«Difendere la vita rispettando i più fragili»

Costituito formalmente con atto notarile, il Forum delle associazioni socio sanitarie riprende slancio. Lo spiega il presidente Aldo Bova, nella mia intervista pubblicata oggi su Avvenire nelle pagine della sezione è vita.

foto prof. Aldo Bova
Aldo Bova

Maggiore presenza nella società per svolgere un ruolo di stimolo e riflessione, e maggior peso nei confronti istituzionali per orientare in senso rispettoso dell’ uomo e della sua dignità le scelte della politica, in particolare in tema di tutela della vita, obiezione di coscienza, assistenza ai più fragili. Il presidente Aldo Bova, primario emerito di Ortopedia e traumatologia, già direttore del Dipartimento chirurgico dell’ ospedale San Gennaro di Napoli, spiega così i propositi e gli argomenti che impegneranno il rifondato Forum delle associazioni socio sanitarie, costituito con atto notarile lo scorso 17 settembre.

Che cosa rappresenta il Forum delle associazioni socio sanitarie?

Siamo l’espressione della volontà di cinque associazioni di unire gli sforzi per raggiungere obiettivi condivisi. In realtà un Forum delle associazioni e movimenti di ispirazione cristiana operanti in ambito socio sanitario già esisteva e operava da una ventina di anni. Da tempo sentivamo la necessità di rendere più incisiva la sua azione, e avevamo chiesto alla Conferenza episcopale italiana (Cei) la nomina di un osservatore permanente, che è stato individuato in don Carmine Arice, già responsabile dell’ Ufficio nazionale della pastorale della salute, ruolo ora ricoperto da don Massimo Angelelli. Nell’ultimo anno abbiamo tirato le fila, aggiornato lo statuto e messo un punto fermo con l’atto notarile a Roma che ha sancito la nascita ufficiale del Forum.

Chi fa parte del nuovo organismo?

Al momento Associazione medici cattolici italiani (Amci), Associazione italiana di pastorale sanitaria (Aipas), Associazione italiana psicologi e psichiatri cattolici (Aippc), Movimento per la vita (Mpv), Unione cattolica farmacisti italiani (Ucfi). I presidenti delle cinque associazioni hanno sottoscritto lo statuto del Forum ed eletto il consiglio direttivo: accanto a me i vicepresidenti Marina Casini e Tonino Cantelmi, il consigliere e tesoriere Filippo Boscia e i consiglieri Piero Uroda, don Isidoro Mercuri Giovinazzo e Pasquale Laselva (che funge anche da segretario). Nella denominazione non compare la parola “cristiano”, ma nello statuto (all’articolo 3) è indicato che facciamo riferimento ai documenti del Magistero. Va però sottolineato che le nostre opinioni non derivano da una posizione confessionale, ma sono frutto di ragionamenti che possono essere spesi in un dibattito laico e privo di pregiudizi.

Che cosa si propone il Forum?

Innanzi tutto di mettere insieme forze che hanno lo stesso pensiero e finalità per avere maggior peso nel confrontarci con il mondo sociale e politico. Possono aderire altre associazioni che condividano i nostri scopi, e già con alcune il percorso è ben avviato. Inoltre svolgere un ruolo di promozione della cultura della vita e della salute. Abbiamo già realizzato un convegno su Giuseppe Moscati, medico che sapeva mettersi accanto alla sofferenza dei malati, e uno sul controllo del dolore. Ci proponiamo di organizzarci in sezioni regionali per essere attivi in modo capillare nel Paese. E siamo prossimi a “sbarcare” su Internet e sui social network.

Quali temi ritenete più urgenti?

Il mondo sanitario manca spesso di umanizzazione, è in crisi un rapporto serio tra medico e paziente con grave danno all’attività di cura. È provato che ascoltando bene il paziente si favoriscono non solo la diagnosi, ma anche il recupero (specie se post operatorio) e la guarigione. Vogliamo anche maggiore tutela per i medici e il personale sanitario spesso sottoposti ad attacchi (anche fisici) e non messi in condizione di operare serenamente. E chiediamo di ridurre le disuguaglianze sanitarie dovute ai fattori economici. Oltre a mantenere l’ attenzione su temi etici fondamentali quali il rispetto dell’obiezione di coscienza.

Infatti la recente legge sulle Disposizioni anticipate di trattamento (Dat) non la prevede. Potrebbero sorgere difficoltà nella pratica clinica?

Crediamo che la vita sia sempre degna di essere vissuta e, ragionando come Ippocrate, pensiamo che il medico debba sempre essere dalla parte della vita. Anche nel fine vita stiamo accanto al paziente per togliere il dolore, ma senza interrompere la vita anzitempo e senza cadere nell’accanimento terapeutico. È grave che la legge non abbia contemplato la possibilità di obiezione, né per il singolo medico né per la struttura sanitaria. Credo però che se vengono rispettati i criteri della buona pratica clinica, del controllo del dolore e dell’ assistenza “umanizzata” non si presentino volontà eutanasiche. Del resto le statistiche indicano che le richieste di Dat sono state finora limitatissime.

