Il vero Partenone… è l’Eretteo?

L’Eretteo sull’acropoli di Atene

Tanta Grecia antica sulle pagine culturali dei giorni scorsi, che la quarantena da coronavirus fa gustare a più riprese. L’articolo più interessante – pubblicato su La Lettura di domenica 15 marzo – mi è parso il dialogo che Mauro Bonazzi (docente di Storia della filosofia antica all’Università di Milano) intrattiene con l’archeologo olandese Janric van Rookhuijzen, sostenitore di una tesi che rivoluziona le nostre conoscenze sulla acropoli di Atene. In un articolo pubblicato a gennaio sull’American Journal of Archeology (e anticipato nelle sue linee essenziali da Antonio Carioti sul Corriere della Sera del 18 dicembre scorso) lo studioso dell’Università di Leida (Olanda) ha esposto il frutto delle sue ricerche ed è giunto alla conclusione che il grande tempio che domina l’acropoli di Atene non si chiamasse Partenone ma “Hekatompedon”, cioè tempio dei cento piedi. E che il vero Partenone, cioè il tempio in cui veniva custodito il tesoro più prezioso dedicato alla dea Atena, fosse in realtà quello che viene chiamato Eretteo.
Saremmo stati fuorviati dalla testimonianza di Pausania, che nel secondo secolo d.C. descrivendo l’acropoli parla del grande tempio – che conteneva la statua criselefantina di Atena, opera di Fidia – come di quello «che chiamano Partenone» (Paus. I, 24, 5). «Ma il suo resoconto contrasta con le testimonianze più antiche – obietta van Rookhuijzen – che risalgono al V-IV secolo a.C. Numerose iscrizioni di pietra, contenenti documenti ufficiali, distinguono chiaramente l’Hekatompedon dal Partenone». «Per esclusione, non resta che concludere – sostiene il ricercatore olandese – che il Partenone va identificato con il tempio che oggi chiamiamo Eretteo, con la sua celebre Loggia delle Cariatidi». Che troverebbe anche una migliore giustificazione nel nome, visto che parthenos in greco significa ragazza, vergine. E quel tempio, nella sua parte occidentale, avrebbe contenuto «parti del tesoro ateniese».  «Questa ricostruzione trova ulteriori conferme – conclude van Rookhuijzen – nei documenti antichi (che parlano di quel tesoro: c’erano ad esempio spade persiane o strumenti musicali) e corrisponde molto meglio a quanto osserviamo». L’ipotesi è affascinante e inquietante al tempo stesso, come ogni proposta innovativa che capovolge tradizioni consolidate, e non ho la competenza specifica né la disponibilità delle fonti antiche su cui si fonda l’archeologo olandese. Osservo solo che Pausania (I, 26, 5) dice che c’è «un edificio (oikema) chiamato Eretteo» e che la nota del commento di Domenico Mussi e Luigi Beschi (Pausania, Guida della Grecia, libro I, L’Attica, edizione Fondazione Lorenzo Valla-Mondadori) riconosce che la topografia degli ambienti dell’Eretteo è tuttora oggetto di controversie tra gli studiosi. Aggiungo che il sito del Museo dell’Acropoli di Atene indica come Hekatompedon il tempio che sarebbe sorto prima e nel luogo del Partenone, che ne avrebbe preso il posto. Ovviamente Pausania non avrebbe potuto citarlo nel II d.C. Segnalo infine che il 16 febbraio scorso (sul supplemento Domenica del Sole-24 Ore) è comparsa un’interessante recensione di Marco Carminati al libro di Giovanni Margisenu Il costo del Partenone. Appalti e affari dell’arte greca (Salerno editrice, pp. 172, 15 euro) in cui il docente di storia greca all’Università di Sassari mostra come per costruire questo tempio maestoso l’Atene di Pericle non avesse badato a spese. 

