoi insegnamenti alle università di Pavia e di Milano?
«A Pavia nei primi anni Ottanta ero lettore di lingua ebraica. Ma grazie all’incoraggiamento del professor Luigi Moraldi (titolare della cattedra di Ebraico) facevo anche lezioni sui contenuti del pensiero ebraico: credeva a questo ritrovarsi con il mondo ebraico, e aveva molta sapienza e bontà. Io avevo entusiasmo e voglia di insegnare e trasmettere questo patrimonio di idee, e della lingua ebraica mi vantavo di mettere gli studenti in condizione di leggere un testo in una lezione. Per capire ci vuole altro, ma leggere è il primo passo».
E a Milano?
«Fui coinvolto dal professor Enrico Rambaldi, docente di filosofia morale. Dopo alcune lezioni e conferenze, mi chiamò a insegnare Storia del pensiero ebraico quando fu costituito il Centro Goren-Goldstein (dal mecenate che mise i fondi). Prima c’era solo l’insegnamento della lingua ebraica e delle lingue semitiche comparate. A Milano c’era un tono più accademico, ma cercavo di spiegare quanto servisse per togliere equivoci su mondo e religione ebraica. Non mancarono episodi di affetto degli studenti, come quella psicoterapeuta che veniva da Roma e che, a fine corso, mi regalò un libro dedicato all’acqua, ritenendo che le mie lezioni le fossero indispensabili come l’acqua».
Che rapporto ha con l’Ambrosiana?
«Poco dopo il mio arrivo a Milano avevo fatto conoscenza col rettore, con i dottori e avevo fatto anche conferenze. Poi sia con Gianfranco Ravasi (non ancora cardinale), sia con Franco Buzzi, ho sempre mantenuto rapporti di intensa collaborazione. L’Ambrosiana è un’istituzione culturale non solo milanese, ma conosciuta a livello internazionale. E già Achille Ratti, prefetto dell’Ambrosiana e poi arcivescovo di Milano che divenne papa Pio XI, ebbe grandi rapporti col rabbino di Milano, Alessandro da Fano».
La spinta a tornare in Israele per gli ebrei europei è la sconfitta del dialogo?
«Se non ci fossero segnali di intolleranza e persecuzione che oggi esistono, anche in Italia, non ci sarebbe spinta verso la aliyah (la salita) in Israele in termini massicci. La terra di Israele, anche prima che esistesse come uno Stato, è sempre stata una componente dell’anima del popolo ebraico, ma questa istanza al ritorno cresce in termini concreti quando l’antisemitismo aumenta e c’è paura di persecuzione e di morte. E gli episodi purtroppo non mancano, basta pensare a quanto accaduto a Parigi a gennaio».
Quale sarà l’argomento della sua lectio?
«Commenterò un passo del Trattato dei padri, testo antichissimo di etica che fa parte della Mishnah in cui si affronta un tema tipicamente religioso e filosofico: la relazione tra l’onniscienza di Dio e la libertà dell’uomo. Se Dio sa tutto quello che tu farai, non sei più libero: quel passo demolisce questa certezza in termini religiosi. Terminerò con il concetto che la libertà deve essere sempre accompagnata dalla libertà di fare il bene, perché la libertà come licenza non serve a niente e a nessuno. E citerò il Deuteronomio dove si dice: “Ecco io pongo di fronte a te il bene e il male, la vita e la morte, ma tu sceglierai la vita” (Dt 30,15 ss). Quando si fanno scelte, non basta fare scelte libere, ma occorre fare scelte buone».