E il problema della carenza di cure per motivi economici?

È inaccettabile che ci siano persone che rinunciano a curarsi perché non possono pagarsi il ticket. Bisogna fare i conti con le risorse, ma se il Servizio sanitario nazionale dispone di circa 113 miliardi, altri fondi potrebbero essere recuperati dalla riduzione dell’ illegalità e dai miglioramenti in ambito prescrittivo, sia di farmaci sia di esami strumentali. Risorse che dovrebbero essere utilizzate per permettere ai più poveri di accedere alle cure gratuitamente.

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Pillola «dei cinque giorni», i farmacisti obiettano

Intervista a Piero Uroda, presidente dell’Unione cattolica farmacisti italiani, sul sondaggio che rivela le resistenze della categoria a distribuire i cosiddetti “contraccettivi d’emergenza” senza ricetta. Pubblicata su Avvenire di giovedì 11 febbraio

caduceo«Il diritto all’obiezione di coscienza per noi farmacisti – nonostante i tentativi di nasconderlo da parte di Fofi e Federfarma – è già stato riconosciuto per legge. Il fatto che non sono state prodotte norme per regolarlo praticamente, non impedisce ovviamente l’uso di tale diritto. Mi incuriosisce comunque vedere una così alta percentuale di dubbiosi rispetto alla scelta dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) di togliere la ricetta alla pillola “dei cinque giorni dopo”». Piero Uroda, presidente dell’Unione cattolica farmacisti italiani (Ucfi) commenta il sondaggio (reso noto la scorsa settimana) dell’azienda produttrice dell’ulipristal acetato (nome commerciale EllaOne) che evidenzia le resistenze professionali dei farmacisti, dovute perlopiù a dubbi sulla sicurezza del farmaco, soprattutto in caso di abuso, cioè di uso ripetuto.
Dottor Uroda, secondo il sondaggio il 18% dei suoi colleghi non venderebbe mai una pillola contraccettiva senza ricetta e il 46% è contrario alla scelta dell’Aifa, che ha permesso la vendita dell’ulipristal senza prescrizione medica. Che cosa ne pensa?
Da un lato mi paiono purtroppo pochi coloro che non vogliono distribuire l’ulipristal; dall’altro c’è da osservare che il farmacista ha un interesse a evitare che, essendo farmaco senza ricetta, prima o poi fi- nisca nelle parafarmacie o nei supermercati. E senza ricetta il farmaco sfugge a ogni controllo. Peraltro la ricetta resta per i normali contraccettivi ormonali e per la pillola del giorno dopo, ma non per questo prodotto, che è più potente. Infatti l’ulipristal è ben più simile come composizione chimica al mifepristone (la RU486, la pillola abortiva) che non al “vecchio” levonorgestrel (la vecchia pillola “del giorno dopo”).
Perché il farmacista dovrebbe rifiutarsi di vendere un contraccettivo?
Perché si continua con l’equivoco di confondere l’effetto contraccettivo e quello abortivo. Il foglietto illustrativo parla solo della sua azione antiovulatoria in quanto antiprogestinico, ma il progesterone serve anche a mantenere l’endometrio ospitale per l’ovocita fecondato. E gli studi scientifici evidenziano che non si può escludere un’azione del farmaco che impedisca l’impianto in utero del prodotto del concepi- mento. E questa non è più contraccezione.
Ma in assenza di norme specifiche il farmacista può esprimere obiezione di coscienza?
Certamente sì: noi siamo compresi tra i professionisti sanitari. E l’articolo 9 della legge 194 prevede la possibilità di obiezione di coscienza per tutti gli operatori sanitari. Quello che conta è l’aborto, non il modo in cui viene effettuato: un tempo c’era solo il metodo chirurgico, ora anche quello chimico-farmaceutico, che ci chiama in causa. Del resto almeno due colleghi sono stati assolti dall’accusa di non aver dispensato il farmaco e io stesso ho ricevuto una denuncia che non ha avuto seguito. Il nostro diritto è riconosciuto, ma non è stato «normato» da una legge. Anche il Comitato nazionale per la bioetica (Cnb) ha riconosciuto il diritto per il farmacista di opporsi a un farmaco potenzialmente abortivo.
Il Cnb suggeriva di ammettere l’obiezione, ma si preoccupava che il farmaco fosse disponibile perché prescritto da un medico. Ma se non c’è più obbligo di ricetta?
Si rafforza il nostro diritto all’obiezione: non mi «intrometto» nell’azione professionale di un medico, sono solo con la mia coscienza. E poi l’obbligo di ricetta resta per le minorenni: ma come faccio a sapere a chi è destinato il farmaco che mi viene chiesto? E poi, scusi, rifiuto un farmaco salvavita? La gravidanza è una malattia?