La visione greca della vita tra Platone e Aristotele

E ancora sul supplemento Domenica del Sole-24 Ore del 15 marzo si trovano due interessanti articoli relativi alla cultura greca. Piero Boitani recensisce il libro di Mauro Bonazzi (sì, l’intervistatore di van Rookhuijzen) Creature di un sol giorno. I greci e il mistero dell’esistenza (Einaudi, pp. 156, 12,50 euro): «Un vorticoso percorso, esemplare nella sua chiarissima discussione – scrive Boitani –, attraverso alcuni momenti fondamentali dell’antica sapienza greca: il Simposio e il Fedro di Platone, l’Etica nicomachea di Aristotele, gli scritti di Epicuro, il celebre discorso di Pericle in Tucidide». Ma anche «un volo attraverso la poesia, da Pindaro a Wallace Stevens, con un solido ancoraggio in Omero», passando per Lucrezio, Dante, Leopardi ed Eliot. E un’analisi del «discorso moderno sulla fragilità (greca) dell’uomo» in particolare quello affidato a intellettuali ebrei in fuga dal nazismo: Simone Weil, Rachel Bespaloff, Hannah Arendt, Erich Auerbach, Walter Benjamin. 
Sullo stesso numero della Domenica, Gaspare Polizzi si occupa ancora di etica platonica e aristotelica recensendo due volumi di Arianna Fermani (docente di Storia della filosofia greca e romana all’Università di Macerata) Vita felice umana. In dialogo con Platone e Aristotele (Edizioni Università di Macerata, pp. 353, 14 euro) e Aristotele e l’infinità del male. Patimenti, vizi e debolezze degli esseri umani (Morcelliana, pp. 357, 29 euro). Scrive Polizzi: «Se “la felicità è il fine ultimo di ogni esistenza”, il dialogo con Platone e Aristotele… diviene imprescindibile, perché nessuno meglio dei due massimi filosofi greci ha ragionato sulla radice di una domanda oggi spesso ritenuta vana, forse “pericolosa”, perché apre all’abisso del senso incognito della vita, ma “in cui ne va della vita stessa”». Quanto al secondo libro, Fermano «riconosce che “l’etica di Aristotele è forse la sola etica greca per la quale non esistono solo buoni e cattivi” e che purtuttavia mette in gioco uno spettro ampio di riflessione filosofica, ben oltre i Greci, con Tommaso d’Aquino, Spinoza, Nietzsche, Freud, Arendt, Ricoeur, per concluderne, con Pierre Aubenque, uno dei maggior studiosi di Aristotele, deceduto lo scorso 23 febbraio, che “il mondo riscopre oggi ciò che i Greci sospettavano più di duemila anni fa […] che la tentazione d’assoluto che i greci chiamavano ybris, è la fonte perenne delle sofferenze umane”». 

Poesia e scienza nel viaggio di Dante tra le stelle

Una versione ampliata della recensione del libro Dante e le stelle, comparsa sulle pagine culturali di Avvenire lo scorso venerdì 10 giugno

AndromedaUn invito a rileggere e apprezzare la poesia più ardua e sublime del viaggio cosmico di Dante e uno sguardo sullo straordinario orizzonte del nostro attuale universo che le scoperte astronomiche da un lato svelano e dall’altro rendono più complesso: al punto che «l’alta fantasia» cui «mancò possa» (Par. XXXIII, 142) comunica suggestioni valide – sorprendentemente – anche per l’uomo del ventunesimo secolo. Sono gli esiti del dialogo che un italianista, Donato Pirovano, e un astronomo, Attilio Ferrari, hanno dedicato lo scorso anno alla poesia e alla visione cosmica della Divina Commedia al planetario di Torino, materializzatosi nel libro Dante e le stelle (Salerno Editrice, pagg. 124, euro 8,90).

Pirovano (docente di Filologia italiana e di Filologia e critica dantesca all’Università di Torino) ricorda che Dante ha sempre osservato con acuta attenzione i fenomeni celesti, intessendone la propria produzione letteraria sin dalla Vita nuova e dalle Rime fino alla tarda Quaestio de aqua et de terra (la dissertazione fisico-geologica svolta a Verona nel 1320). Ma se le perifrasi astronomiche per indicare le date nel libello giovanile (in apertura e in morte di Beatrice) possono apparire esercizio poco “poetico”, altri esempi tratti dalle opere minori mostrano invece un utilizzo delle coordinate della geografia celeste che prefigura l’ampio affresco della poesia paradisiaca.

La raffigurazione dantesca dell’universo diviso nei nove cieli (Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove, Saturno, Stelle fisse e Primo Mobile) e circondato dall’Empireo era lo standard dell’alta cultura medievale, frutto dell’aggiustamento tomistico della tradizione aristotelico-tolemaica. Il quadro (che Dante arricchisce con notizie degli astronomi arabi) prima che nella Commedia è utilizzato alla fine della Vita nuova (come mostra il sonetto Oltre la spera che più larga gira) e nel Convivio, dove la canzone Voi che ’ntendendo il terzo ciel movete fa riferimento alle potenze d’amore che spirano appunto dal cielo di Venere. Le descrizioni astronomiche trovano spazio anche nelle rime petrose: la canzone Io son venuto al punto de la rota inizia infatti con un gioco di luce tra Sole e Venere, «preludio di quella poesia delle stelle – scrive Pirovano – che poi trionferà nella Divina Commedia».

Nel capolavoro dantesco infatti, le stelle hanno parte dall’inizio alla fine, e non solo perché le tre cantiche terminano con la parola “stelle” (in significativa opposizione alle umbrae che caratterizzano la fine della I e della X Bucolica e dell’Eneide virgiliane). I tempi del viaggio sono indicati con indicazioni astronomiche sin dal principio (Inf. I, 37-40), e Dante sottolinea l’assenza delle stelle nel buio dell’inferno (Inf. III, 23 «l’aere sanza stelle»). Com’è noto, i canti del Paradiso sono stati spesso meno apprezzati dalla critica: basta pensare alla distinzione crociana tra “struttura” e “poesia”. In realtà Pirovano mostra che i movimenti delle stelle, con i loro giochi di luci e colori, descritti nel Purgatorio e nel Paradiso, creano immagini ricche di una bellezza da rivalutare, come aveva suggerito già Piero Boitani (nel suo Il grande racconto delle stelle, pagg. 247-258). A partire dal sollievo che Dante prova all’affacciarsi «fuor de l’aura morta» alzando lo sguardo verso il cielo e notando il «dolce color d’oriental zaffiro», il pianeta Venere e le quattro stelle dell’emisfero australe: una situazione di incanto per il mattino di Pasqua (Purg. I, 13-27). Passando per la complessa «doppia danza» stellare di Par. XIII (vv. 1-24) con i due segni che il lettore deve immaginare «l’un ne l’altro aver li raggi suoi/ e amendue girarsi»; fino all’immagine della Via Lattea accostata nel cielo di Marte ai raggi che compongono la croce che «lampeggiava Cristo» (Par. XIV 104). Infine attirato da Dio (il «punto che raggiava lume/ acuto sì, che ‘l viso ch’elli affoca/ chiuder conviensi per lo forte acume», Par. XXVIII 16-18), Dante arriva nell’Empireo, «al ciel ch’è pura luce:/ luce intellettual, piena d’amore;/ amor di vero ben, pien di letizia;/ letizia che trascende ogni dolzore», Par. XXX, 39-42). Versi in cui la figura retorica dell’anadiplosi (ripetizione dello stesso termine alla fine di un verso e all’inizio di quello seguente) serve a rafforzare la descrizione di un’esperienza straordinaria: «È la prova suprema – osserva Pirovano – dell’ingegno e della poesia di Dante: immaginare un luogo senza coordinate spazio-temporali».

Se il letterato cerca di farci ammirare il fascino della luminosa poesia delle stelle che a una lettura scolastica può sfuggire, altre sorprese ci riservano le riflessioni dello scienziato. Ferrari (direttore del Parco astronomico di Torino Infini.to) segnala come, a dispetto dell’enorme distanza tra il sapere medievale e quello odierno, alcune intuizioni di Dante sulla configurazione dell’universo abbiano una loro plausibilità ancor oggi. In particolare, osserva Ferrari, quando giunge nell’Empireo, l’astronauta medievale parla di sfere concentriche che, «oltrepassato il Primo Mobile, incominciano a convergere intorno a un altro punto, che non è la Terra», ma Dio. Ferrari recupera la lettura del matematico svizzero Andrea Speiser, che nel 1925 propose uno schema per l’Empireo dantesco che chiamava in causa «una sfera a quattro dimensioni, quella che i geometri chiamano ipersfera». L’Empireo infatti «allo stesso tempo è esterno, ma anche avvolge l’universo sensibile in questa geometria a quattro dimensioni», idea che permette a Dante (che non poteva immaginare le geometrie non euclidee) di rendere l’intero universo non più geocentrico (come quello tolemaico), bensì teocentrico (il punto divino) e di porre la Terra all’anticentro. «Il perno del mondo – scrive Ferrari – è quel punto ineffabile che grazie all’intuizione dantesca dell’ipersfera è il centro del creato e al tempo stesso circonda la creazione in un abbraccio cosmico». Se le nostre attuali conoscenze sull’universo sono enormemente maggiori di quelle di Dante, hanno però ampliato a dismisura anche le domande senza risposta, puntualizza Ferrari. Con esiti sorprendenti: «Alcune delle teorie cosmologiche più audaci propongono che il nostro universo faccia parte di un Multiverso, un insieme di universi che nascono ed evolvono nell’iperspazio, caratterizzato da più di tre dimensioni, proprio come sembrava suggerire Dante per il suo Empireo». Conclude Ferrari: «Le terzine di Dante ci fanno pensare a un possibile collegamento attraverso una singolarità di energia infinita, luminosissima, magari un qualcosa di simile alla soluzione matematica del white hole da cui tutto esce. In realtà non ne sappiamo più di Dante, anche se sappiamo di non sapere».

«L’acqua ch’io prendo già mai non si corse» scriveva Dante all’inizio del suo viaggio attraverso i cieli (Par. II, 7): questa rivendicazione dell’originalità della propria poesia, lungi dall’apparire audace, resta pertinente anche con il passare dei secoli.